Luigi Vanvitelli compie 320 anni

luigi_vanvitelliAngelo Forgione320 anni fa, il 12 maggio 1700, da madre napoletana e dal pittore vedutista olandese Gaspar van Wittel, nasceva a Napoli il grande genio dell’architettura del Settecento, artista crocevia tra tardo Barocco e Neoclassicismo, colui che, sotto l’influenza dei modelli ercolanensi e poi pompeiani, mutò il proprio gusto e poi quello europeo, trasformando dalle radici l’architettura del Vecchio Continente e d’Occidente.
Formatosi a Roma, si segnalò nell’arricchimento monumentale della città pontificia e di Ancona al servizio di papa Clemente XII. Ebbe la sua grande occasione quando fu chiamato nella natia Napoli da Carlo di Borbone per realizzare la nuova reggia-cittadella nella piana ai piedi dei Monti Tifatini a Nord della Capitale che doveva simboleggiare la completa indipendenza di Napoli da Madrid e la nascita effettiva, e non solo formale, della monarchia “nazionale” dei Borbone di Napoli. Dopo il rifiuto del troppo anziano Nicola Salvi, autore della Fontana di Trevi, toccò progettare e realizzare il monumento napoletano per il mondo proprio a lui, che con il Salvi aveva collaborato alla bellissima fontana romana. Il 20 gennaio del 1752 pose la prima pietra, proprio nel giorno del trentaseiesimo compleanno del Re, mentre avviava le ricerche delle sorgenti per la realizzazione dell’acquedotto per cui si spinse fino alle falde del Taburno, nel Beneventano, da dove fece partire i circa trentotto chilometri del mirabile Acquedotto Carolino lungo nove trafori e i Ponti della Valle, ispirati al Pont du Gard dell’acquedotto romano di Nîmes. L’architetto realizzò la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, con cui dimostrò anche le sue notevoli competenze ingegneristiche affinate al fianco del Salvi a Roma.
Guidò i lavori, compiuti da operai specializzati e da migliaia di galeotti musulmani del Nord-Africa catturati durante le scorribande piratesche lungo le coste del Regno. A supportare il grande architetto anche un’ampia cerchia di collaboratori e allievi fidati, uno dei quali, Giuseppe Piermarini, fu indicato alla corte austriaca per portare l’esperienza napoletana e la nuova architettura neoclassica, stimolata dai coevi scavi vesuviani, a Milano. Così, sulla scorta delle conoscenze maturate per la realizzazione vanvitelliana del teatrino di Corte di Caserta, un San Carlo in miniatura, nacque il teatro Alla Scala.

reggia_di_caserta

Per i Borbone, Luigi Vanvitelli realizzò a Napoli il Foro Carolino (l’attuale piazza Dante), il Quartiere di Cavalleria al ponte della Maddalena, la facciata e la sagrestia di S. Luigi di Palazzo (poi abbattuta), la chiesa di S.Marcellino, la chiesa della Rotonda (anch’essa demolita), la chiesa dell’Annunziata, la chiesa dei Padri della missione ai Vergini, il palazzo del marchese Genzano a Fontana Medina (oggi Palazzo Fondi), il palazzo del principe Doria d’Angri a Toledo, il restauro del Palazzo reale e il progetto di Villa Campolieto a Resina (terminato dal figlio). A Benevento fu chiamato per progettare il ponte sul Calore; a Barletta le saline; a Foggia il Palazzo della Dogana. Ma con i suoi gran capolavori, la Reggia borbonica e il suo Acquedotto, oggi patrimoni dell’Umanità Unesco, guadagnò l’immortal gloria, anche se non vide finito il Real Palazzo. Morì nel 1773 a Caserta, ed ereditarono la direzione dei lavori prima il figlio Carlo e poi Gaetano Genovese. Ci vollero circa cento anni per chiudere i cantieri, con qualche evidente “taglio” rispetto all’originario disegno. A dire stop fu Ferdinando II, nel 1847, impegnato a risanare il debito pubblico del Regno.

acquedotto_carolino

Purtroppo a Luigi Vanvitelli, artista angolare del Settecento, non è dedicata neanche una statua nella sua città natale, che si limita al toponimo della piazza principale nel quartiere collinare del Vomero (dove un monumento in suo onore ci starebbe invece benissimo). Onore che gli ha riservato Caserta, la città sorta disordinatamente attorno alla Reggia senza i dettami che lo stesso architetto aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E sarebbe stata bellissima. Auguri, Gigino!

Van Aalderen: «L’Italia non può prescindere da Napoli»

Angelo Forgioneforgione_vanaalderen_maggio15Interessante appuntamento con Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia, alla scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del suo libro Il Bello dell’Italia. L’inviato per l’Italia e la Turchia del quotidiano olandese De Telegraaf ha risposto alle domande degli allievi sulla professione giornalistica e ha accennato ai motivi per cui ha voluto parlare di Napoli nell’introduzione del suo saggio.

Nel video, un piccolo estratto della conferenza relativo ai passaggi sulla città partenopea.

Sul “De Telegraaf”, l’abbandono della ricchezza di Napoli

“Napoli è un gioiello di città, non meno bella di Roma o Firenze. Ma…”

Il prestigioso quotidiano olandese “De Telegraaf” ha pubblicato un reportage di Maarten van Aalderen sull’abbandono e il saccheggio del patrimonio monumentale di Napoli, realizzato sul posto con il supporto di Angelo Forgione per il centro storico, di Antonio Pariante per la Napoli antica e di Umberto Bile per il complesso dei Girolamini. Di seguito è riportata la traduzione in italiano.

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L’abbandono delle antiche chiese di Napoli

NAPOLI, Sabato 9/11
Le più belle chiese e i monumenti di Napoli, che testimoniano il grande passato della città, abbandonati nell’indifferenza generale. Scuote la testa il giovane scrittore Angelo Forgione, un vero napoletano, indicando il soffitto del colonnato della Basilica di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito. C’è una rete che dovrebbe evitare che i detriti crollino a terra.
Il famoso teatro San Carlo, che si trova dietro la curva, qualche anno fa è stato restaurato. A quanto pare, però, non a regola d’arte. «Guarda la facciata laterale. I primi pezzi di intonaco si sono già staccati», dice l’orgoglioso e attivissimo Angelo.
Non meno di duecento bellissime chiese si trovano nel vecchio centro storico, il più grande d’Europa. I restauri spesso durano molti decenni. Grandi chiese barocche sono state saccheggiate o vengono utilizzate come discarica. Anche la camorra le adibisce a deposito di stupefacenti e di armi. A volte c’è l’occupazione abusiva di intere famiglie o, senza autorizzazione, di abusivi che ne fanno luogo di commercio.
«Napoli ha più di 500 chiese, più di Roma. È una città unica al mondo. Ma non siamo assolutamente in grado di preservarle», dice Antonio Pariante. È presidente del comitato di Portosalvo, che si dedica alla conservazione e alla tutela del ricco patrimonio culturale della città. «Il centro storico è patrimonio dell’umanità. Il sindaco deve provvedere ad un piano di gestione. Se non è in grado di farlo, meglio uscire dalla lista Unesco».
Il 56enne napoletano mostra vecchi e affascinanti quartieri come San Lorenzo, San Giuseppe e Forcella. La nostra attenzione è rapita. Napoli è un gioiello di città, non meno bella di Roma o Firenze. Ma durante il percorso, incontriamo chiese sbarrate.
«A volte le sbarra la criminalità organizzata che usa le chiese abbandonate per nascondere qualcosa», dice Pariante. «Ma vogliamo che riaprano. È importante che la ricchezza culturale delle chiese sia accessibile a tutti, in modo da conoscere la nostra storia».
Forcella, è il fortino della camorra. Attraversiamo strade strette e buie. Visitiamo la Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, una chiesa barocca con affreschi e tele di Giacinto Diano, una delle più grandi chiese di Napoli. Ma dal terremoto del 1980 è chiusa e non ci sono soldi per il restauro. C’è una vasca da bagno rotta con la spazzatura dentro. Pezzi di recinto di marmo della chiesa sono stati rubati.
A trenta metri di distanza si trova una chiesa la cui parte superiore è abitata abusivamente. Poco dopo spunta un negozio di scarpe. «Che non dovrebbe esserci, perché è ufficialmente ancora una chiesa. Al commerciante non è mai stata concessa in licenza». Quando finalmente troviamo una chiesa aperta, vediamo all’interno poche persone che pregano ad alta voce. «Una bella chiesa, ma spogliata di oggetti. Ceramiche, pezzi di marmo, affreschi, sculture, oggetti di valore che vengono venduti al mercato nero».
Il furto è un problema noto a Napoli. Umberto Bile, responsabile della conservazione e della custodia giudiziaria del complesso religioso dei Girolamini, racconta ciò che ha fatto il suo predecessore: «Ha rubato molte migliaia di libri antichi di inestimabile valore dalla preziosissima biblioteca. Fortunatamente, ne sono stati ritrovati 3000. La maggior parte erano a Monaco di Baviera».
Bile deve provvedere alla cura di tutto il complesso. «Non ci sono soldi per la manutenzione. Per mesi siamo andati avanti senza luce. Ho dovuto imporre ai visitatori un biglietto d’ingresso, così almeno possiamo pagare le bollette».