La veneta di Sardegna “minaccia” i calabresi

Angelo Forgione Quando una veneta figlia di emigrante sardo “minaccia” un bambino calabrese di un futuro da emigrante, l’irrisolta Questione meridionale fa ancora più rabbia.
A rendersi talmente squallida è stata Sara Pinna, la conduttrice di Terzo Tempo – diretta biancorossa, trasmissione dedicata alle partite del Vicenza dell’emittente locale TvA. Costei, immediatamente dopo la partita di calcio che ha sancito la salvezza del Cosenza e la retrocessione in Serie C del Vicenza, ha fatto il verso a un piccolo tifoso dei Rossoblù calabresi. Il bambino, ai microfoni dell’inviato in Calabria, Andrea Ceroni, ha raccolto l’imbeccata del padre per esprimere la propria fede:

«Lupi si nasce».

Sara Pinna, ferita nell’orgoglio, ha tirato fuori la peggior boria nordica:

«Eeeeh… E gatti (vicentini) si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro».

E il collega, annuendo, ci ha messo pure del suo:

«Non male, Sara».

Cosa poteva capire il piccolo di quella risposta? Nulla, ovviamente. E lei, con quel cognome e quelle fattezze tipicamente sarde, ex tifosa cagliaritana giunta in Veneto dall’isola, sapeva di non rivolgersi a quel bambino ma alla platea adulta dei suoi telespettatori veneti, tanto per affermare una superiorità economico-sociale sui meridionali che non era scritta da nessuna parte prima che fosse unita l’Italia.

Sarà Pinna ha poi chiesto scusa dopo l’ondata di condanna arrivatale addosso con qualche giorno di ritardo:

“Ribadisco le mie scuse al bambino, alla sua famiglia, ai tifosi del Cosenza e a tutti coloro che si sono sentiti offesi per una frase sbagliata che non rispecchia in alcun modo il mio pensiero e la mia sensibilità. Io stessa sono di origini sarde, in Veneto per lavoro dei miei genitori, quindi non vi erano in me le intenzioni maligne che mi vengono attribuite dai numerosi commenti sui canali social, molti dei quali hanno oltrepassato ogni limite di decenza e di legge, ma di questo si occuperà nelle sedi opportune la magistratura”.

Non era bastato il tifoso vicentino che, all’andata, era arrivato ad apostrofare i tifosi del Cosenza con l’epiteto di scimmie calabresi. Ci voleva anche la minaccia al bambino di Calabria, che forse un giorno sarà davvero costretto ad andare a cercare lavoro in Pianura Padana, ma resterà comunque e sempre un “lupo” rossoblù. E speriamo che non sia anche juventino, interista o milanista, perché poi la colonizzazione del Sud è anche di tipo sportivo, e il fenomeno del doppio tifo, per la squadra della propria città e per una delle tre grandi strisciate del Nord, è diffuso in Calabria come in altre regioni limitrofe.

Come il Sud si è salvato dal disastro lombardo

gallera

Angelo Forgione Giulio Gallera, assessore al welfare della Regione Lombardia, in un’intervista rilasciata al quotidiano Libero, sostiene che la Lombardia ha salvato il Sud dal disastro sanitario:

«Se noi non ci fossimo opposti con rigidità al governo, il Sud non sarebbe stato chiuso. Invece abbiamo sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo misure restrittive. Grazie a questo, le altre regioni ci hanno seguito e abbiamo ridotto il contagio».

Dichiarazione che si smonta con molta facilità, poiché il Sud, al momento, si è salvato da solo nonostante le fughe dal Nord che hanno aumentato i contagi, e ci è riuscito per tre sostanziali motivi:

1) L’inquinamento atmosferico da Pm10 inferiore a quello della Pianura Padana, che è la macroarea più inquinata d’Europa.
L’inquinamento influisce direttamente sulle difese immunitarie e sulle capacità respiratorie, messe a dura prova dal Covid-19. Come sostengono i ricercatori dell’Università di Siena e di Aarhus University, non è casuale il livello di letalità più alto al Nord, “legato al fatto che le persone che vivono in queste aree, con una esposizione prolungata all’inquinamento, hanno una predisposizione maggiore a sviluppare condizioni e patologie respiratorie croniche che con l’arrivo del virus possono portare più facilmente alla morte”;

2) Le decisioni tempestive dei governatori regionali che, come ha sottolineato Giovanni Rezza, capo del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, «hanno istituito delle zone rosse laddove ce n’era bisogno. Isolare i piccoli territori più colpiti ha funzionato». Contrariamente ai casi Lombardi della Bergamasca e del Bresciano, zone per troppo tempo lasciate aperte nonostante i problemi esplosi ad Alzano Lombardo, Nembro e Orzinuovi;

3) Il sostanziale rispetto del distanziamento sociale.

Fuori elenco per questione di assenza di prove scientifiche circa il Covid-19, il fattore climatico, che normalmente concorre a ridurre la potenzialità dei virus (le influenze di stagione sono sempre più violente in Pianura Padana).

Ognuno può farsi un’idea di ciò che è accaduto, ma una cosa è certa: il 28 febbraio scorso, mentre la situazione nella Bergamasca si aggravava, Giulio Gallera escludeva l’istituzione di una zona rossa per quei comuni: «Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì di Alzano Lombardo».

Contemporaneamente, Confindustria Bergamo, per tranquillizzare “i nostri partner internazionali”, pubblicava il video “#bergamoisrunning” dove si sbandierava che l’industria lombarda non si fermava affatto.

Si spingeva per tenere aperto il distretto industriale di Alzano-Nembro, uno dei primi cinque d’Italia per Comuni sotto i 300mila abitanti. Secondo i dati di Confindustria Bergamo, un’eventuale zona rossa in quell’area avrebbe riguardato 376 aziende, con una forza lavoro che varia dai 120 agli 800 dipendenti, per circa 850milioni di euro all’anno di fatturato.

Il 9 aprile, Marco Bonometti, presidente della sezione lombarda di Confindustria, ha rivelato:

«Nelle riunioni che abbiamo avuto con cadenza quasi quotidiana tra fine febbraio e i primi giorni di marzo, anche in sede di Patto di sviluppo con artigiani, commercianti, lega delle cooperative e sindacati, la Regione è sempre stata d’accordo con noi nel non ritenere utile, ma anzi dannosa, una eventuale zona rossa sul modello Codogno per chiudere i comuni di Alzano e Nembro».

Per Bonometti, «non si poteva fermare la produzione». Ma la colpa dei troppi contagi, secondo lui, non è da imputare al tardivo lockdown bensì… agli allevamenti di animali in Lombardia.

Appare chiaro che il Sud si sia per il momento salvato sa solo, anche facendo tesoro dei disastri della Regione Lombardia, che si è condannata con le sue stesse mani e si è rivelata, in tempo di pandemia, la palla al piede dell’intera Italia, costringendo il Centro e il Sud a difendersi dal bubbone lombardo lasciato crescere per non dover rinunciare al profitto produttivo. Altro che salvezza!
Tra minacce di secessione e arraganza padana, manca solo che la Lombardia chieda riconoscenza al Sud.