L’Amatriciana tradizionale è STG!

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province_regnoAngelo Forgione Vicenda anticipata e seguita da prima che si originasse, ed ecco l’ufficialità: la Amatriciana tradizionale, quella originale, nata nei territori abruzzesi dei Borbone quale connubio culinario di Amatrice e Napoli, ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento STG dall’Unione Europea, ed è ufficialmente la terza Specialità Tradizionale Garantita italiana, dopo la Mozzarella e la Pizza napoletana. Tutte eccellenze nate nel Regno di Napoli, anche se troppi credono che l’ultima sia nata nello Stato Pontificio.
Il percorso intrapreso dal Comune di Amatrice nel 2015 per affermare orgogliosamente la ricetta originale dei Monti della Laga da imitazioni romane e contraffazioni di ogni sorta è giunto al traguardo europeo con successo.

Prima di approfondire e particolareggiare la ricostruzione della vera origine della pietanza per la scrittura de il Re di Napoli, ne avevo tracciato l’origine con un articolo scritto nel gennaio 2014. Dopo quattordici mesi iniziò il percorso di tutela della ricetta originale.
leggi l’articolo

Marzo 2015
Il Comune di Amatrice approva il disciplinare per la “Salsa all’Amatriciana De.Co. (Denominazione Comunale)” con delibera di giunta n.27 del 06.03.2015. Nel disciplinare è testualmente precisato quanto segue:

“l’introduzione nella ricetta del pomodoro è intervenuta alla fine del diciottesimo secolo quando i Napoletani, tra i primi in Europa, riconobbero i grandi pregi organolettici del pomodoro, e così anche gli Amatriciani, il cui territorio ricadeva nel Regno di Napoli, ebbero modo di apprezzarlo e, con felice intuizione, l’aggiunsero agli ingredienti della ricetta originale.
Erroneamente alcuni attribuiscono l’Amatriciana alla cucina Romana, avendo perduto la memoria storica del fatto che furono invece i pastori, che con gli spostamenti stagionali della transumanza verso le campagne romane, fecero conoscere questa ricetta nella città dei Papi”.

www.comune.amatrice.rieti.it/deco/disciplinare_salsa_amatriciana.pdf

Agosto 2016
Il terremoto del Centro Italia colpisce i territori di Amatrice a tre giorni dalla sagra dell’Amatriciana. La pietanza diventa il simbolo della resistenza e della solidarietà attraverso una raccolta fondi dei ristoratori italiani che fa il giro del mondo.

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Gennaio 2018
Il Comune di Amatrice deposita la domanda di registrazione del Disciplinare di produzione dell’Amatriciana tradizionale STG (Specialità Tradizionale Garantita).

Novembre 2019
La domanda di registrazione del Disciplinare di produzione dell’Amatriciana tradizionale STG viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 20.11.2019. Agli eventuali oppositori vengono dati tre mesi di tempo per poter presentare nuove e diverse documentazioni storiche.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX%3A52019XC1120(02)

Marzo 2020
In assenza di opposizioni, la Commissione dell’Unione Europea registra e adotta ufficialmente la denominazione “Amatriciana Tradizionale STG” con regolamento di esecuzione (UE) 2020/395 del 06.03.2020.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX%3A32020R0395

 

Come un mese di radiazioni napoletane

Angelo ForgioneSta facendo discutere e indignare il modulo informativo di richiesta di un esame radiologico “TC CONE BEAM” per odontoiatria di una struttura ospedaliera della Regione Veneto (ULSS 9 – provincia di Verona). Per poterlo eseguire, è necessario il consenso informato scritto e firmato dal paziente, prendendo conoscenza dal documento che lo specifico esame radiologico comporta una “dose efficace” di radiazioni molto ridotta, che “equivale alla dose assorbita (…) per radiazioni ambientali vivendo un mese a Napoli (il capoluogo con la massima dose ambientale annua in Italia)”. Vero o falso?

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Le radiazioni ambientali di Napoli sono fatto reale, ma bisogna chiarire ciò che il modulo non chiarisce. Esse non derivano da azioni umane ma sono un fenomeno naturale persistente e “volatile”, nel senso che sono dovute alle rocce porose di tipo vulcanico su cui poggia la città, tra il Vesuvio e i Campi Flegrei.
Si tratta dunque di capire che, per la concentrazione vulcanica, Napoli è una città ad alta presenza di gas radioattivo naturale, il Radon, un gas inodore e incolore, appunto volatile perché fuoriesce continuamente da suolo e sottosuolo e si disperde rapidamente nell’aria. Penetra però all’interno degli edifici e lì si può incamerare, e allora il pericolo può sussistere per chi abita o lavora in locali a diretto contatto con il suolo, soprattutto in ambienti costruiti con il tufo, e non li area. In questi casi, per far disperdere il Radon, basta aprire più volte le finestre durante l’arco della giornata, tenendole aperte per almeno cinque minuti d’inverno e trenta d’estate.

I rischi per chi inala Radon? È la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo. Non specificamente a Napoli ma in tutt’Italia, che è tra le nove nazioni più naturalmente radioattive al mondo secondo il rapporto Uscear 2000 (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiations) presentato all’Assemblea generale dell’Onu nel 2016. Rapporto che segnala come il posto più naturalmente radioattivo d’Italia, tra i cinque luoghi più naturalmente radioattivi del pianeta, sia Orvieto, e di gran lunga. Nessuna menzione specifica per Napoli tra le zone che innalzano fortemente la media, che, oltre la Campania e la zona di Terni, sono il Lazio (in testa) e il Sud della Toscana.

Il Radon è fortemente concentrato anche in alcune zone del Veneto, eppure si avvisano i pazienti veronesi (e bolzanini) sul fatto che sottoporsi a un particolare esame radiologico è come vivere per un mese a Napoli, e chissà perché non ad Orvieto.
L’intento è di minimizzare le preoccupazioni, ma induce a pensare che dopo un mese a Napoli si sopravvive, ma un anno intero è come esporsi a Chernobyl o Fukushima. Figurarsi tutta la vita.

Non c’è motivo di allarmarsi, perché il pericolo esiste per chi vive in certi ambienti a contatto con il suolo e non è abituato ad arearli continuamente. E però la ULSS 9 veneta di Verona, ma anche l’Ordine dei medici di Bolzano forniscono un dato allarmistico e non contemplano il fatto che tutto dipende da quanto gas Radon si concentra nell’aria che si inala (al chiuso), non da quello che fuoriesce da sottosuolo. Certi luoghi come Napoli e Orvieto hanno un’alta concentrazione di Radon che fuoriesce dal sottosuolo ma, per assurdo, un veronese e un bolzanino possono respirarne di più in determinate condizioni ambientali.

Anche i Mazzoleni hanno la tosse

Angelo ForgioneMario Mazzoleni da Bergamo, ex fenomeno dell’AIA, tifoso dell’Atalanta e fratello del discusso VAR Paolo Silvio Mazzoleni, interpellato dal Corriere di Bergamo sulle polemiche attorno al match di Serie A tra il Napoli e l’Atalanta, ha dichiarato che i napoletani sono ingiustificabili perché non hanno nulla di cui lamentarsi, ma sono abituati alle sceneggiate.

Dite a Mario Mazzoleni che i casi da rigore in Napoli-Atalanta sono tre, non uno, di cui uno indiscutibile, e non è quello del placcaggio di Kjaer su Llorente ma quello del tocco di braccio di Toloi al 93′.

Ditegli che non più di dieci giorni fa, l’allenatore della sua squadra del cuore, Gasperini, si lamentava pesantemente dei rigori assegnati alla Lazio nella partita pareggiata 3-3 all’Olimpico, e che sempre all’Olimpico, qualche mese prima, dopo la finale di Coppa Italia, era stato ancora Gasperini a lamentarsi del rigore non fischiatogli per fallo di mano del laziale Bastos.

Dite a Mario Mazzoleni che le sceneggiate, nel calcio, le abbiamo viste negli stadi in cui giocava l’Atalanta di Doni e nelle strade di Bergamo, dove i tifosi orobici sfilarono per gridare il loro sostegno all’amato capitano implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, salvo poi abbandonarlo quando le accuse si fecero schiaccianti.

Ditegli che ricordiamo tutti quell’anziano tifoso bergamasco davanti le telecamere di La7 che gridava «L’Atalanta è una società seria, noi non siamo napoletani…» per sostenere la presunta innocenza del truffatore Cristiano Doni, antitesi dell’onestissimo napoletano Fabio Pisacane, che diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Per non parlare del bergamasco di sangue Beppe Signori, radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi.

Diteglielo a Mario Mazzoleni; hai visto mai che abbia dimenticato la penalizzazione di 6 punti che l’Atalanta subì per le sceneggiate del capitano Doni e dei suoi tifosi. L’ingiustificabile Atalanta, non il Napoli.


Mario Mazzoleni provò la strada politica del secessionismo leghista dopo essere uscito dall’AIA, candidato al consiglio comunale di Alzano Lombardo. Finì di arbitrare dopo essere stato sospeso per quattro mesi nel maggio del 2007 per aver violato le norme del regolamento AIA che richiamavano alla rettitudine al di fuori dall’attività arbitrale. Lui chiarì a “Striscia la Notizia” di essere stato invitato dall’allora designatore Mattei di “irretire” i giocatori della Lazio contro il Cagliari, visto che Lotito si lamentava troppo. La partità finì 1-1 con due espulsioni per i laziali. Finita la sospensione, ne ricevette subito un’altra, fermato per sei mesi per aver fatto il gesto dell’ombrello e urlato “bastardo” all’indirizzo di Claudio Lotito al termine della partita Atalanta-Lazio alla quale assistette da spettatore in tribuna.
Lui dice di aver sbattuto la porta e di essersene andato spontaneamente, e con piacere, perché non condivideva la gestione per nulla trasparente dell’AIA.
Carriera a parte, sostiene, Mario Mazzoleni, che che l’episodio più sporco della storia del calcio è “la mano de Dios” di Maradona, simbolo del Napoli, non della Juventus o delle milanesi. Scorrettissimo, vero, ma almeno Diego non ne ha mai fatto mistero, anzi, se ne vanta ancora per questioni politiche. Poi se il goal di mano lo fa Rapaic e non aiuta l’orbo Nicchi che gli chiede di confessare, e lui dice di averla presa con la guancia, è solo un Rapaic qualsiasi, neanche simbolo del Perugia, mica Maradona, simbolo del Napoli e del calcio, che ha bisogno dei Maradona, non dei Doni, dei Moggi e dei Mazzoleni vari.

90 anni fa nasceva la Serie A. A Napoli la prima “radiocronaca”

Angelo Forgione6 ottobre 1929, esattamente 90 anni fa. Era domenica, come oggi, e partiva il primo campionato italiano di calcio a girone unico, denominato Serie A, voluto dai gerarchi fascisti, che esercitavano il loro effetto anche sul Foot-ball, pardon, calcio. Già, perché a Mussolini i termini stranieri proprio non andavano giù e conveniva cancellarli, come tutto ciò che richiamava nel nome l’Internazionale comunista. L’Internazionale si era rinominata Ambrosiana, l’Internaples aveva optato per la più semplice denominazione Napoli, il Genoa in Genova, e via così. 18 squadre, quasi tutte del Nord, tranne il Napoli, la Roma e la Lazio, più o meno come oggi, per la gioia dei gerarchi a capo di CONI e FIGC, ai quali una parvenza di Italia unita almeno nel calcio, come non lo era mai stata, faceva gioco alla proiezione del nazionalismo imperante.
In realtà, il girone unico avrebbe dovuto partire già dal 1926, ma la volontà del regime di integrare il Sud nel campionato aveva fatto rinviare il progetto di altri tre anni. Il movimento meridionale, emarginato per 28 anni, non aveva potuto svilupparsi come quello settentrionale, monopolizzato dagli uomini del Nord a capo della Federazione, e allora le squadre di Roma e Napoli avrebbero dovuto avere il tempo di adattarsi, a suon di fusioni e ripescaggi.
Nell’estate 1928, Leandro Arpinati, fascista di spicco in quel di Bologna, una volta impossessatosi della Federazione, pensò al “girone unico” e stabilì che la stagione 1928/29 avrebbe qualificato 16 squadre per la successiva “Divisione Nazionale di Serie A”, ovvero le prime otto classificate di ognuno dei due gironi di Nord e Sud. Solo che a fine campionato le già ripescate Napoli e Lazio conclusero appaiate all’ultimo posto disponibile al Sud per la nuova Seria A. Gli azzurri, all’ultima giornata, uscirono indenni dalla trasferta sul campo dei biancocelesti e riuscirono a guadagnarsi lo spareggio in campo neutro, che si disputò a Milano una settimana dopo, il 23 giugno.
Quella domenica di primissima estate fu molto calda a Milano, per la presenza di cinquemila sostenitori laziali e, in maggioranza, napoletani. E fu caldissima nella Roma biancoceleste ma soprattutto a Napoli, non solo per la temperatura ma anche per la già smisurata passione dei tifosi azzurri, radunati in centro dal giornale locale Il Mezzogiorno Sportivo, che inviò un giornalista a San Siro per seguire la partita e poi trasmettere in diretta la narrazione della partita ai colleghi a Napoli, che avrebbero raccontato minuto per minuto le fasi salienti della partita ai tifosi. L’esperimento era stato già provato con successo sette giorni prima, e il giornalista Felice Scandone, fondatore della testata, ne aveva decretato il successo dalle pagine dello stesso giornale, raccontando che durante il match di Roma “la folla era diventata imponente, fino a interrompere il servizio pubblico a Piazza S. Ferdinando (oggi Trieste e Trento), ove aveva sede la redazione. I giornalisti napoletani si erano inventati il primo “live” per una squadra di club.
galleria_umberto_serieaA quel tempo non esisteva Tutto il calcio minuto per minuto e nemmeno la figura dell’inviato sportivo, e quella trovata fu talmente pionieristica e innovativa che i trepidanti tifosi napoletani si riunirono in massa sotto la sede del quotidiano, fino a riempire la vicina Galleria Umberto I, per avere notizie dell’importante spareggio in tempo reale.
Michele Buonanno, a Milano, comunicava i suoi resoconti a Felice Scandone, a Napoli, il quale avvisava dal balcone la folla sottostante. Apprensione al vantaggio della Lazio al 17′, tenuto fino all’intervallo, ma l’azzurra marea esplose di gioia due volte in un quarto d’ora del secondo tempo per il pareggio e il vantaggio del Napoli tra il 55′ e il 69′, prima del pari amaro degli aquilotti romani all’80’ che fissò il risultato sul 2-2, anche dopo i tempi supplementari. Partita da ripetere e verdetto rimandato di sette giorni.
Si verificò, tuttavia, una situazione molto italiana, tutta una serie di compromessi durante la settimana che portava al secondo spareggio. Una delegazione di dirigenti della Triestina, approfittando della situazione, si recò in Federcalcio, chiedendo di ammettere la squadra giuliana alla nascente Serie A come prima retrocessa del Nord nella stagione appena conclusa, adducendo la provenienza da una zona che da sempre aveva rappresentato un «focolaio di patriottismo», fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale contro l’Austria. I dirigenti di Napoli e Lazio, appreso della richiesta triestina, pressarono per non tornare a spareggiare in campo, ben sapendo tutti quale valore avesse il patriottismo per Mussolini e per il fascismo. Triestina, Venezia e Fiumana, infatti, l’estate precedente, erano state ammesse d’ufficio al Girone Nord per portare nel calcio le rappresentanze dei territori della Venezia Giulia annessi all’Italia nel 1919 dopo la Grande Guerra e simboli dell’Unità completata.
A rallegrare tutti, napoletani, laziali e triestini, ci pensò Arpinati, che, con il benestare del Duce, decise di ammettere i tre club nel massimo campionato di Serie A, allargandolo a 18 squadre. Fece comodo che fosse proprio la Triestina la prima da ripescare del Nord, per evidenti questioni patriottiche. Così fu garantita una maggiore rappresentanza sia alle squadre meridionali che alla Venezia Giulia, da un decennio riscattata dal Regno d’Italia.
La prima stagione a girone unico, la Serie A, partì appunto il 6 ottobre 1929. Prima giornata e fu subito Juventus-Napoli, con vittoria di misura dei bianconeri (3-2). Dopo 34 giornate, a spuntarla per la terza volta fu l’Inter, pardon, Ambrosiana, negando al Genoa, pardon, Genova, lo scudetto della stella (del Nord) mai acciuffato. Il Calcio del Sud si fece finalmente onore, conquistando il quinto posto col Napoli e il sesto con la Roma. Lazio salva, come la Triestina. Accadeva 90 anni fa.
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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione)

L’amatriciana e le sue vere origini (non laziali)

Dopo Marino Niola su il Venerdì di Repubblica, anche quelli di Rai IsoRadio raccontano agli italiani la vera origine dell’Amatriciana con Il Re di Napoli.

Il Governo non vede i vantaggi di localizzazione calcistica

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Angelo Forgione Sul tavolo del Governo vi è da qualche mese il cosiddetto “Decreto crescita”, una proposta di legge per provare a contrastare il fenomeno della fuga dei cervelli e incentivare l’occupazione in Italia. Come? Tassazione agevolata per chi accoglie lavoratori che scelgono il nostro paese dopo due anni di lavoro contrattualizzato all’estero. “Bonus” fiscale fissato al 70% per chi verrà nel nostro Centro-Nord e al 90% per chi sceglierà le più depresse regioni del Mezzogiorno. Incentivo opportunamente calcolato tenendo conto delle sperequazioni economiche del Paese, dunque, ma poi altolà, qualcuno ha pensato che il decreto potesse agevolare il Sud sotto il profilo sportivo. Già, perché le società sportive italiane avrebbero avuto diritto, per i trasferimenti di calciatori in entrata dall’estero, ad un considerevole sconto sula tassazione dei nuovi contratti firmati, e quelle del Sud in misura maggiore. E allora si è deciso di unificare l’Italia, almeno nel calcio, creando un doppio binario con un emendamento chirurgico: vantaggio fiscale più alto per le imprese ddel Sud rispetto a quelle del Nord in tutti i settori tranne uno, lo sport professionistico, dove sarà uguale per tutti e ridotto al 50%; come se una ditta che produce conserve di pomodoro e una che produce calcio operino in due territori diversi.
In Parlamento qualcuno l’ha definita “norma anti Napoli”, perché è chiaro che la modifica nasca per non concedere un vantaggio fiscale più alto al Napoli, l’unica società dello svantaggiato Sud a contrastare quelle del più ricco Nord e pronta a contendergli qualche grande calciatore. I grandi club settentrionali hanno storto il naso e Sandro Sabatini, tra i volti più noti di Mediaset, ha manifestato il suo disappunto: “ingiusto offrire un vantaggio alle squadre del Sud. Il Napoli potrebbe approfittarne”. Approfittarne, non beneficiarne, e la differenza è sostanziale, anche per Cagliari e Lecce, restando alla sola Serie A. 3 club su 20, e già nei numeri si capisce che il calcio meridionale non equivale a quello del resto del Paese.

Io che ho scritto un libro sulla Questione meridionale nel calcio (‘Dov’è la Vittoria’, Magenes) posso solo rabbrividire di fronte a un Governo che accoglie le richieste di chi teme un vantaggio per il Calcio Napoli e lo vuole differenziare da un’azienda che produce merci e servizi perché produce spettacolo sportivo. Va bene ridurre il “bonus” per il calcio, che è settore di altissimi fatturati, ma non va assolutamente bene far finta che le condizioni in cui operano i football club siano uguali per tutti. Esistono dei “vantaggi di localizzazione” a favore delle società del Nord, derivanti dall’ubicazione geografica, che si traducono in maggiore competitività, ma qualcuno fa finta di non riconoscerli. E sono esattamente questi “vantaggi di localizzazione” ad aver generato fenomeni di concentrazione e polarizzazione a favore delle “grandi del Nord”.

Se volessimo fare un esempio pratico per spiegare le differenze tra Nord e Sud del calcio, e cosa significano i “vantaggi di localizzazione”, basta confrontare le città di Napoli e Torino, popolate più o meno in egual misura. Quando, nel 1986, la macchina organizzativa del Mondiale di Italia ‘90 si mise in moto, a Napoli si giocava allo stadio San Paolo e a Torino al Comunale. Il primo fu rovinosamente rimodernato e il secondo fu scalzato dalla costruzione del nuovo Delle Alpi in un’altra zona della città. Mentre lo stadio napoletano degradava velocemente e sempre più, le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 fornivano l’occasione per rifare il vecchio Comunale, che sarebbe diventato lo stadio del Torino. La Juventus, forte di un’egemonia Fiat sulla città e sulle politiche industriali d’Italia che il Napoli non ha mai avuto, riusciva a ottenere nel 2008 la concessione a prezzi di estremo favore dei terreni dove sorgeva il Delle Alpi, per demolirlo e sostituirlo col modernissimo Juventus Stadium di proprietà. Risultato: in un ventennio, Napoli ha visto il suo tempio del Calcio divorare enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione. Nello stesso ventennio, Torino ha visto sorgere di fatto tre stadi nuovi, e se n’è ritrovati due di Categoria 4 UEFA, quella di maggior livello tecnico, per le squadre cittadine, una delle quali (la più potente) ha tratto dal suo stadio un sensibile aumento di fatturato.

Se il mio parallelo non bastasse, viene a supporto il rigore scientifico dei docenti universitari con i loro studi tematici. Nell’indagine ‘Il business del Calcio – Successi sportivi e rovesci finanziari’ (Egea, Milano), un’analisi condotta dai docenti universitari Umberto Lago, Alessandro Baroncelli e Stefan Szymanski, è evidenziato un effettivo vantaggio competitivo derivante proprio dalla diversa localizzazione tra squadre del Nord e del Sud.
E ancora, lo studio ‘Localizzazione geografica e performance sportiva: una analisi empirica sulla Serie A’ (Rivista di Diritto ed Economia dello Sport, vol. IV – n.3) del professor Marco Di Domizio, ricercatore di Economia politica dell’Università degli Studi di Teramo, ha rapportato l’ubicazione geografica e le prestazioni sportive delle principali squadre italiane sulla base dell’intero arco temporale dei tornei a girone unico, inaugurati nel 1929, con l’intento di valutare l’incidenza dei fattori geografici ed economici sui risultati osservati. Lo studio ha evidenziato che i risultati complessivi del Napoli (ma anche quelli di Roma e Fiorentina) sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e nettamente superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna, tre società che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.

Ma c’è davvero bisogno di chiamare in causa gli analisti universitari per dimostrare che il Nord è storicamente e geograficamente avvantaggiato anche nel calcio? Su 115 scudetti solo 3 sono finiti in due città, Napoli e Cagliari, con svantaggi territoriali marcati, tutti supportati dalla politica democristiana e uno, quello del Cagliari, addirittura anche dai capitali dell’imprenditoria lombarda. Il rapporto degli scudetti vinti è impietoso come lo è anche la presenza storica del Sud in Seria A, che non raggiunge il 20%, a fronte di una percentuale demografica della popolazione meridionale sempre bilanciata a quella del resto del Paese. E contando i comuni che sono riusciti ad approdare almeno una volta in Massima Serie dal primo campionato con squadre del Nord e del Sud riunite in un unico torneo (1926-27) a oggi, se ne contano 43 settentrionali e 17 meridionali (rapporto approssimativo: 2,5 a 1). Manca all’appello Taranto, sesta città del Mezzogiorno e sedicesima d’Italia, così come anche capoluoghi di regione come L’Aquila, Campobasso e Potenza.
La maggiore agevolazione fiscale ai club del Sud avrebbe potuto aiutare il calcio meridionale a crescere, così come negli intenti del decreto stesso, volto a incentivare l’occupazione nel Sud in proporzione al più sviluppato Nord.

Ma fa davvero sorridere la volontà di considerare il Sud del calcio uguale al Nord. Fu ghettizzato per un trentennio al principio, dal 1898 al 1926, vietandogli di misurarsi direttamente con il calcio settentrionale. E quando il Coni fascista impose alla FIGC di includere nel campionato nazionale tre squadre centro-meridionali, il Napoli e le due romane che poi fondendosi l’anno seguente avrebbero dato vita alla Roma, i sodalizi del Nord pure protestarono, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano per far valere la tesi che i tre posti spettassero a squadre settentrionali. Qualcuno dirà che è passato un secolo, ignorando che in questo secolo il divario Nord-Sud non è stato annullato, neanche nel calcio, che è emanazione riflessa del Paese. Ma il Napoli, prodigiosamente competitivo in questo scenario, fa paura, e non è il caso di avvantaggiarlo fiscalmente. E allora via alla “norma anti Napoli”, con l’alibi che il calcio non sia soggetto a differenze territoriali e che le diverse economie dei territori in cui operano i club non influiscano sui destini della loro vita sportiva, agevolata o penalizzata a seconda che si trovino in una zona opulenta o depressa.

In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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