Ai Martiri di Pietrarsa un piazza di Napoli

pietrarsa_sangiovanniAngelo Forgione Dopo San Giorgio a Cremano, anche Napoli ha intitolato una piazza ai Martiri di Pietrarsa. Nel giorno della festa del Lavoro, il sindaco Luigi De Magistris ha presenziato alla cerimonia di intitolazione di “Piazza Martiri di Pietrarsa” nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, il largo all’intersezione tra Via Taverna del Ferro e Via Domenico Atripaldi.
Il mondo occidentale celebra il primo maggio del Lavoro in ricordo dei gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago, conosciuti come “rivolta di Haymark”. Penso che 23 anni prima era successo in Italia, a Napoli, nell’ormai sufficientemente celebre opificio siderurgico di Pietrarsa. Ma quella era una storia da nascondere in una nazione debole e sbagliata, e mai sarebbe potuta farsi monito per il mondo. Oggi, a quasi 154 anni da quel tragico 6 agosto, su mozione di Andrea Balia della Commissione Toponomastica, il Comune di Napoli recepisce il racconto dei narratori della storia nascosta, aprendo indirettamente un conflitto con la figura di Nicola Amore, allora questore e responsabile dell’uso delle armi in quel triste episodio, poi sindaco della città del Risanamento, costretto alle dimissioni per il favoritismo nei confronti delle banche piemontesi implicate nello sfruttamento edilizio dei suoli. Amore ha a suo onore statue e piazze in città, e c’è da preconizzare che mai le avrà De Magistris. Ma non è momento di polemica e sterili rabbie. È sempre più momento di conoscenza e di riflessione. Il fatto è che il 6 agosto 1863 si inaugurava la desertificazione industriale del Sud, e prendeva corpo il dramma della disoccupazione. Chiamarla festa è diventata ormai quasi una beffa. Aspettando il giorno in cui i sindacati italiani si degneranno di informarsi sulla storia d’Italia e recarsi a Pietrarsa, oggi museo ferroviario, ma anche museo del lavoro, sempre più un ricordo lontano.

Il ‘Premio Fonseca’ e la commemorazione neogiacobina

Angelo Forgione Anche quest’anno, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, insieme all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, propone per il 20 agosto la cerimonia di commemorazione dei martiri del 1799, intrecciandola alla seconda edizione del Premio Pimentel Fonseca “simbolo dei diritti umani e di libertà”, dedicato all’impegno e al coraggio delle donne che svolgono la professione di giornalista.
Anche quest’anno, dopo il confronto con l’assessore Nino Daniele dello scorso settembre, ribadisco con convinzione che è giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napolitana, ma ciò andrebbe fatto ricordando anche le vittime del popolo. La “rivoluzione” partenopea non fu promossa dal popolo napoletano bensì dalle milizie francesi, che rubavano soldi e opere d’arte alla Città. I saccheggi di monete nascondevano il bisogno parigino di danaro dettato dalle mancate entrate a partire dalla grande Rivoluzione del 1789. Persino l’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare a Parigi, fortunatamente invano. La Fonseca sapeva, tant’è che sul giornale ‘Monitore napoletano’, da lei diretto, denunciò le ruberie degli “amici” d’oltralpe, tra cui la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro commessa dal comandante della piazza di Napoli Antonio Gabriele Venanzio Rey. I tesori confluivano a Livorno, da dove prendevano la strada di Marsiglia e, attraverso il Rodano, la Saona e il sistema dei canali fluviali, giungevano fino alla Senna di Parigi. Lei e tutti i repubblicani napoletani stettero a guardare.
Il terribile esercito francese, il più forte d’Europa, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie agli amici della Fonseca, che da Castel Sant’Elmo aprirono il fuoco alle spalle degli irriducibili napoletani intenti ad assaltare il Palazzo Reale. Popolo che si riprese la città dopo neanche sei mesi di astrattezza politica e immobilismo giacobino, contando migliaia di vittime. I giacobini napoletani avevano perso la copertura dal potente esercito francese, via dall’Italia dopo gli affanni di Napoleone in Egitto.
Fu vera rivoluzione? Macché! Fu un colpo di stato. È rivoluzione un evento politico agitato dal popolo che muta radicalmente le abitudini, un processo in cui le forze sociali spingono in una direzione precedentemente inesistente e obbligano le strutture governative a rompersi per contenere la nuova forma. La vera rivoluzione fu quella dei sanfedisti, una feroce controinsurrezione popolare per porre fine al momentaneo potere aristocratico e per ripristinare lo status quo. Il perpetuarsi nel tempo della definizione di “rivoluzione” per esaltare il colpo di stato di un’agiata e colta minoranza napoletana sobillata da qualche straniero venuto da Copenaghen (nel mio prossimo libro farò i nomi e spiegherò gli intenti; ndr), è frutto di un esercizio storicistico operato da certe sfere dell’intellighenzia napoletana, ancora oggi vincolata all’ideale massonico risorgimentale.
Il popolo è sovrano, a quanto pare, e quello napoletano non si schierò coi giacobini ma col Re, nato a Napoli e napoletanissimo, quando comprese che quelli non portavano democrazia ma sottraevano ricchezze e intendevano cancellare usi e costumi locali. Dunque, ricordiamo pure le centinaia di decapitazioni tra la borghesia partenopea ma anche le dimenticate migliaia di morti tra il popolo napoletano… in nome dei diritti civili e della libertà. Finché continueremo a raccontare la storia a metà, a metà resteremo divisi, e mai costruiremo quella coscienza di popolo che manca. Se a rendersene responsabile è il Comune di Napoli, non è proprio cosa lieve.

(nell’immagine, tratto dal mio libro Made in Naples, una delle tante lettere che il generale Championnet scrisse da Napoli al ministero dell’interno del Direttorio di Parigi, pubblicata nel 1904 nei Souvenirs du général Championnet)

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Una strada per i martiri di Pietrarsa

martiri_pietrarsaAngelo Forgione Tutto sommato non c’è voluto tanto per affermare una verità nascosta. Quattro anni fa l’eccidio di Pietrarsa del 1863 era sconosciuto, relegato all’oblio degli archivi e alla consapevolezza di quei meridionalisti che sapevano, e che nel corso di questi anni l’hanno portato alla luce a furia di commemorazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa. E così, nella giornata di sabato 19 dicembre, una strada di San Giorgio a Cremano è stata finalmente intitolata al ricordo dei martiri di Pietrarsa, uccisi in difesa del loro lavoro ben 23 anni prima degli analoghi incidenti di Chicago per cui fu istituita la festa dei lavoratori del 1 maggio.
Qualche anno per far emergere una verità dimenticata per più di un secolo, e va bene che sulla targa toponomastica vi sia scritto “caduti sotto il fuoco sabaudo”, rimarcando che, nel 1863, il già fuoco italiano odinato dal questore Nicola Amore, poi sindaco di Napoli (ancora oggi issato ad esempio di buona amministrazione), era fuoco obbediente ai voleri di Torino.
Via Martiri di Pietrarsa sostituisce l’antico toponimo di via della Ferrovia, su proposta dall’assessore all’urbanistica del comune vesuviano, Pietro De Martino. E già negli anni Novanta, l’ex sindaco Aldo Vella aveva cancellato di forza l’allora piazza Garibaldi per intitolarla a Massimo Troisi. Gli uomini cui è dedicato il ricordo sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più; NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita, decise a trasferire le commesse verso gli stabilimenti Ansaldo di Genova.
Dopo questo risultato, magari un giorno vedremo i segretari dei sindacati nazionali festeggiare il 1 maggio a Pietrarsa, luogo simbolo della lotta operaia in Italia.

collegamento con Radio Marte del 1 maggio 2012

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

San Giorgio a Cremano, una via intitolata ai Martiri di Pietrarsa

Angelo Forgione – La Giunta Comunale di San Giorgio a Cremano ha deliberato nei giorni scorsi all’unanimità il cambio di nome di via Ferrovia in via Martiri di Pietrarsa. La nuova denominazione, proposta dall’assessore Pietro De Martino, è in attesa del via libera della Prefettura di Napoli. Dopo le numerose manifestazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa svoltesi negli ultimi anni con lo scopo di divulgare la storia dimenticata dell’eccidio di Pietrarsa, giungono finalmente i primi onori per le vittime di uno degli episodi più significativi dell’unificazione italiana.
I Martiri di Pietrarsa sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino,  Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più, NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita.
La delibera giunge proprio a pochi giorni dal 1 maggio, festa del lavoro, che il mondo del meridionalismo dedica ogni anno alla memoria dei Martiri di Pietrarsa.

Liborio Romano via, arrivano i martiri di Pietrarsa

Dal sito del Partito del Sud si apprende quanto segue:

Napoli, 13 Giugno 2013

Ieri, 12 Giugno 2013, nella Sala Giunta del Comune di Napoli a Palazzo S. Giacomo ha preso il varo la Commissione Toponomastica per la città di Napoli.
Presieduta dal sindaco Luigi de Magistris, coadiuvato dal suo Capo Gabinetto Politico Alessio Postiglione con i componenti nominati, tra cui Andrea Balìa (delega diretta del sindaco). Sono state individuate 3 linee guida :

1) identitaria di Napoli e il Sud, per la verità sulla memoria storica della città e del Sud;
2) di ricordo e omaggio ad eroi, partigiani, difensori di Napoli e per Napoli, attori e/o vittime di guerre ed eventi causa la ferocia nazi/fascista;
3) di riequilibrio di una Toponomastica al femminile, che vede in Italia la percentuale riguardante le donne al solo 3%;

Sono state esaminate, in via prioritaria, come ordine del giorno, stabilito dal sindaco, 10 tra le circa 50 richieste pervenute, tra cui 2 particolarmente significative proposte dal PARTITO DEL SUD ed approvate :

1) cancellazione della vergognosa intitolazione a LIBORIO ROMANO d’una strada in zona Piazza  Mercato a Napoli;
2) intitolazione d’una piazza, spazio, o strada da individuare ai MARTIRI DI PIETRARSA;

Il sindaco ha illustrato e sostenuto le motivazioni, supportato dalle ulteriori spiegazioni di Alessio Postiglione, Andrea Balia e del dott.Caratozzolo.

L’ufficio tecnico del Comune provvederà ad uno studio d’individuazione di spazi adeguati e disponibili, che, condivisi dalla commissione, determineranno la stesura e attuazione delle relative delibere.