Il Saviano in salsa giacobina

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina Domenico Cirillo e la bibliotecaria della Regina Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria nata in Baviera, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazioneli, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, continuando a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminnatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto antimassonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

A Caivano il “Festival del Pomodoro” per il riscatto della Campania

Il pomodoro si ergerà a simbolo del riscatto della Campania Felix. È questo l’obiettivo prefissato dal “Festival del Pomodoro” che si terrà a Caivano il prossimo 24 ottobre, alle ore 18, presso l’Auditorium Caivano Arte in via Necropoli. Promosso dalla dottoressa Paola Dama, fondatrice del gruppo di studio “Task Force Pandora”, la manifestazione sarà presentata da Salvatore Calise e Mary Aruta e annovererà tra gli organizzatori anche il dottor Pasquale Crispino, presidente dell’ordine degli agronomi. Tra i partecipanti, lo scrittore Angelo Forgione, il dottor Umberto Minopoli, presidente di Sviluppo Campania Spa, e personaggi dello spettacolo come Nando Varriale, Enzo Fischetti, Maria Bolignano, Gaetano De Martino e il cantautore Tommaso Primo.
Lo scopo è rilanciare un territorio martoriato che ha visto demonizzare i prodotti agricoli coltivati in quella terra che una volta era Felix ed oggi è stata ribattezza “Terra dei Fuochi”. Si punterà in particolare a spiegare, attraverso un percorso storico-culturale, le origini ed i molteplici volti dell’inquinamento ambientale. La scelta di puntare sul pomodoro è stata dettata dal suo rappresentare una delle eccellenze di un’area diventata in questi anni icona della Campania avvelenata.
“Il Festival del Pomodoro” mira a portare, attraverso un evento culturale ed educativo, corretta informazione sul fenomeno della “Terra dei Fuochi” con lo scopo di far comprendere quanto realmente si conosce questa area puntando sulla maestosa opera di caratterizzazione delle varie matrici che hanno permesso di individuare le criticità territoriali. Nell’area del’emergenza ambientale si concentrano di fatto tanti affari della criminalità che hanno colpito anche i pomodori, una delle eccellenze campane. Eppure su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2% per un totale di 21.5 km quadrati. Il dato è contenuto nell’indagine compiuta dal Ministero delle Politiche Agricole in seguito all’approvazione del Dl 136/2013 per fronteggiare l’emergenza ambientale in questa zona della Campania. Nasce dunque l’esigenza di restituire credibilità ai prodotti campani che, pur provenendo in larghissima parte da terreni non contaminati, hanno subito un crollo delle vendite.
«Non sono mai state presentate certificazioni inerenti la nocività dei nostri prodotti – sottolinea Paola Dama, forte anche dei dati raccolti da “Task Force Pandora” – e in realtà tutte le piante, dai pomodori ai broccoli, non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo anche se coltivate in terreni contaminati o irrigate con acque contenenti inquinanti. Il degrado ambientale in alcune zone ha creato un danno di immagine, ma questo non deve intaccare il nostro comparto agroalimentare, considerato una eccellenza in tutto il mondo. Il “Festival del Pomodoro” nasce non solo per contribuire al riscatto della Campania, bensì anche per conoscere e vivere la nostra regione attraverso informazione, educazione e best-practice. Abbiamo ancora un territorio massacrato dal degrado e dal fenomeno criminale dei roghi, bisogna trovare sinergia nell’opera dei cittadini, della politica e delle istituzioni. Il pomodoro, con la sua carica iconica storico-culturale, rappresenta senza dubbio l’eccellenza campana da cui ripartire».
Il pomodoro diventa dunque icona del riscatto di una Campania Felix e di un territorio che sogna di tornare a risplendere rigoglioso di luce propria.

L’antica Porta Reale dello Spirito Santo a Toledo

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Antonio Joli – Porta dello Spirito Santo prima della demolizione

lapide_porta_spirito_santoAngelo Forgione A metà del Seicento, alla vigilia dall’implacabile peste, Napoli, con i suoi circa 300.000 abitanti, risultò la più popolosa città d’Occidente. L’incremento demografico fu stimolato dalle primissime estensioni attuate nel Cinquecento dal viceré spagnolo Pedro de Toledo, che attirò l’aristocrazia in città assicurandogli l’esenzione di alcune tasse, sradicandola così dalle sedi feudali, con lo scopo di addomesticarla e tenerla sotto controllo.
Il “viceré urbanista”, al suo arrivo nel 1532, per migliorare l’aspetto della città, concepì un piano di sventramento, allargamento e fortificazione, e dispose la demolizione della murazione aragonese per farne alzare una nuova, con perimetro ben più allargato, coinvolgendo nello sviluppo urbano le pendici collinari. Il progetto ebbe nella nuova strada di Toledo uno dei cardini principali, realizzata nel 1536 per bonificare il Chiavicone, la fogna ad alveo aperto che da Montesanto che, convogliando le acque reflue e i liquami della collina del Vomero, proseguiva verso il mare, e per collegare agevolmente la vecchia città alla nuova residenza vicereale, che poi sarebbe stata demolita nel 1600 per fare spazio al nuovo Palazzo Reale di Domenico Fontana. La nuova strada, sul cui declivio della collina di San Martino furono edificati i nuovi quartieri militari, fu un vero successo e fu ben accolta dalla cittadinanza.
L’asse stradale venne iniziato da una porta edificata nel 1538 tra il Mercatello (attuale piazza Dante) e il largo dello Spirito Santo, segnando un nuovo ingresso in città da nord e dall’area collinare. Fu chiamata Porta Reale Nuova, per differenziarla dalla vecchia di età angioina, che era sita nella zona dove oggi si trova il liceo Genovesi. Sulla porta, semplice nella sua fattura, sul lato del Mercatello, fu apposta l’aquila bicipite di Carlo V d’Asburgo, sotto le cui ali erano lo scudo del viceré e un altro di dubbia decifrazione, e un’epigrafe latina che segnalava l’operato di Don Pedro. La costruzione fu in seguito abbellita da sculture e da una statua di San Gaetano da Thiene, accolto a Napoli nel 1533 proprio da Don Pedro, che gli concesse la basilica di San Paolo Maggiore, e morto in città nel ’47. In seguito alla costruzione della basilica dello Spirito Santo, nel 1562, la nuova porta fu riconosciuta anche come Porta dello Spirito Santo.
La murazione toledina fu abbattuta nel Settecento, inizialmente da Carlo di Borbone per la costruzione della nuova strada di Marina, e poi dall’erede Ferdinando per il nuovo Foro Carolino al largo del Mercatello e il largo delle Pigne (piazza Cavour). Il giovane Re, nel 1775, fece buttare a terra anche la Porta Reale, ormai fatiscente e di intralcio al traffico, e gli edifici attigui, allineati in asse con la strada di Toledo. Con l’incremento dell’Avvocata e il completamento del Foro Carolino, l’emiciclo vanvitelliano con cui fu sistemato il Mercatello, la porta divenne un imbuto d’intralcio alla vista prospettica della strada e al passaggio, soprattutto a tarda sera, al ritorno dalle passeggiate, orario in cui il popolo era costretto ad attendere per molto tempo il passaggio delle carrozze e infilarvisi con gran ressa. La statua di San Gaetano fu spostata all’apice della risistemata e ampliata Port’Alba e nel luogo della demolizione, sulla facciata di un palazzo all’ingresso di via Toledo, all’altezza dei civici 4 e 6, fu apposta una targa coronata dallo stemma cittadino che ricordava in latino l’atto sancito dagli uomini preposti alle mura e agli acquedotti, mentre più a destra, sul palazzo Pedagna, era possibile notare la lapide d’epoca vicereale prima sulla porta demolita e anche un’iscrizione d’epoca angioina in caratteri gallo-franchi, in ricordo della più antica porta abattuta nel Cinquecento.
Se vi inoltrate per via Toledo da piazza Dante alzate gli occhi. Le tracce di questo piccolo frammento di storia napoletana sono ancora lì.

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Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Giornata mondiale della felicità: diritto formulato a Napoli nel ‘700

Angelo Forgione – Si celebra oggi, 20 marzo, la Giornata Internazionale della Felicità, ricorrenza istituita il 28 giugno 2012 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali della persona umana e dunque obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche.

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”

Tre i pilastri riconosciuti dall’ONU: la crescita economica, il progresso sociale e la maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente. “Solo queste tre componenti messe insieme definiscono la felicità globale”. Ma per Napoli tutto questo non è una novità e chi frequenta questo blog o ha letto Made in Naples lo sa bene. Crescita economica, progresso sociale e rispetto dell’ambiente, in quanto fondamenti della felicità, furono teorizzati proprio a Napoli nel Settecento dal maestro dei più noti illuministi e dei più grandi riformatori del Mezzogiorno, padre della Scuola Napoletana di Economia che è cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile di Genovesi impostò lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità”, a differenza dell’Economia Politica britannica di Adam Smith che subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione.
Il “diritto alla felicità” fu messo per iscritto nella Scienza della Legislazione da Gaetano Filangieri. Correva l’anno 1780 e fu ben presto inserito da Benjamin Franklin nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, intrattenendo col giurista napoletano una fitta corrispondenza mentre a Filadelfia formulava L’Unanime Dichiarazione dei Tredici Stati Uniti d’America.
Il primo statuto fondato sulla felicità fu quello di San Leucio, voluto da Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, che anche il repubblicano Pietro Colletta, mai tenero con la monarchia napoletana, definì “documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili”. La pubblicazione del Codice Leuciano avvenne proprio a un anno dalla morte di Gaetano Filangieri e la sua principale incoraggiatrice fu proprio Maria Carolina, che basò la sua politica riformista sull’opera Della pubblica felicità dello storico e sacerdote modenese Ludovico Antonio Muratori. Uno scritto pubblicato nel 1749 che poneva la felicità e la soddisfazione dei sudditi al centro della  politica di governo. Nel 1765, Antonio Genovesi, convinto della “pubblica felicità”, la mise in correlazione allo sviluppo economico, prima che Filangieri ne facesse un vero e proprio diritto dell’uomo.
L’ONU, dal 2011, esorta dunque la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito indiretto a desistere dall’Economia Politica imperante a beneficio di un recupero dell’Economia Civile che rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, sviluppa i servizi e migliora i beni.
Sempre dal 2011, le Nazioni Unite stilano annualmente la classifica degli Stati più felici sulla base di 6 fattori principali: il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà di fare le proprie scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità dell’ambiente che ci circonda. L’Italia, nell’ultimo report, è giù in fondo, al 45° posto, prima di Guatemala, Sud Corea, Malta, Ecuador, Bolivia, Polonia ed El Salvador, lontana dagli altri Paesi europei che si trovano quasi tutti fra i primi 30, tranne pochi altri “infelici” come noi, che sono la Grecia e la Croazia.
A proposito, il Regno delle Due Sicilie, quello che formulò paradigmi economici, diritti e statuti basati sulla felicità, si presentò all’appuntamento con l’Unità come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Operoso, con una percentuale totale del 50% della forza lavoro e con il 16,3% della popolazione impiegato nell’industria crescente (contro l’11,8% di tutto il Settentrione). Oggi, invece, Napoli e il Sud sono afflitti dalla “pubblica infelicità”, ovvero dall’emorragia di un popolo schiacciato dalla disoccupazione, dall’assenza di sviluppo e dal vuoto di prospettive di benessere sociale. Ecco perché il messaggio di Genovesi è un’ancora di salvezza per tutti, ora che la “pubblica felicità” è soltanto una chimera. Ecco perché l’ONU, Papa Bergoglio e alcuni economisti contemporanei cercano di riportare l’economia al servizio della felicità.

Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore

sediaAngelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.