Il colera è Libero

Libero, il solito Libero (di fare informazione razzista), spara il titolo che fa razzismo a tutto tondo. Qualcuno informa che il colera è tornato in Italia dopo il i fatidico 1973, e non è così, poiché solo l’ultimo caso si è verificato nel 2008, a Milano, identico a quello di oggi a Napoli, e pure più drammatico: un egiziano di ritorno dal suo paese, morto in un ospedale lombardo. Aveva contratto la malattia a casa sua e venne escluso il rischio di epidemia nel territorio milanese. E quanti casi analoghi accadono in Gran Bretagna? una dozzina nel 2015, dicono gli ultimi dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), perché Il colera è endemico in molti paesi tropicali, in Asia e Africa, ed è facile importarlo.
Ma anche il vibrione del 1973 fu importato da fuori, benché ancora oggi, e per quella indegna descrizione dei fatti, l’immagine di Napoli sia facilmente associata dall’ignorante di turno alla parola “colera”.

La vera storia della Pizza Margherita a ‘Domenica Luna Live’

La vera storia della pizza margherita, ma anche del pomodoro e delle mozzarella, alla trasmissione Domenica Luna Live (Tv Luna) condotta da Paola Mercurio.

contributo tratto da History Channel

Pizza fritta (di Sorbillo) lurido cibo di Napoli nella signorile Milano

Angelo Forgione Vittorio Blùm come Carlo Collodi. 24ILMagazine de IlSole24Ore si scaglia contro la pizza fritta napoletana di Gino Sorbillo, da poco approdata a Milano. “Sarà un flop”, scrive il fantomatico autore del pezzo che parla dell’avvio della “Antica Pizza Fritta da Zia Esterina” all’ombra del Duomo.

“A Milano non siamo abituati a circolare con un arnese in mano lungo una banana e mezza e largo come un vecchio vhs, una sorta di baionetta grondante olio, provolone e pomodoro incandescenti, che se lo addenti schizza molecolarmente a raggera rischiando di trascinare te e i posteri in sanguinose cause di risarcimento danni solidi e morali ai famigliari dell’avvocato d’affari appena sbucato da piazzetta Liberty che hai centrato perfettamente nell’occhio chiudendoglielo per sempre”.

Come a dire: questa lurido cibo napoletano è un’indecenza nella signorile Milano dei professionisti. Sembra proprio di rileggere i toni sprezzanti che usò nel 1886 Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana. Era il secondo Ottocento unitario, e il cibo partenopeo tentava di conquistare l’Italia, mentre gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci napoletani afflitti dal colera, un alimento che poteva provocare il contagio, un lurido pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani:

“Vuoi sapere cos’è la pizza? E’ una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

Il nuovo acquedotto del Serino risolse i problemi idrici causati dagli antichi acquedotti tufacei di Napoli. Acqua pulita, incontaminata, buonissima… e pizza pronta a partire alla conquista della nazione. E così fu inventata la favoletta patriottica della “pizza Regina” del 1889. Inziò la scalata, lunga, perché ancora negli anni del Fascismo, a Milano si diceva «mi la pizza la mangi a Napoli» (io la pizza la mangio a Napoli). Dopo la guerra, la pizza, il “sudiciume complicato“, invase non solo Milano, non solo l’Italia ma tutto il mondo.
La storia si ripete. Non bastavano le parole di Domenico De Masi (
«La pizza napoletana è una boiata interclassita per avvinazzati»). Ora anche la descrizione della pizza fritta napoletana di Sorbillo a Milano. Il nuovo Collodi si chiama Vittorio Blùm. Se tanto mi dà tanto, la pizza fritta napoletana sta per invadere l’Italia.

Napoli colera nei fumetti del fenomeno Sio

Angelo ForgioneIl veronese Simone Albrigi, in arte Sio, è un nome che gli appassionati di fumetti hanno conosciuto in rete. Scottecs, il suo canale YouTube, conta oltre 750mila iscritti e i suoi video arrivano ad avere oltre 1 milione di visualizzazioni. La pagina Facebook di Scottecs, con i suoi 414mila fan e le sue vignette virali, lo rende il fumettista italiano più seguito sui social. Dopo questo successo in rete, Sio ha conquistato anche le edicole con la rivista trimestrale Scottecs Megazine, uscita con il primo numero a febbraio. Il secondo numero, in edicola in questi giorni, ha riservato un’amara sorpresa a un ragazzino napoletano di 11 anni, trovatosi di fronte a una vignetta che l’ha fatto davvero arrabbiare: un vecchio muore a Frosinone pronunciando il detto “vedi Napoli e poi muori”, ricordando al suo giovane interlocutore che è stato a Napoli nel settembre 1973. Che è poi il tempo del colera, ma non viene specificato… il che rende il tutto ancor più pericoloso, poiché molti lettori neanche si chiederanno il perché dell’associazione tra la morte differita per causa napoletana e la data indicata.
Certo, l’ironia, il “black humor” di una vignetta realizzata da un fumettista, ma cosa deve pensare un ragazzino che ama la sua città, e che già percepisce il peso degli stereotipi? E cosa devono pensare tutti i ragazzi non napoletani, che a Napoli non ci sono mai stati, e che certamente non sanno che quell’epidemia di colera non colpì solo Napoli, e che Napoli fu la prima a debellarla? Forse è proprio così, anche per incauta ironia, che si alimentano i luoghi comuni e le intolleranze, colpendo le fasce più deboli, destinate a portarsi dietro un’associazione infondata tra Napoli e la morte, tra Napoli e il colera.
Il padre del lettore mi ha scritto indignato e disturbato dalla reazione del figliolo, il quale, dopo aver letto e guardato la striscia, ha avuto voglia di stracciare la rivista. E così ha protestato con un post sulla fanpage di Sio, il quale si è giustificato così: Porca vacca che megasfortuna, ho scelto un mese e anno a caso ed è proprio così. Ti chiedo scusa e farò del mio meglio per farlo anche sul Magazine“. Un mese e un anno a caso, certo… evidentemente Sio crede di potersi prendere gioco dell’undicenne napoletano, suo lettore.
Il numero 2 di Scottecs, per la cronaca, è stato presentato in anteprima proprio al Napoli Comicon.

vignetta

Tavecchio sanzionato anche dalla Fifa

Angelo ForgioneLa sanzione Uefa inflitta a Tavecchio per la famosa gaffe sul fantomatico Opti Pobà è stata applicata anche dalla Fifa, per violazione dell’articolo 3 dello statuto e perché “la discriminazione non deve aver posto nel gioco del Calcio”. È bene ricordare che l’organo continentale e quello mondiale hanno ritenuto colpevole colui che la procura federale della Figc assolse, ovvero fu la stessa Federazione ad autoassolsversi. Come dire innocente in Italia ma colpevole nel mondo. Il danno d’immagine per il Calcio e le istituzioni italiane è sicuramente maggiore degli effetti pratici della sanzione che colpisce Tavecchio, il quale sostiene ancora oggi di aver cancellato la chiusura dei settori per discriminazione territoriale esclusivamente per adeguarsi all’Uefa, che invece aveva chiesto più rigore alle varie federazioni nazionali. Meditate gente.

Leopardi e il colera di Martone che accende lo stereotipo

Angelo ForgioneHo visto con molta curiosità Il giovane favoloso, la pellicola firmata da Mario Martone in cui un bravo Elio Germano veste i panni di Giacomo Leopardi. Non era un’impresa facile realizzarla, e la sensazione è che, pur nel rigore assoluto del regista, non sia riuscita completamente.
Il racconto è diviso in tre parti. La prima si svolge ovviamente a Recanati, più odiata che amata, nell’austera casa-biblioteca di famiglia che ha libri per pareti e squarcio sul colle che apre all’immaginazione e dona tregua all’ossessività famigliare. La seconda parte, a Firenze e Roma, è quella della libertà acquisita, dove il protagonista incontra la delusione per il mondo idealizzato lontano dalle Marche e comprende di essere avulso da una società ottocentesca che inneggia al progresso, trovando morboso riparo nell’amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. La terza parte, a Napoli, è incentrata sul forte contrasto che il poeta percepisce nella città nobile e plebea governata dalla natura, alla quale si abbandona. Nella città italiana più importante dell’epoca, il trentacinquenne Giacomo, ormai piegato su sé stesso, impara a sorridere e a gustare i piaceri mondani da cui si fa circondare per verificare la vitalità che non ha trovato negli ambienti bigotti e artificiosi del suo passato, fino al punto di non poterne più e ritrovarsi travolto da ancor più grande inadeguatezza. E allora è lo spettacolo del Vesuvio in eruzione, del Golfo splendente e del cielo ammantato di stelle della grande Città ad assorbirlo. È il Creato, che in quel posto lascia a bocca aperta, a sgomentare la sua mente riflessiva, offrendogli la percezione delle forze superiori alle quali ogni cosa si piega, quelle forze che egli ha percepito fin dalla sua adolescenza nella piccola prigione di Recanati e con le quali entra finalmente in contatto nella notte vesuviana, dove recita La Ginestra, ovvero la natura che si piega alla natura.
Film coinvolgente, pur con un ritmo marcatamente rallentato che lo rende eccessivamente lungo. Altrettanto marcati sono i tratti folcloristici di una Napoli capitale alle cui aristocrazia e cultura, note in quell’Europa, è fatto qualche riferimento (il San Carlo, Donizetti, Rossini, salotto Guacci) senza che però risulti equilibrata la percezione scenografica rispetto alla più rappresentata città piegata e piagata. Condannata eternamente al binomio col colera, che la pellicola ha la colpa di far apparire come problema esclusivamente locale, mentre si trattò di epidemia che colpì tutt’Europa, scendendo da Nord, senza risparmiare Londra, Parigi e Vienna, le città del Nord-Italia e neanche il Granducato di Toscana della Firenze che il poeta frequentò tra il 1830 e il 1833. Certamente alcuni rioni di Napoli, la città più popolosa d’Italia, vivevano condizioni sanitarie problematiche, e i morti in città furono davvero tanti, ma la letalità rispetto ai casi di malattia fu inferiore, ad esempio, a città come Danzica e Bordeaux, grazie alla prevenzione e ai soccorsi, che furono migliori che altrove. Pandemia causata della buona quantità di acqua di cui disponevano i napoletani, assicurata da due acquedotti in sotterranea scavati nel tufo poroso, quindi non isolante dalle falde marine e dagli scarichi reflui. Fu l’acqua a sufficienza a trasformarsi nel punto debole di Napoli, non il tanto narrato sudiciume.
Eppure, nel film, la nobildonna toscana Fanny Targioni-Tozzetti, intima amica di Ranieri e Leopardi, invia ai due una lettera di saluti scrivendo che il colera è colpa del popolino napoletano. Appare quantomeno strano, visto che a Firenze e in gran parte della Toscana quella stessa pandemia giunse a far migliaia di vittime nell’estate del 1835 e solo un anno dopo, scendendo verso Sud, colpì la Napoli di Leopardi. Nitida invece l’immagine della civiltà di Firenze, benché Giacomo la definì nello Zibaldone sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo, nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni”, sentendosi ammorbato dal suo “sudiciume universale”. Lo spettatore meno informato non può non avere, ancora una volta, la solita informazione subliminale (errata) su Napoli capitale non della cultura ma della sporcizia; e Martone, napoletano, avrebbe potuto aiutare a sgretolare questo luogo comune anziché rafforzarlo.
A proposito di colera e mistificazioni, la pellicola non si inoltra nella morte del protagonista, forse per non dover affrontare l’ingarbugliato mistero della causa del decesso. Quella ufficiale, diffusa da Antonio Ranieri, recitava ‘idropisia di cuore‘, ma è forte il dubbio che si sia trattato proprio di colera e che il corpo di Leopardi sia stato gettato in una fossa comune.