Macron: «Napoli è l’Italia a me cara»

Angelo Forgione – A rivelare l’amore del discusso Emmanuel Macron per Napoli ci aveva già pensato qualche tempo fa Caterina Avanza, una bresciana nello staff del presidente francese. «Per lui, Napoli è la città più bella del mondo», disse qualche tempo fa l’unica italiana al servizio del leader transalpino. «Ama Napoli, è stato lì a Natale del 2015. Mi ha confidato di avere una passione forte per quella città, per i suoi musei eccezionali, ed era davvero convinto di quanto mi raccontava».
Parole confermate a Fabio Fazio dal diretto interessato, folgorato dal teatro di Eduardo, dalle scritture del mio amico Jean-Noël Schifano e dalle storiche parole di Stendhal, per il quale “In Europa ci sono due capitali: Parigi e Napoli”. E dire che il gran francese di Grenoble disse ciò da grande innamorato di Milano, di cui si sentiva cittadino, tanto da farlo scrivere suo sepolcro al cimitero parigino di Montmartre.
E mi viene in mente anche Gerard Depardieu, per il quale «L’Italia inizia a Napoli».
L’amore dei francesi per l’intellettualità di Napoli è forte, e spiega anche il motivo per cui i turisti transalpini scelgono di sostarvi più di altri, mentre i tedeschi preferiscono le isole e gli inglesi la costiera sorrentina.

Il Re di Napoli al ‘Mattin8’

rdn_coverLa curiosità è un motore che mi tiene acceso, e che accende anche gli altri quando sentono l’identità parlare servendosi di me. Quando parlo di ciò che scopro e imparo vorrei che tutti ne sapessero. Non deve restare a me.
Le riflessioni dell’ottimo Salvatore Calise, conduttore del Mattin8 (Canale 8), in una piacevole discussione che non è semplice copertura di un palinsesto televisivo, sono di quelle che mi fanno capire che sono un folle, sì, ma anche che la follia può essere contagiosa.

Chiacchierata napoletana al ‘Mattin8’

«Quando parla Forgione di Napoli è una bella boccata d’ossigeno».
Lusinghiero complimento di Salvatore Calise durante una piacevolissima chiacchierata su Napoli, la sua cultura e la sua identità al Mattin8 (Canale 8).

Alessandro Gassman: «Napoli faro di cultura per il Paese. Mi dà energia.»

Angelo Forgione È cosa normale che, in occasione di cerimonie di conferimento di cittadinanze onorarie, si spendano belle parole per il luogo che ti tributa un simile onore. Quando però ascolti Alessandro Gassman, nuovo cittadino onorario di Napoli, dire che i napoletani gli danno energia e che quando rientra nella sua Roma, i suoi concittadini gli sembrano «tristi, lenti, spenti», capisci che sta andando oltre le parole di circostanza, perché un conto è omaggiare chi ti omaggia e un altro è farlo a detrimento di chi ti ha dato i natali.

Il Corsiero Napolitano, la Ferrari dei cavalli

Angelo Forgione Il cavallo è il simbolo di Napoli ma anche rappresentante di eccellenza del suo territorio. Nel mondo in cui ci si avvaleva degli equini per spostarsi e guerreggiare, Napoli era celeberrima per la sua peculiare razza, tra le migliori del pianeta. Principi, re e regine di tutto il mondo facevano a gara per possederne uno.
Il Cavallo Napolitano ha origini antichissime. Gli Etruschi scelsero l’area capuana per impiantare i loro allevamenti equini, in un ambiente climatico favorevole, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, dove successivamente i Romani ereditarono la razza e la incrociarono con cavalli berberi importati dal Nord Africa, generando i migliori esemplari per la corte imperiale.
In seguito, Federico II portò a Napoli dei cavalli orientali, veloci e leggeri, che si fusero con quelli locali. La selezione della razza si consolidò nel XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, considerata l’elevata qualità raggiunta dai cavalli locali, non ritenne opportuno migliorarli con l’introduzione di sangue di altre razze.

Una esemplare bellissimo, longilineo, snello ma anche poderoso e robusto di zampe, il Napolitano era il cavallo più apprezzato al mondo, insieme a quello iberico, berbero e turco. Una razza pregiata e ambita dalle corti medievali di tutt’Europa.
Nel XV secolo, l’esperto Ercolani scrisse che i cavalli napolitani godevano la più alta fama come cavalli da guerra. Se oggi vi sono le fuoriserie a motore, allora vi erano i corsieri di Napoli a rappresentare il top. Salire in sella a uno stallone napoletano era come mettersi alla guida di una #Ferrari, che oggi, per ironia della sorte, è incarnata da un cavallino rampante, esattamente come Napoli sin dal XIII secolo. E infatti, in una scena del film americano King Arthur del 2017 (video), la citazione è chiara è assolutamente pertinente: «O corri veloce come uno stallone napoletano o è meglio lasciar stare». Anche i famosi cavalieri della tavola rotonda sapevano che per avere una marcia in più dovevano salire in sella a un Cavallo Napolitano.


A Napoli, nel XVI secolo, si sviluppò anche un’importantissima scuola, l’Arte Equestre Napoletana, che ebbe in Federico Grisone il primo cavallerizzo al mondo a pubblicare un trattato sul tema. Le grandi scuole odierne, Vienna (Austria), Saumur (Francia) e Jerez (Spagna), hanno tutte origine da quella napoletana, la cui eccellenza nacque certamente dalla straordinaria abilità dei cavallerizzi partenopei ma anche dal bellissimo Cavallo Napoletano, pure capace, con la sua incredibile obbedienza, di danzare a ritmo di musica, talvolta persino spontaneamente.


Nel trattato “Pietra paragone” di inizio ‘700, curato da Giuseppe d’Alessandro, il Cavallo Napolitano fu considerato come miglioratore di altre razze.
Dopo il 1860, con la violenta annessione delle province borboniche da parte della monarchia sabauda, l’allevamento del Cavallo Napolitano subì le scelte di politica economico-territoriale del Regno d’Italia e fu destinato a una decadenza che ebbe il suo apice con l’avvento delle automobili, che i cavalli li misero nel motore a scoppio nei primi anni del ‘900. La pregiata razza equina napoletana, però, è oggi in fase di specifico recupero ippotecnico.

A San Pietroburgo in scena il mito di Napoli

Angelo Forgione – Al IV Forum Internazionale della Cultura di San Pietroburgo, il 15 novembre 2018, è andata in scena la Napoli del Settecento e la sua Scuola Musicale, che in quel periodo fu capace di plasmare uno stile musicale che si diffuse rapidamente nelle corti europee e fece esplodere nell’immaginario culturale ed estetico d’Europa un vero e proprio “mito di Napoli”.
Raffinati musicisti e compositori come Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa e Tommaso Traetta si recarono proprio a San Pietroburgo, chiamati a lavorare alla corte di Caterina II, consacrando la loro fama internazionale e testimoniando l’attrattiva assoluta che l’Opera napoletana esercitava su tutte le corti europee. L’imperatrice russa amava tantissimo i musicisti napolitani, una volta concluso il loro lavoro alla corte di San Pietroburgo, regalò loro un prezioso “pianoforte a tavolo”, oggi di proprietà del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Ed è stato proprio questo strumento, riportato per la prima volta in Russia, a risuonare nelle stesse sale di più di due secoli fa, durante un concerto con la partecipazione di alcuni musicisti napoletani, sulla scorta di alcune rarissime partiture dei celebri compositori Napolitani.
Una nuova riscoperta degli ottimi rapporti diplomatici tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia e di un dialogo mai interrotto tra due grandi ex-capitali, riunite da una filo di note musicali per rievocare uno stretto scambio artistico, culturale e commerciale dal tempo di Caterina II fino a quello di Ferdinando II.

servizio per il Tg3 Rai di Marc Innaro

Tratto da NAPOLI CAPITALE MORALE:
“L’unico dialogo internazionale del Borbone fu mantenuto con l’autoritario Zar Nicola I di Russia, affettuosamente ospitato a Napoli alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina Aleksandra Fëdorovna di giovarsi del clima della Sicilia, e grato nel ricambiare con due pregevoli cavalli di bronzo con palafrenieri, identici alle statue di ornamento del ponte Aničkov di San Pietroburgo, che erano stati sistemati all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale, di fianco al San Carlo. Del resto, gli ottimi rapporti diplomatici tra i due paesi risalevano al 1777 e Napoli era già la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura. Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, erano stati maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali della capitale russa, recentemente resa neoclassicheggiante dall’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovič perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli. Al teatro Alexandrinsky, intitolato alla zarina e realizzato dal Rossi con facciata molto somigliante a quella del San Carlo di Niccolini, andavano in scena i successi napoletani, ma il gemellaggio culturale divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte San Pietroburgo, fu clonata la fabbrica siderurgica di Pietrarsa, visitata e tanto ammirata dallo Zar, mentre a Napoli giunsero grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le pregiate lavorazioni della pasta.”

Approfondimenti sulla Scuola Musicale Napoletana del Settecento anche su Made In Naples (Magenes) e Napoli Capitale Morale (Magenes).

Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.