Attori indipendenti per protestare contro la riforma del Teatro e il depauperamento di quello napoletano

(riprese tratte da Life In Naples)

Un gruppo di attori indipendenti del Teatro napoletano (tra cui Nello Mascia, Francesco Paolantoni, Rosaria De Cicco, Cloris Brosca e altri) si sono messi insieme da qualche tempo «per “resistere” al sistema teatrale che ha cancellato la parola “merito” e che, totalmente asservito alla politica, privilegia gli amici degli amici».
La riforma ministeriale ha cancellato 300 compagnie piccole e medie, favorendo i Teatri Nazionali. Si intravede all’orizzonte la dismissione del finanziamento pubblico al teatro, che non è più considerato dallo Stato italiano un cardine dello sviluppo sociale.
La “protesta” napoletana è già andata in scena al “teatro Totò” di Napoli, con la commedia ‘O Vico di Raffaele Viviani. Non a caso, perché nel 1917, all’indomani della disfatta di Caporetto, fu messa in atto una forte campagna per far chiudere gli spettacoli di variété, “ poco edificanti per i reduci dal fronte”, che culminò con un divieto governativo. Fu allora che Viviani inventò un nuovo genere, in cui la prosa si fondeva con musica canto e danza. ‘O Vico ne fu la prima commedia. E fu sempre Viviani, nel 1928, a scrivere nella sua autobiografia:
“La mia vita fu tutta una lotta: lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l’avvenire. Con chi lotto? Non col pubblico, il quale anzi facilmente si fa mettere con le spalle al tappeto, ma con i mille elementi che sono nell’anticamera, prima di giungere al pubblico. Parlo del repertorio, delle imprese, dei trusts, dei trusts soprattutto. Oggi come ieri, l’uomo di teatro è in lotta continua coll’accaparramento dei teatri di tutta Italia, i quali sono tenuti e gestiti da pochissime mani, tutte strette fra loro”.

In soccorso della lingua napoletana

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La lingua napoletana è sempre più presente su cartelloni pubblicitari, insegne di Napoli e iniziative commerciali varie, ma aumentano gli errori, anche da parte di napoletani stessi, non solo di scrittura di un idioma “vulnerabile” che va trasformandosi per molteplici cause, prima fra tutte l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Proviamo a far da soli.
Di seguito i link per il download di due file pdf di grammatica napoletana, di cui uno essenziale per avviare a una corretta scrittura, curato dal sottoscritto, e un altro, assolutamente più articolato, redatto nel 1889 da Raffaele Capozzoli.

► Vedemecum per scrivere in Napoletano corretto – di Angelo Forgione

► Grammatica napoletana completa – di Raffaele Capozzoli

Il razzismo positivista-leghista dei tifosi bergamaschi a Napoli

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Angelo Forgione Guardavo la partita Napoli-Atalanta di Coppa Italia quando le telecamere della RAI indugiavano sui tifosi della squadra orobica, bergamaschi della cosiddetta “Città dei Mille”, in trasferta a Napoli. Immediatamente trasalivo individuando quell’uomo barbuto su sfondo nerazzurro esposto in bella vista. Cesare Lombroso sbattuto in faccia ai napoletani, proprio lui, il teorizzatore dell’inferiorità dei meridionali, della loro tendenza a delinquere, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo, l’uomo che caricò di pregiudizi l’analisi della situazione di arretratezza socio-economica in cui venne a trovarsi il Sud dopo l’Unità.

Avevo trattato il personaggio nel mio libro Dov’è la Vittoria, per chiarire ai lettori come fosse esploso il razzismo interno italiano, poi manifestato anche negli stadi dagli anni del boom economico del dopoguerra. Ed eccolo lì lo scienziato della vergogna, puntualmente finito sullo stendardo di una delle tifoserie più razziste d’Italia, quella dei bergamaschi identitari, ai quali, per restare in abito calcistico, conviene dimenticare che il bergamasco di sangue Beppe Signori fu radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi. Entrambi i clan erano dei livelli piramidali di una vasta associazione criminale con vertice a Singapore, dedita all’alterazione dei risultati di partite in tutto il mondo. Per non parlare dello storico capitano dell’Atalanta Cristiano Doni, anch’egli implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, mentre il napoletano Fabio Pisacane diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Il razzismo di retaggio postivista è penetrato lentamente in certe curve del Nord sull’onda leghista dell’ultimo trentennio. L’antropologa francese Lynda Dematteo, studiosa del fenomeno leghista, autrice del libro ‘L’idiota in politica – Antropologia della Lega Nord’ (Feltrinelli, 2011), ha analizzato i punti in comune tra alcune tifoserie lombarde – quella atalantina in testa – e la Lega Nord, dalle simbologie adoperate all’anti-meridionalismo.
E allora eccolo di seguito un sunto di quel che ho evidenziato nel mio libro, per chi avesse voglia di capire come funziona l’Italia dalla sua origine.

— capitolo ‘La discriminazione territoriale’ —

[…] L’asservimento dei popoli delle ex Due Sicilie passò per l’affermazione della teoria dell’inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo. La dottrina si avvalse delle teorie scientifiche sulla fisiognomica del criminologo socialista Cesare Lombroso, con le quali si intese inchiodare i meridionali a una presunta predisposizione alla delinquenza. Lombroso, veronese, osservò i crani dei cosiddetti briganti, braccati dalle milizie piemontesi, oggetto di autopsia nonostante le leggi che già dal 1883 imponevano la sepoltura dei cadaveri dei detenuti. L’antropologo giunse alla personalissima conclusione che i meridionali avessero una vocazione naturale all’omicidio che mancava nei settentrionali. Indicò questa tendenza nella presenza della “fossetta occipitale mediana”, riscontrabile su molti crani del Sud Italia. E bollò come delinquenti la gente del Sud come espressione di sottocultura e di una razza ritenuta inferiore, tendente a delinquere atavicamente. Così scrisse nella sua principale opera, ‘L’uomo delinquente’, nel 1876:

È agli elementi africani e orientali (meno i greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia).

Dopo la sua morte, Lombroso fu sottoposto a un’autopsia che tenne conto delle sue stesse teorie: “Soggetto afflitto da cretinismo perpetuo”, fu l’esito dei risultati. Fu proprio il suo corpo a smentirne le sue teorie razziste e sarebbe stata poi la storia d’Italia a invalidarne abbondantemente gli studi, tra delitti di serial killer, mitomani, “mostri” e truffatori d’alta finanza del Settentrione.
Certe argomentazioni, però, furono riprese da altri sostenitori dell’inferiorità razziale dei meridionali e ispirarono l’opera dell’antropologia positivista del secondo Ottocento. A cominciare dal lombardo di sinistra Enrico Ferri, pure direttore de ‘l’Avanti!’, teorizzatore del “tipo napoletano”, secondo cui il popolo meridionale era propenso a delinquere per atavica inferiorità biologica e non doveva mescolarsi alle razze del Nord d’influenza celtica. Particolare incidenza l’esercitò il criminologo siciliano Alfredo Niceforo, che ricalcò la teoria della distinzione etnica in Italia e la configurò in due diverse razze: l’euroasiatica ariana al Nord e l’euroafricana negroide al Sud e nelle isole. Onesti, presentabili, laboriosi e cooperativi quelli appartenenti alla prima; truffatori, sudici, oziosi e individualisti gli altri. Nel saggio ‘L’Italia barbara’ contemporanea del 1898, Niceforo coniò per la seconda categoria l’espressione “razza maledetta”, condannando con asprezza i meridionali a un cronico sottosviluppo e a uno stadio primitivo di evoluzione psichica, tali da meritarsi di essere trattati “col ferro e col fuoco”. All’innata brutalità di siciliani e sardi accostò il congenito servilismo dei napoletani, descritti come individui senza alcuna personalità:

I segni dell’inferiorità e dello stato ancor primitivo che affettano la psiche del popolo napoletano si palesano con mille altre manifestazioni della sua vita sociale e in specie col servilismo. Nessuna plebe è così servile come quella delle provincie napoletane […]. L’uomo servile è un individuo senza personalità e le società servili sono società in cui il carattere non esiste […].

Con la pubblicazione ‘Per la razza maledetta’, sempre del 1898, Napoleone Colajanni si contrappose alle teorie dei positivisti e al conterraneo Niceforo, ricordandogli che egli stesso era siciliano e apparteneva, per origine, alla “razza maledetta”, quella “dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre”.
Le tesi degli antropologi Lombroso, Ferri e Niceforo, e poi quelle di Giuseppe Sergi, Pasquale Rossi e altri, ancora oggi sostenute dal britannico Richard Lynn, professore di psicologia all’University of Ulster (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=32817), configuravano un rapporto tra Nord e Sud simile a quello che le potenze coloniali riservavano ai popoli conquistati, costruendo l’inferiorità razziale del meridionale per legittimare il dominio settentrionale. Il vero problema non era la distinzione ma la classificazione scientifica tra razza superiore e “razza maledetta” tracciata dai positivisti, che influenzarono il pensiero di psichiatri, medici, politici e magistrati, e plasmarono l’opinione pubblica del Nord, adeguando il linguaggio all’ideologia delle classi dirigenti e avviando una più diffusa e metodica negazione ideologica della dignità del popolo del Sud.
I più noti meridionalisti unitari dell’epoca non stettero a guardare e contestarono la teoria della “razza maledetta”, denunciando che era stata formulata per giustificare le disuguaglianze territoriali e nasconderne la creazione a tavolino. Oltre a Napoleone Colajanni, anche Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato puntarono i piedi e si opposero al fronte positivista, stimolando il dibattito sulle disparità economiche e sociali che si erano create con l’Unità. Il progresso civile dell’intero Paese passava attraverso l’integrazione dei popoli, ma la classe dirigente, in buona parte settentrionale, deresponsabilizzata dai positivisti, strumentalizzò la teoria della “razza maledetta” per distrarre la discussione sulla “Questione meridionale”, che era soprattutto una questione economica da confondere in altre complicazioni sociali.
Le disillusioni postrisorgimentali portarono, tra il 1870 e il 1920, a una massiccia emigrazione meridionale e veneta alla volta delle Americhe, beneficiarie delle braccia della undesirable people per i lavori più pesanti. All’arrivo dei bastimenti nel porto dell’isolotto newyorchese di Ellis Island, la distinzione tra italiani del Nord e italiani del Sud riprendeva significativamente quella teorizzata da Alfredo Niceforo: veneti da una parte, meridionali da un’altra.
Nella prosecuzione del peccato originale ebbero precise responsabilità la scuola, la borghesia, la stampa e la politica nazionale di trapasso tra Ottocento e Novecento. Sul periodico ‘L’Ordine Nuovo’ del 3 gennaio 1920, Antonio Gramsci scrisse che la “Questione meridionale” si sarebbe potuta risolvere solo con un’alleanza antiborghese tra gli operai rivoluzionari del Nord e i contadini del Mezzogiorno, evidenziando che i primi nutrivano pregiudizi per i secondi perché subivano l’influenza della società in cui vivevano. L’ideologo sardo, nel suo saggio sulla “Questione meridionale” del 1926, accusò il Partito Socialista dell’errore di aver alimentato un diffuso preconcetto sulla gente del Mezzogiorno tra la stessa classe operaia del Nord, cavalcando e supportando le teorie del Positivismo:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Le disparità create avevano generato una nuova miseria del Mezzogiorno, storicamente inspiegabile per le masse popolari d’Alta Italia, che non sapevano e non comprendevano che l’Unità era avvenuta per imporre l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud e che il Settentrione cresceva in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale. Il ragionamento popolare fu che se il Sud non riusciva a progredire sotto il profilo economico-industriale era per cause endemiche, scritte nel codice genetico meridionale. Il popolo settentrionale finì con l’abbracciare ciecamente il Positivismo sposato alla politica, acquisendo per mentalità la teoria della “razza maledetta”. […]

Il seguito lo troverete nel libro, se vorrete, o lo osserverete negli stadi italiani e non solo, se avrete occhio.

Come il caffè si fece napoletano

Angelo Forgione – Philippe Daverio, qualche tempo fa, ipotizzò che il caffè fosse partito da Costantinopoli, arrivato a Vienna, poi passato a Venezia e giunto, infine, a Napoli.

In realtà il caffè giunse in territorio vesuviano direttamente per mano dei mercanti veneziani, bypassando Vienna, ma non si diffuse come altrove. Il cuoco marchigiano Antonio Latini, nel trattato di cucina “Lo scalco alla moderna” scritto e pubblicato a Napoli nel 1694, cita il caffè come rimedio per i convalescenti. La Chiesa ne ostacolava l’uso per il colore e per le sue proprietà eccitanti, considerandolo portatore di malocchio e bevanda del diavolo. La forte corrente anticlericale partenopea del Settecento spazzò via anche certe dicerie.
Nel 1768 giunse a Napoli la viennese Maria Carolina D’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa d’Austria, data in sposa a Ferdinando IV di Borbone. Fu effettivamente lei, laica e di forti tendenze massoniche, a dare impulso massiccio all’importazione del caffè e a radicarne la tradizione nella cultura napoletana. La diplomazia asburgica aveva interpretato il matrimonio tra una Asburgo e un Borbone come strumento di sottrazione del Regno di Napoli dall’influenza spagnola, obiettivo politico che passò anche attraverso l’affermazione del costume viennese nell’etichetta di corte. La nuova autoritaria sovrana ingaggiò immediatamente una guerra intestina a corte con il primo ministro Bernardo Tanucci, rappresentante delle ingerenze del suocero Carlo di Borbone da Madrid, e il caffè assunse funzione diplomatica sull’asse Vienna-Napoli. La giovane nordica la esercitò immediatamente, tant’è che già nel 1771 la colta gentildonna inglese Lady Anne Miller annotò in un resoconto di un ballo di corte di aver visto alla Reggia di Caserta la sala del caffè, dove l’infuso veniva preparato e servito dietro alcune tavole da servitori in livrea bianca con berretti in testa.

“Appena la Regina si accorse che tutta la compagnia aveva cenato, si alzò e si avviò verso la sala del caffè, e così fecero quelli che ne desideravano. Le pareti sono coperte di scaffali sui quali vi sono tutte le qualità di liquori e vini greci. Vi sono tavole dietro alle quali stanno alcuni giovanotti con berretti e giacche bianche, che fanno e servono il caffè e altri rinfreschi. La Regina fu molto affabile con me, e quasi mi imbarazzò con la sua bontà; essendovi molta gente, e trovando una sedia vuota, mi sedetti, poi voltando la testa e accorgendomi che ero vicino a Sua Maestà mi alzai, ma essa, prendendomi per un braccio, mi obbligò a sedermi di nuovo, e siccome avevo una tazza di caffè, fu soltanto colla massima difficoltà che riuscii ad impedire che il suo contenuto si versasse sul vestito della Regina”.

approfondimenti sulla storia del caffè in Made in Naples (Magenes, 2013)

Napoletano, lingua o dialetto?

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Angelo Forgione per Napoli (giornale gratuito) Il Napoletano è un dialetto o una lingua? Cercare una differenza tra le due definizioni è davvero esercizio inutile. In realtà il dialetto è una lingua parlata con specificità territoriale, non nazionale, ma pur sempre lingua. Il Napoletano è oggi un dialetto, cioè lingua regionale romanza con proprie norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche, e assume, nelle sue variazioni, pronunce diverse nell’alto Casertano, nel Sannio, in Irpinia, nel Cilento, fino a irradiarsi nelle zone più vicine di Lazio, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia. Ma fu anche lingua ufficiale, allorché Alfonso d’Aragona, sovrano di lingua catalana, per decreto del 1442, sostituì il Napoletano antico, diverso da quello moderno, al Latinotardo nei documenti ufficiali e nelle assemblee. Lo fece per dare impulso alla poesia vernacolare, affinché l’intera cultura napoletana respirasse il clima umanistico ormai imperante. E fu in quel momento che il Napoletano fu contaminavano dai tanti spagnoli a corte con diversi termini catalani e poi castigliani, sommati alle influenze di radice greca, latina, francese e araba. I grandi umanisti napoletani, dal Panormita al Pontano e al Sannazaro, continuarono a scrivere in Latino, ma la poesia vernacolare si sviluppò enormemente, e fu Bernardino detto il Velardiniello, nel Cinquecento, a purificarla, portandola anche nella musica, proprio mentre Napoli era declassata a vicereame e il Castigliano spodestava il Napoletano come lingua ufficiale. Il Velardiniello fu il primo vero autore della Canzone napoletana, padre delle Villanelle napoletane, delle cantate a più voci dal sapore rinascimentale su tema amoroso che sublimavano l’espressione gergale, e figura fondamentale nella definizione dell’idioma partenopeo, che si diffuse prepotentemente grazie a una folta schiera di poeti e musici popolari in tutta Europa che preferirono il genere partenopeo al canto carnascialesco toscano e alla villotta veneta. La grande diffusione fu operata da tre compositori fiamminghi: Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant. Il giuglianese Giambattista Basile, nel Seicento, dedicò alle villanelle del secolo precedente un elogio scritto con cui ne decretò anche la loro morte lirica. Fine di una certa produzione musicale ma non del dialetto, che proprio il Basile, nel suo fiabesco Lo Cunto de Li Cunti, propose in forma barocca, più articolato e virtuoso quantunque rude e ostico nella lettura, capace di accelerare un processo che, anche attraverso l’indipendenza d’epoca borbonica, quando il Napoletano tornò ad essere lingua nazionale parlata del Regno al di qua del faro di Messina, portò alla definizione della lingua armoniosa di Di Giacomo, Murolo, Mario e Bovio sdoganata nel mondo con le canzoni classiche.
Da qualche anno si rimarca, con una certa insistenza, che la lingua napoletana sia patrimonio UNESCO. È in realtà una bufala virale che non ha alcun fondamento, perché non figura affatto nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità del World Heritage. L’UNESCO, semmai, riconosce lo riconosce come “lingua vulnerabile”, cioè tra quelle non a rischio di estinzione ma che vengono tramandate come uso e costume e non accademicamente. E qui spunta il vero problema del Napoletano, soggetto a trasformazione e perdita di purezza per la mancanza d’insegnamento. Certamente si tratta dell’idioma italico più esportato e conosciuto, proprio grazie alla canzone classica partenopea, una delle maggiori espressioni artistiche della cultura occidentale, che da più di un secolo diffonde in tutto il globo la bellezza della parlata partenopea. Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras e Andrea Bocelli l’hanno portata in giro per il mondo, calcando i più importanti ed entusiasti palcoscenici del pianeta; nomi altisonanti che fanno ben comprendere quale diffusione siano stati capaci di garantire, continuando a cantare in Napoletano anche oltre gli anni Settanta del Novecento, quelli in cui il mercato discografico impattò con la musica straniera, iniziando a snobbare la produzione partenopea. Se fino ad allora i cantanti italiani di musica leggera o lirica avevano dovuto imparare a cantare in Napoletano, divenne da quel momento necessario farlo in Inglese e in Spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali.
Lingua “vulnerabile”, dunque, perché dal 1860 in poi è andata sempre più degradando, considerata erroneamente retriva e volgare, e oggi va trasformandosi per molteplici cause che ne oltraggiano la scrittura e la meravigliosa pronuncia. Forte è l’aggressione delle contaminazioni moderne fatte di uno sguaiato slang giovanile e di vocaboli stravolti nel significato. Un esempio? Il vocabolo «vrenzola», ossia cosa da poco, è tristemente trasformato in indicazione di donna dalla spiccata villania. «Sta ascénno na vrenzola ‘e sole» si direbbe per indicare il sereno dopo la tempesta. Provate poi a chiedere a un napoletano di aferesi e apocope, e che differenza passi tra loro. Non è cosa da poco, perché si tratta di segni diacratici fondamentali della scrittura partenopea, deputati a precedere e seguire un articolo determinativo. E qui si apre la discussione sul più frequente, e ormai comunissimo, tra gli inguardabili errori di scrittura oggi ravvisabili sulle tante insegne commerciali della città e sui manifesti pubblicitari in dialetto. L’articolo il, che si traduce in lo, diviene tronco ponendovi un’aferesi, che ne cancella la consonante iniziale e la sua pronuncia. Ma è diventato ormai massivo l’errore di scriverlo con un’errata apocope dopo la vocale che segnala un’elisione inesistente. Cioè, «’o nnapulitano» è diventato «o’ nnapulitano». Più vulnerato di così…
Prima fra tutte le cause di certe derive è proprio l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Fanno però riflettere esempi come quello di Barcellona e di tutta la comunità autonoma della Catalogna, dove il Catalano si apprende nelle scuole, ma anche nelle università napoletane, quantunque sia stata proprio Napoli la capitale del Regno Catalano-Aragonese nella sua massima estensione, non Barcellona.
Iniziative private provano oggi a rimettere i napoletani sulla retta via, ma non basta. Timidi interessamenti al problema sono venuti negli anni passati dalle istituzioni locali, ma mai portati a compimento. Nella seduta del 14 Ottobre 2008, il Consiglio Regionale della Regione Campania approvò un disegno di legge d’iniziativa provinciale sotto il titolo di “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”, ma la legge mai arrivò.
Ai meno superficiali non resta che recarsi in libreria e dotarsi di testi di grammatica napoletana, o spulciare in internet, dove è possibile recuperare utilissimi saggi. In fondo, Lucio Dalla da Bologna, pur di poter parlare correttamente in Napoletano, disse di volerselo iniettare nelle vene: «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro».

Il disturbo dello juventino napoletano che “segue” il Napoli

juve_sudAngelo Forgione Piccolo siparietto televisivo apparentemente insensato che invece nasconde un problema economico meridionale.
È una costante delle trasmissioni sportive napoletane dedicate al filo diretto con i tifosi: lo juventino di Napoli e dintorni che telefona per affermare la propria fede. Gente che quelle trasmissioni le guarda con costanza quotidiana, perché in fondo si tratta di tifosi del Napoli che non riescono a risolvere un conflitto interiore. Gente che ha iniziato a tifare per la Juventus (ma anche per Milan e Inter) in età infantile, per affermare la propria voce su quella degli amichetti, ma che, in età adulta, non riesce ad avere sufficiente personalità per rimettersi in discussione quando l’identità e la territorialità prendono inevitabilmente il sopravvento. Non c’è dubbio che si tratta di un disturbo della psiche.
È accaduto anche e a me, ospite alla trasmissione Club Napoli All News di Francesco Molaro. Si parlava di Napoli calcio ma soprattutto di Napoli città, tutto in chiave identitaria, e all’improvviso ha fatto irruzione il classico disturbato: «Pagate le tasse, e avrete servizi, voi napoletani», urlava con accento campano, ma come se fosse lombardo o veneto. «Bisogna fare come la Juve, essere vincenti», diceva il disturbato per autoconvincersi della superiorità del popolo juventino, che una città e quindi un’identita, di fatto, non ce le hanno. Anche in questo modo, cioè attraverso i sondaggi sulle dimensioni delle varie tifoserie, il Nord prende soldi al Sud. Per chi non lo sapesse, il 25% dei diritti TV è ripartito in base ai bacini di utenza, cioè traducendo in fette economiche – e sono tanti soldi – la gerarchia delle tifoserie dettata dalle scelte di fede sportiva dell’immensa platea di appassionati, i quali talvolta acquistano anche abbonamenti e biglietti allo stadio e prodotti ufficiali del merchandising. Senza contare i soldi derivanti dal turismo sportivo.

La Gatta Cenerentola, remake napoletano della napoletana Zezolla

Angelo Forgione Reduce dal grande successo ottenuto alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato ben quattro premi, torna a Napoli per festeggiare il suo debutto nelle sale del 14 settembre La Gatta Cenerentola, remake d’animazione “made in Naples” con l’omonimo titolo della fiaba tramandata per via orale e fissata su carta nel 1632 da Giambattista Basile nel Pentamerone, più noto come Lo Cunto de li Cunti, cinquanta fiabe scritte in lingua vernacolare in cui il letterato campano mise la grande risorsa del vasto repertorio della tradizione orale napoletana, trasportando nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca del vicereame. L’opera ebbe gran fortuna presso le corti italiane e, complici alcune traduzioni e rifacimenti nelle diverse lingue straniere, si diffuse nel Settecento oltre confine, fino a raggiungere le corti europee, divenendo la fonte d’ispirazione per il genere letterario della letteratura di fantasia continentale. I fratelli Grimm, Perrault, la Walt Disney e, per ultima, la factory napoletana Mad Entertainment ripropongono, a quattro secoli di distanza e a modo loro, una delle cinquanta fiabe di Basile, che nella sua versione originale presenta una Cenerentola assassina tra pastiere e casatielli.
La Cenerentola rivisitata da Mad rivisita l’originale del 1632 di Basile, che uccide la prima inaffettuosa matrigna per aiutare la sua maestra di cucito a conquistare sua padre, ma si ritrova con una seconda matrigna ancora più odiosa della precedente e con sei sorellastre dispettose e maligne. La Gatta Cenerentola di Mad commette proprio un omicidio, ed è sì orfana ma di uno scienziato, Basile appunto, il quale sognava la rinascita del porto e di Napoli attraverso il progresso, ed è cresciuta con la matrigna e le sue sei figlie all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera che è metafora della città stessa, prima resa dallo scienziato faro del progresso scientifico e poi, dopo la sua scomparsa, divenuta bordello e covo di spaccio, ferma per anni. La scarpetta, ovvero lo chianiello, muta nel simbolo di una perdita che tutti affrontano con il passaggio all’età adulta.

Maggiori approfondimenti sull’opera di Basile su Made in Naples (Magenes, 2013)