SOS Centro Storico di Napoli: dopo 13 anni, fondi a serio rischio

Angelo Forgione Al microfono di Andrea Ruberto per Rete 4, ancora una volta ho lanciato con Antonio Pariante del Comitato Civico Portosalvo l’allarme sul rischio di dover restituire i finanziamenti per il recupero dei monumenti, delle chiese e delle strade del Centro Storico di Napoli, l’antica Neapolis, patrimonio dell’Unesco.
Il “Grande Progetto Unesco” del Comune di Napoli, infatti, rischia il clamoroso flop. 100 milioni da spendere categoricamente entro il 31 dicembre 2023, e l’Europa ha già lanciato l’allarme, perché l’intervento è stato finanziato già dal 2007 e sono trascorsi tredici anni senza completare le opere, già al palo nel precedente ciclo di programmazione dei fondi europei 2007/2013. In questo bisogna spendere e fare presto, pena la restituzione dei finanziamenti non spesi, senza possibilità di ulteriore proroga.
Su 27 interventi da eseguire, sei sono stati quelli finora completati: nove sono i cantieri aperti e i restanti 14 progetti sono in fase di progettazione o di gara. Solo due sarebbero di prossima apertura.
I cantieri sono stati aperti ma di operai non se ne vedono, e ora il responsabile del Comune, Luca d’Angelo, si difende informando che non si riesce a fare la solita corsa contro il tempo perché le ditte non riuscirebbero ad assumere, causa reddito di cittadinanza.
Stiamo parlando di un’occasione preziosissima per risistemare il Centro Storico di Napoli, definito un unicum dall’Icomos e dall’Unesco, testimonianza culturale dei 2.800 anni di storia della città. Stiamo parlando del rischio di uno spreco che sarebbe imperdonabile, e che già così rende l’idea di una città immobile, incapace di mettersi in moto verso verso il futuro valorizzando il suo grandissimo passato.Senza considerare tutto ciò che avviene nel resto del Centro Storico non “protetto” dall’Unesco, e nel resto della città.
Povera Napoli… baciata da Dio, stuprata dall’uomo.

“Terrone” e “napoli”, quando il vocabolario è razzista

Angelo Forgione L’ingegnere salernitano Francesco Terrone fa causa all’Accademia della Crusca e chiede di cambiare la definizione della parola “terrone”, usato con significato dispregiativo.
Battaglia condivisibile, e c’è anche di peggio nei vocabolari della lingua italiana: la parola “napoli”. Frutto dell’anti-meridionalità nazionalista dell’Italia del dopoguerra industrializzata a metà, quando gli operai venuti dal Sud agricolo, senza più opifici, furono chiamati dai torinesi «nàpuli» e «mau mau».
Che “nàpuli” fosse un poco edificante vocabolo di matrice piemontese era chiaro, ma che sia stato poi inserito nei dizionari di lingua italiana non è accettabile.

160 anni fa il Piemonte conquistava il Sud

Angelo Forgione Il 13 febbraio 1861, 160 anni fa, Francesco II di Borbone si arrendeva all’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia in quel di Gaeta. Il Sud veniva così conquistato dal Regno di Sardegna.
La capitolazione chiuse tre drammatici mesi di assedio alla piazzaforte napoletana, con le truppe del generale Cialdini a cannoneggiare violentemente da Castellone di Mola, la collina dell’attuale Formia.
Una guerra mossa con cupidigia e ferocia dai piemontesi e dai lombardi ai Napolitani. Una guerra che solo in quell’ultimo atto, e senza considerare la decennale repressione del brigantaggio che ne seguì, significò più di 3.000 vittime civili gaetani e 846 soldati meridionali caduti, oltre a 46 tra gli aggressori settentrionali.
Seguirono massimi onori e promozioni per i militari delle truppe del Regno di Sardegna. 5 medaglie d’oro al valore militare e 2098 d’argento, oltre a 98 onorificenze. Al generale Cialdini, che pure a tre ore dell’imminente firma della resa borbonica, per dimostrare la sua superiorità d’armi, aveva fatto cannoneggiare all’indirizzo dei Napolitani stremati dalle distruzioni e dal tifo petecchiale, Vittorio Emanuele II concesse il titolo di Duca di Gaeta, cioè della città letteralmente raso al suolo.

A 160 anni dagli eventi, l’Europa assegna all’Italia la quota maggiore del Recovery Fund perché c’è da ridurre un divario tra Nord e Sud, nato nel 1861, e il nuovo capo del Governo affida due ministeri tra i più strategici (sviluppo economico e turismo) a due uomini della Lega Nord.

Per non dimenticare come è stata fatta l’Italia senza italiani.

gaeta_160anni
Bombardamenti su Gaeta – Pasquale De Luca

La guerra ignorante tra chi non conosce il “pizza effect”

pizza_chicago

Angelo Forgione Forti polemiche per l’autoproclamazione di Chicago a capitale mondiale della pizza. La città dell’Illinois, dunque, è convinta di essere il posto migliore del mondo per mangiare il piatto simbolo della cucina popolare napoletana, e lo ha annunciato su Twitter per festeggiare il World Pizza Day: «Orgogliosi di essere la capitale mondiale della pizza».
Non sembra essere d’accordo Phil Murphy, il governatore del New Jersey, che pure ha investito il suo stato del titolo di “Capitale mondiale della pizza” con un cinguettio sulla rete.

Quelli di Chicago vantano la deep-dish pizza, che non ha nulla a che vedere con l’originale pizza napoletana. Ha un altro impasto e lo strato di “mozzarella” è talmente alto da far sembrare la “pizza” una torta.
Quelli del New Jersey, invece, sbandierano la prima pizzeria d’America a Trenton, datata 1912. Peccato che si sbaglino, perché la prima pizzeria nella terra degli Yankees la aprì un napoletano, Gennaro Lombardi, e lo fece nel 1905 nella Little Italy di Manhattan. Era arrivato da Napoli nel 1897, mettendosi a fare la pizza napoletana dove nessuno l’aveva mai mangiata al di fuori di Napoli, Italia compresa. Al posto della legna usò il carbone e, per surrogare l’irreperibile mozzarella, si rassegnò al formaggio americano. Così nacque “Lombardi’s pizza”, e così gli americani, dal New York style che altro non era che una traduzione locale del piatto simbolo di Napoli, conobbero la pizza, sette anni prima dei cugini del New Jersey.

I newyorchesi pure si sono rizelati per quanto detto dai cugini degli altri stati, tutti dimenticando che il mondo non sono gli Stati Uniti, e anche se gli americani sono i primi consumatori al mondo di pizza gli unici ad aver diritto di fare una pernacchia a tutti sono proprio i napoletani, perché nel 1905, quando Gennaro Lombardi fece conoscere la pizza agli americani, a Napoli la si mangiava da almeno due secoli e mezzo, a partire dalla “mastunicola”, e che esistevano già un centinaio di pizzerie, la prima delle quali, a Port’Alba, operava già da 167 anni, cioè dal 1738. E lì, di fronte alla stessa pizzeria, ancora operante, è apposta un’epigrafe del 1796 con un bando borbonico su cui si legge che i deputati del tribunale comunicavano che l’esercizio della vendita dei generi alimentari sulla strada di Port’Alba, d’intralcio al passaggio dei pedoni e delle carrozze, sarebbe stato punito con sanzione pecuniaria di 24 ducati.Roba antica di secoli, e infatti l’Unesco riconosce quale patrimonio immateriale dell’Umanità l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, checché ne dicano gli americani, che almeno hanno il merito di aver apprezzato la pizza prima degli italiani. Senza andare al tempo di Carlo Collodi, che sul finire dell’Ottocento la definì “sudiciume complicato” per descrivere agli alunni delle scuole italiane cosa mangiavano i napoletani, basta puntare al secondo dopoguerra, quando Ancel Keys, il fisiologo statunitense che nei primi anni Cinquanta, partendo dallo studio della virtuosa alimentazione dei cittadini partenopei per arrivare a codificare il modello nutrizionale della Dieta Mediterranea (anch’essa patrimonio Unesco), assaggiò la pizza originale a Napoli, e poi in un ristorante della vicina Roma gliela rifiutarono: «Spiacenti, niente pizza qui, quella è roba da napoletani». Divenne simbolo degli italiani solo a partire dagli anni Sessanta, quando i turisti americani la richiesero continuamente, perché nell’America molto meno snob dell’Italia era già apprezzatissima, e questo chi conosce la storia della pizza glielo riconosce agli americani, tant’è che per il mondo intero esiste il pizza effect. Si dice tale un fenomeno culturale che viene esportato da un paese, si trasforma in un altro e poi torna alla cultura iniziale.

Pomodoro e pasta vaccinano il Pil del Meridione

Angelo Forgione – Se il PIL italiano è in picchiata causa pandemia, i dati ISTAT elaborati da due analisi di Coldiretti e di Sace dicono che il Made in Italy agroalimentare, specialmente il Made in Sud, è l’unico settore che va in controtendenza ed aumenta in esportazioni.
Coldiretti analizza il primo semestre del 2020, quello dell’esplosione della pandemia, durante il quale sono cresciute le esportazioni di pomodori pelati e polpe (+25,2% per 55,7 milioni di euro), di pasta di semola (+51,2% per 170,6 milioni di euro), di prodotti da forno (+15,2% per 91 milioni di euro) e, in lieve aumento, di olio di oliva (+5,5% per 196,4 milioni di euro).
Sace analizza un periodo più lungo, da Gennaio a Settembre 2020. Nove mesi in cui il tasso medio di crescita del comparto di alimentari e bevande di Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Molise è cresciuto del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, contro la media nazionale del comparto pari all’1,3%. Il miglior risultato in termini di valore è stato ottenuto dai prodotti alimentari campani. In particolare, le vendite all’estero hanno riguardato le conserve napoletane e salernitane (rispettivamente, +22,4% e +11,1% gennaio-settembre 2020 rispetto a gennaio-settembre 2019) e i prodotti da forno delle province di Napoli e Avellino (rispettivamente, +38,7% e +7,6% tendenziale).
Dati interessanti anche per le prospettive future del Mezzogiorno, dacché è calcolata una domanda estera di circa 17 miliardi di euro ancora inespressa negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Cina, in Turchia, in Messico e in Qatar.
Ed è bello sapere che il mondo sta tornando a chiedere la qualità agroalimentare del Sud Italia.

Napoli e la Campania brillano sul set

Angelo Forgione – Napoli e la Campania invadono i palinsesti Rai con le tante fiction girate sul territorio, di nuovo al centro della produzione cinetelevisiva nazionale. Location bellissime che mostrano un volto più veritiero rispetto ai vecchi stereotipi del sole e del mandolino e a quelli nuovi di Gomorra. Dietro c’è un lavoro di valorizzazione ben svolto dalla Film Commission della Regione Campania, fondazione impegnata a promuovere il territorio campano, che è set ideale per la realizzazione di film, serie televisive, spot pubblicitari e documentari utili anche alla promozione turistica.

Non prendetevela col pomodoro

Qualche mio affezionato lettore, ringraziandomi per quanto appreso dal mio Il Re di Napoli, mi ha riferito di averlo letto solo perché scritto da me, altrimenti non sarebbe mai andato in libreria per comprare un libro su “la grande storia del pomodoro”.
Qualcun altro, pure appassionato dei miei lavori, mi ha detto di averli letti tutti tranne quello sul pomodoro, ed è evidente che non ha afferrato che dietro c’è una racconto di “Napoli alla conquista del mondo”, e che è un libro di storia, non di cucina.

“Qualcuno va in libreria per comprare un libro sul pomodoro?” è la domanda posta su La Repubblica nello spazio dedicato a “Il torneo letterario di Robinson”, e Giorgio Dell’Arti spera proprio di sì, perché chi se la prende con il pomodoro, nel caso del mio libro “ha torto”.

torneo_ilredinapoli

SOS Napoli, ancora un crollo

Angelo Forgione – Il crollo di un edifico attiguo alla chiesa di Santa Maria del Rosario alle Pigne, in piazza Cavour, è l’ennesimo segnale chiaro di un’emergenza che dura da decenni, e che ora sta mostrando una drammatica serialità. Chiese, palazzi, statue e fontane perdono pezzi. Criticità spalmate su tutto il territorio cittadino, e le cause sono le medesime: incuria e abbandono. Dieci anni fa l’emergenza era strisciante e silenziosa, ma già allora, in occasione di un intervento di messa in sicurezza della guglia dell’Immacolata, fasciata con delle reti di contenimento che ancora oggi la avvolgono, avevo scritto: “una crisi strisciante, meno chiassosa di quella dei rifiuti ma sicuramente più dannosa in prospettiva”. E senza interventi, in questi dieci anni, quella triste prospettiva è diventata la temuta realtà di un’emergenza che si è fatta rumorosa ed evidente.
Le fotografie precedenti al crollo dell’ala della chiesa “del Rosariello” mostrano la formazione di vegetazioni selvagge, evidenza ravvisabile in tanti palazzi e monumenti della città. L’incuria significa anche formazione di radici che penetrano persino i marmi e invadono le intersezioni col risultato che, complice l’acqua piovana, tutto si acuisce, fino alla frantumazione, al distacco dei pezzi e addirittura al crollo.

Clicca qui per ascoltare il mio intervento a La Radiazza (Radio Marte)

L’identità del “molo borbonico”

Angelo Forgione – Quello crollato sul lungomare di via Partenope a Napoli per le mareggiate dei giorni scorsi era un monumento o no? Era un molo, un semplice arco o uno scarico fognario? Ed era davvero borbonico? Il collasso dell’opera ha indignato un po’ tutti ma ha anche sollevato mille domande sul valore e sull’identità del manufatto. Facciamo chiarezza.
Diciamolo subito: non era un monumento. No che non lo era, e in questi termini non vi è perdita tale da gridare al depauperamento dell’immenso patrimonio artistico certamente mal tutelato di Napoli, che ha ben altre criticità ormai croniche da risolvere (vedi Galleria Umberto I). Era però una testimonianza del passato e, in quanto tale, rappresentava un simbolo. Non poca cosa, dacché le comunità diventano tali quando i simboli li riconoscono e vi ci si affezionano.
Di cosa si trattava, dunque? Del terminale di sbocco di un’antica cloaca cittadina ad alveo aperto, la principale in epoca vicereale, detta “il chiavicone“, che iniziava nei pressi di Montesanto e convogliava le acque reflue e i liquami della collina del Vomero e tutte quelle che incontrava nel suo percorso verso il Chiatamone, per poi sfociare in mare, sulla spiaggia di Chiaja. Il viceré “urbanista” don Pedro de Toledo, nel 1536, lo fece bonificare per aprire la strada oltre le antiche mura che da lui prese il nome, ovvero via Toledo, e le acque di scarico, dopo i lavori, continuarono a scorrere in un tunnel sotterraneo. Lo descrisse il canonico Carlo Celano ne Le Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli del 1692: “E da sapersi che sotto di questa strada [di Toledo] vi è un condotto, o chiavicone, così ampio e largo che adagiatamente camminar vi potrebbe una carrozza per grande che fosse; e questo principia dalla Pignasecca presso la porta Medina […] e va a terminare alla chiesa della Vittoria sita fuori la porta di Chiaia dove dicesi il Chiatamone. In questo chiavicone entrano quasi tutte le acque piovane che scendono per diversi cammini dal monte di S. Martino”.
Restava scoperto il tratto oltre la nuova strada di Toledo, nella zona rupestre a ridosso del mare, dove nel Cinquecento ancora non c’era neanche il palazzo vicereale (poi reale). Quel tratto fu coperto definitivamente solo in epoca borbonica con le risistemazioni del tratto di fronte al Castel dell’Ovo. Nel 1839, nelle sue Appuntazioni per lo abbellimento di Napoli, un ampio piano urbanistico in parte attuato nel ventennio successivo e in parte adottato in età postunitaria, Ferdinando II stimolò anche un intervento sul lungomare, tra la salita del Gigante (l’odierna via Cesario Console), la strada di Santa Lucia e oltre, di cui si occupò l’ingegnere civile Bartolomeo Grasso nel 1844. Il progetto, documentato in un disegno custodito all’Archivio Storico del Comune di Napoli, mostrava la futura nuova strada del Chiatamone, ossia il nuovo lungomare.

progetto_chiatamone_grasso1844

Al punto 7 si indicava esattamente “Cloaca e Sbarcatoio”. Fu così realizzata un terminale coperto ad arco di protezione dalle mareggiate, con una piccola penisola a cuneo protesa verso il mare per l’attracco delle barchette dei pescatori di Santa Lucia, che potevano risalire al livello stradale attraverso una scalinata.

Non un molo in senso stretto del termine ma una sorta di stazionamento con funzione chiara che fu accentuata qualche anno più tardi, allorché la spiaggia fu cancellata per effetto delle risistemazioni del lungomare d’epoca tardo ottocentesca, in tempo di Regno d’Italia, con la colmata a mare per la realizzazione di via Partenope in luogo dell’arenile, rimosso il quale, a compensazione della perdita, fu rifatto lo “sbarcatoio”, allungando la penisola a cuneo in modo da creare un piccolo porticciolo, una banchina più adatta al comodo dei pescatori, che così potevano sostare anche per tirare le reti così come facevano prima dalla spiaggia. Stessa finalità per una banchina creata all’altezza dello slargo della Vittoria, ove inizialmente doveva essere collocata una statua dell’ammiraglio Caracciolo e poi fu innalzata una colonna di epoca romana.

molo_pescatori

Quel che restava dello “sbarcatoio” era giunto a noi con un’identità poco chiara ma con un sapore di passato molto gradito da turisti e napoletani in cerca di uno scorcio suggestivo per fotografare il Castel dell’Ovo sullo sfondo. Usurato da più di un secolo di mareggiate e incuria, fino al crollo, inevitabile.

viapartenope

Addio al piccolo molo borbonico

È finita. L’antico molo dei pescatori di via Partenope è collassato definitivamente. È la cronaca di una fine annunciata.
Grazie infinite all’Autorità Portuale, alla Città Metropolitana, alla Sovrintendenza e a tutti coloro che, sostanzialmente, nulla hanno fatto per salvare una piccola testimonianza del passato; anzi, hanno atteso che questo giorno arrivasse.

Oggi che il molo è crollato, fa ancora più male riascoltare (qui a 11:03) il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale Pietro Spirito, la scorsa primavera, alla richiesta mia e di Gianni Simioli di maggiore sensibilità per risolvere il problema. Era solo l’ultimo appello tra i tanti lanciati negli anni.