––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Questa non è la storia di una partita. Non è il racconto di un campionato vinto o di un campione entrato nella leggenda. È una storia ancora più antica. È la storia di un’idea. L’idea che Napoli, una delle più grandi città d’Europa, dovesse finalmente avere una squadra capace di rappresentarla con il proprio nome, con la propria identità e con le proprie ambizioni.
Un edificio elegante che negli anni Venti ospitava la sede sociale dell’Internaples, la principale società calcistica cittadina. Qui si svolgevano le assemblee dei soci, le riunioni dei dirigenti, gli incontri amministrativi, l’organizzazione delle gare e la vita quotidiana di un club che cercava di costruire il proprio futuro. Ma una sera d’agosto tardo del 1926 quelle stanze ospitarono qualcosa di diverso: una riunione destinata a cambiare per sempre la storia del calcio napoletano. Era il 25 agosto 1926 e nasceva (si fa per dire) l’Associazione Calcio Napoli.
CalcioNapoli24, con Angelo Forgione, uno dei maggiori divulgatori della storia e dell’identità napoletana, ci racconta segreti e aneddoti di quel giorno, ospiti del professor Ludovico Brancaccio, attuale proprietario dello storico appartamento. Intervista di Ciro Novellino, riprese e montaggio video di Vittorio Bernardo.
L’opera, realizzata da Vincenzo Camuccini tra il 1818 e il ’19, ritrae il Re in abiti da Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro dopo il suo reinsediamento al termine del decennio di dominazione francese (1805-1815) mentre con la mano destra indica la nuovissima basilica di San Francesco di Paola nel Largo di Palazzo (oggi Plebiscito). Ferdinando è in piedi davanti al trono, ed è lo stesso trono raffigurato nel ritratto di Francesco I firmato da Carlo De Falco nel 1828 e in quello di Ferdinando II realizzato da Raffaele Messina nel 1832.
Ferdinando IFerdinando IIFrancesco I
È evidentemente il trono oggi presente nella Sala del Trono della Reggia di Caserta, sia pur rivestito diversamente. Una seduta in stile ibrido tra Neoclassico e Neobarocco, realizzata in legno intagliato e dorato, con braccioli a forma di grandi leoni alati, simboli di forza e potere, e sirene bicaudate sui lati a simboleggiare la città di Napoli. Dai dipinti si evince che il velluto di rivestimento originario era di colore rosso scarlatto, con un grande giglio borbonico ricamato probabilmente in oro al centro dello schienale; uno schienale di dimensioni contenute ornato sul bordo da due cornucopie.
Gli inventari della Reggia di Caserta, attraverso la pagina ufficiale, chiariscono che “i tessuti furono poi tutti rimossi e distrutti dai funzionari di Casa Savoia nel 1861”, e che nel 1878 la “grande seduta” era rivestita di velluto celeste. Potrebbe essere quello l’anno in cui il trono è stato definitivamente conservato a Caserta, quattro anni dopo il pagamento all’intagliatore napoletano Luigi Ottajano di via Costantinopoli per il nuovo trono dei Savoia. Negli inventari successivi del 1951/52 e del 1977/78 invece, risulta rivestito “di velluto in lana scarlatta”, probabilmente per riprendere i colori originari. Attualmente si mostra in un velluto celeste a seguito di un restauro, l’ultimo, risalente agli anni Ottanta. Si tratta di un trono portatile e itinerante, progettato con quattro maniglie alla base per essere spostato agilmente da una sala all’altra a seconda delle necessità cerimoniale, e utilizzato nei diversi palazzi della corte, come la Reggia di Caserta, per l’appunto. È sempre il sito ufficiale della Reggia di Caserta a informare che il trono reale era “destinato” al Palazzo Reale di Napoli, confermando la tesi suggerita dai dipinti dei due sovrani di primo Ottocento.
Del resto, i Savoia spogliarono parzialmente il Palazzo Reale dei loro arredi originali. Il trono borbonico, per evidenti motivi, non andò in Piemonte, ma alcune porcellane, specchi e mobili furono trasferiti altrove, sostituiti da un riarredo tardo-ottocentesco. Lo confermò la regista e sceneggiatrice romana Lina Wertmüller, autrice del film Ferdinando e Carolina del 1999, che denunciò alla trasmissione Passepartout (Rai) quanto scoperto prima delle riprese cinematografiche: «Per somma beffa, dovendo ricostruire le ambientazioni napoletane originali del Settecento, ritrovammo gli arredi a Torino, nelle regge dei Savoia». Tutto confermato da quanto emerso unitamente alla fattura per il nuovo trono: un carteggio del 1874 che testimonia di altre pose in opera per il rinnovamento della stessa sala, giudicata ufficialmente nei verbali e nelle lettere allegate come “inadeguata” per le nuove funzioni di rappresentanza del Re d’Italia.
Lì, sul palco della Rotonda Diaz, durante la festa organizzata dai tifosi per il Centenario del Napoli, a raccontare la storia e le vere origini del club partenopeo, ora che quasi tutti sanno che il 1º agosto del 2026 non accade nulla, e che il Napoli era già nato quando fu autorizzato dal CONI fascista a participare alla Divisione Nazionale.
Angelo Forgione– Su richiesta di Assocoral, affidata poi al Consorzio Corallo e Cammeo torrese e sostenuta dal Distretto Orafo Campano, l’artigianato del corallo e quella del cammeo di Torre del Greco sono tra le prime quattro produzioni artigianali italiane pubblicate sul Bollettino nazionale delle Indicazioni Geografiche Protette per prodotti artigianali e industriali, le cosiddette ‘IGP non-agri’. Non prodotti alimentari, per una nuova stagione di tutela e valorizzazione delle produzioni artigianali e industriali italiane d’eccellenza, avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Le altre due IGP non-agri sono quelle del vetro di Murano e dei merletti di Burano. Due napoletane e due veneziane.
Al completamento dell’Inter si trattaterà di un riconoscimento per un artigianato che è divenuto peculiare nell’antica città di Turris Octava, il nome che fu di Torre del Greco, distante otto miglia da Napoli, poi ribattezzata in nome dell’uva Greca e del suo vino. Lì, il corallo cominciò ad essere pescato in grandi quantitativi dal XV secolo.
L’esplosione artigianale avvenne nel periodo borbonico. Il corallo veniva procurato dai coraggiosi pescatori torresi, abituati a spingersi anche fino alle coste settentrionali dell’Africa pur di recuperare la preziosa materia prima. Ferdinando di Borbone, nel 1790, intese regolamentarne la pesca e il commercio promulgando il Codice Corallino per disciplinare la pesca e imporre la lavorazione e la vendita all’interno del Regno di Napoli, nonché lo statuto della nascente Real Compagnia del Corallo, “stabilita da Sua Maestà per lo commercio di una sì ricca mercanzia”. Lo scopo era creare un polo monopolistico a Torre del Greco per la lavorazione e il commercio del corallo, affrancando i pescatori locali dagli intermediari stranieri, soprattutto livornesi, ai quali erano costretti a vendere il cosiddetto oro rosso.
«Ho perduto la spugna d’oro del mio regno», disse il Re apprendendo della distruzione di Torre del Greco dopo la terribile eruzione del Vesuvio del giugno 1794, riferendosi all’ingente ricchezza che fruttava il commercio corallino e più ampiamente ittico del luogo. La lavorazione torrese del corallo non si arrese alla furia del Vulcano e ai disordini della Repubblica Partenopea del 1799, e crebbe di pregio al punto che alla metà dell’Ottocento non vi era forestiero che non acquistasse a Napoli, prima di lasciare la città, qualche buon ornamento femminile in forma di collane, orecchini e cammei.
A Torre del Greco, nel 1878, con Regio decreto del Regno d’Italia, su proposta del ministro della pubblica istruzione Francesco de Sanctis, fu istituita la Regia Scuola per la lavorazione del corallo. L’istituto fu convertito dieci anni più tardi in Regia scuola di incisione sul corallo e di arti decorative industriali, con perfezionamento delle tecniche di lavorazione di madreperla, conchiglie, pietra lavica, avorio, corno e tartaruga. Sì, carapace di tartaruga lavorato, un’altra eccellenza però scomparsa per esigenze ambientaliste, ma questa è una storia pazzesca che, chi vorrà, potrà leggere nel mio Napoli svelata.
Torre del Greco divenne uno dei centri produttivi mondiali per la lavorazione corallina e fucina di manufatti di buon pregio per il pregevolissimo eclettismo napoletano. I simboli complessi di tanta maestria sono oggi in mostra alla Reggia di Caserta: la culla di Vittorio Emanuele III, realizzata nel 1869 da artisti vari, e quella per la neonata principessa Maria Pia di Savoia, realizzata nel 1934 dalla fabbrica di coralli “Giovanni Ascione & Figlio”, ancora oggi operante. Ornate con coralli e cammei di conchiglia, oltre a tartaruga, argento, bronzo.
A Napoli, in piazzetta Matilde Serao presso la Galleria Umberto I, la storia della lavorazione corallina è mostrata nel Museo del corallo, curato dalla ditta Ascione con l’esposizione di documenti originali e delle più significative creazioni di Torre del Greco dall’Ottocento fino al moderno e al contemporaneo.
Roma faro della civiltà antica, ma non esattamente “culla della civiltà occidentale”, come ha scritto la premier Giorgia Meloni sui suoi profili social per celebrare la data. Quella è Atene, la Grecia, conquistata militarmente nel 146 a.C. dai Romani, che hanno modellato la loro cultura sulla civiltà greca; hanno assimilato la mitologia greca e dato un diverso nome alle divinità elleniche, integrandole sincreticamente con le proprie; hanno importato in massa statue greche e ricalcato le opere celebri; hanno adottato l’architettura greca e i suoi ordini (dorico, ionico e corinzio), integrandoli con le proprie tecniche ingegneristiche. Orazio riassunse questo rapporto così: “La Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore”.
Roma ha riletto l’ellenismo e creato la sua cultura evoluta fondendo l’estetica greca alla sua organizzazione sociale, laddove alla polis, la città-stato greca, escludente ed elitistica, ha sovrapposto la sua civitas, un sistema giuridico e amministrativo assai più partecipativo. I Romani, pur conservando una forte identità basata sul pragmatismo, l’ingegneria e il diritto, riconobbero la superiorità dei Greci nelle arti e nel pensiero. Mandarono i giovani ad acculturarsi ad Athenae, per studiarne la filosofia e la lingua, ma anche nella vicina Neapolis, definita “quasi graecam urbem” da Tacito negli Annales, alla quale, con il Foedus Neapolitanum, fu consentito di conservare la lingua greca e le grecità delle sue tradizioni e dei suoi costumi, utili alla classe dirigente romana nel processo di romanizzazione della Magna Grecia.
Ed è proprio grazie a Napoli che la Roma di oggi è “museo a cielo aperto, cultura e memoria” (Giorgia Meloni, cit.) e che si mostra in tutta la meraviglia delle sue antiche vestigia, riscoperte sull’esempio di Carlo di Borbone prima e del figlio Ferdinando poi.
L’esempio e l’impulso vennero dai rinvenimenti romani attorno al Vesuvio, da quelli greci di Paestum, della Reale Accademia Ercolanese, dall’Herculanense Museum di Portici e del Real Museodi Napoli (oggi MANN), siti grazie ai quali da Napoli fiorì l’arte neoclassica in luogo di quella barocca.
Se Carlo aveva avviato gli scavi e conservato i reperti, attirando studiosi come Winckelmann, Ferdinando aveva fatto portare via dal Palazzo Farnese di Roma, di sua proprietà, le sculture greche rinvenute a metà del Cinquecento nelle Terme di Caracalla per darle in mostra pubblica ai napoletani, agli artisti e agli studiosi viaggiatori, con fortissima irritazione di papa Pio IV. Negli appunti di viaggio di Goethe, alla data del 16 gennaio 1787, si legge: “Roma sta per perdere un grande capolavoro dell’arte antica. Il re di Napoli farà trasportare nella sua capitale l’Ercole Farnese. Gli artisti sono tutti in lutto, ma intanto avremo occasione di vedere quanto era nascosto fin qui”.
Napoli, città greca in cui trovarono casa delle sculture greche, era fiorita anche con l’incoraggiamento all’arte. Un incoraggiamento che fece esplodere pure il talento di Antonio Canova, che a Napoli trovò “situazioni di paradiso” e incontrò ricca committenza, pubblica e privata. Fu proprio lo scultore veneto a ritratte il re Ferdinando in veste di Atena-Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, per accogliere i visitatori del Real Museo, allegoria in onore del sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, a rappresentarne il contributo decisivo per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. Ormai affermato come caposcuola del Neoclassicismo, lo scultore di Possagno fu chiamato da Napoleone a lavorare a Parigi, e lì, nel 1810, gli chiese di non portare via opere antiche “né da Roma, né da Napoli”. Rifiutò la proposta di restare definitivamente in Francia fatta dall’Imperatore, che provò a convincerlo proponendo quale risarcimento ciò che i papi non avevano fatto per Roma, diversamente da ciò che i Borbone aveva promosso nei dintorni del Vesuvio e non solo: “L’Italia potrà rindennizzarsi cogli scavi. Io voglio scavare a Roma: ditemi, ha egli il Papa speso assai negli scavi?”.
Napoleone stava impreziosendo Parigi desiderando dai suoi architetti un Neoclassicismo più pomposo, lo stile Impero. Aveva gradito le nuove costruzioni neoclassiche di Milano, firmate da un allievo di Luigi Vanvitelli, il marchigiano Giuseppe Piermarini, ingaggiato da Karl Joseph von Firmian, governatore austriaco di Milano, che aveva voluto portare in Lombardia le novità di Napoli. Vi aveva vissuto alcuni anni, in carica di ambasciatore di Vienna, e si era appassionato profondamente a quel che si andava creando nella capitale borbonica.
A Roma si iniziò in quel periodo a salvare il Colosseo. Abbandonato e spogliato di marmo per secoli, era stato consacrato nel 1749 da Papa Benedetto XIV per porre fine alle spoliazioni. Gli appunti di Goethe (2 febbraio 1787) ci dicono che nel 1787 vi ci viveva un eremita in una cappelletta, e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Tra il 1806 e il 1845, furono costruiti grandi speroni in laterizio per sostenere le arcate pericolanti, definendo l’aspetto attuale. Napoli aveva riacceso l’interesse artistico e anche scientifico per l’antico, ma Roma restò frenata dai papi e dalla ristrettezza delle casse cittadine, finché non fu conquistata da Vittorio Emanuele II e resa capitale dell’Italia unita. Solo allora iniziarono campagne di scavo massicce, da cui la riscoperta sistematica del Foro Romano. Tra il 1930 e il 1932, in occasione dell’apertura di via dei Fori Imperiali, vennero portati alla luce importanti resti come il Foro di Cesare. Soprattutto durante il ventennio fascista, in nome del mito di Roma imperiale, la capitale crebbe a dismisura e toccò il milione e mezzo di abitanti (poi pure ampiamente superati).
Oggi, le testimonianze del passato romano, e non solo romano, continuano a emergere in tutta Italia, dai centri principali alle aree periferiche, ma non tutti sono consapevoli che il prezioso passatismo italico è stato in realtà stimolato dalla Napoli borbonica, la culla dell’Antico riscoperto, figlia della Grecia antica, la culla della civiltà occidentale.
Pietrangelo Buttafuoco, filosofo catanese, scrittore e attuale presidente della Biennale di Venezia, si spende in un articolato e condivisibile elogio per Napoli «città-mondo, la vera grande capitale culturale» nel corso della trasmissione radiofonica “La Radiazza” (Radio Marte), incolpando il Sud di essersi consegnato al Nord predatore in nome di una civilizzazione dietro la quale si è nascosta una colonizzazione disidentificante.
Angelo Forgione– A fine gennaio l’Istat ha pubblicato un rapporto sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere in Italia, che evidenzia una diminuzione dell’uso dei dialetti un po’ dappertutto, soprattutto nel Nord-ovest del paese, anche se sono sempre più apprezzati.
Metà della popolazione dai 6 anni in su parla solo o prevalentemente italiano in famiglia, con gli amici e con gli estranei. L’uso esclusivo del dialetto è assai limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. Poco più di una persona su dieci utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%).
È una tendenza iniziata con il boom economico del dopoguerra, la crescita della scolarizzazione e i grandi flussi migratori soprattutto dal Sud verso il Nord Italia. Eppure i dialetti non sono affatto morti, e non sono più considerati elemento di scarsa istruzione. Non è più così ampio lo stigma culturale che li accompagnava quando connotavano la fascia di popolazione meno istruita, quindi incapace di esprimersi in italiano. È semmai la scarsa istruzione a rendere difficoltosa l’espressività verbale, in qualsiasi linguaggio, italiano e dialetto compresi. Si possono ben conoscere l’italiano e il proprio dialetto nello stesso tempo, e l’uno non interferisce con la padronanza dell’altro, nello stesso rapporto che c’è tra l’italiano e le lingue straniere. Anzi, il bilinguismo attivo migliora le funzioni cerebrali, e per esso si intende anche l’alternanza costante tra l’idioma che impariamo sui banchi di scuola e quello che assorbiamo tra le mura domestiche.
Campania, Calabria, Sicilia e Veneto sono i principali feudi del bilinguismo interno, le regioni in cui è più alta la percentuale di uso alternato di italiano e dialetto in famiglia e tra amici, confermando come nel Mezzogiorno la lingua locale resti il collante sociale per eccellenza nelle relazioni di fiducia. E se la Calabria svetta su la Sicilia e la Campania per uso in modo esclusivo o misto del dialetto in famiglia, è la Campania a primeggiare per l’uso del dialetto con le amicizie e gli estranei.
Il napoletano si difende meglio che altrove. È vivo e vegeto nella produzione culturale e artistica, ed è usato in modo alternato all’italiano da quasi cinque persone su dieci, mentre la media italiana è di meno di tre persone su dieci. Nei modi e nei contesti giusti, è ritenuto più efficace della lingua nazionale quando occorre rimarcare un concetto ed enfatizzarlo.
Quando il raggio della conversazione si estende agli estranei, il panorama linguistico subisce generalmente una virata drastica verso l’italiano, che diventa il codice quasi universale per la stragrande maggioranza della popolazione nazionale. In Toscana e Liguria, l’uso del dialetto in famiglia crolla vertiginosamente, coinvolgendo rispettivamente solo il 13,4% e il 15,9% della popolazione. Le due regioni limitrofe si confermano le regioni più ancorate all’uso esclusivo dell’italiano pure tra amici, con percentuali che superano l’80%, con il Veneto che resta l’eccezione del Nord mantenendo un forte legame con la parlata locale per oltre la metà dei cittadini.
Angelo Forgione– Da qualche tempo, i napoletani si sono persuasi che la lingua dell’amore non preveda la più eloquente delle dichiarazioni d’amore. Niente «t’amo»: bandito!Si dice«te voglio bene assaje». È davvero così? Facciamo chiarezza. Il fatto è che esiste un napoletano popolare, sostanzialmente solo parlato, e parlato dal popolo, ed esiste un napoletano letterario, quello parlato e scritto altamente, che ha dato grande dignità al dialetto, rendendolo lingua. È un po’ come nel caso del condizionale “vorrei”, che il napoletano popolare traduce con l’imperfetto congiuntivo “vulesse” in luogo del letterario “vurria”. I pochi che scrivono e parlano un napoletano alto usano il secondo, anche nel terzo millennio, mentre la massa usa diffusamente e pur correttamente il primo. Il che non significa che uno dei due sia sbagliato. Anzi! Dunque, affermare che il verbo “amare” in napoletano non esiste, con la prima persona al presente addirittura bandita, è scorretto.
Angelo Forgione– Come non parlare di storia di Napoli nella Giornata nazionale del Paesaggio? È la città delle gouaches, in un’epoca in cui la fotografia non c’era e il desiderio dei viaggiatori del Grand Tour settecentesco di serbare l’inimmaginabile emozione visiva del Golfo di Napoli fu appagata commissionando ai pittori che si incontravano sul posto dei dipinti di facile trasporto. A quel tempo, Goethe scrisse che Roma, a confronto della grande apertura di cielo di Napoli, appariva come un vecchio convento in posizione sfavorevole. È la città della celebre Scuola di Posillipo, grande espressione Ottocentesca del tradizione vedutista, in cui furono coinvolti diversi artisti di mutazione del gusto rispetto al modello settecentesco delle gouaches, fedeli alla trascrizione pittorica del vero con aggiunta di più marcate suggestioni romantiche.
Del resto Neapolis, la nuova Napoli, nacque esattamente con l’intento di preservare la veduta piena del Golfo, allorché il piano urbanistico ippodameo generò tre grandi direttrici da est a ovest su tre livelli protesi sul mare, i plateiai (poi decumani in epoca romana), secondo un modello scenografico “a terrazze” che assicurava la vista del mare agli abitanti e la veduta di un’urbanizzazione monumentale per settori ascendenti ai naviganti.
Circa ventidue secoli dopo, nell’Ottocento, durante l’espansione di Napoli sulle colline, in un ampio piano progettuale voluto nel 1839 dal re Ferdinando II per la definizione de “l’Abbellimento della città di Napoli”, l’amministrazione borbonica restava de facto ancora fedele alle antiche finalità greche, e vietava l’edificazione di edifici che ostruissero la vista panoramica nelle strade sulla linea di costa con dei lungimiranti rescritti reali in materia di tutela e difesa paesistica, affinché fosse preservata la vista d’insieme della città bassa, del golfo e del Vesuvio, magari in eruzione.
Il Real Rescritto del 28 luglio 1841, relativo alla strada di Posillipo, così recitava:
“[…] fermo restando il principio, che sulla strada di Posillipo non si possono innalzare o costruire fabbriche che impediscono la vista del mare, né ricostruire le antiche senza il permesso del Consiglio istesso”.
Il 22 gennaio 1842, lo stesso divieto fu esteso alle strade collinari di Poggioreale e Capodimonte:
“[…] ancora alle strade del Campo e Capodimonte, per quello che riguarda gli edifici, che toglierebbero alle medesime la veduta delle campagne sottoposte e del mare”.
Qualche anno più tardi, in conseguenza alla realizzazione del corso Maria Teresa, oggi Corso Vittorio Emanuele, fu pubblicato un apposito Real Rescritto datato 31 maggio 1853:
“Lungo la novella strada corso Maria Teresa sia vietato ai proprietari dei fondi alzare edifizi, muri o altre costruzioni, le quali impediscano o scemino la veduta della capitale, dei suoi dintorni e del mare, dovendo rimanere affatto scoperta la visuale del lato sinistro della strada medesima dalla Cesaria ad andare a Piedigrotta”.
Ne venne fuori un primo tratto di strada che, della Madonna di Piedigrotta di Mergellina fino al complesso monastico di Suor Orsola Benincasa, fu definito nelle cronache del tempo come “il più bel loggiato del mondo”. La zona a valle venne peraltro destinata a verde da un piano redatto dal consiglio edilizio borbonico nel 1859.
Strada che doveva approdare fino a Capodimonte, ma con la caduta borbonica nel 1861 tutto fu stravolto. Il Corso, nel 1873, fu portato solo fino al congiungimento con la zona della Cesarea, la piazza Mazzini di oggi, e senza i vincoli paesistici che avevano fatto del primo tratto un’elegantissima strada panoramica di costa. È infatti notevole e visibile la differenza estetica tra il tratto borbonico e quello “piemontese” nella strada ai giorni nostri. Immaginiamocelo con il lato mare completamente privo di edifici come nel tratto rimasto panoramico a monte del Parco Margherita. E immaginiamoci quel panorama senza il grattacielo nel centrale rione Carità, con i suoi trenta piani innalzati a cento metri di altezza, a sfregiare brutalmente la riconosciuta e incomparabile bellezza della baia di Napoli, totem a bella posta – si fa per dire – di una bellezza sfigurata e violento schiaffo al panorama sferrato dalla Società Cattolica di Assicurazioni di Verona tra il 1954 e il 1957.
Appena dopo l’unità d’Italia, le banche piemontesi e romane, nella sfrenata bolla edilizia che condusse allo scandalo della Banca Romana, edificarono con criteri “bidimensionali” adatti a città pianeggianti, ignorando l’orografia dei luoghi e le tre dimensioni tipiche della città obliqua, protesa verso il mare. Un’omissione visibile, oggi come allora, nella rarità di aperture panoramiche con vista sul Golfo.
Nel 1893, il periodico d’élite Napoli Nobilissima così descrisse gli interventi appena realizzati sulla collina del Vomero:
“Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”.
Quella bellezza alla quale non ci si abitua mai, e che sempre ci stupisce quando un panorama napoletano ci appare all’improvviso, nascosto dietro una curva e in tutti quei luoghi dove è ancora cortesemente lasciato libero il paesaggio.
Massimiliano Fuksas, che per Napoli ha realizzato la stazione Duomo della matropolitana, dice che proprio Napoli è la città più bella del mondo, ma senza dirlo. O meglio, senza poterlo e volerlo dire perché orgogliosamente romano. È che un romano che conosce Napoli si rende conto che, sì, Roma è più bella architettonicamente, ma la ricchezza storica, culturale, artistica, paesaggistica, territoriale, popolare e umana di Parthenope fanno la differenza con tutte. Perché Napoli è città-mondo, e l’hanno mostrato gli autori di La città ideale, programma di Rai Tre che, dopo Singapore, Helsinki, Dubai, Copenaghen, Montevideo e Tokyo, ha chiuso con gioia e meraviglia la sua prima serie tuffandosi tra archeologia, arte, musica, spettacolo, gastronomia, scienza, rigenerazione urbana, riscatto sociale e quell’oltre che, tutto insieme, davvero solo Napoli può offrire. Rivederla (clicca qui) può aiutare a capire che, se cacciare i veneziani da Venezia non cancella Venezia, cacciare i napoletani da Napoli cancella Napoli.