Augias sorpreso da Napoli spiega l’immagine Napoli

Angelo Forgione Alla tenera età di 86 anni, Corrado Augias ha finalmente scoperto Napoli. Standovi qualche giorno per preparare l’episodio relativo di Città segrete ne è rimasto piacevolmente sorpreso, mettendo in discussione l’opinione che ne aveva e l’immagine stereotipata che se ne ha.
Grave, perché, per il mestiere che fa, da italiano, dovrebbe provare un po’ di pudore a confessare di aver conosciuto solo a 86 anni una delle più antiche capitali d’Europa.

Il problema è che Augias non è andato a Napoli da turista ma da giornalista e narratore quale è, per lavoro. Ribadisco: un giornalista quotato che a 86 anni ha scoperto una città ricca di storia trimillenaria e cultura. E siccome sono i giornalisti a indirizzare l’opinione pubblica, ecco spiegato perché la narrazione di Napoli è deteriore, e l’immagine che ne consegue è fortemente pregiudicata.
Tant’è che neanche lo stesso Augias, pur sorpreso da Napoli, è riuscito a disincagliarsi più di tanto da una narrazione televisiva superficiale e stereotipata già scritta in redazione, tra camorra, contrabbando, violenza e altre miserie – altro che segreti – cui ha dedicato fin troppo tempo, invece di farsi un salto, ad esempio, al Museo Archeologico Nazionale, il più bello e importante del genere in Occidente e il primo dell’Europa continentale. Grave omissione.
Perché poi narrare le vicende di Artemisia Gentileschi, finendo a Roma, Firenze e Londra, invece di quelle di Caravaggio, la cui stagione napoletana racconta la sua più profonda passione e maturità? Mistero.

Alla fine della puntata, banale e con alcune imprecisioni, il sorpreso Augias ha la tipica reazione di tutti i turisti una volta che hanno conosciuto Napoli, e confessa il rammarico per la fine del suo viaggio. No, proprio non se l’aspettava così com’è. Poco male, gli tornerà utile per rimodellare il giudizio che aveva, anzi il pregiudizio, che è un giudizio che anticipa l’esperienza personale, ed è quindi figlio dell’ignoranza. Sì, Augias è ora meno ignorante di quanto non fosse prima di conoscere Napoli… alla tenera età di 86 anni.

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‘Ndrangheta, cancro dell’Italia piemontese come mafia e camorra

Angelo Forgione – «Lei ha detto parole terribili». Così uno sgomento Corrado Augias, durante la trasmissione Quante Storie di sera, commenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionali assoldati dai garibaldini e dell’impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli.
Augias è consapevole che l’Italia sia nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l’Italia, secondo la sua visione, è nata male perché «la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno».
Terribile è il parto dell’Italia, e terribile è il bigottismo di chi pure parla di retorica scolastica ma non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e finge di cascare dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i “padri” della patria e i vari governi d’Italia, le colpe dell’affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese.

Il vero potere mafioso in Calabria, come quelli in Sicilia e in Campania, è nato proprio dal perverso abbraccio tra la politica piemontese, la massoneria e la delinquenza meridionale.
L’evoluzione del potere economico e finanziario delle cosche calabresi inizia proprio nel 1869, durante le elezioni amministrative a Reggio Calabria, quando il blocco dell’alta borghesia legata ai latifondisti assoldò la “picciotteria” (il termine ‘ndrangheta si impose solo dal 1929) per compiere attentati e vessazioni ai danni del blocco dei borghesi filo-borbonici e della Chiesa, in procinto di vincere la tornata elettorale. Era già successo in Sicilia e a Napoli, per volontà di Garibaldi, in occasione dello sbarco dei Mille e del plebiscito per l’annessione del Sud al regno sardo dei Savoia. Il potentato latifondiario vinse, e la malavita venne messa al servizio dei partiti governativi in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma i brogli furono talmente evidenti che il prefetto fu costretto a invalidare il consiglio comunale, il primo ad essere sciolto per mafia quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa o la legge per lo scioglimento dei comuni.

Nel ‘900 la relazione tra mafia e politica divenne sempre più stretta. Per il terribile terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, il Governo dell’epoca stanziò 180 miliardi di lire. La classe dirigente locale pretese la gestione di quei soldi, e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, altro statista piemontese di grande spicco, volle in cambio che il popolo fosse tenuto a bada. Fu il primo atto di un Governo centrale per soggiogare i meridionali, e da quel momento si susseguirono continue leggi per il Sud che sarebbero servite solo ad alimentate dipendenza dallo Stato.
La ‘ndrangheta, ancora oggi, fa riferimento alla massoneria con affiliazioni in cui si nominano personaggi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e Cavour. Tutti nemici del legittimismo borbonico e dei borbonici, come gli inglesi e la loro massoneria, i veri mandanti della cancellazione delle Due Sicilie dalla geopolitica mediterranea. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti siciliani e calabresi e i camorristi napoletani di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente voluto da Londra. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare la nazione napolitana e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez verso l’Oriente ed il Nord Africa.
I mafiosi tornarono utili anche agli Alleati anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale.
Nel mio saggio Napoli Capitale Morale, tra i vari argomenti che spiegano il ribaltamento nazionale, parlo anche di massoneria, della sua evoluzione storica, del suo ruolo fondamentale nelle vicende d’Italia, delle dipendenze dalle logge britanniche quanto delle parentele con le mafie meridionali, cioè con società segrete di tipo paramassonico piramidale nate intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara e all’incoronazione dell’anti-inglese Ferdinando II, ma in due città ricche per quella che era l’Italia dell’epoca quali erano Napoli e Palermo, mica povere come oggi. E non è un dettaglio.