A Procida per il CompraSud Festival

Appuntamento a Procida2022, sabato 23, per un escursus storico sull’alimentazione napoletana al CompraSud, la kermesse culturale ed enogastronomica di Procida Sud Festival che, partendo dalle eccellenze dell’Italia meridionale, abbraccia i Sud del mondo.

Ore 18, chiesa di Sant’Antonio da Padova, via IV novembre.

#LaCulturaNonIsola

Il Lacryma Christi del Vesuvio, per secoli il più famoso dei vini italici

Angelo Forgione  L’antichissimo Lacryma Christi del Vesuvio, uno dei vini italiani più antichi, figlio della Campania Felix, una terra che in epoca romana, partendo dal Falerno, rappresentava il meglio della produzione del mondo allora conosciuto. Ma il bianco e rosso Lacryma Christi, per secoli, è stato anche il vino italiano più famoso nel mondo, e fino al periodo delle guerre del Novecento.

I vini campani, siciliani e calabresi, erano avanti, per qualità, ai piemontesi, ai veneti e ai toscani.
Fu esattamente nella Napoli capitale borbonica che, nel 1833, nacque l’industria italiana del miglioramento dei vini. Nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era così evidenziato:

“Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. (…) Sarebbe però necessario che si studiasse meglio la questione sul modo di potere rendere navigabili tutti i migliori vini del Regno, i quali poi insieme al Marsala ed al Lacryma Christi potrebbero facilmente surrogare negli splendidi conviti i più ricercati vini di Francia e di Spagna.”

A Unità compiuta, nelle esposizioni internazionali, a farsi onore erano soprattutto i vini campani, e ancora nel 1898, in Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di Viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva:

“I vini siciliani sono, con il Lacryma-Christi, i veri diamanti della corona enologica dell’Italia.”

Qualcosa è successo dopo, e attiene alla Questione meridionale. Cosa? Lo racconto dettagliatamente e documentatamente in Napoli svelata, senza omettere di evidenziare la rincorsa dei vini meridionali e il loro progresso qualitativo con cui si sta riducendo sempre più il vantaggio dei vini settentrionali acquisito nel Novecento. Ottenute dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Sardegna, le bottiglie del Sud guadagnano sempre più gradimento nel mondo.
E se in epoca romana il meglio dei vini era prodotto in Campania, oggi si fa strada un’eredità importante incarnata dal pregiatissimo irpino di Taurasi da nobile e longeva vite aglianica, quello che tra i campani invecchia più a lungo e meglio.


Ci vediamo a maggio al complesso di San Domenico Maggiore, nel cuore di Napoli, per valorizzare la storia dei vini vesuviani, flegrei e e campani (info prossimamente), ma per ora, se vi piace la lettura e volete scoprire la questione meridionale del vino, aprite Napoli svelata.

NAPOLI SVELATA – Belle vicende della Storia partenopea dalle origini a oggi

Napoli e i suoi dintorni, luoghi di un popolo che da sempre sfida due vulcani distruttivi ma forieri di prosperità. Un territorio particolare e complesso per natura e umanità, unico per identità e assai ricco di storie perché possa essere capito con facilità. Un mondo a sé, custode di un immenso patrimonio intellettuale e storico, frutto dell’influenza di varie culture e delle molteplici vicende di cui è stato teatro nel corso dei millenni.
Napoli, città porosa proprio come il tufo su cui poggia, ha assorbito e poi restituito con linguaggio proprio e idee nuove. Qui, tra i tanti ingegni, sono fioriti la viticoltura italiana con i suoi vini, la vulcanologia e l’archeologia. Qui sono state stimolate l’igiene ambientale e personale. Qui sono stati sperimentati e affinati i primi vaccini. Qui sono state perfezionate eccellenti maestrie, qualcuna superata, qualcun’altra in via di estinzione e altre ancora, come la sartoria maschile, solidamente apprezzate nel mondo. Qui, tra particolari usanze alimentari, si è diffuso il mangiare e bere ghiacciato. Qui sono germogliati il cinema, la cultura sportiva e persino il dogma dell’Immacolata Concezione. Una città tra le più antiche d’Europa, fondamentale nella trasmissione della cultura greca alla società romana e di importanza sempre crescente dal Rinascimento in poi, fino a diventare una delle maggiori capitali d’Europa, prima di decadere nell’Italia politicamente unita. Una città da vedere prima di morire, ma anche da capire. Se ne saprà “qualcosa” in più dopo aver letto Napoli svelata, 15 grandi storie napoletane da conoscere a fondo, frutto di un lavoro lungo e davvero molto approfondito.

Indice

Introduzione
Il melodioso richiamo della Sirena
una terra da ascoltare

1 – Un popolo vulcanico
la vita attorno ai crateri nella patria della vulcanologia

2 – La terra del vino
storia della viticoltura italica e delle sue origini campane

3 – La culla dell’archeologia
la riscoperta della classicità e la Napoli di Canova

4 – Ai napoletani piace freddo
l’antica passione per il ghiacchiato, dal sorbetto al gelato

5 – Ai napoletani piace scuro
dall’usanza della cioccolata alla tradizione del caffè

6 – Il sacro dolce di Napoli
leggende ed evoluzioni di sua maestà la Pastiera

7- Una città acqua e sapone
complessa vicenda dell’igiene napoletana

8 – Grandi, grossi e vaccinati
Napoli protagonista nella scoperta dell’immunizzazione

9 – La Madonna li accompagna
la Fede di Napoli per la definizione del dogma dell’Immacolata

10 – L’irripetibile arte del piqué di tartaruga
un’estinta maestria di gran pregio alla corte di Napoli

11 – L’eleganza cucita addosso al mondo
l’eccellenza dell’alta sartoria maschile napoletana

12 – Le pelli si trattano con i guanti
principio e quasi estinzione dei rinomati guantai napoletani

13 – Napoli sana in corpo sano
la tradizione sportiva partenopea, dalla città greca a oggi

14 – Una vera cine-città
Napoli culla della cinematografia e primo set d’Italia

15 – Vedi Napoli e poi muori… giustiziato
origine incerta del popolare detto sulla Città

Il ruolo della Politica nel trasferimento di Maradona al Napoli

Angelo Forgione Estate 1984: Maradona dal Barcellona al Napoli. La trattativa del secolo, la più impensabile della storia del calcio. Il club azzurro, quantunque sodalizio storico del calcio italiano, non aveva vinto sostanzialmente nulla e aveva appena evitato la retrocessione in Serie B. In pochissimi credettero che il più cristallino dei talenti del calcio mondiale potesse lasciare il ricco Barcellona per calarsi nell’anonimo Napoli di Ferlaino, che fin lì aveva oculatamente badato a tenere in ordine il bilancio sociale.

Quasi tutti attribuiscono erroneamente il merito di quell’operazione impossibile proprio a Corrado Farlaino, che in realtà aveva già scartato Maradona nel 1978, quando Gianni Di Marzio glielo segnalò e gli consigliò di parcheggiarlo in Svizzera in attesa delle riapertura delle frontiere, prevista in Serie A per il 1980. Nell’estate del 1984, Pierpaolo Marino seppe della rottura tra Maradona e il Barcellona e informò Giampiero Boniperti, che, appagato dal rendimento in bianconero di Platini, rispose che Dieguito, con quel fisico, non sarebbe arrivato lontano, e rifiutò di trattare. E allora Marino avvisò i dirigenti partenopei Antonio Juliano e Dino Celentano. Furono loro a credere davvero di riuscire a portare Maradona a Napoli. Ferlaino, invece, non credeva in quel sogno e trattava con l’Atletico Madrid per prendere il messicano Hugo Sanchez, anche perché l’argentino era costosissimo e il Napoli non aveva di certo i soldi richiesti dal Barcellona. Ma i tifosi napoletani, saputo della trattativa, vollero solo Maradona, e lo volle soprattutto la politica nazionale, in un periodo in cui la Campania esprimeva Ciriaco De Mita, Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Carmelo Conte, Giulio Di Donato, Vincenzo Scotti e altri uomini nei palazzi romani. Nel Consiglio di Amministrazione del Napoli di Ferlaino figuravano i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana.

Juliano e Celentano si piazzarono a Barcellona per due settimane, convincendo Ferlaino a trovare il modo per far uscire in qualche maniera i soldi necessari a pagare Maradona al club catalano. Fu proprio Scotti, da sindaco, sollecitato da Pomicino e Gava, a fare il “miracolo”, ottenendo la copertura finanziaria dell’operazione dal Banco di Napoli, negli ultimi anni di autonomia dell’antichissimo istituto partenopeo, diretto a quel tempo dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia. Qualcosa uscì anche dal Banco di Roma, del Banco di Santo Spirito e del Monte dei Paschi di Siena. Per la politica romana-napoletana, quel fuoriclasse rappresentava l’occasione di dare il necessario trastullo ai napoletani, piegati dal terremoto, dalla cassa integrazione nelle acciaierie di Bagnoli, dalla disoccupazione e dall’espansione camorristica. Le tensioni sociali erano preoccupanti, e Maradona contribuì enormemente a calmarle.Il Napoli vinse gli scudetti nel momento più critico del secondo Novecento per Napoli. Potere del calcio.

per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (A. Forgione – Magenes)

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Nel dicembre 1858 Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a riuscirvi.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour in Piemonte e di Bettino Ricasoli in Toscana furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.
Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

Pomodoro e pasta vaccinano il Pil del Meridione

Angelo Forgione – Se il PIL italiano è in picchiata causa pandemia, i dati ISTAT elaborati da due analisi di Coldiretti e di Sace dicono che il Made in Italy agroalimentare, specialmente il Made in Sud, è l’unico settore che va in controtendenza ed aumenta in esportazioni.
Coldiretti analizza il primo semestre del 2020, quello dell’esplosione della pandemia, durante il quale sono cresciute le esportazioni di pomodori pelati e polpe (+25,2% per 55,7 milioni di euro), di pasta di semola (+51,2% per 170,6 milioni di euro), di prodotti da forno (+15,2% per 91 milioni di euro) e, in lieve aumento, di olio di oliva (+5,5% per 196,4 milioni di euro).
Sace analizza un periodo più lungo, da Gennaio a Settembre 2020. Nove mesi in cui il tasso medio di crescita del comparto di alimentari e bevande di Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Molise è cresciuto del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, contro la media nazionale del comparto pari all’1,3%. Il miglior risultato in termini di valore è stato ottenuto dai prodotti alimentari campani. In particolare, le vendite all’estero hanno riguardato le conserve napoletane e salernitane (rispettivamente, +22,4% e +11,1% gennaio-settembre 2020 rispetto a gennaio-settembre 2019) e i prodotti da forno delle province di Napoli e Avellino (rispettivamente, +38,7% e +7,6% tendenziale).
Dati interessanti anche per le prospettive future del Mezzogiorno, dacché è calcolata una domanda estera di circa 17 miliardi di euro ancora inespressa negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Cina, in Turchia, in Messico e in Qatar.
Ed è bello sapere che il mondo sta tornando a chiedere la qualità agroalimentare del Sud Italia.

De Luca non diverte più

Angelo Forgione La Napoli del commercio è in rivolta. Non c’è solo la violenza deprecabile in ciò che è scattato all’ora del primo “coprifuoco” del 23 ottobre. C’è anche e soprattutto la sacrosanta esasperazione della gente che lavora, cavalcata dai facinorosi, che in certe occasioni non mancano mai. La Napoli degli esercenti, quelli più in difficoltà, è in rivolta contro Vincenzo De Luca, ma non solo quella. Anche Salerno, Nocera e Cava, feudo storico del governatore appena rieletto a furor di popolo: circa il settanta percento dei voti in tutta la regione, il 66,58% dei voti a Napoli.
Gli avversari si sono arresi alle urne dichiarando la sconfitta annunciata e motivandola con il consenso raccolto dall’ex sindaco di Salerno per la gestione della fase primaverile dell’emergenza sanitaria, allorché, mentre tutti gli italiani erano costretti a identiche privazioni della libertà, i contagi in Campania non destavano preoccupazioni. E in effetti lui, facendo leva su un affabile linguaggio teatrale, tra un “cinghialone” e un “fratacchione”, aveva accresciuto consenso e notorietà, risultando nei sondaggi il governatore più apprezzato d’Italia, insieme al veneto Luca Zaia. Oggi è invece obiettivo della violenta rivolta, a un solo mese dalla rielezione indiscussa e schiacciante. La stessa politica che ha guadagnato voti oggi risulta insufficiente e inadeguata a contrastare il crescendo dei positivi e dell’emergenza ospedaliera, e la conseguente questione economica. Cosa è successo?

È successo che, a riconferma ottenuta, il linguaggio di De Luca è cambiato. Non più sorrisi e divertenti guasconerie ma sguardo torvo e tono autoritario senza concessioni alla teatralità, se si eccettua qualche incursione sulla diatriba per niente sportiva su Juve-Napoli boicottata dall’ASL partenopea. Sono piovuti strali su tutti e tutto. Alla vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus, immediatamente dopo il lockdown, quando la situazione epidemiologica in Campania non terrorizzava il popolo, non minacciò proprio nessuno in vista dei possibili festeggiamenti in piazza. E non disse nulla quando i napoletani riempirono le strade del centro dopo l’ultimo rigore trasformato dai trionfanti Azzurri. Oggi piovono anatemi persino su Halloween, “monumento all’imbecillità”. Non si tratta più di capire se sia più utile l’americanata per il commercio in ginocchio o se sia giusto che l’americanata si metta da parte per garantire la salute. Non si tratta più di ridere dell’oltraggio al pudore di chi fa footing sul lungomare con una tuta alla zuava.
Ora la gente, già stressata da un tam tam meditatico insistente che indirizza l’opinione pubblica e snerva, è ormai alla fame, stufa, esasperata dalle promesse del Governo nazionale che aveva annunciato massimo sostegno e garanzie mai totalmente concretizzatesi. “Nessuno perderà il lavoro”, si disse. Certo, come no. E i lavoratori che resistono ad assicurare il servizio nei ristoranti aspettano ancora il pagamento della cassa integrazione del mese di maggio.
Ora che non sono neanche definiti i tragici effetti del lockdown passato il governatore della Campania chiude scuole e ristoranti, e chiede alla presidente del Consiglio di chiudere tutto, ché tanto lui lo farà nel suo territorio, seminando nuove angosce. Mostra la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid, usando la paura quale antidoto contro il diffondersi dei contagi, la stragrande maggioranza asintomatici, che stanno mettendo in difficoltà gli ospedali campani. Dopo aver speso 18 milioni per il Covid Hospital (funziona o no?), sapendo di non essere in grado di gestire le conseguenze prevedibili di una crisi sanitaria, dispensa agitazione. Non è così che si parla alla gente.

La prevenzione non può passare per l’indebolimento psico-fisico delle persone. Indebolire un’intera comunità significa condannarla, e i napoletani non ci stanno, così come i salernitani e tutti i campani. Andrebbero considerate ed effettuate scelte ponderate, evitando di incolpare oltre misura i cittadini, già vittime di politiche sociali assenti e di una scarsa assistenza sanitaria.
Da un mese a questa parte, a urne chiuse, è sparito lo spirito distensivo e a tratti umoristico del guascone De Luca ed è montata l’aggressività. E con questo fare sconsiderato, con questa dura dialettica del terrore, che una categoria provata da mesi di durissime restrizioni, bisognosa di azioni equilibrate e toni rassicuranti, è stata invece stressata sempre più e spinta a scendere in piazza. Poi, purtroppo, sono entrati in scena certi professionisti degli scontri con le forze dell’ordine, che con la vera protesta non avevano un vero legame, e ne hanno approfittato per guadagnare il proscenio. Condanna assoluta, ovviamente, ma tutto questo può succedere quando si aggiunge pressione in una pentola già in ebollizione quale è la complicata Napoli e si fa saltare il coperchio. E succede quando manca la mediazione politica tra Regione e Comune, perché quel che si è visto stanotte è anche figlio di un duro scontro dialettico tra De Luca e De Magistris, che viene da molto lontano e che ha intossicato la Città.

Libero si eccita per l’impennata di contagi in Campania

Angelo Forgione Renato Farina, co-fondatore insieme a Vittorio Feltri del quotidiano Libero, sullo stesso quotidiano ha detto la sua sul contagio da Covid-19 in Campania e sciorinato ipocrita altruismo in un articolo che mistifica e piuttosto semina astio, in perfetto stile Libero, appunto. Lo so, si tratta dell’ineffabile Libero, ma devo purtroppo occuparmene perché vengo ancora una volta chiamato in causa da Farina, (che evidentemente deve aver davvero apprezzato il mio Napoli Capitale Morale) unitamente a De Luca, De Magistris e Saviano.

“La ruota gira”, recita l’occhiello del suo pezzo sul cartaceo, rispolverando il canovaccio recitato la scorsa primavera del Sud razzista verso il Nord. Nella versione online, invece, si legge di “lezione a De Luca dopo mesi di sfottò”.

L’occasione per mostrare falsa solidarietà è la disponibilità offerta dal governatore Attilio Fontana a concedere il nuovo ospedale Covid della Fiera di Milano ai malati napoletani, fatto oggettivamente apprezzabile quanto lo è stato l’aiuto delle strutture del Sud, nei limiti delle proprie possibilità, ai malati del Nord quando questo era in ginocchio. Magari si capisse che è il tendersi la mano a vicenda che unisce, ma è chimera in un Paese diviso da sempre.

Farina, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, scrive: “Angelo Forgione, già autore di Napoli Capitale Morale, teorizzò la faccenda: «Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud…»”.

Sì, scrissi esattamente “il Coronavirus non ha sfondato al Sud…” e continuai così:

“… nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo”.

Ma Farina si è guardato bene dal trascrivere completamente il mio periodo, perché sapeva che per cassandre e giornalacci intendevo proprio i Farina, i Feltri, i Senaldi e Libero tutto, autori di titoli e articoli intrisi di astio. Altro che solidarietà. Per quel titolaccio, il Comitato esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti deferì Libero esprimendo “dissenso per una reiterata scelta redazionale su temi di grande rilevanza sociale”.

Ne seguirono tante altre di nefandezze scritte, finché lo stesso Feltri, furbo settantasettenne direttore editoriale della testata, in odor di espulsione dall’Ordine, non scelse di liberarsi prima di subire il provvedimento, dimettendosi e stracciando il suo tesserino così da poter continuare ad esprimere le sue opinioni in tutta libertà.

Rassicuro Farina, comunque, perché in Campania il Covid-19 sta sfondando, per così dire, con un numero di tamponi enormemente superiore a quello fatto registrare fino ad Agosto e con una carica virale molto bassa, sicuramente insignificante rispetto a quella catastrofica virulenza che al principio si abbatté sul Nord. Certo, vi è una crescita di ricoveri nella regione governata da De Luca, ma la stragrande maggioranza dei positivi è asintomatica. Su 100 persone infette solo 2 mostrano chiari sintomi Covid, questa è la media al momento. In pochi casi si ci deve confrontare con conseguenze serie o addirittura letali, e speriamo davvero che l’emergenza continui ad avere questi connotati.

Cosa voglio dire? Che purtroppo migliaia di famiglie lombarde hanno dovuto patire dolorosissimi lutti e anche solo enormi sofferenze a lieto fine a causa – lo ribadisco con forza – delle negligenze sanitarie, delle pressioni del mondo dell’industria e anche dell’inquinamento atmosferico del territorio. È una verità che conoscono anche i più onesti lombardi, cui non è mancata la solidarietà autentica dei meridionali per le sofferenze subite a causa di errori amministrativi locali. Circa 17mila vittime lombarde fin qui (in Campania meno di 500) e di tutto questo dolore ho profondo rispetto io e lo hanno avuto tutte le persone citate da Farina. Rispetto che non ha avuto Libero quando, ai principi di marzo, ha gioito per i primi contagi al Sud inneggiando anzitempo all’unità del contagio d’Italia, che solo nel corso dell’estate s’è fatta, e s’è fatta dopo gli spostamenti nelle località balneari del Centro-Sud dei meridionali e dei settentrionali in ferie, che si sono mischiati sotto il Garigliano e nelle Isole. Sarebbe stato più prudente blindare i confini regionali alla riapertura dopo il lockdown, come aveva ipotizzato Solinas, il governatore della Sardegna, suscitando l’ira del sindaco di Milano Sala, pronto a proclamare il boicottaggio lombardo dell’Isola Covid-free che è poi diventata la terra dei contagi di Ferragosto; c’era però tutta un’economia da salvare, non solo quella industriale del Nord ma anche quella turistica del Sud. 543 positivi su 1230 registrati in Campania negli ultimi sette giorni di Agosto erano persone che avevano fatto rientro in regione dopo le vacanze in Sardegna (288) e all’estero (255). Considerando poi i contagiati che ne erano entrati a contatto, si può stimare che oltre i due terzi dei positivi erano riconducibili ai viaggi fuori regione. E poi i tanti settentrionali accolti in Campania che era più facile ascoltare in giro accento nordico piuttosto che partenopeo. Così è iniziata l’impennata dei contagi anche nel territorio con più alta densità popolativa del Paese.


Che poi Farina voglia fare il Farina non mi stupisce. E pur sempre colui che, da vicedirettore di Libero, collaborò con i Servizi Segreti e pubblicò per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un giornalista deontologicamente retto come lui, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, è perfetta espressione del quotidiano che ha contribuito a fondare e sul quale esprime di fatto soddisfazione per il riscatto lombardo sotto forma di contagi in Campania. Ma quale riscatto? Qui non vi è alcuna contesa tra regioni. Qui vi è una crisi sanitaria ed economica planetaria di fronte alla quale una redazione giornalistica specula miseramente per seminare rancori e per dividere.


https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24805415/coronavirus-campania-focolaio-lombardia-apre-ospedali-lezione-vincenzo-de-luca-dopo-mesi-sfotto.html