Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

La ‘Pallamaglio’, radice napoletana del Golf

Angelo Forgione Chi ha il vizio del fumo (peggio per lui o lei!) conoscerà bene le sigarette americane Pall Mall, prodotte dalla British American Tobacco di Londra. Prendono il nome da una strada londinese frequentata da nobili signori, amanti del tabacco, in cui, nel Seicento, si praticava il gioco della Pallamaglio (da cui Pall Mall), una nobile disciplina sportiva in cui con un bastone di legno a martelletto si doveva lanciare una palla di legno, nel minor numero di tiri possibili, in direzione di un buco o verso una meta ad archetto piantata a terra. Si tratta di un antico sport originario del Regno di Napoli e giocato nella città partenopea almeno dal secolo XII. È verosimilmente questo il diletto al quale è riferito il nome di tre strade di Napoli dette ‘del Pallonetto’ (a Santa Chiara, Santa Lucia e San Liborio), dove probabilmente era praticato in epoca antica.
Nel 1450, fu proprio un giocatore di Pallamaglio, furioso per una sconfitta, a colpire con la sfera un’immagine votiva della Madonna nei pressi di un arco dell’acquedotto romano a Santa Anastasia (la Madonna dell’arco), che – si dice – prese a sanguinare. Il giocatore fu inseguito e poi impiccato. Da qui la tradizione dei fujenti, vestiti di bianco e in corsa a piedi scalzi.
Il gioco dilagò in tutta la penisola italiana nel periodo rinascimentale e successivamente prese piede in Europa, prima in Francia (Palle Malle) e poi in Irlanda e appunto Inghilterra (Pall Mall). Così come dal calcio fiorentino gli inglesi avrebbero tratto il Football, dal gioco napoletano avrebbero fatto nascere il Croquet e il Golf.

Liborio Romano via, arrivano i martiri di Pietrarsa

Dal sito del Partito del Sud si apprende quanto segue:

Napoli, 13 Giugno 2013

Ieri, 12 Giugno 2013, nella Sala Giunta del Comune di Napoli a Palazzo S. Giacomo ha preso il varo la Commissione Toponomastica per la città di Napoli.
Presieduta dal sindaco Luigi de Magistris, coadiuvato dal suo Capo Gabinetto Politico Alessio Postiglione con i componenti nominati, tra cui Andrea Balìa (delega diretta del sindaco). Sono state individuate 3 linee guida :

1) identitaria di Napoli e il Sud, per la verità sulla memoria storica della città e del Sud;
2) di ricordo e omaggio ad eroi, partigiani, difensori di Napoli e per Napoli, attori e/o vittime di guerre ed eventi causa la ferocia nazi/fascista;
3) di riequilibrio di una Toponomastica al femminile, che vede in Italia la percentuale riguardante le donne al solo 3%;

Sono state esaminate, in via prioritaria, come ordine del giorno, stabilito dal sindaco, 10 tra le circa 50 richieste pervenute, tra cui 2 particolarmente significative proposte dal PARTITO DEL SUD ed approvate :

1) cancellazione della vergognosa intitolazione a LIBORIO ROMANO d’una strada in zona Piazza  Mercato a Napoli;
2) intitolazione d’una piazza, spazio, o strada da individuare ai MARTIRI DI PIETRARSA;

Il sindaco ha illustrato e sostenuto le motivazioni, supportato dalle ulteriori spiegazioni di Alessio Postiglione, Andrea Balia e del dott.Caratozzolo.

L’ufficio tecnico del Comune provvederà ad uno studio d’individuazione di spazi adeguati e disponibili, che, condivisi dalla commissione, determineranno la stesura e attuazione delle relative delibere.

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno delle Due Sicilie e la “Piedigrotta”

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno e la “Piedigrotta”

7 Settembre 1860, sfilata del “dittatore” in cattiva compagnia

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di Angelo Forgione

7 Settembre 1860: la “ Piedigrotta”, anche festa nazionale delle Due Sicilie, è in pieno svolgimento quando, al culmine della risalita della penisola da parte dei “mille garibaldini”, Re Francesco II di Borbone lascia Napoli per evitare sofferenze al suo popolo. Nello stesso giorno, mentre il Re delle Due Sicilie è in navigazione verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno, entra a Napoli Garibaldi che si reca a portare omaggio alla Madonna per simpatizzare coi napoletani. Quella data è da considerarsi a tutti gli effetti come l’inizio del potere camorristico in città.

Le sommosse in Sicilia e le pressioni di Inghilterra e Francia sotto la spinta delle massonerie avevano convinto Francesco II a ripristinare la costituzione del 1848 e a promulgare un’amnistia che restituiva la libertà a un gran numero di camorristi. La camorra di allora non era quella di oggi, potente e ramificata, ma un’attività dedita ad affari di quartiere.
Francesco II nominò Ministro di Polizia Liborio Romano, un liberale pugliese, che subito dopo l’incarico contattò in segreto l’amnistiato capintesta della camorra Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Criscienzo”, chiedendogli di radunare tutti i capi-quartiere della città affinchè gli facessero visita. Si trattò di un’assemblea in cui si sancì il primo caso di connivenza tra Stato e malavita organizzata proprio sul nascere della nazione unita. Liborio Romano, corrispondente di Cavour, avrebbe favorito l’ingresso di Garibaldi per poi diventare Prefetto mentre il camorrista “Tore’e Criscienzo” sarebbe divenuto Questore a capo della guardia cittadina costituita per intero da malavitosi col compito di garantire l’ordine pubblico in una città in fermento.

I camorristi assoldati dalla nascente nazione si distinguevano da una coccarda tricolore appuntata sul cappello. Seguirono giorni di tumulti e assalti ai commissariati napoletani per distruggere gli archivi; coloro che si opponevano venivano considerati nemici della patria e ricevevano bastonate.

Il 7 Settembre 1860, dunque, Garibaldi entrò in Napoli a bordo del treno borbonico, sotto l’occhio attento delle guardie camorristiche. In testa al corteo che seguiva la carrozza del “dittatore delle Due Sicilie” figurava proprio il questore capintesta “Tore ‘e Criscienzo”. Via Marina, Maschio Angioino, Largo di Palazzo (Plebiscito) e breve discorso. Poi su per Via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri dal quale si affacciò e ne prese possesso come dimora. Il giorno seguente il Generale si recò a far visita alla Madonna di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia. Per volontà divina, Garibaldi, il ministro “doppia faccia” Liborio Romano e tutti i camorristi di guardia furono accolti da un tremendo temporale che inzuppò il corteo alla volta del santuario.

Quella dell’anno seguente fu l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato in quel periodo a massacrare migliaia di meridionali patrioti tacciati per questo col marchio di briganti. I Savoia, tra i tanti demeriti, ebbero anche quello di sospendere la festa nel 1862 dopo aver decretato nel Febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della chiesa. Fu coinvolto ovviamente anche il santuario di Piedigrotta i cui canonici furono liquidati con un piccolo vitalizio.

Finiva così la Piedigrotta, finiva Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà più la grande festa nazionale che i visitatori del “Gran Tour” si recavano un tempo a vivere di persona.