Per il Ministro per il Sud non contano i soldi per il Sud

Angelo Forgione – Il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, a proposito delle proteste sulla quota del Recovery Fund destinata al Mezzogiorno*, ha dichiarato che “se andassero al Sud il 34% delle risorse – e non il 65% spettante come da indicazioni europee – ci sarebbe un impatto economico molto forte perché a queste risorse se ne aggiungerebbero altre”. Inconcludente riflessione del Ministro (per il Sud), il quale ha poi aggiunto che “la sfida si fa non sulle quote ma sui progetti”. Cioè, come dire a una persona indigente che ciò che conta è la volontà di pagare le bollette, non la disponibilità di soldi per farlo.

Dunque, il Mezzogiorno in ritardo faccia progetti, anche se non ha soldi a sufficienza per portarli avanti. Così perora la causa del Sud il ministro per il Sud, proprio mentre il Governo, con un emendamento alla manovra economica riformulato e approvato dalla commissione Bilancio della Camera, taglia 2 miliardi di risorse per l’agevolazione contributiva all’occupazione nelle aree svantaggiate, cioè al Sud, e con un altro emendamento aggiunge altri 145 milioni al miliardo tondo tondo stanziato con la legge di bilancio 2020 per Lombardia e Veneto in nome delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, quelle annunciate come le Olimpiadi dell’autonomia in cui il Governo non ci avrebbe dovuto mettere un euro. Come no!

Lo stesso Ministro in persona ha risposto alla mia denuncia sulla mia fanpage di Facebook così:

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*I 750 miliardi totali ripartiti a varie nazioni sulla base di tre criteri: popolazione, reddito pro-capite e tasso medio di disoccupazione negli ultimi cinque anni. Il criterio della popolazione direbbe che all’Italia toccherebbero circa 90 miliardi. Si arriva a 209 con i moltiplicatori del reddito pro capite, che al Sud è mediamente circa la metà rispetto al Nord (17mila contro 33mila euro), e del tasso medio di disoccupazione, che al Sud è ben più alta della media nazionale. 120 miliardi di finanziamenti aggiuntivi concessi perché l’Italia ha un area arretrata da far avanzare, una colonia interna, e perciò l’indicazione di Bruxelles era quella che al Sud sarebbe dovuto finire circa il 70 per cento della somma complessiva. E invece l’Italia, nella bozza sull’utilizzo dei fondi, ha dimezzato la quota destinata al Mezzogiorno, scendendo a 34 per cento, disponendo che la ripartizione nazionale sia in base alla sola percentuale di popolazione. Dunque, metà dei soldi destinati al Sud da mamma Europa vengono indirizzati al Centro-Nord. I poveri, così, servono a far arricchire ulteriormente ricchi.

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E ora il condannato Sala fa la morale al Sud

Angelo Forgione E ora il sindaco di Milano, Beppe Sala, fa il moralizzatore del “Sud sprecone”. Nel corso del suo intervento al dibattito online promosso dal Partito Democratico e intitolato ‘Le risorse per lo sviluppo e la coesione dell’Italia – La nuova programmazione europea 2021-2027’, ha dato il suo consenso – bontà sua – alla concessione dei soldi dell’Europa al Mezzogiorno, a patto che tutto sia speso bene.

«Non ho nulla in contrario che vengano date più risorse al Mezzogiorno, ma è imprescindibile che ci sia preventivamente una dimostrazione del fatto che poi ci sono strutture atte al buon uso di queste risorse».

Lo dice colui che prima di essere eletto sindaco fu commissario unico dell’Expo di Milano del 2015, di cui sono arcinoti gli sprechi e gli appalti inquinati che resero necessaria l’istituzione dell’Associazione Nazionale Anticorruzione per vigilare, con un magistrato napoletano a capo, sulla trasparenza e sull’integrità dell’amministrazione pubblica e regolarizzare le ruberie per risolvere il grave danno di immagine generato dalle indagini sui numerosi reati contestati ai soggetti interessati al grande affare milanese. Così è diventato sindaco, Beppe Sala, poi prendendosi la condanna a sei mesi di reclusione, convertiti in una multa da 45mila euro, per falso ideologico e per la retrodatazione di due verbali per l’assegnazione del maxi appalto per la Piastra dei servizi dell’Expo, il più importante nell’organizzazione della Fiera internazionale. Vale la pena ricordare che, senza maxiappalti e senza sprecare una lira, la Napoli lontanissima dai fasti del suo antico regno fu incaricata nel 1993 di mostrare non solo il suo rango di capitale ma anche un volto diverso, efficiente, dell’Italia di Tangentopoli in occasione del G7 del 1994, di competenza dell’Italia delle vergogne che avevano come epicentro la “Milano da bere”. Ma è o non è la Lombardia la regione degli scandali e degli sprechi della Sanità? È o non è la Lombardia, come anche l’Emilia Romagna, tra le regioni che bruciano miliardi al vento per quei carrozzoni burocratici e per lo stuolo di municipalizzate, che non sono altro che appendici clientelari?È o non è il Piemonte, 4,3 milioni di abitanti, la regione che spende per i suoi servizi generali cinque volte di più della Regione Campania con i suoi 5,8 milioni di cittadini, e addirittura la regione che spende da sola di più di Campania, Puglia e Calabria messe insieme?È o non è l’Emilia Romagna la regione che spende esattamente il doppio della Puglia per suoi servizi generali, pur avendo sostanzialmente la stessa popolazione della regione meridionale?La propaganda dominante vorrebbe convincerci che c’è un Sud sprecone e lavativo, ma la verità è che gli sprechi ci sono dappertutto, nel Sud povero come nel Nord ricco. Il vero problema non sono gli sprechi del Sud ma la sperequazione che dura da quando è nata l’Italia. Un paese spaccato a metà in cui al Meridione sono state sistematicamente sottratte le risorse e, con esse, la possibilità stessa del futuro, come ampiamente testimoniato dai Conti pubblici territoriali.
Questa volta, però, i presidenti delle regioni del Sud, e tutti i meridionali, non dovranno lasciare che il partito unico del Nord trattenga nelle sue mani i fondi europei. E neanche che il manager di un grande scandalo milanese, per giunta condannato, gli faccia la morale.

La statua di D10S

Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo.
Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.

Domenico Sepe fecit 2020

Dal Sole a San Paolo fino a Maradona

Angelo Forgione Domenica 6 dicembre saranno trascorsi esattamente 61 anni dall’inaugurazione dello stadio di Fuorigrotta, in occasione di uno storico Napoli-Juventus (2-1). Era stato chiamato “Stadio del Sole”, ma proprio nella primavera del ’61, in occasione del diciannovesimo centenario dell’approdo a Puteoli, attuale Pozzuoli, di san Paolo di Tarso nel suo viaggio da Oriente verso Roma, fu firmata la delibera dell’intitolazione all’apostolo che aveva percorso la via che dalla zona flegrea portava alla Città Eterna, compiendo i suoi passi nelle vicinanze del luogo dove era stato costruito lo stadio, ovvero l’attuale via Terracina, in cui ancora oggi sono visibili dei significativi scavi archeologici. A san Paolo sarebbero stati poi dedicati nelle vicinanze anche un parco residenziale e l’ospedale.

Il numero 61 ricorre continuamente in questa storia. Anno 61, anno 1961, i 61 anni dello stadio e pure il 61esimo anno di vita appena iniziato in cui è spirato Maradona, cui venerdì sarà ufficialmente intitolato lo stadio dalla Giunta Comunale e dal sindaco De Magistris. Un atto doveroso perché in quello stadio sono state scritte pagine importantissime della storia del calciatore più grande di sempre fattosi mito con la sua scomparsa.

Don Tonino Palmese, docente di Teologia e di Pedagogia, chiede al Prefetto di Napoli di conservare la vecchia denominazione dello stadio e sposarla alla nuova (“San Paolo – Maradona”), mentre la diocesi di Pozzuoli, competente per il quartiere di Fuorigrotta, ha invece già “abdicato”:

La memoria di un popolo, il nostro, aperto per sua natura alla cultura dell’incontro, si è mantenuta viva per molto tempo prima che lo stadio venisse costruito, e si manterrà viva ancora dopo. È nel cuore, nella coscienza, di ogni abitante di questa terra che essa vive. Ci sembra invece che intitolare lo stadio a Diego Armando Maradona possa oggi essere un segno di richiamo ai valori fondanti lo sport, facendo riferimento a uno dei suoi più grandi rappresentanti, e a una passione che dall’ambito puramente sportivo deve diffondersi in tutto il tessuto sociale, politico, economico della nostra terra flegrea, con particolare attenzione ai più bisognosi secondo quella generosità che fu anche del giocatore argentino.Ben venga, dunque, l’intitolazione a Diego Armando Maradona del principale impianto sportivo della nostra città, se questo aiuterà la crescita umana e sociale della nostra terra purché non si perda la memoria delle nostre radici e ci siano iniziative culturali significative che mettano in evidenza i fondamenti greco-romani e cristiani della storia del nostro territorio. Senza radici profonde dove andiamo?”

San Paolo portò l’evangelizzazione in Occidente e dalle sponde flegree iniziò la sua diffusione. Il problema, dunque, è studiarla la storia, e chissà quante persone, fino ad oggi, abbiano approfondito il perché lo stadio di Fuorigrotta fosse stato intitolato a san Paolo.

Ne abbiamo chiacchierato a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte) con monsignor Gennaro Matino, docente di Teologia pastorale e scrittore.

Tutti allo #StaD10S

Angelo Forgione Oggi ho partecipato per invito alla riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli in cui si è discusso dell’intitolazione dello stadio cittadino a Diego Armando Maradona. La Commissione, all’unanimità, ha approvato il documento che propone il toponimo secco “Stadio Diego Armando Maradona”.
Ho proposto alla presidente, Laura Bismuto, e all’intera Commissione, nonché al Sindaco e all’Assessore allo Sport, di scrivere la parola stadio inserendo l’emblematica sigla D10, ovvero “StaD10 Diego Armando Maradona“, e di provvedere anche a un contest per una realizzazione grafica dell’idea.
Gli esiti della riunione di stamattina passano ora alla Commissione Tecnica presieduta dal Sindaco, che si riunirà venerdì, per procedere poi con delibera di Giunta comunale e Prefetto.

Un “sudaca” a capo dei terroni

Tre minuti a La Radiazza (Radio Marte) per descrivere il Maradona napoletano, immediatamente divenuto tale, non appena sbarcato nel paese in cui aveva cercato riparo da una Spagna ostile verso i sudamericani. Lui, giovane argentino catapultato in Europa dalla sua classe, non immaginava che in Italia avrebbe dovuto fare i conti con le stesse pulsioni avvertite in Catalogna. Capì che i napoletani erano il popolo da proteggere. Capì che Napoli era Buenos Aires.

Tutto quello che abbiamo fatto a Napoli lo sappiamo voi ed io. Sappiamo che abbiamo fatto tutto contro tutti e questo non si può cancellare. Io sarò sempre, sempre, Diego il napoletano.

D. A. Maradona, giugno 2010

Diego non muore mai

Angelo Forgione Napoli, l’Argentina, il Calcio e chi l’ha vissuto e amato per quel che era passano con dolore immenso al tempo senza Diego.
Mi passano negli occhi e nelle orecchie tanti bei momenti degli anni ruggenti, ma ho sorriso al pensiero di quelli in cui lui faceva un semplice dribbling in mezzo al campo, a lasciare sul posto l’avversario attonito, e noi, sugli spalti, tutti uniti in quell’improvviso e collettivo sussulto di stupore. «ua’ e che ha cumbinato». Poi tutti sorridenti, a guardarci per condividere la gioia, invece di osservare l’esito dell’azione. Era un momento che si ripeteva spesso durante la tensione delle partite, che così si stemperava. E lo ricordo più del visibilio dopo i suoi incredibili goal, perché era l’emozione inaspettata, da teatro più che da stadio. Era la gioia pura del bambino in ognuno di noi, rapito dall’illusionismo senza trucco, diversa dall’estasi del tifo.
Quanta gioia e spensieratezza ci ha regalato negli anni della Napoli che soffriva per le ruberie del post-terremoto, del declino del Banco di Napoli e delle acciaierie di Bagnoli. Se era sbarcato da noi, nella periferia del grande calcio, era stato proprio per volontà scientifica della politica. Troppa tensione sociale, troppa disoccupazione, troppa camorra. Panem et circenses, e noi ce lo siamo goduto tutto quel fenomeno circense che ci ha deliziato con i suoi numeri e ci ha condotto ai trionfi come mai era accaduto.
Lui è calato a Napoli senza conoscerla e si è sentito napoletano dentro. Perché era esattamente come Napoli, discriminato e maltrattato, usato e tradito. Felice e spensierato alla domenica per una palla e poi sofferente tutti i giorni per i suoi problemi. Dentro quello stadio non entravano né i problemi e né i cattivi pensieri. Era il tempio della felicità e della spensieratezza attorno alla fedele amica palla, che assecondava sempre la sua volontà.
Da oggi quel tempio porterà giustamente il suo nome. Dovrà fargli posto un illustre apostolo che, navigando verso Roma, era sbarcato sulle coste flegree, ma sarà contento anche lui di lasciare al legittimo proprietario quell’arena. In fondo si passa a furor di popolo da un santo a D10S.
Ho visto Maradona. E che privilegio!
Ma Maradona non muore. Il suo mito sopravviverà per sempre. Sempre!
Grazie di tutto, campione mio. Viva il Re!

L’inutile fuga

Angelo Forgione Due uomini in fuga, senza scampo, in una lussuosa dimora con vista Golfo a qualche centinaia di metri da Pompei, rinascono dalle ceneri vesuviane grazie alla tecnica ottocentesca dei calchi in gesso di Giuseppe Fiorelli.
Ma davvero pensi che fossero questi signori così sprovveduti da decidere di vivere sotto un vulcano pronto ad esplodere? No, non sapevano, e alcun studioso li aveva avvertiti della minaccia. Per loro era un innocuo monte dalla vetta pianeggiante e dalle pendici fertilissime, ben diverso nell’aspetto da quel che conosciamo oggi. La quiete era durata circa otto secoli e Plinio il Vecchio, nel 77 dC, elencando i vulcani attivi di quel tempo in Naturalis Historia, non aveva incluso il Vesuvio. Si accorse dell’errore solo qualche mese dopo, vedendolo eruttare da Misenum, e da lì attraversò il Golfo verso la morte.

Tracce mirabili di una catastrofe non annunciata, e noi qui affascinati dalla storia di un’eruzione, la più famosa, che riemerge senza insegnarci la metafora di una Natura che è sovrana. Siamo noi i veri sprovveduti che la sfidano sapendo che ha già vinto, non i due fuggiaschi tra i tanti ignari vesuviani del tempo che fu.
No, non mi riferisco alla convivenza con il vulcano d’oggi, supermonitorato come nessuno al mondo. Parlo del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Parlo delle manipolazioni di ogni tipo e dei virus di cui siamo responsabili con le nostre attività. Parlo di tutto ciò che crediamo di poter controllare in nome del guadagno a breve termine e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, sperando neanche tanto fortemente nella mano invisibile del fato, ignorando che quella conduce l’eroe delle tragedie greche verso l’inevitabile catastrofe. I fuggiaschi di Pompei siamo noi.

80 sofferenza

Angelo Forgione Ho tanta sofferenza dentro per la scomparsa di un Maestro, sempre elegante e mai volgare, espressione massima dell’attorialità romana più colta.
Oggi è il suo 80° compleanno, non il giorno della sua scomparsa, perché i grandi non scompaiono.
Auguri per il tuo nuovo percorso, Gigi, e grazie per i sorrisi che ci hai donato.
Applausi tantissimi!

«Ho un’antica e profonda venerazione per Napoli. Che dire della lingua, che avrei voluto imparare alla perfezione, cosa però impossibile.»

Gigi Proietti, settembre 2018