Il razzismo positivista-leghista dei tifosi bergamaschi a Napoli

lombroso

Angelo Forgione Guardavo la partita Napoli-Atalanta di Coppa Italia quando le telecamere della RAI indugiavano sui tifosi della squadra orobica, bergamaschi della cosiddetta “Città dei Mille”, in trasferta a Napoli. Immediatamente trasalivo individuando quell’uomo barbuto su sfondo nerazzurro esposto in bella vista. Cesare Lombroso sbattuto in faccia ai napoletani, proprio lui, il teorizzatore dell’inferiorità dei meridionali, della loro tendenza a delinquere, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo, l’uomo che caricò di pregiudizi l’analisi della situazione di arretratezza socio-economica in cui venne a trovarsi il Sud dopo l’Unità.

Avevo trattato il personaggio nel mio libro Dov’è la Vittoria, per chiarire ai lettori come fosse esploso il razzismo interno italiano, poi manifestato anche negli stadi dagli anni del boom economico del dopoguerra. Ed eccolo lì lo scienziato della vergogna, puntualmente finito sullo stendardo di una delle tifoserie più razziste d’Italia, quella dei bergamaschi identitari, ai quali, per restare in abito calcistico, conviene dimenticare che il bergamasco di sangue Beppe Signori fu radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi. Entrambi i clan erano dei livelli piramidali di una vasta associazione criminale con vertice a Singapore, dedita all’alterazione dei risultati di partite in tutto il mondo. Per non parlare dello storico capitano dell’Atalanta Cristiano Doni, anch’egli implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, mentre il napoletano Fabio Pisacane diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Il razzismo di retaggio postivista è penetrato lentamente in certe curve del Nord sull’onda leghista dell’ultimo trentennio. L’antropologa francese Lynda Dematteo, studiosa del fenomeno leghista, autrice del libro ‘L’idiota in politica – Antropologia della Lega Nord’ (Feltrinelli, 2011), ha analizzato i punti in comune tra alcune tifoserie lombarde – quella atalantina in testa – e la Lega Nord, dalle simbologie adoperate all’anti-meridionalismo.
E allora eccolo di seguito un sunto di quel che ho evidenziato nel mio libro, per chi avesse voglia di capire come funziona l’Italia dalla sua origine.

— capitolo ‘La discriminazione territoriale’ —

[…] L’asservimento dei popoli delle ex Due Sicilie passò per l’affermazione della teoria dell’inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo. La dottrina si avvalse delle teorie scientifiche sulla fisiognomica del criminologo socialista Cesare Lombroso, con le quali si intese inchiodare i meridionali a una presunta predisposizione alla delinquenza. Lombroso, veronese, osservò i crani dei cosiddetti briganti, braccati dalle milizie piemontesi, oggetto di autopsia nonostante le leggi che già dal 1883 imponevano la sepoltura dei cadaveri dei detenuti. L’antropologo giunse alla personalissima conclusione che i meridionali avessero una vocazione naturale all’omicidio che mancava nei settentrionali. Indicò questa tendenza nella presenza della “fossetta occipitale mediana”, riscontrabile su molti crani del Sud Italia. E bollò come delinquenti la gente del Sud come espressione di sottocultura e di una razza ritenuta inferiore, tendente a delinquere atavicamente. Così scrisse nella sua principale opera, ‘L’uomo delinquente’, nel 1876:

È agli elementi africani e orientali (meno i greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia).

Dopo la sua morte, Lombroso fu sottoposto a un’autopsia che tenne conto delle sue stesse teorie: “Soggetto afflitto da cretinismo perpetuo”, fu l’esito dei risultati. Fu proprio il suo corpo a smentirne le sue teorie razziste e sarebbe stata poi la storia d’Italia a invalidarne abbondantemente gli studi, tra delitti di serial killer, mitomani, “mostri” e truffatori d’alta finanza del Settentrione.
Certe argomentazioni, però, furono riprese da altri sostenitori dell’inferiorità razziale dei meridionali e ispirarono l’opera dell’antropologia positivista del secondo Ottocento. A cominciare dal lombardo di sinistra Enrico Ferri, pure direttore de ‘l’Avanti!’, teorizzatore del “tipo napoletano”, secondo cui il popolo meridionale era propenso a delinquere per atavica inferiorità biologica e non doveva mescolarsi alle razze del Nord d’influenza celtica. Particolare incidenza l’esercitò il criminologo siciliano Alfredo Niceforo, che ricalcò la teoria della distinzione etnica in Italia e la configurò in due diverse razze: l’euroasiatica ariana al Nord e l’euroafricana negroide al Sud e nelle isole. Onesti, presentabili, laboriosi e cooperativi quelli appartenenti alla prima; truffatori, sudici, oziosi e individualisti gli altri. Nel saggio ‘L’Italia barbara’ contemporanea del 1898, Niceforo coniò per la seconda categoria l’espressione “razza maledetta”, condannando con asprezza i meridionali a un cronico sottosviluppo e a uno stadio primitivo di evoluzione psichica, tali da meritarsi di essere trattati “col ferro e col fuoco”. All’innata brutalità di siciliani e sardi accostò il congenito servilismo dei napoletani, descritti come individui senza alcuna personalità:

I segni dell’inferiorità e dello stato ancor primitivo che affettano la psiche del popolo napoletano si palesano con mille altre manifestazioni della sua vita sociale e in specie col servilismo. Nessuna plebe è così servile come quella delle provincie napoletane […]. L’uomo servile è un individuo senza personalità e le società servili sono società in cui il carattere non esiste […].

Con la pubblicazione ‘Per la razza maledetta’, sempre del 1898, Napoleone Colajanni si contrappose alle teorie dei positivisti e al conterraneo Niceforo, ricordandogli che egli stesso era siciliano e apparteneva, per origine, alla “razza maledetta”, quella “dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre”.
Le tesi degli antropologi Lombroso, Ferri e Niceforo, e poi quelle di Giuseppe Sergi, Pasquale Rossi e altri, ancora oggi sostenute dal britannico Richard Lynn, professore di psicologia all’University of Ulster (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=32817), configuravano un rapporto tra Nord e Sud simile a quello che le potenze coloniali riservavano ai popoli conquistati, costruendo l’inferiorità razziale del meridionale per legittimare il dominio settentrionale. Il vero problema non era la distinzione ma la classificazione scientifica tra razza superiore e “razza maledetta” tracciata dai positivisti, che influenzarono il pensiero di psichiatri, medici, politici e magistrati, e plasmarono l’opinione pubblica del Nord, adeguando il linguaggio all’ideologia delle classi dirigenti e avviando una più diffusa e metodica negazione ideologica della dignità del popolo del Sud.
I più noti meridionalisti unitari dell’epoca non stettero a guardare e contestarono la teoria della “razza maledetta”, denunciando che era stata formulata per giustificare le disuguaglianze territoriali e nasconderne la creazione a tavolino. Oltre a Napoleone Colajanni, anche Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato puntarono i piedi e si opposero al fronte positivista, stimolando il dibattito sulle disparità economiche e sociali che si erano create con l’Unità. Il progresso civile dell’intero Paese passava attraverso l’integrazione dei popoli, ma la classe dirigente, in buona parte settentrionale, deresponsabilizzata dai positivisti, strumentalizzò la teoria della “razza maledetta” per distrarre la discussione sulla “Questione meridionale”, che era soprattutto una questione economica da confondere in altre complicazioni sociali.
Le disillusioni postrisorgimentali portarono, tra il 1870 e il 1920, a una massiccia emigrazione meridionale e veneta alla volta delle Americhe, beneficiarie delle braccia della undesirable people per i lavori più pesanti. All’arrivo dei bastimenti nel porto dell’isolotto newyorchese di Ellis Island, la distinzione tra italiani del Nord e italiani del Sud riprendeva significativamente quella teorizzata da Alfredo Niceforo: veneti da una parte, meridionali da un’altra.
Nella prosecuzione del peccato originale ebbero precise responsabilità la scuola, la borghesia, la stampa e la politica nazionale di trapasso tra Ottocento e Novecento. Sul periodico ‘L’Ordine Nuovo’ del 3 gennaio 1920, Antonio Gramsci scrisse che la “Questione meridionale” si sarebbe potuta risolvere solo con un’alleanza antiborghese tra gli operai rivoluzionari del Nord e i contadini del Mezzogiorno, evidenziando che i primi nutrivano pregiudizi per i secondi perché subivano l’influenza della società in cui vivevano. L’ideologo sardo, nel suo saggio sulla “Questione meridionale” del 1926, accusò il Partito Socialista dell’errore di aver alimentato un diffuso preconcetto sulla gente del Mezzogiorno tra la stessa classe operaia del Nord, cavalcando e supportando le teorie del Positivismo:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Le disparità create avevano generato una nuova miseria del Mezzogiorno, storicamente inspiegabile per le masse popolari d’Alta Italia, che non sapevano e non comprendevano che l’Unità era avvenuta per imporre l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud e che il Settentrione cresceva in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale. Il ragionamento popolare fu che se il Sud non riusciva a progredire sotto il profilo economico-industriale era per cause endemiche, scritte nel codice genetico meridionale. Il popolo settentrionale finì con l’abbracciare ciecamente il Positivismo sposato alla politica, acquisendo per mentalità la teoria della “razza maledetta”. […]

Il seguito lo troverete nel libro, se vorrete, o lo osserverete negli stadi italiani e non solo, se avrete occhio.

A Petrolio (RAI), le costruizioni antisismiche borboniche

Anche Petrolio, trasmissione RAI che racconta la ricchezza nascosta d’Italia, si è occupata delle Case Baraccate, le costruzioni antisismiche d’ingegneria borbonica che resistettero al devastante terremoto del 1908 nello Stretto di Messina.

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approfondimenti sull’argomento in Made in Naples (Magenes, 2013)
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La sanità al tempo dei Borbone

Angelo Forgione – Fino al 13 luglio, al Museo delle Arti sanitarie di Napoli, sito nel complesso di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, è visitabile la mostra “La sanità al tempo dei Borbone”, organizzata dall’associazione culturale “Il Faro di Ippocrate” e dedicata alla storia della Scuola Medica Napoletana, allla rete assistenzialistica partenopea e alla formazione della professione del medico negli anni del Regno borbonico.
L’evento rende omaggio alla tradizione medica che diede lustro al Sud tra il 1734 e il 1860, ricostruendo l’intera pagina sanitaria nel Mezzogiorno, all’avanguardia nell’Europa dell’epoca. La prima assistenza sanitaria gratuita italiana (promossa da Ferdinando IV), la percentuale di medici per numero di abitanti più alta di tutto il resto d’Italia (9.500 tra medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, rispetto ai circa 7.000 professionisti della sanità per i 13 milioni di cittadini della restante Italia) e la più bassa mortalità infantile del territorio italiano la dicono lunga sul sistema sanitario borbonico. Due esempi storici di eccellenza: nel 1777 il Regno delle Due Sicilie sostenne una campagna vaccini contro il vaiolo per due milioni di persone; nel 1813 Aversa fu sede del primo ospedale psichiatrico italiano. Nonostante questa grande tradizione meridionale, peraltro risalente alla Scuola Medica Salernitana del XII secolo, con l’avvento dei Savoia e l’unificazione italiana i medici dell’ex Regno delle Due Sicilie furono obbligati a ripetere l’esame di idoneità alla professione medica. Gli atti che testimoniano questa pagina nera dell’Unità sono riuniti nella “bacheca della vergogna”.
Il campionario di curiosità è enorme: strumenti medici del tempo (apparati per lavande gastriche e clisteri, cassette chirurgiche militari, armadietti con boccette di farmaci del tempo, ecc.), busti dei medici illustri (Cirillo e Cotugno su tutti) e diverse curiosità, come il kit di pronto soccorso da passeggio per fronteggiare le emergenze in strada, il bastone corredato di siringhe, medicazioni e bisturi. In mostra anche alcuni modelli anatomici usati dagli studenti di medicina dell’epoca, e poi documenti, testimonianze e trattati di ogni genere. Sei le tappe tematiche: dai luoghi della sanità napoletana alla formazione professionale nelle province del Regno, dai singolarissimi cimiteri antichi ai tanti reclusori, per concludere con le prime “Case dei pazzi”, L’Ostretricia e la Medicina sociale. Una sezione a parte è dedicata al capitolo della peste.
Non va dimenticato che la buona tradizione sanitaria napoletana è proseguita anche dopo l’Unità d’Italia. Emblematici i casi di Vincenzo Tiberio e Arnaldo Cantani, veri padri dell’antibiosi nella Napoli post-unitaria ben prima di Fleming, i primi a condurre validissimi studi che condussero alla scoperta della penicillina (maggiori informazioni su Made in Naples – Magenes 2013).

info: 081 440647
lunedì – venerdì / 9.30 – 13.30 / ingresso gratuito
info@ilfarodippocrate.it
http://www.museoartisanitarie.it

Nuova “Città della Scienza”, spazio alla spiaggia

previsto l’arretramento della struttura (che non poteva stare sul mare)

Angelo Forgione – Lunga sarà la strada per scoprire chi siano mandanti ed esecutori dell’incendio della “Città della Scienza” che devastò il complesso la sera di lunedì 4 marzo 2013, nel giorno di chiusura settimanale al pubblico. Ma intanto è stato anticipato, nel corso di una conferenza stampa nel polo di ricerca e divulgazione scientifica di Napoli, parte del progetto della ricostruzione della plesso scientifico e della realizzazione della spiaggia pubblica a Bagnoli. Lo “Science Center” arretrerà di circa 10 metri per permettere la realizzazione di una terrazza sulla spiaggia, lì dove insisteva prima dell’incendio del 4 marzo, che diverrà l’ingresso alla spiaggia con la realizzazione di nuovi percorsi di camminamento. Ed è proprio il recupero della spiaggia una delle principali chiavi di lettura dei tristi eventi, considerando che, secondo il Piano Regolatore di Napoli, relativamente all’area di Bagnoli, i capannoni andati in fiamme erano tecnicamente un abuso edilizio, non potendo essere ubicati sulla costa di Coroglio in quanto impedivano il previsto ripristino della linea costiera (leggi articolo del 6 marzo ’13). La posizione individuata è una sorta di compromesso, visto che i comitati civici avevano chiesto la dislocazione completa della “Città”.
La spiaggia sarà realizzata al posto dell’attuale scogliera, con il ripascimento del tratto di costa. La rinascita di Città della Scienza, che cambierà aspetto rispetto ai vecchi capannoni ex industriali e dovrebbe essere terminata il 31 dicembre 2016, costerà circa 65 milioni, di cui 22,5 a carico della Fondazione Idis, 34 milioni a carico della Regione e 8 milioni del Governo. La firma ufficiale sarà posta a Coroglio il 4 marzo 2014, simbolicamente nell’anniversario e nel luogo del rogo.

Sulle parole di De Laurentiis

Angelo Forgione – A “la Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, il commento alle significative parole di Aurelio De Laurentiis pronunciate durante il convegno “Napoli, insieme per la salute” a Città della Scienza.

De Laurentiis e la rivoluzione di Napoli contro l’Italia

Angelo Forgione – Di seguito, uno stralcio significativo dell’intervento del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis al convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, organizzato dalla SSC Napoli a Città della Scienza.

«In questa regione c’è la più alta percentuale di tumori. Questa è una cosa che riguarda la nostra vita, la vita dei nostri figli. Vorrei che tutti si impegnassero in questa rivoluzione di Napoli contro l’Italia. Qualcuno mi accusa di essere separatista, borbonico, ma qui da noi è nata la civiltà. Anni e anni di dominazioni ci hanno insegnato a darci delle arie da grandi, ma sempre con un’umiltà di fondo. Io metto a disposizione di Città della Scienza 200 mila euro per la ricostruzione in qualità di Calcio Napoli. Questa Città della Scienza risorgerà presto, ma il problema è come disinnescare il problema di Bagnoli, cui mi ero interessato prima di prendere il Calcio Napoli. Volevo congiungere Mergellina con l’Excelsior. Volevo fare una marina fantastica, tipo Croisette di Cannes. Tutti progetti messi da parte, venivo visto come un visionario. Fu così anche quando presi il Napoli: “ma dove vai?”, mi dissero tutti. Guardate dove siamo arrivati.»

Parole sacrosante e da condividere per un De Laurentiis in versione Lamont Young, ben consapevole dello spreco immenso di risorse turistiche sul lungomare di Napoli e conscio del delitto ambientale di cui soffre l’intero territorio nel silenzio assoluto.
Un solo consiglio mi sento di dargli: quando gli danno del borbonico, se ne vanti, visto che lui conosce abbastanza bene il vero significato di quella parola, che non deve essere associata a separatismo e secessionismo. Chi lo fa, vuole solo delegittimare una cultura e infangarla rivestendola di significati politici.

Ph. Italo e Alessandro Cuomo (reporters ufficiali SSC Napoli)