Il pomodoro dalle Americhe a Napoli

rdn_coverIl pomodoro, frutto venuto dalle Americhe che trova cittadinanza e dignità a Napoli. E da qui invade le cucine del mondo. Come?
Una bellissima storia raccontata da il Re di Napoli.

Il Re di Napoli

rdn_coverDal 31 gennaio, in libreria, il Re di Napoli. Non è un libro di ricette ma un documentato saggio storico con due protagonisti: il pomodoro, prodotto simbolo della cucina italiana nel mondo, e i napoletani, che hanno insegnato a tutti come cucinarlo e mangiarlo.
Un viaggio dalle radici sudamericane della pianta al suo arrivo in Europa, passando per il Messico e poi la Spagna, fino ad approdare al vero artefice della distribuzione del purpureo frutto nel mondo: il Regno di Napoli.
La narrazione osserva le origini americane della bacca tonda e il contatto con l’Europa attraverso i Conquistadores che nel Cinquecento lo conducono a Siviglia, e dall’Andalusia alla “spagnola” Napoli.
Nel periodo setto-ottocentesco, la capitale borbonica opera una rivoluzione agricola fondamentale per le usanze alimentari, di cui il pomodoro è protagonista insieme alla pasta di grano duro.
 Da particolari rapporti diplomatici del Regno di Napoli, in nome di san Gennaro, ha origine il pomodoro vesuviano a bacca lunga, ovvero l’antesignano del San Marzano, che invade tutto. È un vero e proprio prodigio del Santo che coinvolge la pasta stessa, la Parmigiana di melanzane, il Ragù, le Lasagne e pure l’Amatriciana, piatti che poi, come la pizza, supereranno le diffidenze nordiche e diventeranno “italiani”. Di tutte queste pietanze se ne narra approfonditamente la vera genesi, fino alle definitive versioni, apprezzate anche oltre i confini nazionali.
Il racconto prosegue col pomodoro nel Regno d’Italia e l’irruzione del San Marzano, con la nascita dell’industria conserviera e del fenomeno piemontese Francesco Cirio al Sud, fino al sorgere del comparto di Parma, col suo pomodoro tondo Riccio. E ancora, il pomodoro nel periodo bellico, per finire con la narrazione dal dopoguerra al difficile presente, contraddistinto da una preoccupante crisi del lungo ‘Pomodoro pelato di Napoli’, simbolo di specificità territoriale che cresce solo al Sud. Ma perché solo qui?

Indice

Intoduzione – Il regno del gusto e del buon vivere

IIl pomodoro dalle Americhe all’Europa
Dall’Impero di Spagna ai territori d’Italia
L’introduzione napoletana nella dieta

IIIl pomodoro nel Regno di Napoli
 I maccheroni alla napoletana
Il Ragù napoletano
La Parmigiana di melanzane
La Salsa all’amatriciana

IIIIl pomodoro nel Regno d’Italia
Le Lasagne al pomodoro
La Pizza al pomodoro
L’industria conserviera e il fenomeno Cirio
Il pomodoro nell’industrializzazione italiana

IVIl pomodoro dal dopoguerra a oggi
Il grande affare mondiale
Le filiere italiane del Duemila

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Ancelotti, l’Inter, la Juve e l’Unesco

Angelo Forgione – Tra chi confonde le idee e chi si ammanta di una moralità che proprio non ha, Ancelotti è tornato nel calcio italiano come una mosca bianca nella battaglia culturale contro razzismo e discriminazione territoriale. Ha squarciato i silenzi, e anche le parole degli impostori… come quelle di Andrea Agnelli e della sua Juventus, che presenta ricorso contro la chiusura di un settore del suo stadio, a differenza della ben più dignitosa Inter, cui va un plauso per non essersi ribellata al giudice sportivo. E ancora complimenti all’Unesco per la scelta del partner nella difficile lotta culturale del Football.

Il dibattito giusto ma incompleto sul “colpo di stato napoletano” del 1799

repubblica_napoletanaAngelo Forgione Piccolo estratto del dibattito televisivo (Passato e Presente – Rai) sulla Repubblica Napoletana e sulla particolarità di una sommossa contro il riformismo borbonico e il popolo, condotta da una élite di altoborghesi.
Non una rivoluzione contro una tirannia, per nulla accostabile a quella francese, come ha voluto far intendere la retorica risorgimentale, ma un vero e proprio colpo di stato oligarchico compiuto da una élite napoletana protetta da un esercito straniero che segnò la fine del percorso di mutazione degenerativa della massoneria partenopea, fomentata da particolari sollecitazioni esterne.
Paolo Mieli e Lucio Villari centrano il tema ma non danno risposte sul perché quell’anomalo movimento sovversivo prese corpo a Napoli, dove prima Carlo di Borbone e poi Ferdinando e Maria Carolina, diversamente da Luigi e Maria Antonietta a Parigi, portavano avanti l’ammodernamento del loro Regno.


Le risposte vanno ricercate nell’operato oscuro di personaggi che la storiografia ufficiale non nomina. Il teologo Friederich Münter innanzitutto, e poi l’abate Antonio Jeròcades, sobillatori degli intellettuali e dei massoni di Napoli.
La storia e le risposte che nessuno fornisce le trovate su Napoli Capitale Morale, ma un piccolo anticipo lo potete avere cliccando sul link di seguito:

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

 

Padovan: «a Napoli stupidi pagliacci». Ma la città ancora lo attende in pellegrinaggio.

Angelo ForgioneDuro attacco di Giancarlo Padovan al Napoli per il tweet del club di De Laurentiis dopo la sconfitta della Juventus contro il Manchester: “Siamo l’unica squadra italiana imbattuta in Champions League”.
Tweet che lascia il tempo che trova, anche discutibile per tempismo, ma che non mente, non racconta bugie, ed esprime un dato di fatto quantunque effimero. Ma il giornalista veneto, ex direttore di Tuttosport, lo giudica come espressione di una società ridicola, “intellettualmente stupida”, composta da “nesci”, cioè ignoranti, mentre in Italia un club davvero si auto-attribuisce traguardi illegittimi e li mostra nel suo “salotto” in barba alle sentenze di revoca dei tribunali sportivi.
A proposito di serietà, stiamo ancora attendendo il pellegrinaggio a piedi di Padovan da Milano a Napoli, promesso lo scorso maggio per pagare il pegno della incredulità circa l’approdo di Ancelotti all’ombra del Vesuvio. Carlo c’è arrivato mentre Giancarlo, dopo quasi sei mesi, nei dintorni della meta pagana del San Paolo pare proprio di no, e nessuno l’ha visto. Anzi, non si è proprio avviato. È ancora a Milano, sempre lì, a deridere il Napoli. Eppure aveva avvisato in pompa magna di mantenere la promessa, ammonendo che lui era persona seria.
La stoltezza è inesauribile, la serietà no.

Ancelotti e la bellezza di Napoli

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Angelo ForgioneSono il primo a diffidare dalle spesso facili dichiarazioni d’amore per Napoli e a criticare l’assegnazione di medaglie al valore al forestiero che fa abuso del troppo inflazionato slogan “amo Napoli”.
L’ultima delle belle frasi è arrivata da Carlo Ancelotti, i cui apprezzamenti per la bellezza di Napoli (non la sua vivibilità) non li evidenzierei se non li ritenessi spontanei. La dichiarazione resa a Il Mattino («Per capire quanto è bella Napoli dovete aver vissuto prima a Londra, Parigi, Monaco… e dopo capirete») è considerata una furba sviolinata da qualcuno. Chi ha visto il video dell’incontro dei giornalisti del quotidiano napoletano con l’allenatore del Napoli avrà notato che quest’affermazione non è stata sollecitata da una domanda sulla città ma è venuta dopo che gli era stato chiesto se si fosse lasciato bene con quelli del Bayern Monaco. Chi non l’ha visto e lo vedrà, osserverà (al minuto 27:22) che è giunta una risposta evidentemente sarcastica con la quale Ancelotti sottolineava il disappunto nei confronti dei bavaresi. Dopo le risate dei presenti e qualche istante di riflessione, improvvisamente il mister si lanciava, spontaneamente, ad esprimere un concetto che gli era balenato in mente pensando probabilmente alla cordial Baviera: «Volevo dire una cosa su Napoli…».
Se la mia esegesi del pensiero ancelottiano non vi convince, provate allora a vedere cosa ha detto Re Carlo a un amico spagnolo incontrato nella sede dell’UEFA di Nyon che gli ha chiesto come si stesse trovando a Napoli. Altro che operazione simpatia.