Il disturbo dello juventino napoletano che “segue” il Napoli

juve_sudAngelo Forgione Piccolo siparietto televisivo apparentemente insensato che invece nasconde un problema economico meridionale.
È una costante delle trasmissioni sportive napoletane dedicate al filo diretto con i tifosi: lo juventino di Napoli e dintorni che telefona per affermare la propria fede. Gente che quelle trasmissioni le guarda con costanza quotidiana, perché in fondo si tratta di tifosi del Napoli che non riescono a risolvere un conflitto interiore. Gente che ha iniziato a tifare per la Juventus (ma anche per Milan e Inter) in età infantile, per affermare la propria voce su quella degli amichetti, ma che, in età adulta, non riesce ad avere sufficiente personalità per rimettersi in discussione quando l’identità e la territorialità prendono inevitabilmente il sopravvento. Non c’è dubbio che si tratta di un disturbo della psiche.
È accaduto anche e a me, ospite alla trasmissione Club Napoli All News di Francesco Molaro. Si parlava di Napoli calcio ma soprattutto di Napoli città, tutto in chiave identitaria, e all’improvviso ha fatto irruzione il classico disturbato: «Pagate le tasse, e avrete servizi, voi napoletani», urlava con accento campano, ma come se fosse lombardo o veneto. «Bisogna fare come la Juve, essere vincenti», diceva il disturbato per autoconvincersi della superiorità del popolo juventino, che una città e quindi un’identita, di fatto, non ce le hanno. Anche in questo modo, cioè attraverso i sondaggi sulle dimensioni delle varie tifoserie, il Nord prende soldi al Sud. Per chi non lo sapesse, il 25% dei diritti TV è ripartito in base ai bacini di utenza, cioè traducendo in fette economiche – e sono tanti soldi – la gerarchia delle tifoserie dettata dalle scelte di fede sportiva dell’immensa platea di appassionati, i quali talvolta acquistano anche abbonamenti e biglietti allo stadio e prodotti ufficiali del merchandising. Senza contare i soldi derivanti dal turismo sportivo.

La Gatta Cenerentola, remake napoletano della napoletana Zezolla

Angelo Forgione Reduce dal grande successo ottenuto alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato ben quattro premi, torna a Napoli per festeggiare il suo debutto nelle sale del 14 settembre La Gatta Cenerentola, remake d’animazione “made in Naples” con l’omonimo titolo della fiaba tramandata per via orale e fissata su carta nel 1632 da Giambattista Basile nel Pentamerone, più noto come Lo Cunto de li Cunti, cinquanta fiabe scritte in lingua vernacolare in cui il letterato campano mise la grande risorsa del vasto repertorio della tradizione orale napoletana, trasportando nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca del vicereame. L’opera ebbe gran fortuna presso le corti italiane e, complici alcune traduzioni e rifacimenti nelle diverse lingue straniere, si diffuse nel Settecento oltre confine, fino a raggiungere le corti europee, divenendo la fonte d’ispirazione per il genere letterario della letteratura di fantasia continentale. I fratelli Grimm, Perrault, la Walt Disney e, per ultima, la factory napoletana Mad Entertainment ripropongono, a quattro secoli di distanza e a modo loro, una delle cinquanta fiabe di Basile, che nella sua versione originale presenta una Cenerentola assassina tra pastiere e casatielli.
La Cenerentola rivisitata da Mad rivisita l’originale del 1632 di Basile, che uccide la prima inaffettuosa matrigna per aiutare la sua maestra di cucito a conquistare sua padre, ma si ritrova con una seconda matrigna ancora più odiosa della precedente e con sei sorellastre dispettose e maligne. La Gatta Cenerentola di Mad commette proprio un omicidio, ed è sì orfana ma di uno scienziato, Basile appunto, il quale sognava la rinascita del porto e di Napoli attraverso il progresso, ed è cresciuta con la matrigna e le sue sei figlie all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera che è metafora della città stessa, prima resa dallo scienziato faro del progresso scientifico e poi, dopo la sua scomparsa, divenuta bordello e covo di spaccio, ferma per anni. La scarpetta, ovvero lo chianiello, muta nel simbolo di una perdita che tutti affrontano con il passaggio all’età adulta.

Maggiori approfondimenti sull’opera di Basile su Made in Naples (Magenes, 2013)

Caravaggio e il suo periodo napoletano

Angelo Forgione Milano, Roma, Napoli, e poi ancora Malta e la Sicilia. Questo il percorso di Michelangelo Merisi di Caravaggio, diverso in ogni luogo in cui è stato. Il Caravaggio napoletano è senza dubbio già lontano da quello romano, e totalmente distante da quello milanese. Nella sua maturazione influirono certamente i suoi turbamenti personali ma anche, e sensibilmente, l’ambiente partenopeo. Si legge in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017):
“Iniziò per il milanese un periodo ricco di impegni in un centro in cui vi era lavoro per tutti e dove proprio i ben accolti milanesi e lombardi erano pronti a commissionargli nuovi incarichi. In un primo periodo alloggiò in un’abitazione nei Quartieri Spagnoli, osservando quotidianamente la già complessa umanità dei vicoli, per poi essere ospitato nel panoramico Palazzo Cellammare, la residenza nobiliare a Chiaja della famiglia Carafa-Colonna. Del soggiorno napoletano approfittò per perfezionare le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa, e così abbandonò definitivamente la lombardità delle sue pur celebri nature morte, sostituendo un certo realismo descrittivo con un più deciso pathos esistenziale dei corpi e un drammatico uso di luci e ombre con cui cavò letteralmente le figure dall’oscurità e superò anche la tecnica applicata nella fase romana. Con il nuovo linguaggio del “tenebrismo”, il Maestro produsse meravigliosi dipinti che suscitarono gran scalpore e influenzarono incisivamente i tanti caravaggisti locali, da Battistello Caracciolo a Jusepe de Ribera, e l’intera evoluzione artistica di Napoli, dando il via a un percorso inarrestabile verso la cultura pittorica barocca.”
Tomaso Montanari, nel video, illustra la Storia e la trasformazione artistica di un artista dannato, il più grande del suo tempo, grande amico del più importante poeta del Seicento, il napoletano Marino.

Clicca qui per vedere il luogo in cui Caravaggio fu aggredito e sfregiato, pochi mesi prima di morire.

Maradona “el napolitano” metafora di Napoli

maradona_sancarloAngelo Forgione Un fortunato poster di Napolimania, l’idea commerciale di Enrico Durazzo che vende centinaia di gadget, ripropone il Cenacolo di Leonardo in chiave partenopea, coi grandi napoletani dello spettacolo che hanno onorato la cultura della città nel Novecento. Sophia Loren al centro, a degustar leccornie made in Naples in compagnia di Totò, Eduardo, Peppino e Luca de Filippo, Vittorio de Sica, Nino Taranto, Massimo Troisi, Massimo Ranieri e Pino Daniele. A quel tavolo può ora sedersi a pieno titolo anche Diego Maradona, che diventa ufficialmente cittadino napoletano. Lo era già formalmente, ma da oggi anche de facto.

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Nella tipica ridda di opinioni che accompagnano gli spostamenti dei personaggi controversi e geniali come el pibe de oro, il conferimento della cittadinanza onoraria al più grande calciatore del Novecento appare un gesto dovuto per chi ha portato nel mondo il nome di Napoli nel periodo forse più buio della sua storia. Sì, perché manca, nel racconto della favola degli scudetti, la contestualizzazione di quei trionfi nel momento contingente vissuto da quella Napoli, all’apice di un decadimento amministrativo, economico, sociale e culturale senza precedenti, che aveva portato la città a toccare il fondo e ad essere considerata tra le più degradate e abbandonate metropoli d’Europa. Quando la città esplose di gioia non era certo quella di oggi, capace di vivere un interessante slancio turistico e culturale. Nel 1987 mancava il flusso turistico verso il Golfo, da un quindicennio e completamente, per via del danno d’immagine causato dalle cattive narrazioni del colera del 1973. Il territorio era continuamente proposto sui media per gli effetti più incancreniti dell’insanguinata guerra tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri. Il terremoto del 1980 aveva portato in dote la gestione scriteriata degli stanziamenti per la ricostruzione, gestiti dalla politica per acquisire consenso elettorale, e i tempi si erano dilatati incredibilmente, lasciando incompleti molti progetti finanziati. Per il polo siderurgico di Bagnoli erano deflagrate le conseguenze delle sbagliata localizzazione in un’area inadatta all’esercizio di un impianto siderurgico moderno, e, impossibilitata a espandersi e modernizzarsi, era piombata in una crisi irreversibile che l’IRI “risolse” stabilendo la chiusura progressiva degli impianti a partire dal 1985. L’Alfa Romeo di Pomigliano, con la casa milanese in rosso, aveva lasciato a casa i suoi operai, e solo alla fine del 1986 lo Stato aveva ceduto tutto alla Fiat per salvare capra e cavoli. Tutto il malcontento degli anni Ottanta fu lenito da Maradona, sbarcato a Napoli in cambio di un gruzzolo pesantissimo che fu proprio la politica democristiana a mettere insieme, non il Napoli di Ferlaino, e lo fece per dare a un popolo ormai irrequieto e ribollente le giocate funamboliche del più estroso calciatore del mondo, quello che avrebbe potuto donare distrazione e felicità. Maradona fu una medicina sociale, e sortì gli effetti sperati col principio attivo della classe cristallina. Generò euforia, gioia e spensieratezza, facendo il Napoli campione nel campionato più importante dal mondo di quegli anni, e non vi fu appassionato di calcio al mondo che non associò il nome della città al nome del fuoriclasse universale, quando una delle capitali più ricche di storia e bellezze d’Europa era dimenticata da tutti.
Era probabilmente nel destino di Diego il matrimonio con Napoli. Non poteva starci certamente 
la Torino dell’industria, e neanche poteva sbocciare l’amore per l’altera Barcellona, la città chiusa e silenziosamente discriminatoria che condusse al riparo nella droga un ragazzo di Buenos Aires che era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Nonostante le difficoltà ambientali e personali, l’amore sbocciò per la deindustrializzata e infamata Napoli, della quale fiutò la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle in Catalogna, quella contro i sudaca, individuando nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare. Le sue intenzioni di fuggire da Napoli erano in realtà voglia di scappare all’estero, non in altre città d’Italia e non in squadre blasonate e pressanti. Era voglia di separarsi da Ferlaino, che non poteva separarsi da lui, pena il linciaggio. Per i napoletani non vi fu mai mancanza di amore, perché Diego sapeva che erano come lui. Con la città, la sua città, ha fatto pace dopo aver risolto la dipendenza dalla droga, nella sua seconda vita, e stando lontano dai suoi eccessi. Era giusto così, in fondo, lontano dalle folle asfissianti e dalle reclusioni, ma mai col cuore. La riconciliazione con Diego junior e ora l’abbraccio con la madre del figlio napoletano sono l’affresco di un uomo che ha fatto pace col suo passato e con la città dalla quale ha sempre ricevuto amore, ricambiandolo.
In fondo, la storia di Diego è anche la storia di Napoli: bellissima, incantevole, problematica, in procinto di mollare ma sempre capace di rialzarsi. Persino nel momento più basso della sua storia recente Parthenope ha fatto ben parlare di sé, grazie a Diego “el napolitano”, il Caravaggio del football, uno che mai sarà normale, proprio come Napoli.

Corteo per dire no alla riduzione di pena dell’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione Il 17 giugno, sotto un torrido sole e in un’umidissima aria di fine primavera, si è svolto un corteo nel centro di Napoli per chiedere la riconferma di pena di 26 anni a Daniele De Santis, assassino di Ciro Esposito, condannato in primo grado di giudizio. Nel corso processo d’appello, il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha chiesto una riduzione della pena a 20 anni, confermando l’accusa di omicidio volontario ma escludendo l’aggravante dei futili motivi, nonostante vi siano video e audio che testimoniano come De Santis abbia messo in atto un vero e proprio agguato nei confronti di un pullman pieno di tifosi napoletani.
La famiglia di Ciro Esposito e l’Associazione Ciro Vive, promuovendo il corteo, hanno voluto chiedere verità, giustizia, e conferma della pena, in vista del prossimo appuntamento del 27 giugno. La manifestazione ha preso il via da via Toledo per giungere in Piazza Plebiscito, dove Antonella Leardi ha consegnato una lettera al Prefetto di Napoli, mentre chi scrive invitava a riflettere sull’accaduto e sulle omissioni in sede processuali. Si trattò di agguato a sfondo razzista, di matrice neo-fascista, rivolto alla gente di Napoli, che avrebbe potuto avere conseguenze maggiori se Ciro Esposito non fosse intervenuto a intralciare il lancio di petardi all’indirizzo di un pullman pieno di famiglie con bambini e donne, e se l’autista non avesse avuto il sangue freddo di tenere chiuse le porte del veicolo, evitando così l’introduzione di materiale esplosivo. De Santis avrebbe meritato anche l’accusa di tentata strage, e invece ora si rischia persino la riduzione della pena per assenza dell’aggravante dei futili motivi.

Riprese del corteo: Mauro Cielo

Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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Luisa Ranieri interpreta Totò

Tratto dalla trasmissione Il Nostro Totò (Rai), un’emozionante Zuoccole, tammorre e femmene di Totò interpretata da Luisa Ranieri.