Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).

Il razzismo positivista-leghista dei tifosi bergamaschi a Napoli

lombroso

Angelo Forgione Guardavo la partita Napoli-Atalanta di Coppa Italia quando le telecamere della RAI indugiavano sui tifosi della squadra orobica, bergamaschi della cosiddetta “Città dei Mille”, in trasferta a Napoli. Immediatamente trasalivo individuando quell’uomo barbuto su sfondo nerazzurro esposto in bella vista. Cesare Lombroso sbattuto in faccia ai napoletani, proprio lui, il teorizzatore dell’inferiorità dei meridionali, della loro tendenza a delinquere, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo, l’uomo che caricò di pregiudizi l’analisi della situazione di arretratezza socio-economica in cui venne a trovarsi il Sud dopo l’Unità.

Avevo trattato il personaggio nel mio libro Dov’è la Vittoria, per chiarire ai lettori come fosse esploso il razzismo interno italiano, poi manifestato anche negli stadi dagli anni del boom economico del dopoguerra. Ed eccolo lì lo scienziato della vergogna, puntualmente finito sullo stendardo di una delle tifoserie più razziste d’Italia, quella dei bergamaschi identitari, ai quali, per restare in abito calcistico, conviene dimenticare che il bergamasco di sangue Beppe Signori fu radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi. Entrambi i clan erano dei livelli piramidali di una vasta associazione criminale con vertice a Singapore, dedita all’alterazione dei risultati di partite in tutto il mondo. Per non parlare dello storico capitano dell’Atalanta Cristiano Doni, anch’egli implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, mentre il napoletano Fabio Pisacane diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Il razzismo di retaggio postivista è penetrato lentamente in certe curve del Nord sull’onda leghista dell’ultimo trentennio. L’antropologa francese Lynda Dematteo, studiosa del fenomeno leghista, autrice del libro ‘L’idiota in politica – Antropologia della Lega Nord’ (Feltrinelli, 2011), ha analizzato i punti in comune tra alcune tifoserie lombarde – quella atalantina in testa – e la Lega Nord, dalle simbologie adoperate all’anti-meridionalismo.
E allora eccolo di seguito un sunto di quel che ho evidenziato nel mio libro, per chi avesse voglia di capire come funziona l’Italia dalla sua origine.

— capitolo ‘La discriminazione territoriale’ —

[…] L’asservimento dei popoli delle ex Due Sicilie passò per l’affermazione della teoria dell’inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo. La dottrina si avvalse delle teorie scientifiche sulla fisiognomica del criminologo socialista Cesare Lombroso, con le quali si intese inchiodare i meridionali a una presunta predisposizione alla delinquenza. Lombroso, veronese, osservò i crani dei cosiddetti briganti, braccati dalle milizie piemontesi, oggetto di autopsia nonostante le leggi che già dal 1883 imponevano la sepoltura dei cadaveri dei detenuti. L’antropologo giunse alla personalissima conclusione che i meridionali avessero una vocazione naturale all’omicidio che mancava nei settentrionali. Indicò questa tendenza nella presenza della “fossetta occipitale mediana”, riscontrabile su molti crani del Sud Italia. E bollò come delinquenti la gente del Sud come espressione di sottocultura e di una razza ritenuta inferiore, tendente a delinquere atavicamente. Così scrisse nella sua principale opera, ‘L’uomo delinquente’, nel 1876:

È agli elementi africani e orientali (meno i greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia).

Dopo la sua morte, Lombroso fu sottoposto a un’autopsia che tenne conto delle sue stesse teorie: “Soggetto afflitto da cretinismo perpetuo”, fu l’esito dei risultati. Fu proprio il suo corpo a smentirne le sue teorie razziste e sarebbe stata poi la storia d’Italia a invalidarne abbondantemente gli studi, tra delitti di serial killer, mitomani, “mostri” e truffatori d’alta finanza del Settentrione.
Certe argomentazioni, però, furono riprese da altri sostenitori dell’inferiorità razziale dei meridionali e ispirarono l’opera dell’antropologia positivista del secondo Ottocento. A cominciare dal lombardo di sinistra Enrico Ferri, pure direttore de ‘l’Avanti!’, teorizzatore del “tipo napoletano”, secondo cui il popolo meridionale era propenso a delinquere per atavica inferiorità biologica e non doveva mescolarsi alle razze del Nord d’influenza celtica. Particolare incidenza l’esercitò il criminologo siciliano Alfredo Niceforo, che ricalcò la teoria della distinzione etnica in Italia e la configurò in due diverse razze: l’euroasiatica ariana al Nord e l’euroafricana negroide al Sud e nelle isole. Onesti, presentabili, laboriosi e cooperativi quelli appartenenti alla prima; truffatori, sudici, oziosi e individualisti gli altri. Nel saggio ‘L’Italia barbara’ contemporanea del 1898, Niceforo coniò per la seconda categoria l’espressione “razza maledetta”, condannando con asprezza i meridionali a un cronico sottosviluppo e a uno stadio primitivo di evoluzione psichica, tali da meritarsi di essere trattati “col ferro e col fuoco”. All’innata brutalità di siciliani e sardi accostò il congenito servilismo dei napoletani, descritti come individui senza alcuna personalità:

I segni dell’inferiorità e dello stato ancor primitivo che affettano la psiche del popolo napoletano si palesano con mille altre manifestazioni della sua vita sociale e in specie col servilismo. Nessuna plebe è così servile come quella delle provincie napoletane […]. L’uomo servile è un individuo senza personalità e le società servili sono società in cui il carattere non esiste […].

Con la pubblicazione ‘Per la razza maledetta’, sempre del 1898, Napoleone Colajanni si contrappose alle teorie dei positivisti e al conterraneo Niceforo, ricordandogli che egli stesso era siciliano e apparteneva, per origine, alla “razza maledetta”, quella “dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre”.
Le tesi degli antropologi Lombroso, Ferri e Niceforo, e poi quelle di Giuseppe Sergi, Pasquale Rossi e altri, ancora oggi sostenute dal britannico Richard Lynn, professore di psicologia all’University of Ulster (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=32817), configuravano un rapporto tra Nord e Sud simile a quello che le potenze coloniali riservavano ai popoli conquistati, costruendo l’inferiorità razziale del meridionale per legittimare il dominio settentrionale. Il vero problema non era la distinzione ma la classificazione scientifica tra razza superiore e “razza maledetta” tracciata dai positivisti, che influenzarono il pensiero di psichiatri, medici, politici e magistrati, e plasmarono l’opinione pubblica del Nord, adeguando il linguaggio all’ideologia delle classi dirigenti e avviando una più diffusa e metodica negazione ideologica della dignità del popolo del Sud.
I più noti meridionalisti unitari dell’epoca non stettero a guardare e contestarono la teoria della “razza maledetta”, denunciando che era stata formulata per giustificare le disuguaglianze territoriali e nasconderne la creazione a tavolino. Oltre a Napoleone Colajanni, anche Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato puntarono i piedi e si opposero al fronte positivista, stimolando il dibattito sulle disparità economiche e sociali che si erano create con l’Unità. Il progresso civile dell’intero Paese passava attraverso l’integrazione dei popoli, ma la classe dirigente, in buona parte settentrionale, deresponsabilizzata dai positivisti, strumentalizzò la teoria della “razza maledetta” per distrarre la discussione sulla “Questione meridionale”, che era soprattutto una questione economica da confondere in altre complicazioni sociali.
Le disillusioni postrisorgimentali portarono, tra il 1870 e il 1920, a una massiccia emigrazione meridionale e veneta alla volta delle Americhe, beneficiarie delle braccia della undesirable people per i lavori più pesanti. All’arrivo dei bastimenti nel porto dell’isolotto newyorchese di Ellis Island, la distinzione tra italiani del Nord e italiani del Sud riprendeva significativamente quella teorizzata da Alfredo Niceforo: veneti da una parte, meridionali da un’altra.
Nella prosecuzione del peccato originale ebbero precise responsabilità la scuola, la borghesia, la stampa e la politica nazionale di trapasso tra Ottocento e Novecento. Sul periodico ‘L’Ordine Nuovo’ del 3 gennaio 1920, Antonio Gramsci scrisse che la “Questione meridionale” si sarebbe potuta risolvere solo con un’alleanza antiborghese tra gli operai rivoluzionari del Nord e i contadini del Mezzogiorno, evidenziando che i primi nutrivano pregiudizi per i secondi perché subivano l’influenza della società in cui vivevano. L’ideologo sardo, nel suo saggio sulla “Questione meridionale” del 1926, accusò il Partito Socialista dell’errore di aver alimentato un diffuso preconcetto sulla gente del Mezzogiorno tra la stessa classe operaia del Nord, cavalcando e supportando le teorie del Positivismo:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Le disparità create avevano generato una nuova miseria del Mezzogiorno, storicamente inspiegabile per le masse popolari d’Alta Italia, che non sapevano e non comprendevano che l’Unità era avvenuta per imporre l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud e che il Settentrione cresceva in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale. Il ragionamento popolare fu che se il Sud non riusciva a progredire sotto il profilo economico-industriale era per cause endemiche, scritte nel codice genetico meridionale. Il popolo settentrionale finì con l’abbracciare ciecamente il Positivismo sposato alla politica, acquisendo per mentalità la teoria della “razza maledetta”. […]

Il seguito lo troverete nel libro, se vorrete, o lo osserverete negli stadi italiani e non solo, se avrete occhio.

In libreria l’edizione 2017 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione l’edizione anno 2017 di Dov’è la Vittoria, con aggiornamenti di numeri e statistiche e una nuova copertina. Già disponibile presso le librerie che hanno esaurito le copie della prima edizione 2015 e su Amazon.
Un ottimo regalo di Natale per chi non ha ancora letto questo documentato saggio e vuole davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

Copertina DOV'È LA VITTORIA 2

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.

Daverio: «Napoli unico regno funzionante del Mediterraneo, ma poi…»

Tratto dalla trasmissione Rai Quante Storie, condotta da Corrado Augias.

Napoli vs Juventus, c’è tutta la storia d’Italia dentro. Alle origini della rivalità.

napolijuventus

Angelo Forgione  per Napoli giornale gratuito  Sì, c’è una storia dentro Napoli-Juventus che trascende il perimetro del rettangolo di gioco e finisce per spiegare perché sotto il profilo sociale è la partita più significativa del calcio d’Italia, cioè della nazione spaccata economicamente in due. Al principio sta la storia stessa del calcio italiano, ingabbiato a fine Ottocento nel “triangolo industriale”, l’area di maggior concentrazione di sviluppo racchiusa tra Torino, Genova e Milano, sorto grazie alle politiche attuate dopo l’Unità d’Italia per stimolare la crescita del Nord-ovest a detrimento del Sud. Il football, la nuova moda inglese, calzava perfettamente alle nuove élite borghesi di quel territorio per ostentare modernizzazione e benessere. Torino, nel 1898, partorì la Federazione, l’attuale FIGC, quantunque il pallone si calciasse dappertutto, e lo fece per impossessarsi del gioco, organizzando campionati detti italiani, ma che in realtà erano piccole competizioni interregionali di Piemonte, Liguria e Lombardia. Tutto il resto del Paese non era invitato, anche se di squadre ce n’erano pure in Sicilia, ma al Nord nessuno aveva intenzione di prendere un treno per andare a giocare laggiù, figuriamoci una nave. Il calcio, insomma, rispecchiava la spaccatura sociale ed economica creata dopo l’Unità, e così fu creato anche nello sport un gap tecnico fortissimo, contro il quale il Sud protestò vivacemente, ottenendo una riforma pro-forma, la Vavassori-Faroppa del 1912, utile solo a calmare le forti rimostranze capeggiate dall’Unione Sportiva Napoli.
Solo nel 1926, per volontà del regime fascista, il Coni impose la vera nazionalizzazione del calcio attraverso la “Carta di Viareggio”, consentendo alle squadre di Roma e Napoli di competere direttamente con le squadre di Torino e Milano, piegate malvolentieri alle volontà politiche. Non gli bastava aver accumulato vantaggio tecnico e di impiantistica, e pure decine di scudetti. Il Genoa, ad esempio, aveva già vinto tutti i suoi 9 campionati, praticamente uno in più di quelli conseguiti fino ad oggi da Roma, Lazio, Napoli e Cagliari messe insieme. La provinciale Pro Vercelli, sempre del “triangolo”, ne contava 7, il Milan 3 e l’Inter 2, come la Juventus, che soli tre anni prima era stata acquistata dalla famiglia Agnelli, cioè dalla Fiat, la fabbrica più rilevante e privilegiata d’Italia. Prima aveva addirittura rischiato di sparire, esattamente nel 1913, quando la retrocessione nella seconda categoria aveva consigliato ai soci di sciogliere il club in difficoltà economiche, ed era stata salvata con un ripescaggio con l’artificio dell’iscrizione nel girone della Lombardia. A colpi di retrocessioni e ripescaggi delle squadre dell’altra Italia, nel 1929 fu decretata la nascita della Serie A a girone unico, ma la distanza tra il calcio del Nord e quello del Sud continuò inevitabilmente a rispecchiare la disunità italiana. La Juventus, sostenuta dai capitali Fiat, fu trasformata in vetrina dell’azienda. Doveva vincere per mostrare prestigio, e iniziò a farlo con frequenza, mettendo in fila cinque scudetti, che attrassero sostenitori tra la buona borghesia torinese. Ma il vero boom del suo seguito esplose negli anni del “miracolo economico” italiano, dopo che i finanziamenti americani del Piano Marshall ebbero ricostruito le fabbriche del Nord distrutte dalla guerra e trascurato la crescita industriale del Sud. La Fiat fece la parte del leone col 50% dei crediti nel settore meccanico, grazie al patto con Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, che ottenne garanzia del licenziamento degli operai comunisti. La casa torinese ripartì alla grande e ottenne anche commesse negli Stati Uniti. Si realizzò allora la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella Penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando la povertà per andare a lavorare al Settentrione. Pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo, ma non furono ben accolti dalla gente del luogo. All’esterno dei palazzi trovarono cartelli su cui c’era scritto “non si fitta ai meridionali”. Oltre a un tetto difficile sotto il quale dormire, dovettero trovare anche un modo per combattere l’emarginazione e persino il razzismo, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente alla crescita economica del territorio. Il calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. Molti sposarono i colori della Juventus, mentre il Torino restò la squadra dei torinesi. La famiglia Agnelli intercettò il sentimento e ricambiò con furbizia, offrendo agli operai meridionali un’immagine familiare. E così, a suon di milioni, mise in squadra il catanese Anastasi, il sardo Antonello Cuccureddu, il siculo-campano Giuseppe Furino, il salentino Franco Causio e altri calciatori meridionali, i cosiddetti “sudisti del Nord” a contribuire ai cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbero il seguito bianconero. La juventinità fu trasferita agli appassionati rimasti al Sud, soprattutto ai parenti degli emigranti, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che comunicava il miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.

La Juve distanziò Inter e Milan per scudetti e proselitismo, e sul suo blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982, quando fu completata la definitiva saldatura tra il calcio e gli italiani, ma anche tra gli italiani e la Juventus, il cui nome non era quello di una città e attenuava l’associazione tra la squadra e il suo territorio. Al Sud, dove non solo era difficile vincere ma persino partecipare, si riempì il carro dei vincitori, soprattutto lontano dai nuclei di Napoli e Roma, e lo juventinismo attecchì nei piccoli e medi centri impossibilitati ad emergere nel calcio. Oggi, in quei territori, è pieno di tifosi che hanno scelto e continuano a scegliere le squadre più blasonate, Juventus su tutte, rifiutando di legarsi in età infantile alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di recitare una parte da protagonista in pubblico.
Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Circa il 35 per cento dei tifosi italiani sono bianconeri, cioè uno su tre, e sono distribuiti in tutta la Penisola. Ma si tratta anche della squadra più detestata, perché alcune sue vittorie sono state macchiate da macchinazioni accertate e anche annusate, da clemenza degli arbitri e pure da boriosità da parte dei suoi dirigenti, i quali hanno pensato bene di sdoganare il diseducativo motto “alla Juventus vincere non è importante, è la sola cosa che conta”, una filosofia che con lo sport e la cultura della sconfitta condivide poco, che fa della squadra un’azienda volta alla supremazia sulla concorrenza interna, proprio come la Fiat. E in effetti le vittorie della Juve non rappresentano un prestigio endogeno ma appartengono agli Agnelli/Elkann. Non c’è altro club di un certo prestigio che abbia un’identificazione così antica con la sua proprietà. Juventus e Fiat è il matrimonio tra calcio e industria più forte e duraturo del panorama sportivo internazionale. Un club così “nazionale” è detestato soprattutto nei centri di forte identità territoriale, dove è più importante il senso di appartenenza, come nella piccola Firenze, nella grande Roma e, soprattutto, nella monoteista Napoli, dove la squadra è culto unico. I tifosi azzurri rappresentano circa il 15 percento dell’intera passione nazionale, quasi quanto i milanisti e gli interisti, ma sono in gran parte concentrati nel territorio campano. Il Napoli è il riferimento sportivo di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Se a Torino vi sono il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Roma il romanista e il laziale, a Napoli esiste solo il napoletano, e non c’è bisogno di un “napolista”. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa. Tutto ciò spiega antropologicamente perché Napoli e i napoletani nutrano forte avversione ai colori bianconeri. Napoli-Juventus è da sempre la sfida tra due mondi distanti, tra chi tifa per un club che appartiene soprattutto a una città e chi tifa per un club che appartiene a tutti, cioè a nessuno; è la sfida tra chi vuole essere e chi vuole avere. Il napoletano, spesso, prova amore per Napoli. Lo juventino non ha alcuna necessità di amare Torino. Il napoletano è integralista, e diventa pure fondamentalista quando conosce tutta questa storia, e sa anche che la sua città è quella che più di tutte ha pagato la squilibrata unità d’Italia, l’antica capitale dei primati sociali che, oltre ai ministeri, ha perso il suo iniziale sviluppo industriale a favore del “triangolo industriale”, ed è oggi afflitta da drammatici problemi sociali. Il fondamentalista napoletano sa che lavoro e scudetti sono più facili a Torino, e traduce la Juventus nel simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi sul proletariato meridionale al Nord.
Ma mo’ pure ‘o scudetto s’è scocciato d’ ‘e mmuntagne; dice ca vulesse vedé nu poco ‘o mare.

La Questione meridionale è ormai questione mediterranea

I recenti interventi sulle tivù nazionali di chi studia la Questione meridionale dimostrano che la tradizione del meridionalismo intellettuale, purtroppo, deve proseguire.