“Terrone” e “napoli”, quando il vocabolario è razzista

Angelo Forgione L’ingegnere salernitano Francesco Terrone fa causa all’Accademia della Crusca e chiede di cambiare la definizione della parola “terrone”, usato con significato dispregiativo.
Battaglia condivisibile, e c’è anche di peggio nei vocabolari della lingua italiana: la parola “napoli”. Frutto dell’anti-meridionalità nazionalista dell’Italia del dopoguerra industrializzata a metà, quando gli operai venuti dal Sud agricolo, senza più opifici, furono chiamati dai torinesi «nàpuli» e «mau mau».
Che “nàpuli” fosse un poco edificante vocabolo di matrice piemontese era chiaro, ma che sia stato poi inserito nei dizionari di lingua italiana non è accettabile.

160 anni fa il Piemonte conquistava il Sud

Angelo Forgione Il 13 febbraio 1861, 160 anni fa, Francesco II di Borbone si arrendeva all’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia in quel di Gaeta. Il Sud veniva così conquistato dal Regno di Sardegna.
La capitolazione chiuse tre drammatici mesi di assedio alla piazzaforte napoletana, con le truppe del generale Cialdini a cannoneggiare violentemente da Castellone di Mola, la collina dell’attuale Formia.
Una guerra mossa con cupidigia e ferocia dai piemontesi e dai lombardi ai Napolitani. Una guerra che solo in quell’ultimo atto, e senza considerare la decennale repressione del brigantaggio che ne seguì, significò più di 3.000 vittime civili gaetani e 846 soldati meridionali caduti, oltre a 46 tra gli aggressori settentrionali.
Seguirono massimi onori e promozioni per i militari delle truppe del Regno di Sardegna. 5 medaglie d’oro al valore militare e 2098 d’argento, oltre a 98 onorificenze. Al generale Cialdini, che pure a tre ore dell’imminente firma della resa borbonica, per dimostrare la sua superiorità d’armi, aveva fatto cannoneggiare all’indirizzo dei Napolitani stremati dalle distruzioni e dal tifo petecchiale, Vittorio Emanuele II concesse il titolo di Duca di Gaeta, cioè della città letteralmente raso al suolo.

A 160 anni dagli eventi, l’Europa assegna all’Italia la quota maggiore del Recovery Fund perché c’è da ridurre un divario tra Nord e Sud, nato nel 1861, e il nuovo capo del Governo affida due ministeri tra i più strategici (sviluppo economico e turismo) a due uomini della Lega Nord.

Per non dimenticare come è stata fatta l’Italia senza italiani.

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Bombardamenti su Gaeta – Pasquale De Luca

Gattuso scatena Libero

Gennaro Gattuso chiede ai napoletani di indossare le mascherine anche nel dolore per Maradona e il solito Libero ne fa notizia da prima pagina, mettendo Napoli nel mirino e accontentando il suo pubblico leghista.
Io e Pietro Senaldi, autore dell’articolo nonché direttore del quotidiano, in un acceso confronto a Punto Nuovo Sport Show di Umberto Chiariello e Marco Giordano.

Un “sudaca” a capo dei terroni

Tre minuti a La Radiazza (Radio Marte) per descrivere il Maradona napoletano, immediatamente divenuto tale, non appena sbarcato nel paese in cui aveva cercato riparo da una Spagna ostile verso i sudamericani. Lui, giovane argentino catapultato in Europa dalla sua classe, non immaginava che in Italia avrebbe dovuto fare i conti con le stesse pulsioni avvertite in Catalogna. Capì che i napoletani erano il popolo da proteggere. Capì che Napoli era Buenos Aires.

Tutto quello che abbiamo fatto a Napoli lo sappiamo voi ed io. Sappiamo che abbiamo fatto tutto contro tutti e questo non si può cancellare. Io sarò sempre, sempre, Diego il napoletano.

D. A. Maradona, giugno 2010

Milano-Cortina 2026, il bluff è servito

Angelo Forgione Oltre un miliardo dal Governo per il finanziamento delle infrastrutture utili per le Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Eppure si era detto che dovevano essere “i Giochi dell’autonomia”, così come li avevano chiamati Sala, Fontana, Zaia, e che, secondo gli accordi presi al momento della candidatura, avrebbero pagato tutto Lombardia e Veneto.
Luigi Di Maio, da vicepremier, disse: “Lo Stato non deve metterci un euro”. Tutto un grande bluff.

Ora, senza voler fare populismo meridionalista spicciolo, in un momento di forte crisi economica che l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno stanno vivendo, con la Sanità in disarmo soprattutto al Sud, vedere che il Governo sostiene le regioni impegnate nel progetto olimpico partorito in finta autonomia prima del Covid 19 è amareggiante. E disgustose sono le parole della ministra alle infrastrutture Paola De Micheli per annunciare lo stanziamento:

«Faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e anche un miglioramento competitivo per le imprese».

Cioè, una ministra della Repubblica a due velocità che si vanta di aiutare chi sta meglio a farlo stare ancora meglio, in un Paese in cui il divario Nord-Sud è questione ultrasecolare e in barba all’articolo 3 della Costituzione che attribuisce alla stessa Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica e sociale.Altro che cancellare le diseguaglianze! Qui si tratta di migliorare le strade e le ferrovie della Lombardia (473 milioni), del Veneto (325) e delle province autonome di Trento (120) e di Bolzano (82), cioè le due regioni e le due province più ricche d’Italia. Loro a sciare e a scialare con i soldi di tutti, e meno male che lo Stato non avrebbe dovuto metterci un euro.

Libero si eccita per l’impennata di contagi in Campania

Angelo Forgione Renato Farina, co-fondatore insieme a Vittorio Feltri del quotidiano Libero, sullo stesso quotidiano ha detto la sua sul contagio da Covid-19 in Campania e sciorinato ipocrita altruismo in un articolo che mistifica e piuttosto semina astio, in perfetto stile Libero, appunto. Lo so, si tratta dell’ineffabile Libero, ma devo purtroppo occuparmene perché vengo ancora una volta chiamato in causa da Farina, (che evidentemente deve aver davvero apprezzato il mio Napoli Capitale Morale) unitamente a De Luca, De Magistris e Saviano.

“La ruota gira”, recita l’occhiello del suo pezzo sul cartaceo, rispolverando il canovaccio recitato la scorsa primavera del Sud razzista verso il Nord. Nella versione online, invece, si legge di “lezione a De Luca dopo mesi di sfottò”.

L’occasione per mostrare falsa solidarietà è la disponibilità offerta dal governatore Attilio Fontana a concedere il nuovo ospedale Covid della Fiera di Milano ai malati napoletani, fatto oggettivamente apprezzabile quanto lo è stato l’aiuto delle strutture del Sud, nei limiti delle proprie possibilità, ai malati del Nord quando questo era in ginocchio. Magari si capisse che è il tendersi la mano a vicenda che unisce, ma è chimera in un Paese diviso da sempre.

Farina, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, scrive: “Angelo Forgione, già autore di Napoli Capitale Morale, teorizzò la faccenda: «Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud…»”.

Sì, scrissi esattamente “il Coronavirus non ha sfondato al Sud…” e continuai così:

“… nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo”.

Ma Farina si è guardato bene dal trascrivere completamente il mio periodo, perché sapeva che per cassandre e giornalacci intendevo proprio i Farina, i Feltri, i Senaldi e Libero tutto, autori di titoli e articoli intrisi di astio. Altro che solidarietà. Per quel titolaccio, il Comitato esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti deferì Libero esprimendo “dissenso per una reiterata scelta redazionale su temi di grande rilevanza sociale”.

Ne seguirono tante altre di nefandezze scritte, finché lo stesso Feltri, furbo settantasettenne direttore editoriale della testata, in odor di espulsione dall’Ordine, non scelse di liberarsi prima di subire il provvedimento, dimettendosi e stracciando il suo tesserino così da poter continuare ad esprimere le sue opinioni in tutta libertà.

Rassicuro Farina, comunque, perché in Campania il Covid-19 sta sfondando, per così dire, con un numero di tamponi enormemente superiore a quello fatto registrare fino ad Agosto e con una carica virale molto bassa, sicuramente insignificante rispetto a quella catastrofica virulenza che al principio si abbatté sul Nord. Certo, vi è una crescita di ricoveri nella regione governata da De Luca, ma la stragrande maggioranza dei positivi è asintomatica. Su 100 persone infette solo 2 mostrano chiari sintomi Covid, questa è la media al momento. In pochi casi si ci deve confrontare con conseguenze serie o addirittura letali, e speriamo davvero che l’emergenza continui ad avere questi connotati.

Cosa voglio dire? Che purtroppo migliaia di famiglie lombarde hanno dovuto patire dolorosissimi lutti e anche solo enormi sofferenze a lieto fine a causa – lo ribadisco con forza – delle negligenze sanitarie, delle pressioni del mondo dell’industria e anche dell’inquinamento atmosferico del territorio. È una verità che conoscono anche i più onesti lombardi, cui non è mancata la solidarietà autentica dei meridionali per le sofferenze subite a causa di errori amministrativi locali. Circa 17mila vittime lombarde fin qui (in Campania meno di 500) e di tutto questo dolore ho profondo rispetto io e lo hanno avuto tutte le persone citate da Farina. Rispetto che non ha avuto Libero quando, ai principi di marzo, ha gioito per i primi contagi al Sud inneggiando anzitempo all’unità del contagio d’Italia, che solo nel corso dell’estate s’è fatta, e s’è fatta dopo gli spostamenti nelle località balneari del Centro-Sud dei meridionali e dei settentrionali in ferie, che si sono mischiati sotto il Garigliano e nelle Isole. Sarebbe stato più prudente blindare i confini regionali alla riapertura dopo il lockdown, come aveva ipotizzato Solinas, il governatore della Sardegna, suscitando l’ira del sindaco di Milano Sala, pronto a proclamare il boicottaggio lombardo dell’Isola Covid-free che è poi diventata la terra dei contagi di Ferragosto; c’era però tutta un’economia da salvare, non solo quella industriale del Nord ma anche quella turistica del Sud. 543 positivi su 1230 registrati in Campania negli ultimi sette giorni di Agosto erano persone che avevano fatto rientro in regione dopo le vacanze in Sardegna (288) e all’estero (255). Considerando poi i contagiati che ne erano entrati a contatto, si può stimare che oltre i due terzi dei positivi erano riconducibili ai viaggi fuori regione. E poi i tanti settentrionali accolti in Campania che era più facile ascoltare in giro accento nordico piuttosto che partenopeo. Così è iniziata l’impennata dei contagi anche nel territorio con più alta densità popolativa del Paese.


Che poi Farina voglia fare il Farina non mi stupisce. E pur sempre colui che, da vicedirettore di Libero, collaborò con i Servizi Segreti e pubblicò per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un giornalista deontologicamente retto come lui, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, è perfetta espressione del quotidiano che ha contribuito a fondare e sul quale esprime di fatto soddisfazione per il riscatto lombardo sotto forma di contagi in Campania. Ma quale riscatto? Qui non vi è alcuna contesa tra regioni. Qui vi è una crisi sanitaria ed economica planetaria di fronte alla quale una redazione giornalistica specula miseramente per seminare rancori e per dividere.


https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24805415/coronavirus-campania-focolaio-lombardia-apre-ospedali-lezione-vincenzo-de-luca-dopo-mesi-sfotto.html

Franceschini tra il dire e il fare

Angelo Forgione Dario Franceschini, che va dicendo che «non c’è regione al mondo che abbia lo stesso potenziale culturale della Campania» e che «Napoli, se investe in cultura, è destinata a tornare una delle capitali mondiali del turismo, con tutto il patrimonio che ha», ci spiega che senso hanno gli interventi nazionali e comunitari di coesione (PON e FSC), utili a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni del Mezzogiorno in ritardo, se poi con il Piano Strategico “Grandi Progetti Beni Culturali del Ministero dei Beni Culturali si è creato un intervento di investimenti statali concentrati al Centro-Nord?
Da poco approvati 11 progetti per la nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre esistenti. Complessivi 103 milioni e rotti, di cui solo 3 al Sud (Parco e Museo Archeologico a Sibari), a fronte degli oltre 100 per il Centro/Nord. Per quanto riguarda il circuito della grandi città d’arte, 51 milioni a Roma, 20 a Venezia, 16.5 a Firenze e 0 spaccato a Napoli.
Ma quale gap vogliamo colmare se da un parte si mette e da un’altra si leva?

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Il crimine è meridionale? La storia dice di no.

Angelo Forgione Scrive post razzisti e Facebook gli cancella, ma lui li riscrive sul suo blog. È Daniele Martinelli da Treviglio (BG), ex-componente del gruppo comunicazione del Movimento 5 stelle alla Camera dei deputati, che sale alla ribalta per uno scritto degno del positivismo lombrosiano di cui resta traccia e secondo il quale la predisposizione a delinquere e a fare del male è prettamente di chi nasce, cresce e si forma al Sud. Lo dice in merito alla vergognosa e squallida faccenda dei sei Carabinieri arrestati a Piacenza per associazione a delinquere, originari di Campania, Sicilia e Puglia.

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Il pensiero è quello limitato di chi è incapace di capire che le mafie nascono al Sud in epoca carbonara/risorgimentale come evoluzione delle associazioni “spagnolistiche” dedite alla delinquenza, che erano al Sud come al Nord. Basta leggere I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni per capire che la violenta Milano spagnola del Seicento arrivò a sostituire il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, in un luogo in cui ai soprusi dei nobili ci si poteva opporre solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti. Poi, dopo l’Unità d’Italia, per le disparità economiche tra Nord e Sud, le “fratellanze” meridionali sono diventate quelle che conosciamo, alimentate dai ripetuti patti stipulati con lo Stato. E pure il fenomeno dei tanti meridionali che scelgono la carriera in divisa, per sopravvivenza e non per delinquenza, è conseguenza diretta delle problematiche esistenziali generate dalla Questione meridionale.
Certo, che le mafie siano devianza disumana, feccia che infesta il Paese e zavorra il Sud, è chiaro a tutti. Un siciliano ha sciolto un bambino nell’acido, orrore vero, come è vero che i tedeschi, guidati da un austriaco, hanno sterminato milioni di ebrei e non solo, tra cui tanti bambini.

Martinelli dovrebbe sapere che il termine “teppista” prende il nome dalla milanesissima Compagnia della Teppa di inizio Ottocento, gentaglia malvivente dedita al vandalismo e alla delinquenza gratuita nella Milano austriaca. La “teppa” era il misto fra erba e sassi attorno al castello Sforzesco di Milano.
Certo, teppista non è esattamente criminale assassino, ma Martinelli deve aver dimenticato la famigerata banda della Uno bianca, un gruppo di poliziotti deviati in servizio tra Bologna, Cesena e Rimini che seminarono violenza e sangue negli anni Novanta. 103 crimini che provocarono la morte di 24 persone e il ferimento di altre 102. Si consolerà Martinelli per il fatto che quei poliziotti criminali non erano lombardi ma romagnoli. Un po’ più meridionali dei valtellinesi, dirà.

Il piacere di dispiacere a quelli di Libero

Angelo Forgione È un piacere sapere che quelli di Libero leggono i miei libri con dispiacere. Lo fa almeno Renato Farina, che della testata è stato co-fondatore insieme a Vittorio Feltri, e poi, da vicedirettore, ha collaborato con i Servizi Segreti e pubblicato per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un simil giornalista dalla pura coscienza e dalla retta deontologia, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, mi cita da opinionista nel suo “La Camorra è il cancro d’Italia ma tutti infangano la Lombardia”, articolo con cui commenta la retata contro i 59 camorristi di un paio di giorni che fa ha fatto stappare fiumi di spumante nella redazione del quotidiano filoleghista. Non dev’essere sembrata vera, a Feltri e i suoi, la notizia, una manna dal cielo per la cartaccia di Libero, che solo ieri l’altro aveva dato una botta di inopportuno vittimismo alla sua tipica informazione razzista: “Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno”. Una doppia fesseria in un solo titolo, ma non era di certo un record per la testata razzista. Puntuale erano giunte le cronache della festa: “Arrestati 59 napoletani”, non “59 camorristi” o “59 arresti nel Napoletano”. Subliminale messaggio per colpevolizzare un popolo intero e provare a spostare l’attenzione altrove. Sottotitolo: “Il cancro del Paese è la mafia, ma lo sport nazionale è attaccare Fontana”. Iuri Maria Prado si è lamentato dello squilibrio culturale, scrivendo frasi in correttissimo napoletano (qui gli applausi sono sinceri) conosciute dai contadini padani per la presenza di terroni da quelle parti, mentre al Sud non si comprendono i dialetti nordici, e lagnandosi del fatto che la pizza e la mozzarella sono l’immagine alimentare dell’Italia, non la polenta. Scrive Renato Farina: “Questi sguazzano nella camorra fino alle ginocchia, e invece di bonificare la loro palude che inquina il mondo, si permettono di tirar sassi alla Madonnina?”. Questi. E canzonando Vincenzo De Luca, sostiene che bisogna assecondare il presidente della Regione Campania alzando “un bel muro per difendere il festoso popolo campano dall’infezione nordista, dovuta – come ha scritto seriamente Angelo Forgione, autore immortale di “Napoli capitale morale” – al vizio del lavoro esagerato. E si vede che il mio lettore non ha ben capito ciò che ha letto, cioè non ha capito che ho ben parlato di Milano, città che si accontenta beatamente dell’immagine di città del lavoro e non si affanna più di tanto per mostrare la sua cultura:

Milano-modello appare inscalfibile, capace di passare indenne ogni inciampo e tenere vive tutte le sue emanazioni contemporanee, che la rendono capofila nazionale. E la città meneghina, ricca di un importante patrimonio culturale, sembra accontentarsi di ciò in cui si identifica. Vivace, dinamica e laboriosa, l’immagine meneghina di efficienza e inclusione si è ammantata di una retorica stantia e si è fatta troppo ingombrante per una città che non trova il tempo per guardarsi allo specchio. Chi vi arriva da qualunque parte d’Italia per trovare fortuna sente una mano che spinge alle spalle; deve iniziare a correre, deve dimenticare la contemplazione, e diventare milanese. Solo se vi si arriva da turista, senza il dovere di cittadinanza, si inizia a coglierne la bellezza.

Questo è quanto ho scritto in Napoli Capitale Morale, evidenziando l’ingombro degli stereotipi della Milano della finanza e della Napoli della camorra – da Farina ampiamente confermati – a scapito delle culture anche intrecciate delle due città. E non oso immaginare cosa avrebbe elaborato il mio lettore se io, in malafede come lui, avessi scritto di una Milano culturalmente mediocre. Forse gli sarà andato storto che nel libro è narrata la cruciale vicenda politica di Karl von Firmian, erudito governatore austriaco di Milano, che attinse alla cultura napoletana per accrescere la città lombarda quando questa contava la metà degli abitanti della capitale morale dell’Italia settecentesca (Napoli). Il fatto è che io scrivo per amore della storia e della verità, non come i dannati della scrittura, condannati per aver preso soldi in cambio di falsità da pubblicare, e ancor continuano a farlo evidentemente. A certe penne lascio l’onore delle tante fake news diffuse negli anni, i procedimenti disciplinari, le querele, le condanne e la carta neanche igienica di Libero. E tante grazie per l’aggettivo “immortale”, da cui comprendo che ascoltano con fastidio il mio respiro incessante. È un piacere!

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Colera e Corona: aveva ragione Feltri

Angelo Forgione Che sciagura il Coronavirus! E alla fine, obtorto collo, c’è pure da dare ragione al fanatico Vittorio Feltri, che il 21 febbraio, al principio del disastro lombardo, scrisse su twitter: “Da lombardo devo ammettere che invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera, roba piccola confronto al Corona”. La situazione poco chiara, coniugata al suo proverbiale “pregiudizio” anti-meridionali, aveva fatto pensare alle solite offese, al solito luogo comune del colera a Napoli. E invece, a oltre tre mesi da quell’allarme, il colera del 1973 nel Sud Italia, con focolaio vesuviano, appare davvero un fiammifero al cospetto dell’immenso rogo virale del 2020 che ha colpito pesantemente il Nord e particolarmente la Lombardia. In concreto, il colera causò soli 24 morti e 277 infettati tra Napoli, Caserta, Bari, Taranto, Foggia, Lecce, Brindisi e Cagliari, con qualche caso anche a Roma, Pescara, Firenze, Bologna e Milano. Numeri irrilevanti al cospetto del Covid-19, che ad oggi, a macabri conteggi ancora in corso, ha causato in Italia 33.415 decessi e 233.019 casi ufficiali. La Lombardia è evidentemente la regione più colpita, con 16.112 morti, la metà dell’Italia intera, e 88.968 contagiati certi. E come fai a non dare ragione a Vittorio Feltri?

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Poi, allo stesso Feltri in avanti, è nato una sorta di revanscismo lombardo opposto a una certa campagna discriminatoria contro la Lombardia e Milano che non c’è mai stata. Una narrazione che ha francamente stufato! Una mera questione sanitaria tradotta da qualcuno in nuova discriminazione al contrario. Ma quale discriminazione? Non pare affatto che esista un sentimento d’odio verso una popolazione che merita solidarietà piena per i lutti subiti e originati dagli errori di qualche incapace nella stanza dei bottoni. Una volta che la Lombardia se la passa male per colpe della macchina politico-industriale salta fuori la storia dell’accanimento contro gli invidiati primi della classe. È piuttosto un’invenzione, un certo piagnisteo figlio di un fastidio intollerabile di chi lo prova, un peso insostenibile di una croce che qualcuno animato da un complesso di superiorità mai si sarebbe aspettato di dover portare sulle spalle, e non vuole affatto portarlo, per aver costretto l’Italia intera al blocco totale e aver messo l’economia del Paese in ginocchio.
Chi parla di discriminazione verso i lombardi e loro vicini non sa cos’è la discriminazione. Io che sono napoletano lo so, ma evidentemente non tutti sono al corrente di cosa è accaduto ai napoletani e ai meridionali durante e dopo l’epide­mia di colera scoppiata a fine agosto 1973 a Napoli, con altri focolai a Bari, Taranto e Cagliari. Forse servirà un po’ a tutti riavvolgere il nastro con pazienza per mettere in parallelo i due momenti.

I provvedimenti restrittivi all’arrivo del colera furono applicati solo nelle regioni “colerose”: rinvio dell’anno scolastico a novembre inoltrato, chiusura dei cinema, dei teatri e delle università. Per accedere alle Facoltà del Centro e del Nord, gli studenti provenienti dalle Regioni del Sud, anche quelle in cui l’epidemia non c’era, furono obbligati a presentare il certificato della vaccinazione anticolerica, e nessuno protestò per questo.
Inviati di importanti quotidiani del Nord, in un tempo in cui internet era solo fantascienza e non c’erano i programmi di Barbara D’Urso, si sbizzarrirono a descrivere Napoli e Bari con esagerazioni, fake-news e spesso con accenti razzisti.
Spinto dalla Regione Liguria, il Genoa chiese al Calcio Napoli di non recarsi a Genova per una partita di Coppa Italia. La Lega invertì i campi ma il Genoa si rifiutò di scendere a Napoli, così come il Verona evitò di recarsi a Bari, a costo di perdere a tavolino e prendersi delle penalizzazioni. Il capitano degli Azzurri, Antonio Juliano, napoletano purosangue, gridò tutto il suo sdegno alla stampa: “Ma cosa credono quelli del Nord? Hanno paura d’infettarsi giocando al calcio con noi? Sappiano che d’ora innanzi saremo noi a non voler andare più al Nord. Questa discriminazione ci umilia come uomini e specialmente come sportivi”.
Chi viaggiava da Sud a Nord per lavoro veniva tenuto a distanza, e neanche le mani gli si stringeva. Qualcuno si vide le porte degli alberghi chiuse in faccia per volontà di lombardi e piemontesi, o anche quelle di casa propria dai parenti nel caso di impavidi settentrionali reduci da viaggio di lavoro nelle regioni del contagio. Psicosi ben più eccessiva rispetto a quella da Covid-19, visto che la trasmissione della colera non avveniva per contatto sociale, e non c’era bisogno di mascherine e altri accorgimenti. Ci si poteva infettare ingerendo acqua o alimenti contaminati dalle feci di individui infetti e la paura del prossimo era totalmente immotivata e dettata da ignoranza e pregiudizio.
Il contagio da Covid-19 è invece diretto, per via orale, e contraddistingue un virus con altissima carica virale, quindi con alta trasmissibilità. Tutto il contrario del colera, e i numeri snocciolati lo dimostrano. Ed è per questo che chiedere sicurezza non è discriminare, non è voler ghettizzare una regione che un problema sanitario più ampio di altri ce l’ha, e non è ancora risolto, a quattro mesi dai primi casi. Un mese e mezzo, invece, ci vollero nel 1973 per risolvere l’epidemia di colera nella città più colpita, Napoli (a Barcellona in due anni).

Le cause del bubbone sanitario lombardo sono evidentemente dovute a ritardi ed errori governativi, mentre quelle dell’infezione del 1973 al Sud furono individuate in un’abbondante partita di cozze giunta sui mercati del Mezzogiorno dalla Tunisia, ascrivibili alla posizione geografica e non alle condizioni igienico-sanitarie e socioeconomiche, sulle quali invece si fece leva per discriminare. Nessuna colpa fu da assegnare alle città e ai cittadini meridionali ma nessuno se la prese con il Nordafrica. No, la colpa fu comunque lasciata ai napoletani, che mangiavano anche le cozze del loro mare, nelle quali non fu trovato alcuna traccia di vibrione. Eppure gli esperti, informati dall’OMS, sapevano che l’epidemia da vibrione “El Tor”, nell’ambito della settima pandemia, era partita dodici anni prima dall’Indonesia e stava transitando nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 e ancora oggi è in circolo. Altro che colpe napoletane!

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La scorretta informazione contribuì a far crollare il turismo e le conseguenze socio-economiche a Napoli furono pesantissime, con un meno novanta percento di presenze, recuperate solo a partire dal G7 del 1994, cioè ben ventun’anni più tardi.
Le squadre di calcio, compreso che l’epidemia non era tale bensì davvero poca cosa, tornarono presto a giocare contro il Napoli ma il colera sopravvisse nei cori e negli striscioni contro i napoletani, che non sono ancora finiti a circa cinquant’anni di distanza. Anzi, prima della sospensione del corrente campionato, proprio i tifosi bresciani, ignari di ciò che stava per accadere alla loro comunità, gridavano ” napoletano coronavirus,” mentre i napoletani, per tutta risposta, rispondevano con un eloquente “Nelle tragedie non c’è rivalità, uniti contro il Covid-19“. All’esterno dello stadio Meazza di Milano, qualche giorno prima, era apparso nottetempo lo striscione “Napoletani figli del colera, vi mettiamo in quarantena“. E come dimenticare le mascherine indossate dai tifosi milanisti a Napoli all’epoca dell’emergenza rifiuti, che poi era figlia di un patto scellerato tra camorra e imprenditoria settentrionale?

L’apertura della Lombardia, all’evidenza dei numeri, è un rischio per tutti che appare dettato da una sorta di sudditanza nei confronti di un territorio con un Pil importante che sa di poter puntare i piedi. Le pacate minacce del sindaco Sala ai sardi sono un segnale chiaro in tal senso. E però, a rivedere quel che successe al tempo del colera, con cicatrici ancora visibili sulla pelle dei napoletani, chissà come verrebbero trattati oggi i campani se al posto scomodo della Lombardia vi fosse la loro regione.
E qualcuno, in Pianura padana, pur soffre di discriminazione. Piuttosto, che questa storia cancelli mezzo secolo di offese ingiustificate ai napoletani e migliori tutti. Che dite, possiamo avere speranze?