Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

“Piedigrotta”, cos’era e chi l’ha uccisa

Origine e fine della festa più antica d’Occidente

Angelo Forgione per napoli.com – Cos’è questa “Piedigrotta” silente, riesumata qualche anno fa per offrirla agli operatori turistici snaturandola sempre più del suo significato? Esplose persino il “botto” di Elton John, il baronetto-meteora che, per un compenso record, in una mezza giornata giunse a Napoli, suonò per i suoi fans al Plebiscito e ripartì al volo. Così si è ucciso l’ultimo ricordo oltre che la tradizione, ormai sbiadita e difficilmente recuperabile alle nuove generazioni. Meglio una “notte bianca” napoletana dove l’ingaggio della star internazionale poteva calzare a pennello senza svilire una leggenda che non doveva essere marchio, brand commerciale. Poi le contrapposizioni politiche e il fallimento dell’ultimo tentativo di stampo “bassoliniano”, che il nuovo vento di Palazzo Santa Lucia ridusse alle sole celebrazioni religiose e allo spettacolo pirotecnico. “Piedigrotta” muore e rivive, e poi spira nuovamente con Napoli e le sue tradizioni più belle.
Dici “Piedigrotta” e pensi ai carri e alle canzoni, ma la festa è ben altra cosa rispetto a come la conosciamo nella sua veste di inizio Novecento. Un appuntamento che ha origini lontanissime nei secoli e che per anni è stato la festa più famosa al mondo, ciò che oggi sono il carnevale di Rio e l’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Fu meta dei ricchi turisti del “Grand Tour” a cavallo tra Sette e Ottocento che godevano dal vivo di quella che fu in quel periodo anche “Festa nazionale del Regno di Napoli”. Per questo, in molti pensano che la “Piedigrotta” nasca in epoca borbonica, ma in realtà ha origini antichissime e precristiane. La teoria più diffusa è che si tratti di celebrazioni dei riti orgiastici in onore al culto di Priapo ma, come spiega Maurizio Ponticello nel suo libro “I Misteri di Piedigrotta” edito da Controcorrente, si tratterebbe di un pretesto denigratorio per imbavagliarla. I segni “satanici” che riconducono a Priapo sono noti e non farebbero parte della vera tradizione di Piedigrotta. Più plausibile che la divinità collegata ai festeggiamenti della festa sia Dioniso al quale, nel mondo antico greco che pure ha dato origini a Napoli, erano dedicate le feste di vendemmia d’autunno. Ed è lo stesso Ponticello a fornir prova che le danze in onore di Dioniso e la stessa tarantella, più tardi inventata e adottata nelle festa, conservano gli stessi movimenti.
Ma andando ancor più all’origine e ai significati esoterici dei culti di Piedigrotta, si scopre che essa è con molta probabilità riconducibile alla celebrazione dei misteri del Sole e del culto mitraico legati al mito di Virgilio, di Napoli patrono prima di San Gennaro e mago ancora prima che letterato.
Nel XVI secolo fu infatti recuperato nel centro esatto della Crypta Neapolitana del “Parco Vergiliano”, alle spalle del santuario della Madonna di Piedigrotta, un bassorilievo del culto mitriaco, oggi visibile al Museo Archeologico Nazionale, in cui sono riportate le simbologie poi riprese nel corso del tempo dal Cristianesimo che avrebbe appunto “usato” Priapo per sovrapporre alla festa la simbologia dello stesso santuario e dell’apparizione della Madonna ai pescatori. Ed è proprio nel cuore della Crypta che confluivano le primissime processioni, nella cavità posillipina nel cui centro giunge un raggio di sole solo due volte all’anno, in occasione degli equinozi di primavera e di autunno.
Piedigrotta si è trasformata continuamente nei secoli, mistificata dalle bugie e le menzogne che nel tempo si sono accavallate e che ne hanno cancellato le origini e mutato lentamente i suoi connotati. Sovrapposizioni religiose e dinastiche dei vari regnanti hanno cavalcato la festa; il popolo, da protagonista, ne è divenuto man mano semplicemente spettatore. I carri erano del popolo, i canti erano del popolo; elementi caratteristici che sono stati sottratti ai veri protagonisti.
Come detto, la festa si sposa nel Settecento con la Napoli fulgida Capitale europea quando la vittoria di Carlo di Borbone a Velletri contro gli austriaci nel 1744 regala ai Regni di Napoli e Sicilia l’indipendenza. L’8 Settembre diventa “Festa nazionale del Regno di Napoli e del suo esercito” e la Madonna di Piedigrotta, il simbolo religioso della festa, viene rivestita di un significato dinastico ricoprendola di un manto azzurro, colore della casata borbonica. Da allora “Piedigrotta” diviene l’appuntamento per stringersi attorno alla Nazione Napolitana, una celebrazione ben organizzata e ricca di sfarzose parate militari. È un’occasione unica per il popolo della città e delle province per unirsi alla nobiltà e alla corte nei festeggiamenti per le strade, insieme ai turisti che giungevano per toccare con mano ciò di cui si sentiva parlare in tutto il continente.
Con la risalita dei mille di Garibaldi e con l’unità d’Italia, la festa paga il significato che assume durante il regno borbonico. Garibaldi entra a Napoli proprio in piena Piedigrotta del 1860 e quella dell’anno seguente è l’ultima vera festa. I Savoia, infatti, la sospendono nel 1862 dopo aver soppresso tutti i conventi e confiscato i beni mobili e immobili della chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta i cui canonici vengono liquidati con un modesto vitalizio.
La festa rinasce qualche decennio più tardi ma, in quanto rito, conosce paradossalmente la sua fine con l’avvento del fiorente business delle industrie discografiche poiché viene convogliata in un canale di canzoni che sostituiscono i canti del popolo. Così Napoli guadagna il suo grande patrimonio musicale ma perde definitivamente la vera essenza della sua famosa festa. I carri, una volta spogli e allestiti sobriamente coi prodotti della terra dagli abitanti delle zone limitrofe che confluivano a Napoli per i festeggiamenti, diventano nel 1894 i carri allegorici a soggetto di carta pesta. Il popolo non sfila e non canta più, ed è così che perde il suolo ruolo di protagonista. Seppur lentamente, la festa finisce col perdere definitivamente i suoi connotati e la sua importanza, le sue tradizioni e il suo fascino. E arriva qui, all’equivoco Elton John, ultima spallata alla memoria collettiva e nuovo requiem.

Quando Napoli portò la canzone a Sanremo e inventò il Festival

Tratto dal libro Made in Naples (Magenes, 2013), uno stralcio dal capitolo “la Canzone”.

[…] Dopo la diffusione operata dai tenori iniziò per la Canzone di Napoli una certa decadenza causata dalla speculazione delle case discografiche, impegnate a trasformare sempre più l’arte in prodotto commerciale. Iniziò l’epoca dell’italianizzazione del filone e il primo passo fu compiuto negli anni Trenta, quando la Canzone napoletana e il Melodramma, così complementari tra loro, si fusero, generando la Canzone all’italiana. Il matrimonio non poteva che essere celebrato idealmente da un napoletano: Armando Gill, nome d’arte di Michele Testa. Fu il primissimo cantautore italiano, primo cioè a scrivere testi e musiche di canzoni cantate da lui stesso, sia in napoletano che in italiano. Prima di esibirsi, si autoannunciava ironicamente così: «Versi di Armando, musica di Gill, cantati da sé medesimo».
Nel 1931, il poeta Ernesto Murolo, con la collaborazione del musicista Ernesto Tagliaferri, esportò nella cittadina ligure di Sanremo una kermesse natalizia che, dal 24 dicembre al 1 gennaio, propose sole canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, eseguite da voci quasi interamente partenopee, senza gara né vincitori. La rassegna si svolse nel casinò municipale col nome di Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi. L’idea fu del concessionario della casa da gioco Luigi De Santis, organizzatore di molti eventi culturali e attaccatissimo alle sue origini napoletane, con la consulenza dell’attore partenopeo Raffaele Viviani. Fu il primo festival sanremese, napoletano, prima che si sviluppasse la musica italiana. Si strinse in questo modo un legame musicale tra Napoli e Sanremo, celebrato dal floricoltore sanremese Amilcare Rambaldi, appassionato spettatore ventenne della manifestazione, che, nel ricordo del successo, ispirò il giornalista torinese Angelo Nizza nell’organizzazione del Festival di Sanremo (1951), nella stessa sede dell’antesignano partenopeo, pressoché contemporaneo al Festival di Napoli (1952). Quest’ultimo sostituì la rassegna musicale della Piedigrotta e si svolse nella cornice napoletana della nuova Mostra d’Oltremare. I due festival si scambiarono autori e interpreti, artisti napoletani che cantavano in italiano e cantanti nazionali che si esibivano in lingua partenopea. Inutile dire che le case discografiche erano tutte di Napoli.
La manifestazione sanremese si affermò sempre più. Quella napoletana, invece, si consumò in un ventennio a causa di gravi errori artistici e organizzativi. Agli autori e agli editori fu imposto dai manager, spesso del Nord-Italia, il pagamento di una tassa esosa per accedere a una gara falsata e decisa a tavolino da raccomandazioni che promuovevano brani privi di spessore artistico e cantanti non napoletani dalla dizione spesso disastrosa. Il Festival di Napoli recò le responsabilità di un decadimento evidente che minò la stessa sopravvivenza della Canzone napoletana. Con stili diversi, riuscirono a tenere in vita la grande tradizione artisti come Roberto Murolo, Sergio Bruni e Roberto De Simone, favorendo le innovazioni e le contaminazioni straniere di Renato Carosone e Peppino di Capri, che proposero nuovi stili a tutto il panorama musicale italiano. Fu grazie a loro che la fiammella restò accesa in un periodo di crisi, quello degli anni Settanta, in cui il mercato discografico impattò con la musica straniera, iniziando a snobbare la produzione napoletana. Se fino ad allora i cantanti italiani di musica leggera o lirica avevano dovuto imparare a cantare in napoletano, divenne da quel momento necessario cantare in inglese e in spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali. L’esigenza linguistica provocò la “distrazione” degli artisti napoletani e favorì l’avvento di una sottocultura melodica napoletana, cui furono consegnati delittuosamente gli spazi prima dedicati a una ricca tradizione ormai svilita da feste di piazza e nuovi stili di canto facenti presa sulla fascia sociale meno colta. […]

8 Settembre, buona Piedigrotta a tutti!

8 Settembre, buona Piedigrotta a chi non dimentica
Tradizione cancellata, ricordo e storia no! E ora San Gennaro…

Angelo Forgione – Non tutti lo ricorderanno, ma oggi ricorre la celebrazione religiosa della Madonna di Piedigrotta. L’antichissima festa popolare era stata rispolverata sia pure con un format che niente aveva a che vedere con la sua storia, per poi sparire di nuovo. E per fortuna, direbbero i puristi della tradizione partenopea come noi. Dopo le polemiche degli anni scorsi, la precedente amministrazione comunale ormai disinteressata e al capolinea non ha presentato, entro la scadenza di Maggio scorso, alcun progetto per ottenere i fondi europei messi a disposizione della Regione. E anche l’attuale amministrazione De Magistris pare non sia orientata a rivalutarla nei prossimi anni.
Nata per celebrare i misteri del Sole del culto mitriaco, legata al mito di Virgilio e poi trasformata nei secoli dalla religione imperante, la festa ha toccato il picco popolare nel ‘700 del “Grand Tour” per poi veder declassata la Madonna dei pescatori di Mergellina in epoca risorgimentale quando fu cancellata dai Savoia perchè festa nazionale delle Due Sicilie per volontà dei Borbone. C’è ora all’orizzonte un declassamento anche di San Gennaro al quale si vorrebbe chiedere, ma invano, di spostare il suo miracolo. E tutti sul piede di guerra per la manovra del governo che non ha alcun rispetto delle tradizioni secolari e, men che meno, di un Santo che compie un miracolo senza comando. Il gruppo Lunaset ha promosso una petizione su Facebook per chiedere al premier Silvio Berlusconi di tener conto della specificità della ricorrenza.
Tornando alla Piedigrotta, le celebrazioni eucaristiche hanno già preso il via il 3 Settembre con la Messa dei pescatori in onore della Madonna officiata dal Cardinale Crescenzio Sepe. I festeggiamenti solenni si concluderanno il 12 Settembre nel Santuario di Piedigrotta.

La fine di Piedigrotta 

il bellissimo booktrailer de “I Misteri di Piedigrotta” di Maurizio Ponticello

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno delle Due Sicilie e la “Piedigrotta”

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno e la “Piedigrotta”

7 Settembre 1860, sfilata del “dittatore” in cattiva compagnia

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di Angelo Forgione

7 Settembre 1860: la “ Piedigrotta”, anche festa nazionale delle Due Sicilie, è in pieno svolgimento quando, al culmine della risalita della penisola da parte dei “mille garibaldini”, Re Francesco II di Borbone lascia Napoli per evitare sofferenze al suo popolo. Nello stesso giorno, mentre il Re delle Due Sicilie è in navigazione verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno, entra a Napoli Garibaldi che si reca a portare omaggio alla Madonna per simpatizzare coi napoletani. Quella data è da considerarsi a tutti gli effetti come l’inizio del potere camorristico in città.

Le sommosse in Sicilia e le pressioni di Inghilterra e Francia sotto la spinta delle massonerie avevano convinto Francesco II a ripristinare la costituzione del 1848 e a promulgare un’amnistia che restituiva la libertà a un gran numero di camorristi. La camorra di allora non era quella di oggi, potente e ramificata, ma un’attività dedita ad affari di quartiere.
Francesco II nominò Ministro di Polizia Liborio Romano, un liberale pugliese, che subito dopo l’incarico contattò in segreto l’amnistiato capintesta della camorra Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Criscienzo”, chiedendogli di radunare tutti i capi-quartiere della città affinchè gli facessero visita. Si trattò di un’assemblea in cui si sancì il primo caso di connivenza tra Stato e malavita organizzata proprio sul nascere della nazione unita. Liborio Romano, corrispondente di Cavour, avrebbe favorito l’ingresso di Garibaldi per poi diventare Prefetto mentre il camorrista “Tore’e Criscienzo” sarebbe divenuto Questore a capo della guardia cittadina costituita per intero da malavitosi col compito di garantire l’ordine pubblico in una città in fermento.

I camorristi assoldati dalla nascente nazione si distinguevano da una coccarda tricolore appuntata sul cappello. Seguirono giorni di tumulti e assalti ai commissariati napoletani per distruggere gli archivi; coloro che si opponevano venivano considerati nemici della patria e ricevevano bastonate.

Il 7 Settembre 1860, dunque, Garibaldi entrò in Napoli a bordo del treno borbonico, sotto l’occhio attento delle guardie camorristiche. In testa al corteo che seguiva la carrozza del “dittatore delle Due Sicilie” figurava proprio il questore capintesta “Tore ‘e Criscienzo”. Via Marina, Maschio Angioino, Largo di Palazzo (Plebiscito) e breve discorso. Poi su per Via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri dal quale si affacciò e ne prese possesso come dimora. Il giorno seguente il Generale si recò a far visita alla Madonna di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia. Per volontà divina, Garibaldi, il ministro “doppia faccia” Liborio Romano e tutti i camorristi di guardia furono accolti da un tremendo temporale che inzuppò il corteo alla volta del santuario.

Quella dell’anno seguente fu l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato in quel periodo a massacrare migliaia di meridionali patrioti tacciati per questo col marchio di briganti. I Savoia, tra i tanti demeriti, ebbero anche quello di sospendere la festa nel 1862 dopo aver decretato nel Febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della chiesa. Fu coinvolto ovviamente anche il santuario di Piedigrotta i cui canonici furono liquidati con un piccolo vitalizio.

Finiva così la Piedigrotta, finiva Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà più la grande festa nazionale che i visitatori del “Gran Tour” si recavano un tempo a vivere di persona.

Le Vuvuzelas? “Trummettelle” inventate a Napoli!

Le Vuvuzelas? “Trummettelle” inventate a Napoli!

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L’UEFA le vieta, Napoli le ha dimenticate.


di Angelo Forgione

Sono state il tormento dello scorso campionato mondiale di calcio. In molti hanno tirato un sospiro di sollievo quando la Spagna ha alzato al cielo la coppa del mondo perché di quel ronzio fastidioso irradiato dagli altoparlanti dei televisori proprio non se ne poteva più. Tutta colpa delle famigerate “vuvuzelas”, le trombette di plastica che hanno marchiato la manifestazione iridata sudafricana.

Certamente simbolo del folklore locale, cavalcato da quella vecchia volpe del presidente FIFA Blatter che non si è fatto sfuggire l’occasione di crearne ingombrante argomento di discussione. E così il fastidioso frastuono pare sia stato riprodotto artificialmente tramite dei diffusori ben nascosti negli impianti sportivi in cui si svolgevano le partite. La teoria delle presunte “registrazioni” è stata avvalorata dai giornalisti presenti sui vari campi, che hanno affermato che nonostante sentissero il suono delle trombette molto vicino a loro, non c’era traccia di “vuvuzelas” nei paraggi. L’intensità sonora si protraeva con la stessa frequenza per tutti i 90 minuti di gioco, senza variare nemmeno nelle fasi più concitate dei match, mentre come per magia spariva durante l’esecuzione degli inni nazionali. La prova del nove fu offerta dalle telecamere della RAI che, prima delle partite, inquadravano gli stadi vuoti in cui era comunque percepibile il frastuono delle “vuvuzelas” anche due ore prima dall’inizio dei match.

Il fenomeno è però sfuggito di mano e le “vuvuzelas” hanno cominciato a fiorire altrove, anche in Europa. E visto che un fenomeno “pericoloso” può neutralizzarlo solo chi lo ha creato, ecco che l’UEFA, costola della FIFA, ha appena bandito l’uso delle “vuvuzelas” negli stadi con un tempismo ineccepibile. Le trombette sudafricane non potranno entrare negli stadi europei per ragioni legate «alla tradizione e alla cultura del calcio europeo, perchè l’atmosfera delle partite verrebbe cambiata dal suono delle vuvuzelas». Niente ronzio quindi in Champions League, Europa League e nelle partite di qualificazione agli Europei del 2012. «Nel contesto specifico del Sud Africa le “vuvuzelas” aggiungono un tocco di colore locale e di folklore, ma la Uefa crede che l’uso diffuso dello strumento non sarebbe appropriato in Europa – si legge in un comunicato ufficiale – dove un rumore forte e continuo in sottofondo verrebbe amplificato».

Folklore sudafricano, dunque. Ma siamo proprio sicuri che le rumorose trombette siano un’invenzione sudafricana? Nello stato di Mandela, le origini dell’oggetto sono state rivendicate dai battisti appartenenti alla chiesa battista di Nazareth secondo i quali l’invenzione delle “vuvuzelas” è da attribuire al profeta Isaiah Shembe che le diffuse a inizio novecento durante alcuni riti religiosi. Ma come spesso accade, giunge la storia e la tradizione folkloristica di Napoli, una città che ha fatto scuola nel mondo in molti campi, a mettere in dubbio la paternità delle rumorose trumbette a fiato.

In realtà la “vuvuzela” non è altro che una copia della caratteristica “trummettella” usata dai ragazzini napoletani nelle celebrazioni della festa di Piedigrotta e la cui esistenza è testimoniata da racconti scritti della festa napoletana in epoca borbonica, quindi a cavallo tra sette e ottocento, prima del periodo di rivendicazione dai religiosi sudafricani.

La “trummettella” è descritta nelle testimonianze dell’epoca come un cono di latta grossolanamente dipinto che emette una sola stridula nota” e la si può vedere in alcune fotografie della “Piedigrotta” di inizio secolo (nella foto, archivio fotografico Parisio).

A Napoli erano usate una volta all’anno per far festa in strada e per rendere “la festa delle feste” allegra e vivace, non per rompere costantemente i timpani allo stadio… e a casa davanti la tv.