Libero si eccita per l’impennata di contagi in Campania

Angelo Forgione Renato Farina, co-fondatore insieme a Vittorio Feltri del quotidiano Libero, sullo stesso quotidiano ha detto la sua sul contagio da Covid-19 in Campania e sciorinato ipocrita altruismo in un articolo che mistifica e piuttosto semina astio, in perfetto stile Libero, appunto. Lo so, si tratta dell’ineffabile Libero, ma devo purtroppo occuparmene perché vengo ancora una volta chiamato in causa da Farina, (che evidentemente deve aver davvero apprezzato il mio Napoli Capitale Morale) unitamente a De Luca, De Magistris e Saviano.

“La ruota gira”, recita l’occhiello del suo pezzo sul cartaceo, rispolverando il canovaccio recitato la scorsa primavera del Sud razzista verso il Nord. Nella versione online, invece, si legge di “lezione a De Luca dopo mesi di sfottò”.

L’occasione per mostrare falsa solidarietà è la disponibilità offerta dal governatore Attilio Fontana a concedere il nuovo ospedale Covid della Fiera di Milano ai malati napoletani, fatto oggettivamente apprezzabile quanto lo è stato l’aiuto delle strutture del Sud, nei limiti delle proprie possibilità, ai malati del Nord quando questo era in ginocchio. Magari si capisse che è il tendersi la mano a vicenda che unisce, ma è chimera in un Paese diviso da sempre.

Farina, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, scrive: “Angelo Forgione, già autore di Napoli Capitale Morale, teorizzò la faccenda: «Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud…»”.

Sì, scrissi esattamente “il Coronavirus non ha sfondato al Sud…” e continuai così:

“… nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo”.

Ma Farina si è guardato bene dal trascrivere completamente il mio periodo, perché sapeva che per cassandre e giornalacci intendevo proprio i Farina, i Feltri, i Senaldi e Libero tutto, autori di titoli e articoli intrisi di astio. Altro che solidarietà. Per quel titolaccio, il Comitato esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti deferì Libero esprimendo “dissenso per una reiterata scelta redazionale su temi di grande rilevanza sociale”.

Ne seguirono tante altre di nefandezze scritte, finché lo stesso Feltri, furbo settantasettenne direttore editoriale della testata, in odor di espulsione dall’Ordine, non scelse di liberarsi prima di subire il provvedimento, dimettendosi e stracciando il suo tesserino così da poter continuare ad esprimere le sue opinioni in tutta libertà.

Rassicuro Farina, comunque, perché in Campania il Covid-19 sta sfondando, per così dire, con un numero di tamponi enormemente superiore a quello fatto registrare fino ad Agosto e con una carica virale molto bassa, sicuramente insignificante rispetto a quella catastrofica virulenza che al principio si abbatté sul Nord. Certo, vi è una crescita di ricoveri nella regione governata da De Luca, ma la stragrande maggioranza dei positivi è asintomatica. Su 100 persone infette solo 2 mostrano chiari sintomi Covid, questa è la media al momento. In pochi casi si ci deve confrontare con conseguenze serie o addirittura letali, e speriamo davvero che l’emergenza continui ad avere questi connotati.

Cosa voglio dire? Che purtroppo migliaia di famiglie lombarde hanno dovuto patire dolorosissimi lutti e anche solo enormi sofferenze a lieto fine a causa – lo ribadisco con forza – delle negligenze sanitarie, delle pressioni del mondo dell’industria e anche dell’inquinamento atmosferico del territorio. È una verità che conoscono anche i più onesti lombardi, cui non è mancata la solidarietà autentica dei meridionali per le sofferenze subite a causa di errori amministrativi locali. Circa 17mila vittime lombarde fin qui (in Campania meno di 500) e di tutto questo dolore ho profondo rispetto io e lo hanno avuto tutte le persone citate da Farina. Rispetto che non ha avuto Libero quando, ai principi di marzo, ha gioito per i primi contagi al Sud inneggiando anzitempo all’unità del contagio d’Italia, che solo nel corso dell’estate s’è fatta, e s’è fatta dopo gli spostamenti nelle località balneari del Centro-Sud dei meridionali e dei settentrionali in ferie, che si sono mischiati sotto il Garigliano e nelle Isole. Sarebbe stato più prudente blindare i confini regionali alla riapertura dopo il lockdown, come aveva ipotizzato Solinas, il governatore della Sardegna, suscitando l’ira del sindaco di Milano Sala, pronto a proclamare il boicottaggio lombardo dell’Isola Covid-free che è poi diventata la terra dei contagi di Ferragosto; c’era però tutta un’economia da salvare, non solo quella industriale del Nord ma anche quella turistica del Sud. 543 positivi su 1230 registrati in Campania negli ultimi sette giorni di Agosto erano persone che avevano fatto rientro in regione dopo le vacanze in Sardegna (288) e all’estero (255). Considerando poi i contagiati che ne erano entrati a contatto, si può stimare che oltre i due terzi dei positivi erano riconducibili ai viaggi fuori regione. E poi i tanti settentrionali accolti in Campania che era più facile ascoltare in giro accento nordico piuttosto che partenopeo. Così è iniziata l’impennata dei contagi anche nel territorio con più alta densità popolativa del Paese.


Che poi Farina voglia fare il Farina non mi stupisce. E pur sempre colui che, da vicedirettore di Libero, collaborò con i Servizi Segreti e pubblicò per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un giornalista deontologicamente retto come lui, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, è perfetta espressione del quotidiano che ha contribuito a fondare e sul quale esprime di fatto soddisfazione per il riscatto lombardo sotto forma di contagi in Campania. Ma quale riscatto? Qui non vi è alcuna contesa tra regioni. Qui vi è una crisi sanitaria ed economica planetaria di fronte alla quale una redazione giornalistica specula miseramente per seminare rancori e per dividere.


https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24805415/coronavirus-campania-focolaio-lombardia-apre-ospedali-lezione-vincenzo-de-luca-dopo-mesi-sfotto.html

Gli omicidi in numeri per regioni

Angelo Forgione Interessanti spunti offrono le ultimissime statistiche Eurostat dei tassi nazionali e regionali di mortalità per omicidio (immediato o per conseguenze di aggressioni non immediatamente letali) in relazione al numero di abitanti, con ultimi dati relativi al 2017, anno in cui nell’Unione europea (UE) sono decedute un totale di 3124 persone a seguito di un’aggressione, la maggior parte uomini (65%).

Il tasso di mortalità per aggressione più alto appartiene ai Paesi Baltici, più violenti, pare, per l’elevatissimo consumo di alcool. Lettonia in testa con 3,8 morti ogni 100mila abitanti. Seguono Lituania ed Estonia, rispettivamente con 2,8 e 2,3 morti ogni 100mila abitanti. Malta e Romania al quarto e quinto posto, rispettivamente con 1,6 e 1,5 morti ogni 100mila abitanti. Il tasso più basso è del Lussemburgo (0,2), seguito da Germania e Irlanda (entrambi 0,4) e poi da Italia, Slovacchia e Francia (ciascuno con un tasso di 0,5), sotto la media dei 27 Paesi dell’Unione, anche se alcune colonie francesi sono in testa per tassi regionali.

Per quanto concerne le regioni italiane, il valore più alto si registra in Puglia, con 1,24 decessi ogni 100mila abitanti. Segue la Sardegna con 0,9 e poi la Calabria con 0,78. Sopra la media anche Sicilia e Abruzzo, entrambe con 0,51.

Una componente non trascurabile degli omicidi in Italia è quella legata alle associazioni di tipo mafioso, che coinvolge malavitosi, appartenenti alle forze di polizia o alla magistratura e vittime di errori. Nel 2017, dalle organizzazioni mafiose dello Stivale sono stati commessi 45 dei 357 omicidi volontari, il 12,6% del totale.
Interessante a tal proposito il dato della Campania, che è sensibilmente sotto la media nazionale e dietro a Lombardia, Emilia Romagna e Friuli ma anche all’Abruzzo, nonostante nel quinquennio 2013-2017 le vittime ascrivibili alle cosche campane abbiano rappresentato il 45,4% del computo totale, ovvero quasi un omicidio su due. Facile dedurre che una Campania senza Camorra, l’organizzazione criminale che incide di più sui dati regionali, sarebbe persino in fondo alla classifica. Un po’ meglio si piazzerebbero Sicilia e Calabria senza Cosa Nostra e Ndrangheta, che sui dati regionali pesano rispettivamente per il 25,5% e il 19,8%. Discorso diverso per la Puglia, dove mafie foggiane e Sacra Corona Unita impattano solo per il 4,8% sul preoccupantissimo dato regionale.

fonti:

https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20200902-1

https://www.istat.it/it/files/2018/11/Report_Vittime-omicidi.pdf

Quel Lazio in mezzo al mare che resta campano

Angelo Forgione Il 2 gennaio 1927, con un decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, veniva sancita la soppressione dei una delle province più vaste e storiche d’Italia, quella casertana di Terra di Lavoro, erede dell’omonima provincia del Regno delle Due Sicilie. Con l’operazione veniva fatto arretrare il confine settentrionale della Campania sulla linea del Garigliano. 102 comuni a sud del fiume venivano assegnati a Napoli; 15 comuni a nord, quelli dell’hinterland di Gaeta e dei comuni costieri fino a Minturno accorpati a Roma. Veniva creato così, a tavolino, il nuovo Lazio, sottraendo d’imperio territori alla Campania, all’Abruzzo e all’Umbria. Con 51 comuni attorno Sora nacque anche la nuova provincia di Frosinone, insieme ad altre 16 (Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni ovvero l’odierna Enna, Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Terni, Varese, Vercelli e Viterbo.

Il 26 maggio 1927 Benito Mussolini pronunciò alla Camera dei Deputati uno tra discorsi più significativi per l’affermazione del regime fascista, passato alla storia come il “discorso dell’Ascensione”. In quell’occasione fornì una giustificazione di ordine pubblico:

“I mazzoni sono una plaga che sta fra la provincia di Roma e quella di Roma, ex Caserta: terreno paludoso, stepposo, malarico, abitato da una popolazione che fin dai tempi dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di latrones”.

Dunque, la presenza dei malavitosi e l’incapacità dei poco fascisti amministratori locali di avversarli giustificavano la cancellazione di un’intera provincia. In realtà il vero intento fu chiarito dallo stesso Mussolini nello medesimo discorso:

“C’è stata una provincia soppressa che ha dato spettacolo superbo di composta disciplina, Caserta, che ha compreso che bisogna rassegnare ad essere un quartiere di Napoli”.

Frase chiarissima che sottintendeva alle forte volontà espansionistica di Roma, la capitale, e di Napoli, la città più popolosa d’Italia dall’Unità a quella parte ma ormai tendente allo spopolamento, piegata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia e schiacciata geograficamente tra le altre quattro province regionali e il mare. E infatti, al censimento del 1931, nonostante l’ingrandimento forzato, la provincia napoletana fece registrare solo un +3,8% di incremento demografico, mentre la sola città si vide storicamente superata da Milano in termini di popolazione residente, nonostante una più alta natalità. L’epocale sorpasso disse 831.781 napoletani e 960.682 milanesi. Da città più popolosa d’Italia a terza in un sol colpo, sopravanzata anche da Roma, a quota 916.858. La perdita del primato demografico, detenuto per secoli, significò per Napoli il tramonto dell’ultima eredità dell’antica capitale e l’insorgere della nostalgia per il ruolo di città più rappresentativa del Paese sottratto nell’immediato periodo post-unitario.

Nel 1934 fu istituita ancora una nuova provincia laziale, quella di Littoria, l’odierna Latina, nata dalle bonifiche delle famigerate paludi pontine, poi divenute agro pontino.

Nel frattempo, i dati evidenziavano il fallimento della propagandistica operazione fascista di ripescaggio dell’antico mito ottocentesco della “Grande Napoli”, poiché quella napoletana non era più un’aerea che attraeva e accoglieva come nel secolo precedente, e l’ingrandimento della sua provincia non era servita affatto ad arginare lo spopolamento nell’area cittadina. E così, a guerra finita, nel 1945, fu costituita la provincia di Caserta, una sorta di ricostituita Terra di Lavoro in versione ridotta, visto che ne restò fuori quello che le era stato tolto per ingrandire il Lazio.

Gaeta, Formia e Minturno, per esempio. E poi le isole di Ponza e Ventotene, facenti parte della provincia di Terra di Lavoro nel 1927 e poi assagnate opportunamente alla provincia di Napoli per ragioni territoriali e antropologiche, prima di essere assegnate nel 1937, tra le proteste, alla provincia di Littoria.

Gli abitanti delle due isole continuavano a sentirsi campani. Ischitani, per la precisione, visi gli usi, i costumi, le tradizioni e il dialetto derivanti dai tanti coloni ischitani tra i campani che nel Settecento erano andati a popolare quelle terre disabitate.
I ponzesi restarono amministrativamente laziali nel 1945, anche se continuavano a svolgere la maggior parte dei loro traffici commerciali con il porto di Napoli e non certo con Latina. Dal 1954 fu stabilito che i collegamenti con il porto partenopeo passassero da due settimanali a uno solo. L’unica corsa settimanale per Napoli fu tenuta fino al 1974, poi fu definitivamente soppressa, completando l’opera di de-napoletanizzazione amministrativa.

Ponza, come Ventotene, ancora oggi continua ad appartenere culturalmente all’arcipelago delle isole partenopee, nonostante l’alta presenza di turisti romani e laziali in genere. Tutto ciò che Ponza detiene per tradizione è di cultura campana, dialetto compreso, un napoletano certamente un po’ variato nel tempo per effetto dell’isolamento dalla “casa madre”. Lo dimostra Giuseppe Mazzella, figlio di genitori ponzesi emigrati come tanti a New York. Lui, con quel nome e cognome che la dicono lunga, è vissuto negli States fino al 1981, quando si è trasferito a Ponza e ha iniziato a fare l’autista di personaggi famosi. Joe Taxi, questo il suo nome d’arte, produce per sé dell’ottimo vino Biancolella, tipico vitigno ischitano esportato a Ponza, e conosce due lingue: quella statunitense e quella dell’isola delle sue origini. Per il romanissimo Claudio Amendola si tratta di ponzese. Napoletano, appunto.

Il piacere di dispiacere a quelli di Libero

Angelo Forgione È un piacere sapere che quelli di Libero leggono i miei libri con dispiacere. Lo fa almeno Renato Farina, che della testata è stato co-fondatore insieme a Vittorio Feltri, e poi, da vicedirettore, ha collaborato con i Servizi Segreti e pubblicato per essi notizie false in cambio di danaro, patteggiando la pena e commutando la reclusione in multa. Un simil giornalista dalla pura coscienza e dalla retta deontologia, sospeso dall’Ordine nel 2006, radiato e poi riammesso all’esercizio della professione nel 2014, mi cita da opinionista nel suo “La Camorra è il cancro d’Italia ma tutti infangano la Lombardia”, articolo con cui commenta la retata contro i 59 camorristi di un paio di giorni che fa ha fatto stappare fiumi di spumante nella redazione del quotidiano filoleghista. Non dev’essere sembrata vera, a Feltri e i suoi, la notizia, una manna dal cielo per la cartaccia di Libero, che solo ieri l’altro aveva dato una botta di inopportuno vittimismo alla sua tipica informazione razzista: “Tutti odiano la Lombardia, nessuno odia il Mezzogiorno”. Una doppia fesseria in un solo titolo, ma non era di certo un record per la testata razzista. Puntuale erano giunte le cronache della festa: “Arrestati 59 napoletani”, non “59 camorristi” o “59 arresti nel Napoletano”. Subliminale messaggio per colpevolizzare un popolo intero e provare a spostare l’attenzione altrove. Sottotitolo: “Il cancro del Paese è la mafia, ma lo sport nazionale è attaccare Fontana”. Iuri Maria Prado si è lamentato dello squilibrio culturale, scrivendo frasi in correttissimo napoletano (qui gli applausi sono sinceri) conosciute dai contadini padani per la presenza di terroni da quelle parti, mentre al Sud non si comprendono i dialetti nordici, e lagnandosi del fatto che la pizza e la mozzarella sono l’immagine alimentare dell’Italia, non la polenta. Scrive Renato Farina: “Questi sguazzano nella camorra fino alle ginocchia, e invece di bonificare la loro palude che inquina il mondo, si permettono di tirar sassi alla Madonnina?”. Questi. E canzonando Vincenzo De Luca, sostiene che bisogna assecondare il presidente della Regione Campania alzando “un bel muro per difendere il festoso popolo campano dall’infezione nordista, dovuta – come ha scritto seriamente Angelo Forgione, autore immortale di “Napoli capitale morale” – al vizio del lavoro esagerato. E si vede che il mio lettore non ha ben capito ciò che ha letto, cioè non ha capito che ho ben parlato di Milano, città che si accontenta beatamente dell’immagine di città del lavoro e non si affanna più di tanto per mostrare la sua cultura:

Milano-modello appare inscalfibile, capace di passare indenne ogni inciampo e tenere vive tutte le sue emanazioni contemporanee, che la rendono capofila nazionale. E la città meneghina, ricca di un importante patrimonio culturale, sembra accontentarsi di ciò in cui si identifica. Vivace, dinamica e laboriosa, l’immagine meneghina di efficienza e inclusione si è ammantata di una retorica stantia e si è fatta troppo ingombrante per una città che non trova il tempo per guardarsi allo specchio. Chi vi arriva da qualunque parte d’Italia per trovare fortuna sente una mano che spinge alle spalle; deve iniziare a correre, deve dimenticare la contemplazione, e diventare milanese. Solo se vi si arriva da turista, senza il dovere di cittadinanza, si inizia a coglierne la bellezza.

Questo è quanto ho scritto in Napoli Capitale Morale, evidenziando l’ingombro degli stereotipi della Milano della finanza e della Napoli della camorra – da Farina ampiamente confermati – a scapito delle culture anche intrecciate delle due città. E non oso immaginare cosa avrebbe elaborato il mio lettore se io, in malafede come lui, avessi scritto di una Milano culturalmente mediocre. Forse gli sarà andato storto che nel libro è narrata la cruciale vicenda politica di Karl von Firmian, erudito governatore austriaco di Milano, che attinse alla cultura napoletana per accrescere la città lombarda quando questa contava la metà degli abitanti della capitale morale dell’Italia settecentesca (Napoli). Il fatto è che io scrivo per amore della storia e della verità, non come i dannati della scrittura, condannati per aver preso soldi in cambio di falsità da pubblicare, e ancor continuano a farlo evidentemente. A certe penne lascio l’onore delle tante fake news diffuse negli anni, i procedimenti disciplinari, le querele, le condanne e la carta neanche igienica di Libero. E tante grazie per l’aggettivo “immortale”, da cui comprendo che ascoltano con fastidio il mio respiro incessante. È un piacere!

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Colera e Corona: aveva ragione Feltri

Angelo Forgione Che sciagura il Coronavirus! E alla fine, obtorto collo, c’è pure da dare ragione al fanatico Vittorio Feltri, che il 21 febbraio, al principio del disastro lombardo, scrisse su twitter: “Da lombardo devo ammettere che invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera, roba piccola confronto al Corona”. La situazione poco chiara, coniugata al suo proverbiale “pregiudizio” anti-meridionali, aveva fatto pensare alle solite offese, al solito luogo comune del colera a Napoli. E invece, a oltre tre mesi da quell’allarme, il colera del 1973 nel Sud Italia, con focolaio vesuviano, appare davvero un fiammifero al cospetto dell’immenso rogo virale del 2020 che ha colpito pesantemente il Nord e particolarmente la Lombardia. In concreto, il colera causò soli 24 morti e 277 infettati tra Napoli, Caserta, Bari, Taranto, Foggia, Lecce, Brindisi e Cagliari, con qualche caso anche a Roma, Pescara, Firenze, Bologna e Milano. Numeri irrilevanti al cospetto del Covid-19, che ad oggi, a macabri conteggi ancora in corso, ha causato in Italia 33.415 decessi e 233.019 casi ufficiali. La Lombardia è evidentemente la regione più colpita, con 16.112 morti, la metà dell’Italia intera, e 88.968 contagiati certi. E come fai a non dare ragione a Vittorio Feltri?

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Poi, allo stesso Feltri in avanti, è nato una sorta di revanscismo lombardo opposto a una certa campagna discriminatoria contro la Lombardia e Milano che non c’è mai stata. Una narrazione che ha francamente stufato! Una mera questione sanitaria tradotta da qualcuno in nuova discriminazione al contrario. Ma quale discriminazione? Non pare affatto che esista un sentimento d’odio verso una popolazione che merita solidarietà piena per i lutti subiti e originati dagli errori di qualche incapace nella stanza dei bottoni. Una volta che la Lombardia se la passa male per colpe della macchina politico-industriale salta fuori la storia dell’accanimento contro gli invidiati primi della classe. È piuttosto un’invenzione, un certo piagnisteo figlio di un fastidio intollerabile di chi lo prova, un peso insostenibile di una croce che qualcuno animato da un complesso di superiorità mai si sarebbe aspettato di dover portare sulle spalle, e non vuole affatto portarlo, per aver costretto l’Italia intera al blocco totale e aver messo l’economia del Paese in ginocchio.
Chi parla di discriminazione verso i lombardi e loro vicini non sa cos’è la discriminazione. Io che sono napoletano lo so, ma evidentemente non tutti sono al corrente di cosa è accaduto ai napoletani e ai meridionali durante e dopo l’epide­mia di colera scoppiata a fine agosto 1973 a Napoli, con altri focolai a Bari, Taranto e Cagliari. Forse servirà un po’ a tutti riavvolgere il nastro con pazienza per mettere in parallelo i due momenti.

I provvedimenti restrittivi all’arrivo del colera furono applicati solo nelle regioni “colerose”: rinvio dell’anno scolastico a novembre inoltrato, chiusura dei cinema, dei teatri e delle università. Per accedere alle Facoltà del Centro e del Nord, gli studenti provenienti dalle Regioni del Sud, anche quelle in cui l’epidemia non c’era, furono obbligati a presentare il certificato della vaccinazione anticolerica, e nessuno protestò per questo.
Inviati di importanti quotidiani del Nord, in un tempo in cui internet era solo fantascienza e non c’erano i programmi di Barbara D’Urso, si sbizzarrirono a descrivere Napoli e Bari con esagerazioni, fake-news e spesso con accenti razzisti.
Spinto dalla Regione Liguria, il Genoa chiese al Calcio Napoli di non recarsi a Genova per una partita di Coppa Italia. La Lega invertì i campi ma il Genoa si rifiutò di scendere a Napoli, così come il Verona evitò di recarsi a Bari, a costo di perdere a tavolino e prendersi delle penalizzazioni. Il capitano degli Azzurri, Antonio Juliano, napoletano purosangue, gridò tutto il suo sdegno alla stampa: “Ma cosa credono quelli del Nord? Hanno paura d’infettarsi giocando al calcio con noi? Sappiano che d’ora innanzi saremo noi a non voler andare più al Nord. Questa discriminazione ci umilia come uomini e specialmente come sportivi”.
Chi viaggiava da Sud a Nord per lavoro veniva tenuto a distanza, e neanche le mani gli si stringeva. Qualcuno si vide le porte degli alberghi chiuse in faccia per volontà di lombardi e piemontesi, o anche quelle di casa propria dai parenti nel caso di impavidi settentrionali reduci da viaggio di lavoro nelle regioni del contagio. Psicosi ben più eccessiva rispetto a quella da Covid-19, visto che la trasmissione della colera non avveniva per contatto sociale, e non c’era bisogno di mascherine e altri accorgimenti. Ci si poteva infettare ingerendo acqua o alimenti contaminati dalle feci di individui infetti e la paura del prossimo era totalmente immotivata e dettata da ignoranza e pregiudizio.
Il contagio da Covid-19 è invece diretto, per via orale, e contraddistingue un virus con altissima carica virale, quindi con alta trasmissibilità. Tutto il contrario del colera, e i numeri snocciolati lo dimostrano. Ed è per questo che chiedere sicurezza non è discriminare, non è voler ghettizzare una regione che un problema sanitario più ampio di altri ce l’ha, e non è ancora risolto, a quattro mesi dai primi casi. Un mese e mezzo, invece, ci vollero nel 1973 per risolvere l’epidemia di colera nella città più colpita, Napoli (a Barcellona in due anni).

Le cause del bubbone sanitario lombardo sono evidentemente dovute a ritardi ed errori governativi, mentre quelle dell’infezione del 1973 al Sud furono individuate in un’abbondante partita di cozze giunta sui mercati del Mezzogiorno dalla Tunisia, ascrivibili alla posizione geografica e non alle condizioni igienico-sanitarie e socioeconomiche, sulle quali invece si fece leva per discriminare. Nessuna colpa fu da assegnare alle città e ai cittadini meridionali ma nessuno se la prese con il Nordafrica. No, la colpa fu comunque lasciata ai napoletani, che mangiavano anche le cozze del loro mare, nelle quali non fu trovato alcuna traccia di vibrione. Eppure gli esperti, informati dall’OMS, sapevano che l’epidemia da vibrione “El Tor”, nell’ambito della settima pandemia, era partita dodici anni prima dall’Indonesia e stava transitando nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 e ancora oggi è in circolo. Altro che colpe napoletane!

colera

La scorretta informazione contribuì a far crollare il turismo e le conseguenze socio-economiche a Napoli furono pesantissime, con un meno novanta percento di presenze, recuperate solo a partire dal G7 del 1994, cioè ben ventun’anni più tardi.
Le squadre di calcio, compreso che l’epidemia non era tale bensì davvero poca cosa, tornarono presto a giocare contro il Napoli ma il colera sopravvisse nei cori e negli striscioni contro i napoletani, che non sono ancora finiti a circa cinquant’anni di distanza. Anzi, prima della sospensione del corrente campionato, proprio i tifosi bresciani, ignari di ciò che stava per accadere alla loro comunità, gridavano ” napoletano coronavirus,” mentre i napoletani, per tutta risposta, rispondevano con un eloquente “Nelle tragedie non c’è rivalità, uniti contro il Covid-19“. All’esterno dello stadio Meazza di Milano, qualche giorno prima, era apparso nottetempo lo striscione “Napoletani figli del colera, vi mettiamo in quarantena“. E come dimenticare le mascherine indossate dai tifosi milanisti a Napoli all’epoca dell’emergenza rifiuti, che poi era figlia di un patto scellerato tra camorra e imprenditoria settentrionale?

L’apertura della Lombardia, all’evidenza dei numeri, è un rischio per tutti che appare dettato da una sorta di sudditanza nei confronti di un territorio con un Pil importante che sa di poter puntare i piedi. Le pacate minacce del sindaco Sala ai sardi sono un segnale chiaro in tal senso. E però, a rivedere quel che successe al tempo del colera, con cicatrici ancora visibili sulla pelle dei napoletani, chissà come verrebbero trattati oggi i campani se al posto scomodo della Lombardia vi fosse la loro regione.
E qualcuno, in Pianura padana, pur soffre di discriminazione. Piuttosto, che questa storia cancelli mezzo secolo di offese ingiustificate ai napoletani e migliori tutti. Che dite, possiamo avere speranze?

Il Coronavirus al Nord che uccide il Sud

Angelo Forgione Eccoci dunque vicini al traguardo del 18 maggio che chiuderà il lockdown nazionale. Tutti fermi per due mesi, anche se l’emergenza sanitaria non aveva e non ha uguali aspetti per tutti. Blocco giusto da Bolzano a Pantelleria, per evitare la “migrazione” dei contagi da Nord a Sud. Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico, espandendosi nelle regioni confinanti in pochi giorni. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud, nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo.
Ancora oggi le prime cinque regioni per contagi (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana) coprono tre quarti del totale dei casi e dei ricoverati in terapia intensiva e incidono per quattro quinti dei decessi. I nuovi casi continuano a riguardare il Nord, dove il tasso di letalità di tre regioni è oltre la media nazionale (13,9%). La Lombardia, secondo gli ultimi dati, è al 18,4%, la Liguria al 14,5%, l’Emilia Romagna al 14,3%, mentre al Sud il Molise è al 6,7%, la Basilicata al 6,8% e via fino al picco dell’Abruzzo con 11,4%.

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In questo scenario di evidenza statistica ha senso parlare di una sola Italia? No, e il problema andrebbe affrontato con due regie separate e coordinate, una per il Nord e un’altra per il Centro-Sud, anche sulla base di un secondo presupposto, quello economico, perché gli indici dei Pil sono diversi ed è arcinoto quanto il Sud fosse in affanno già senza l’irruzione del Coronavirus, il cui tsunami pandemico lo affosserà ancora di più. Lo Svimez ha già avvisato che la probabilità di uscire dal mercato delle imprese meridionali è quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. L’impatto del Covid-19 sull’economia e sull’occupazione nel Mezzogiorno sarà certamente di gran lunga peggiore che altrove, perché il problema ora saranno le riaperture dei ristoranti e degli stabilimenti balneari, roba che anima il turismo, ciò di cui campa in buona sostanza il Meridione, a differenza del Settentrione, che è trainato anche dall’industria; ed è evidente che la stagione estiva sia fondamentale per le economie già fragili delle regioni del Sud, che stanno già implodendo per l’azzeramento delle prenotazioni turistiche e la chiusura di quelle attività commerciali e ristorative che ogni anno creano numerosi posti di lavoro durante l’alta stagione. Le disposizioni sanitarie per le riaperture costringeranno tantissimi ristoratori disperati a chiudere le loro attività anche di lungo corso, per non parlare delle difficoltà per i gestori di lidi, a molti dei quali non converrà aprire gli ombrelloni. C’è poi l’indotto dei matrimoni, un’economia stagionale prettamente meridionale completamente arenata. 17mila matrimoni cancellati solo tra marzo e aprile, e 50mila quelli che secondo le stime salteranno tra maggio e giugno. Bloccata una filiera fatta di sarti, operatori catering, wedding planner, fioristi, organizzatori di eventi, fotografi, location matrimoniali, musicisti, noleggiatori di auto da cerimonia, truccatrici e parrucchieri specializzati, che potranno rifarsi solo nei prossimi anni, ammesso che possano superare la crisi.

Eppure è evidente che il vero problema del Covid-19, rispetto ad altri virus, non è la letalità ma la contagiosità, che ha minacciato e allertato per l’affluenza nelle strutture sanitarie di una quantità di persone superiore alle disponibilità. Contagiosità che con il primo caldo, evidentemente, si sta già notevolmente attenuando, e si addolcirà decisamente, come sostengono diversi esperti, visto che i modelli fisico-matematici prevedono per l’estate in arrivo valori medi intorno ai 26°C, di un grado più alti della media. Qualche meteorologo l’ha già definita “la più calda estate di sempre”, e ci toccherà affrontarla con la mascherina alla bocca camminando per le strade roventi delle nostre città, con il rischio di non riuscire neanche a rimediare un posto sulla spiaggia. Dramma per il Sud, ma tutto ciò non conviene neanche al Nord, che può sì contare sulla ripresa industriale, ma ha comunque bisogno del potere d’acquisto dei meridionali. Il peggioramento della già fragile economia del Sud sottrarrà domanda alle imprese nordiche, per non parlare del sostegno ai redditi necessario che il governo dovrà offrire a milioni di cittadini, molti dei quali, soprattutto al Sud, sarebbero invece nelle condizioni di lavorare e fatturare senza bisogno di assistenza.
Il Sud turistico, dove il contagio, le temperature e l’inquinamento non sono come in Pianura Padana, è una risorsa per l’Italia tutta e la manovra più giusta sarebbe quella di spingerlo a una ripresa più veloce, almeno nella calda parentesi estiva. Invece, in un paese a due velocità, si è scelto di tenerlo zavorrato insieme al Nord.

La Commissione europea pare si stia attivando per salvare il turismo estivo e ha già invitato gli Stati membri a riaprire gradualmente le frontiere interne laddove la situazione sanitaria lo consenta, ma è chiaro che le problematiche di Italia e Spagna le condannino a restare fuori da eventuali “corridoi turistici” e dai flussi contingenti, che privilegeranno la spiagge e i ristoranti delle nazioni meno colpite come Grecia, Croazia, Malta e Portogallo. Eppure il Sud-Italia non ha problematiche maggiori di quei paesi, ed è chiaro anche da questo punto di vista che sconterà le problematiche del Nord, le colpe ampiamente conclamate della Lombardia e la volontà politica di non differenziare la ripresa in base alle diverse criticità per adottare un metro estivo uguale per tutti che porterà Nord e Sud a una recessione più profonda e i meridionali nel baratro.

dibattito con il giornalista e ristoratore Yuri Buono sullo scenario economico
che si prospetta a causa del Coronavirus

Stategie sinistre, ennesimo episodio: la sceneggiata con nonna Margherita

Angelo ForgioneA Diritto e Rovescio (Rete 4) del 23/4, l’ennesimo colpo basso all’immagine di Napoli. È in corso l’ennesima animosa discussione “Nord contro Sud” in tema di coronavirus messa proditoriamente in piedi per alzare l’audience ed eccitare gli animi tra le Italie. Ne discutono il sindaco di Napoli De Magistris, il consigliere veneto Roberto Marcato e i giornalisti Raffaele Auriemma, Maurizio Belpietro e Claudia Fusani.
Improvvisamente, nel bel mezzo del dibattito, come i cavoli a merenda, Paolo Del Debbio si collega con Napoli, entrando in casa di nonna Margherita, che non è una nota esperta in materia, una scrittrice, una sociologa o una intellettuale utile al dibattito ma semplicemente una sconosciuta anziana di 83 anni pescata per l’unico requisito richiesto: la mancanza di istruzione. E infatti, ben caricata a molla sulla sceneggiata da recitare, nonna Margherita inizia ad agitarsi e ad esprimersi in modo popolano, inveendo contro il premier Conte: “Ha ragione il signor De Luca. Io ho fatto la Guerra Mondiale e sono stata salvata. Adesso mi vogliono far morire col virus: qui il Nord non deve venire! Ho 83 anni, non sono morto durante la guerra, mi vuole far morire adesso? Non lo ammetto questo”, conclude la signora Margherita, urlando tra le risatine compiaciute del presentatore.

Incolpevole e povera donna, ‪esposta al pubblico ludibrio dai suoi incauti parenti che hanno assecondato la volontà di sbattere in faccia alla nazione la plebe di Napoli, per descrivere un popolo napoletano ignorante e retrogrado. E purtroppo il sindaco De Magistris, visibilmente imbarazzato, non ha la freddezza di sottolineare la scorrettezza e di respingere fermamente, come avrebbe dovuto fare, una folcloristica descrizione di Napoli e della sua gente.

Missione compiuta e subito sbattuta sulla pagina facebook dello stesso programma, seguita a ruota dagli amici di merenda della redazione web di Libero. Mi ci aggiungo anch’io, mio malgrado, non per deridere ma per denunciare l’ennesima indecenza messa in piedi per danneggiare l’immagine di Napoli.
E le strategie sinistre continuano.

Finitela di pittare Napoli come vi pare, voi e pure tutti quei meridionali che venderebbero la mamma, e pure la nonna, per un momento di inutile celebrità.

Feltri al servizio della sinistra strategia lombarda

Feltri_razzismo

Angelo ForgioneDon Vittorio Feltri non si tiene più dopo l’avviso del presidente De Luca sulla chiusura della sua Campania in caso di contagi lombardi ancora alti alla riapertura del 4 maggio. Il giornalista infeltrito prima ha scritto per il suo giornale di fretta di riapertura in Lombardia, la regione che ha fatto danni perché non aveva alcuna fretta di chiudere, anzi, alcuna voglia. Bisogna riaprire in fretta, magari procurando altri problemi, e poi, senza fretta, lasciare l’Italia.
Ci ha raccontato, don Vittorio, che la gente è impaziente per riprendere a guadagnare, “in particolare al Nord”, come se altrove si campi d’aria, e la pensa esattamente così chi scrive che “non si tratta di correre in strada a suonare il mandolino, bensì di tornare in fabbrica”.
Ha detto che l’umanità dell’affascinante Meridione e la bramosia di denaro della Pianura Padana e delle Prealpi sono solo luoghi comuni, lui che per i luoghi comuni sui meridionali ha reso noto se stesso e il suo giornalaccio.
Ha avvertito che lassù, tra le valli lombarde e venete, monta “la ribellione alla dittatura romanfoggiana”; insomma, una ritorno agli slogan della Lega Nord riposti per convenienza nel cassetto dal furbacchion Salvini.
Ha informato che “manca soltanto la Lombardia per creare una frattura tra le due Italie divise da una antipatia reciproca che si era sopita e che le polemiche sul virus hanno risvegliato in modo drammatico”.
E ha concluso minacciando il Sud, che senza il Nord andrebbe “a ramengo” e farebbe “una brutta fine, per altro meritata”.
Echi da Bergamo, una delle città che più soffrono in questo momento e che merita la solidarietà di tutti a prescindere, anche per la sfortuna di essere rappresentata da qualche incompetente che ha scherzato con il virus e pure da certe penne, capaci di condizionare l’opinione delle persone meno libere di pensiero, di dividere e alimentare la debolezza del Paese. Ma che, non va dimenticato, resta pur sempre “la Città dei Mille”, il centro italiano che più di tutti ha contribuito ad armare Garibaldi affinché invadesse il Sud. Prima hanno voluto che si facesse quest’Italia di colonizzatori e colonizzati e ora, una volta spremuto il limone, minacciano di dividerla. Senza fretta, però, non sia mai che il Sud smette di comprare merci e servizi del Nord. Finisce che il Nord va “a ramengo” appresso al Sud.

Non contento, l’attacco si è fatto più netto dai teleschermi di Rete 4: “I meridionali, in questo momento, soffrono un complesso di inferiotità rispetto ai settentrionali. Io non credo ai complessi di inferiorità. Credo che i meridionali, in molti casi, siano inferiori”.
Apriti cielo! Levata di scudi da ogni parte, anche dall’Ordine dei Giornalisti nazionale, che però, per separazione di competenze, non può prendere provvedimenti disciplinari nei confronti di Fletri, cosa che pertiene al Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Il presidente Carlo Verna ha però comunicato che il presidente della sezione lombarda gli ha dato rassicurazioni circa la trasmissione degli atti al giudice deontologico naturale, e ritiene “che i comportamenti di questo signore rischino di travolgere l’immagine dell’intera categoria dei giornalisti italiani”, che è suo dovere tutelare, e che a tal fine sarà dato mandato a un legale.
L’Ordine nazionale si è pure relazionato con Agcom affinché vengano monitorate le trasmissioni in cui con maggiore frequenza in questi ultimi giorni sono state ascoltate espressioni discriminatorie nei confronti del Sud, anche grazie alle “incaute ospitate” consentite dai conduttori delle trasmissioni, che pure saranno deferiti ai Consigli di disciplina qualora non si dissocino fermamente come la Carta dei doveri dei giornalisti esige.
E qui si va esattamente al cuore del problema, o quasi. Il vero problema è il ruolo ricoperto da certi giornali e talune trasmissioni deputate a creare scompiglio, che si nascondono dietro l’ormai sfacciato razzismo di Feltri e lo strumentalizzano per compiere certe sinistre volontà politiche, prova ne sia il conduttore della trasmissione Fuori dal coro Mario Giordano, che di fronte alle parole del direttore editoriale di Libero si è “preoccupato” sorridente di perdere telespettatori meridionali invece di censurare il suo gradito ospite.

Di sinistre volontà politiche si tratta. Feltri e altri kamikaze dell’informazione non sono altro che elementi di un certo sistema che sta cercando di sviare l’attenzione dai disastri politici della Lombardia in tema di Covid-19 addossando colpe al Sud. Quali colpe? Si cerca di far passare il messaggio “Lombardia sotto attacco”, delineando i contorni di un’imprecisata ostilità meridionale verso i settentrionali. Una sorta di vittimismo cautelativo.
La verità è che, pur con tutte le attenuanti generiche del caso, i primi della classe della Lombardia hanno oggettivamente fatto degli errori lampanti e gravi, mentre i monellacci campani, e meridionali in genere, se la sono cavata bene, hanno fatto le cose giuste, rispettando le regole e la pericolosità del virus. Il Sud ha fatto meglio del Nord, questa è la realtà, e quel certo sistema sta producendo un’informazione tendenziosa per nascondere le vere colpe, in modo da mantenere lo status quo alla fine dell’emergenza.
Ve lo ricordate tal Niccolò Fraschini, consigliere comunale a Pavia, che al principio di tutto minacciò la “gente che periodicamente vive in mezzo all’immondizia” di stare tranquilli perché “alla fine di tutto i ruoli torneranno a invertirsi”? Era uno sprovveduto che manifestava pubblicamente il pensiero della politica lombarda di centrodestra, pensiero che anima chi ha il potere di manovrare l’informazione e decidere determinate “incaute ospitate” piuttosto che altre molto più caute, serie e meno utili al sinistro scopo.


analisi della vicenda alla trasmissione Linea Calcio (Canale 8) del 23/4

 

Come il Sud si è salvato dal disastro lombardo

gallera

Angelo Forgione Giulio Gallera, assessore al welfare della Regione Lombardia, in un’intervista rilasciata al quotidiano Libero, sostiene che la Lombardia ha salvato il Sud dal disastro sanitario:

«Se noi non ci fossimo opposti con rigidità al governo, il Sud non sarebbe stato chiuso. Invece abbiamo sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo misure restrittive. Grazie a questo, le altre regioni ci hanno seguito e abbiamo ridotto il contagio».

Dichiarazione che si smonta con molta facilità, poiché il Sud, al momento, si è salvato da solo nonostante le fughe dal Nord che hanno aumentato i contagi, e ci è riuscito per tre sostanziali motivi:

1) L’inquinamento atmosferico da Pm10 inferiore a quello della Pianura Padana, che è la macroarea più inquinata d’Europa.
L’inquinamento influisce direttamente sulle difese immunitarie e sulle capacità respiratorie, messe a dura prova dal Covid-19. Come sostengono i ricercatori dell’Università di Siena e di Aarhus University, non è casuale il livello di letalità più alto al Nord, “legato al fatto che le persone che vivono in queste aree, con una esposizione prolungata all’inquinamento, hanno una predisposizione maggiore a sviluppare condizioni e patologie respiratorie croniche che con l’arrivo del virus possono portare più facilmente alla morte”;

2) Le decisioni tempestive dei governatori regionali che, come ha sottolineato Giovanni Rezza, capo del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, «hanno istituito delle zone rosse laddove ce n’era bisogno. Isolare i piccoli territori più colpiti ha funzionato». Contrariamente ai casi Lombardi della Bergamasca e del Bresciano, zone per troppo tempo lasciate aperte nonostante i problemi esplosi ad Alzano Lombardo, Nembro e Orzinuovi;

3) Il sostanziale rispetto del distanziamento sociale.

Fuori elenco per questione di assenza di prove scientifiche circa il Covid-19, il fattore climatico, che normalmente concorre a ridurre la potenzialità dei virus (le influenze di stagione sono sempre più violente in Pianura Padana).

Ognuno può farsi un’idea di ciò che è accaduto, ma una cosa è certa: il 28 febbraio scorso, mentre la situazione nella Bergamasca si aggravava, Giulio Gallera escludeva l’istituzione di una zona rossa per quei comuni: «Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì di Alzano Lombardo».

Contemporaneamente, Confindustria Bergamo, per tranquillizzare “i nostri partner internazionali”, pubblicava il video “#bergamoisrunning” dove si sbandierava che l’industria lombarda non si fermava affatto.

Si spingeva per tenere aperto il distretto industriale di Alzano-Nembro, uno dei primi cinque d’Italia per Comuni sotto i 300mila abitanti. Secondo i dati di Confindustria Bergamo, un’eventuale zona rossa in quell’area avrebbe riguardato 376 aziende, con una forza lavoro che varia dai 120 agli 800 dipendenti, per circa 850milioni di euro all’anno di fatturato.

Il 9 aprile, Marco Bonometti, presidente della sezione lombarda di Confindustria, ha rivelato:

«Nelle riunioni che abbiamo avuto con cadenza quasi quotidiana tra fine febbraio e i primi giorni di marzo, anche in sede di Patto di sviluppo con artigiani, commercianti, lega delle cooperative e sindacati, la Regione è sempre stata d’accordo con noi nel non ritenere utile, ma anzi dannosa, una eventuale zona rossa sul modello Codogno per chiudere i comuni di Alzano e Nembro».

Per Bonometti, «non si poteva fermare la produzione». Ma la colpa dei troppi contagi, secondo lui, non è da imputare al tardivo lockdown bensì… agli allevamenti di animali in Lombardia.

Appare chiaro che il Sud si sia per il momento salvato sa solo, anche facendo tesoro dei disastri della Regione Lombardia, che si è condannata con le sue stesse mani e si è rivelata, in tempo di pandemia, la palla al piede dell’intera Italia, costringendo il Centro e il Sud a difendersi dal bubbone lombardo lasciato crescere per non dover rinunciare al profitto produttivo. Altro che salvezza!
Tra minacce di secessione e arraganza padana, manca solo che la Lombardia chieda riconoscenza al Sud.

Occhio ai napoletani in quarantena

Angelo Forgione In tempo di quarantena forzata, i napoletani rispettano o no i divieti? Sembrerebbe proprio di sì, a detta delle Forze dell’Ordine. Prima di Pasqua ci aveva pensato la Polizia Metropolitana, con competenza su tutto il territorio provinciale, a dire ai microfoni del TgR Campania (e del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna) che i napoletani si stavano attenendo alle restrizioni governative, anche alla Pignasecca, una delle zone della città di Napoli maggiormente sotto osservazione fino a qualche giorno fa.

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Poi è arrivato il delicato week-end pasquale, dove qualche ressa pure si è vista, soprattutto per la spesa del giovedì santo condito dall’immancabile e tradizionale zuppa di cozze.  Il Comando della Polizia Locale di Napoli ha comunicato che tra sabato e domenica di Pasqua le multe sono state 20 su 2.500 cittadini controllati, oltre a 3 esercizi commerciali verbalizzati su 550 controllati.

Eppure l’informazione nazionale non sembra ancora convinta e continua ad attenzionare in modo particolare Napoli. Certo, sembrano finite le incursioni a caccia dell’assembramento negli antichi rioni mercatali della città, pieni di piccole rivendite di generi di prima necessità, nei vicoli stretti dell’economia spicciola partenopea che fa la differenza all’occhio profano, là dove la fila non può essere che in direzione dell’obiettivo di turno. All’inizio del lockdown la Pignasecca e il borgo dei Vergini alla Sanità erano finiti sotto tiro degli obiettivi fotografici e televisivi. Poi se ne sono accorti un po’ tutti che si tratta di peculiari zone mercatali, e che i trasgressori non sono solo un problema napoletano. Le foto, in realtà, andavano fatte dall’alto, non con prospettiva schiacciata ad altezza uomo, con teleobiettivo e nei vicoli più stretti. E allora ci si sarebbe resi immediatamente conto che i clienti delle rivendite, in zone di densità di popolazione esorbitante come la Pignasecca, stavano ordinatamente in fila rispettando il distanziamento sociale, e che magari erano proprio i commercianti a disciplinarlo demarcando gli spazi con vernice orizzontale e nastro verticale.

pignasecca

Gli irriducibili dell’informazione provano ora a cercare l’assembramento nei quartieri borghesi. Ma è stata sfortunatissima Elena Biggioggero, inviata per Agorà (Rai 3) del 15 aprile, nel dimostrare che nel quartiere Vomero c’è troppa gente in giro alle 8 del mattino, quando qualcuno va comunque a lavorare. Lei, però, riceve la linea alle 8:37, quando il grosso dei lavoratori napoletani si è già spostato e all’incrocio tra via Luca Giordano e via Scarlatti non transita che qualche automobile, peraltro rispettando diligentemente il rosso al semaforo. Difficile, così, dimostrare che Napoli sia più indisciplinata di altre città popolose. Piuttosto, è lei che si avvicina troppo al suo ospite e lo tocca prima di limitarsi a dire che la zona è pedonale, mentre in realtà la strada alle sue spalle è veicolare. Niente folla, e la Biggioggero a dirsi sfortunata, a mostrarsi imbarazzata, mentre Serena Bortone da Roma testimonia che, secondo un’altra inviata, Napoli è deserta.

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Un plauso va in ogni caso ad Agorà, che ha acceso le telecamere in una Napoli diversa da quella che spasmodicamente si vuol mostrare in tivù, tutta vicoli e folclore. E pure al Tg1, che ha lanciato una Napoli più ampia: via Toledo, Mergellina, il Maschio Angioino, la fontana del Sebeto a largo Sermoneta. Niente antichi rioni mercatali, niente vicoli popolari, niente traffico pedonale da spesa di quartiere e quindi solo chi conosce Partenope avrà avuto la percezione che non si trattasse di Milano, la città più a rischio in questi giorni. Grazie dunque al Tg1, che una Napoli deserta e controllata l’ha scelta – guarda un po’ – per commentare il record di denunce a Pasquetta in tutt’Italia per il mancato rispetto delle misure di contenimento del Coronavirus. Certo, i trasgressori ci sono anche all’ombra del Vesuvio come dappertutto. Qualcuno di troppo in giro, da Nord a Sud, e via coi richiami di sindaci e governatori ad ogni latitudine. Incoscienti persino in Lombardia e Piemonte, pizzicati nelle seconde case in Riviera ligure, e traffico segnalato in aumento sull’Autostrada dei Fiori, dove i Carabinieri, in vista di Pasqua, hanno allestito posti di blocco all’uscita di tutti i caselli. Ma la percentuale degli indisciplinati napoletani non è sopra la media nazionale. Alla fine la vera notizia è che in 24 ore, sui canali Rai, è apparsa una Napoli senza panni stesi al vento. Da non credere!