Le prime automobili? Ci pensarono i siciliani

Angelo Forgione – Archeologia automobilistica! Nel 1836, a Capodimonte, Napoli, Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie, firmò un accordo “per l’introduzione in Sicilia di una vettura a vapore senza bisogno di rotaje”. Una vettura senza binari cos’era se non l’antenata dell’automobile?
Il documento che lo prova è conservato nella Collezione delle leggi e dei decreti reali del 1836, I semestre, edita presso la reale stamperia di Napoli. Si tratta del decreto n° 3337 con il quale si accorda una privativa (monopolio) di cinque anni ai signori Giuseppe Natale e Tommaso Anselmi per l’introduzione in Sicilia di vetture a vapore senza bisogno di rotaie di ferro. La caldaia motrice sarebbe stata certamente fornita dalla fabbrica pubblica di Pietrarsa inaugurata tre anni prima alle porte di Napoli, tra San Giovanni a Teduccio e Portici, per la lavorazione di motori a vapore per le navi e per le nascenti locomotive ferroviarie.
La concessione, però, venne data con un vincolo stringente: Natale e Anselmi “si intendono decaduti dalla patente se, entro un anno dalla consecuzione della medesima, non sarà messo in esecuzione l’oggetto per il quale è stata accordata la privativa”. Evidentemente, la locomotiva automobile siciliana non fu mai realizzata poiché risultava davvero difficile direzionarla per il peso dell’apparato caldaia.
Fu realizzata invece la prima locomotiva italiana su binari, la Bayard per la Napoli-Portici, inaugurata tre anni dopo.
Poi, nel 1899, a Torino, il meccanico cuneese Giovanni Battista Ceirano ispirò i fondatori della Fiat per la costruzione di vetture a motore a scoppio, azienda di cui si impossessò Giovanni Agnelli con un complesso gioco azionistico-bancario con cui scalzò nel 1906 i fondatori.

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Troisi romanista? Calabrese pensava fosse amore, e invece…

bonetti_troisiAngelo Forgione – «Troisi era tifosissimo della Roma ma fu costretto a tenerlo nascosto». Lo ha confessato l’attore Pino Calabrese, compagno di scuola del grande Massimo, durante una chiacchierata nel salottino di Corriere dello Sport Tv, durante la quale lo stesso Calabrese è parso rammaricato, da napoletano, di essere rimasto fedele al suo primo amore infantile, l’Inter. Un Troisi romanista, magari, lo conforta un po’.
Massimo Troisi tifosissimo davvero della Roma? Non ci sarebbe nulla di male. Il fatto è che non lo era. Semmai era un tifoso del suo grande amico e romanista doc Massimo Bonetti, col quale si punzecchiava in occasione degli scontri tra Napoli e Roma.
La confessione di Pino Calabrese fa riferimento a una simpatia adolescenziale, magari mai rinnegata, ma non paragonabile al tifo autentico che Troisi ha fatto per il Napoli in età matura e fino all’ultimo giorno della sua vita. Quello di Calabrese per il Corriere dello Sport è un falso scoop, e pure di cattivo gusto, perché tende a intaccare l’immagine e il candore di un attore amato per la sua spontaneità incarnata nell’uso sfrontato del dialetto partenopeo, e a smitizzare una storia del personaggio imperniata sull’epocale intervista a Gianni Minà la sera della vittoria del primo scudetto azzurro, lo storico «festeggiamo, usciamo di casa, ma non ci dimentichiamo l’acqua e il gas aperto», l’amicizia con Maradona e compagni, la scena di Scusate il ritardo col Napoli che perde in casa col Cesena. E poi proprio quel titolo, prestato al primo scudetto azzurro.
Ma ipotizziamo che Troisi fosse tifosissimo della Roma, e così bravo a nasconderlo per motivi di immagine. Tirarlo fuori oggi, senza la delicatezza di chiederne conto alla famiglia, sarebbe ugualmente di cattivo gusto. Fare di Massimo Troisi un opportunista, un finto tifoso del Napoli, è qualcosa di francamente disgustoso.

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Un mondo di lazzari felici

Angelo Forgione – Pino è… ben altra cosa di quel che si è visto e sentito durante la serata allo stadio San Paolo con cui il mondo della musica italiana lo ha ricordato, ma non disturbatevi più di tanto per chi non ha saputo parlarlo, o per chi è inciampato nella nota stonata. Certo linguaggio musicale non era propriamente semplice, come certo suo linguaggio dialettale, che lui, come tutti i grandi napoletani, ha veicolato e continua a veicolare altrove. È questa la forza dell’idioma napoletano, che sopravvive all’omologazione e alle lingue internazionali attraverso le sue arti, la sua musica; e grazie a Dio, bene o male, la si canta dappertutto.
Tutti a rendere omaggio a Pino, pochi a dovere e troppi meno, perché lui a tutti si era aperto, magari ridimensionando quei suoi linguaggi alti e ricercati ai quali sarebbe certamente tornato.
Pino è… l’apertura culturale di quella Napoli che continua a dire la sua, e che non si chiude nella sua presunzione. È quella Napoli che continua a parlare, a pensare, a mangiare, a sognare, ad amare in napoletano. È, e non cercate delle affinità con questo mondo nel mondo. Non ce n’è.

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Una petizione per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale Unesco

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Angelo Forgione – Parte la petizione mondiale per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, iniziativa della fondazione Univerde di Alfonso Pecoraro Scanio, già artefice del riconoscimento per l’Arte dei pizzaiuoli napoletani.
La terza firma in assoluto è la mia, e pure la grafica ufficiale dell’iniziativa, che girerà il mondo con il Real Teatro di San Carlo sullo sfondo. Perché si tratta del gran teatro che, ricalcando la pianta del più piccolo Teatro Nuovo di Napoli, ha fatto da modello alla Scala di Milano, aprendo la strada a tutti i teatri a ferro di cavallo nel mondo; perché sono in Italia i più importanti teatri lirici del mondo e a Napoli quello più antico; perché tutti i più noti cantanti lirici conoscono le arie più famose italiane, ma anche canzoni napoletane come ‘O Sole mio, eseguite in tutti i repertori del mondo; perché gli istituti di formazione musicali nel mondo prendono da Napoli il nome di “Conservatorio”.

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La storia del Teatro, dell’Opera, della Musica Sacra e della Canzone, di cui Napoli è protagonista, la leggete su Made in Naples (2013) e su Napoli Capitale Morale (2017)

L’Italia che va ai Mondiali

Angelo Forgione – Chi l’ha detto che l’Italia non ci sarà ai Mondiali? Come in Brasile, anche in Russia ci andranno i napoletani di Arzano, quelli che, alle spalle dell’aeroporto napoletano di Capodichino, la sanno lunga sullo sviluppo di sistemi anti-contraffazione, e da lì forniscono alla FIFA i microprocessori contactless, con antenna Rfid per identificazione a radiofrequenza e crittografia anticlonazione, inseriti prima della stampa nei biglietti elettronici per l’accesso agli stadi in cui si disputeranno i match per la manifestazione iridata, insieme a delle fibrille sensibili ai raggi ultravioletti prodotti da appositi lettori.
Una quarantina di elementi ad Arzano, tutti campani, a sviluppare l’unico centro in Italia simili competenze, guidati da Cesare Paciello, quarantacinquenne manager di quella che quattro anni fa si chiamava GEP e che oggi è il ramo italiano dell’americana Hid Global. Un’azienda d’eccellenza ma allo stesso tempo piccola, molto piccola, operante in un territorio difficile e depresso, ma capace di segnalarsi nel mondo.
Sarà proprio Paciello a controllare di persona, in Russia, il perfetto funzionamento del sistema. «Siamo un po’ troppo esterofili – dice il manager alla stampa – e abbiamo sempre più difficoltà ad esprimerci in Italia. Purtroppo il problema del nemo propheta in patria è reale, è più facile fare business all’estero». Già quattro anni fa, prima di volare in Brasile, lo stesso Paciello aveva detto ai microfoni del TG1: «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili».
Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della competenza che non si piega al divario territoriale e ai classici stereotipi di sorta. Loro, ad Arzano, se la cavano, eccome, nonostante tutto. E mi ritornano in mente gli strali sociologici di Domenico De Masi contro la Napoli dei pizzaiuoli
 e la sua presunta incapacità di creare e innovare tecnologie.

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Pizza e Mandolino, da stereotipo ad archetipo del buon vivere

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Angelo Forgione – Stereotipi e luoghi comuni li avverso da sempre. E mi ha sempre dato fastidio l’etichetta “pizza e mandolino”, perché siamo tanto altro… il Rinascimento, l’Illuminismo e tutto ciò che abbiamo offerto al mondo… e tutto è stato eclissato dietro un’accezione umiliante che si è data a due simboli di Napoli che sono stati svuotati dei loro messaggi e resi immagine stereotipata dell’Italia nel mondo.
Il cibo e la musica di Napoli sono parte di una cultura immensa e sommersa, ma in fase di riscoperta. Sono strumento di studio per capire la storia. Sono aspetti di un’identità che trascende la geografia e il linguaggio, e perciò divenuti universali senza che però se ne conoscano davvero i significati che si portano appresso.
Altro che stereotipo, pizza e mandolino sono prima di ogni cosa archetipo napoletano del buon vivere, e in un mondo che smarrisce il vero piacere di vivere meritano di essere disincagliati dallo sterotipo imposto, insieme a tutto il resto dell’eccellenza napoletana.
Ne parliamo lunedì 4 giugno, alle ore 18, nell’Area Ospitalità del Pizza Village (ingresso libero), sullo splendido lungomare di Napoli, tra una mandolinata e l’altra. Un convegno a più voci da me moderato, per celebrare l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano patrimonio dell’Umanità UNESCO e per aprire un dibattito concreto su quel che c’è da fare per tirare fuori la napoletanità dal cono d’ombra della banalizzazione.

 

Ancelotti senza Rolex

Angelo Forgione – Nessuna levata di scudi, ci mancherebbe, siamo abituati a ben altro. Abbiamo sentito persino Corrado Augias, uomo di cultura, aggiungere al «Venite a Napoli!» di Luigi De Magistris il suo inopportuno «Magari senza Rolex». Ma mai dimenticare che il luogo comune è un concetto superficiale dettato dal pregiudizio, e che diventa ancor più penetrante quando è usato nella satira per strappare una facile risatina. Perché far ridere non è roba proprio facile, ci vuole arte, ma arte vera. Il fatto è che il luogo comune del burlone serve al burlone stesso per riempire il vuoto di idee creative, e quando è diffamatorio finisce per rafforzare i convincimenti collettivi, e perfino l’immagine degli insultati. Insomma, la battutina ripetuta del Rolex rubato (ad Ancelotti) convince tutti che a Napoli spariscono i Rolex, ed è verissimo, ma non convince nessuno che accade in ogni parte del mondo. E da qui si passa facilmente ad Alessandro Sallusti a Matrix: «Di Maio e Fico sono napoletani, hanno il gioco delle tre carte nel sangue, fossi nel milanese Salvini starei attento». E via con le risatine, anche sui pugliesi (Conte). Come se non fosse stato il milanese Berlusconi, per esempio, a truffare i napoletani distraendo soldi dell’Isveimer (istituto creato per facilitare le imprese del Mezzogiorno) per le sue attività lombarde.
Questo è quel che si sente nelle tivù nazionali anche in una sola serata.
Certo, il luogo comune non si neutralizza mettendo a tacere il dichiarato e pericoloso nemico, e tantomeno il quasi innocuo burlone, però un’analisi della costruzione della battuta aiuta a capire la sua crisi di idee e i suoi compromessi. Come nel caso dei bravi Luca e Paolo a #qcdtg, che già sapevano di colpire basso un intero popolo, indistintamente, e di essere ironicamente scorretti, e perciò avevano già preparato il «ma no, ma che c’entra?»… «scusate»…
Excusatio non petita, accusatio manifesta… chi si scusa spontaneamente si accusa.

“Luca e Paolo shock” – leggi sul Corriere dello Sport