Storia dell’eccellenza cioccolatiera di Napoli

Angelo ForgioneLa storia del cacao lavorato racconta che il primo cioccolatino da salotto, la pralina, fu creato nel 1778 a Torino dal signor Doret, che mise a punto una macchina idraulica automatica per  macinare la pasta di cacao e vaniglia e poi mescolarla con lo zucchero. Qualche decennio più tardi, a Napoli, fu il signor Giuseppe Clouet a costruire una macchina che aveva il “vantaggio di dare al cioccolatte una raffinatezza d’assai maggiore di quello preparato nel consueto modo, evitando lo schifoso sudore dell’operaio ed ogni specie di maneggiamento […] con un cioccolatte pregevole per l’ottimo sapore e per l’eleganza delle forme” (Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, volume L, 1854). 
I primi a coltivare l’esotico cacao, migliaia di anni prima, erano stati i Mayo-Chinchipe del Sudamerica, e poi gli aztechi centroamericani. Come per il pomodoro, i primi carichi erano giunti nel 1585 dal Messico per mano dei conquistadores spagnoli, provenienti da Veracruz e sbarcati a Siviglia. Il commercio dei mercanti iberici si espanse con l’uso duplice che fecero del prodotto lavorato, a metà tra alimento di lusso e farmaco.
Nel primo Seicento, Anna d’Asburgo, figlia di Filippo III di Spagna e sposa di Luigi XIII, fece conoscere alla corte francese la bevanda di cioccolata in forma di esotismo di lusso. Furono invece i monaci iberici a comunicare ai francesi l’uso terapeutico della preparazione, stimolato da medici come l’andaluso Antonio Colmenero De Ledesma, che nel 1631 pubblicò a Madrid il Curioso tratado de la naturalezza y calidad del chocolate, un testo completo sulle caratteristiche della pianta di cacao e sulle proprietà curative dei suoi semi, con il quale divulgò per la prima volta la ricetta originale del “xocoatl”, la cioccolata liquida atzeca.
I mercanti spagnoli portarono il cacao anche nei territori italiani, a Napoli e Firenze, ma anche Venezia, smistati dal porto di Livorno. A Torino la prima licenza per fabbricare cioccolata fu rilasciata nel 1678, dopo che il duca Emanuele Filiberto I di Savoia, capitano generale dell’esercito spagnolo, l’aveva portata alla corte sabauda.
La bevanda di cioccolata divenne un prodotto di lusso e di distinzione sociale nel Settecento, poiché i prodotti esotici furono identificati con la superiorità sociale di gusti e cultura. Il loro costo elevato fu giustificato con la necessità da parte delle classi più abbienti di dimostrare il proprio prestigio e la reputazione delle proprie dimore. A Napoli, il ricco mercante iberico Bartolomé de Silva ostentò la sua posizione sociale ordinando 25 libbre di cacao, insieme a 25 libbre di zucchero finissimo e vaniglia, giustificando l’ingente spesa perché “uno deve fare atto di presenza” (Global Goods and the Spanish Empire, 1492-1824: Circulation, Resistance and Diversity, Aram Bethany – Yun-Casalilla Bartolomé, 2014). Senza contare i prestigiosi pezzi di porcellana e argento necessari per il servizio, tra tazze, cioccolatiera e trembleuse, ovvero il vassoio.
Nel secondo Settecento, in un momento in cui si teorizzava la ripresa dell’economia del Regno di Napoli dopo gli anni del vicereame, il lusso venne interpretato dagli esimi economisti Ferdinando Galiani e Antonio Genovesi come fratello alla terrena felicità, e i beni di lusso quali stimolo per la prosperità nazionale, capaci di dare slancio alla società. Giuseppe Maria Galanti, nel 1771, rilevò che il Bilancio del Commercio esterno del Regno, fatto d’ordine del Re, riportava una spesa davvero elevata per l’importazione di cacao, in quantità quasi tripla rispetto al caffè.
A Napoli e a Firenze, in particolar modo, conquistò grande fama il sorbetto di cioccolata, consigliato a fine pasto o durante il pomeriggio dai medici per favorire la digestione. Proprio nel gennaio del 1771 la colta scrittrice inglese Lady Anne Miller, in viaggio a Napoli, annotò nel dettagliato racconto di un ballo di corte dato dall’austriaca regina Maria Carolina alla Reggia di Caserta che dopo le danze, per la cena di mezzanotte, fu servita la cena, conclusa con un abbondante scelta di dessert di cui faceva parte anche la cioccolata ghiacciata (Letters from Italy, 1771, Londra). Alimento freddo, non caldo, anche se non è chiaro se si trattasse di sorbetto o gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte, prodotti di cui Napoli era precorritrice. Proprio nella capitale borbonica, nel 1775, Il medico Filippo Baldini, pubblicò il saggio De’ Sorbetti, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, in cui sosteneva che “l’uso dei gelati aromatici molto dee convenire, come rimedi” per riattivare la circolazione del sangue di quanti erano soggetti a timore e mestizia, e che tra i sorbetti aromatici il più eccellente era quello di cioccolato.
Nel 1794 il noto cuoco di origini pugliesi Vincenzo Corrado, tra i primissimi a scrivere ricette a base di cacao, pubblicò a Napoli Il credenziere di buon gusto – La manovra della cioccolata e del caffè, un trattato in cui insegnava a selezionare, dosare e unire gli ingredienti ponendo attenzione alla qualità e alla corretta esecuzione del complesso procedimento per ottenere il miglior risultato, gustoso al palato e assai digeribile. Dopo di lui, il napoletano Ippolito Cavalcanti testimoniò che nei confini del Regno di Napoli, come in Francia, si usava servire cioccolata alla fine dei pranzi ufficiali.
L’industrializzazione ottocentesca del cioccolato fece esplodere il consumo di cioccolatini e barrette, cioccolata in forma solida che relegò la bevanda in secondo piano rispetto al caffè. Napoli non poteva non essere protagonista del processo di modernizzazione: nella Rivista Contemporanea del 1859, cioè alla vigilia dell’Unità, due sole fabbriche lavoravano a macchina la “cioccolatta”, una a Nizza, allora ancora italiana, e un’altra proprio a Napoli, quella del signor Clouet.
Trentacinque anni dopo, dalla cittadina piemontese di Alba, il cioccolatiere di origine svizzera Isidoro Odin si trasferì proprio a Napoli con la compagna Onorina Gay per aprire una bottega tutta sua in pieno centro, dando origine alla gloriosa storia del cioccolato napoletano di Gay Odin.
Nel solco della storia si inserisce oggi la maestra pasticciera Anna Chiavazzo, che nel suo laboratorio casertano di Casapulla ha dato vita a tre praline ripiene dedicate a tre donne della Reggia di Caserta: le regine Maria Amalia di Sassonia e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena e Lady Emma Hamilton. Loro, di cioccolata, ne bevvero certamente in buona quantità alla corte di Napoli.

Guida Feltrinelli “Bocca style”

Angelo Forgione – Se non fosse defunto anni fa, ci sarebbe da pensare che la guida “Italia del Sud e Isole” di Feltrinelli, di cui si parla in queste ore circa le stroncature a #Caserta, i suoi dintorni e la Reggia, l’abbia scritta Giorgio Bocca, che anni fa, in una puntata di Passepartout di Philippe Daverio, definì il Real Palazzo borbonico “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”, prendendosela con i sovrani napoletani, “dei megalomani” perché invece di dedicarsi alle poste e telegrafi realizzarono palazzi e musei.
Alla stessa maniera, gli autori di casa Feltrinelli sostengono che la Reggia di Caserta è “una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”, e che gli appartamenti stessi “sono una grandiosa sfilata di stanze sovraccariche di dipinti e stucchi e arredate con qualche mobile in stile Impero, moda importata dalla Francia, con grandi, imperiose statue classiche e ritratti compiaciuti della dinastia borbonica”.
Vorrei dire al miope allievo di Bocca di casa Feltrinelli che l’ispirazione artistica di Luigi Vanvitelli è cosa sacra, e che il genio settecentesco ha lasciato ai posteri il monumento napolitano per il mondo. E gli direi che gli arredi in stile Impero furono una conseguenza del trono di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che Ferdinando di Borbone, rientrando col Congresso di Vienna, mantenne, facendo rimuovere i soli ritratti dei predecessori. E li mantenne perché più alla moda del tempo ottocentesco, una moda francese nata però sotto l’influenza di Napoli e degli scavi vesuviani. Una moda che aveva imposto Napoleone per celebrare la sua ascesa, facendo sì che il neoclassicismo di matrice ercolanese-pompeiana (ispirato proprio da Vanvitelli e applicato dai suoi allievi) fosse declinato dagli architetti transalpini in maniera più maestosa, riprendendo i primi stilemi ispirati alle romanità vesuviane, poi indirizzati da Giovan Battista Piranesi all’architettura greca di Paestum. Napoleone si era innamorato del Neoclassicismo vedendo i nuovi monumenti costruiti a Milano da Giuseppe Piermarini, allievo di Vanvitelli (prima a Roma e poi a Napoli-Caserta) che aveva portato i fermenti di Napoli nella città lombarda. Da Napoli a Milano, da Milano a Parigi, da Parigi di nuovo a Napoli.
Su tutto il resto soprassiedo. L’ignorante allievo di Bocca di casa Feltrinelli ha data sfoggio del suo spessore culturale e non è il caso di dibattere d’altro. Non soprassiedo invece su Feltrinelli, che prima di mandare in libreria una pubblicazione ne dovrebbe verificare i contenuti e vietare la pubblicazione di contenuti offensivi che potrebbero recare danno all’immagine turistica, e non solo, di un territorio.

La parità dei sessi nel Regno di Napoli

Angelo Forgione La Festa della Donna, l’8 marzo, non avrebbe avuto senso in una comunità settecentesca del Regno di Napoli, dove fu fatto valere, per la prima volta nella storia, il principio della parità dei sessi. Nella Real Colonia delle seterie di San Leucio, nei pressi della Reggia di Caserta, come mai prima di allora, la donna valeva per legge esattamente quanto l’uomo, e i matrimoni potevano essere contratti per sentimento invece che per scelta genitoriale.
Lì, nel 1789, mentre a Parigi scoppiava la Rivoluzione, fu promulgato il Codice leuciano per il buon governo degli abitanti del borgo, faro d’avanguardia per il sistema sociale dell’intera Europa.

“Nessun di voi pertanto, sia uomo, sia donna, presuma mai pretendere a contrassegni di distinzione, se non ha esemplarità di costume, ed eccellenza di mestiere […]”

In un’epoca in cui i matrimoni erano forzati per casta e rango, lo Statuto di San Leucio rivoluzionò anche le scelte sentimentali, prevedendo che i giovani potessero sposarsi per libera scelta, senza consenso dei genitori e per volontà delle donne, cui spettava l’ultima parola.

“Nella scelta non si mischino punto i Genitori, ma sia libera dei giovini, da confermarsi nella seguente maniera. […]”

In occasione della messa solenne del giorno di Pentecoste, in Santa Maria delle Grazie, nel quartiere della vaccheria, andavano posti all’ingresso della chiesa dei canestri pieni di rose precedentemente benedette all’altare, bianche per gli uomini e rosse per le donne. Al termine della funzione, davanti a tutti, i pretendenti avrebbero donato un fiore alle future spose, che avrebbero dovuto rispondere con il proprio bocciolo, da portare al petto fino alla sera e innanzi al parroco per la registrazione della parola. Gli sposi, entrambi avviati al mestiere, avrebbero ricevuto in dote un’accogliente casa con servizi igienici, giardino e quant’altro necessario per i comodi della vita.

“Capo di questa Società coniugale è l’uomo. Natura gli deferì questo dritto: ma gli proibì nel tempo stesso di opprimere, e di maltrattare la sua moglie: Con tuono di maestà in ogni occasione gl’intima l’obbligo di amarla, di difenderla, e di garantirla da’ pericoli, a’ quali la sua debolezza la porterebbe. Il marito deve alla moglie la protezione, la vigilanza, la prevedenza, gli alimenti, e le fatiche più penose della vita. La moglie deve al marito la giusta deferenza, la tenera amicizia, e la cura sollecita per cimentare da più in più la cara unione. […]”

Il testo Origine della popolazione di San Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa fu voluto dalla regina Maria Carolina, scritto da Antonio Planelli su suggerimenti di Gaetano Filangieri e firmato da re Ferdinando. Con la sua visione di parità dei sessi, raggiunse gli entusiasti intellettuali europei. Solo due anni più tardi, nel 1791, la drammaturga Olympe de Gouges avrebbe pubblicato nella Parigi rivoluzionaria la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi considerato il primo testo giuridico femminista. Rivolgendosi a Maria Antonietta, rivendicò senza successo l’estensione alle donne dei diritti naturali assicurati all’uomo. Nel 1792, l’americana Mary Wollstonecraft pubblicò a Londra il libro Rivendicazione dei diritti della donna, il primissimo testo filosofico del femminismo liberale. Solo nel 1832 giunse la prima opera della filosofa inglese Harriet Hardy Taylor, esponente dell’emancipazionismo suffragista per la parità giuridica dei sessi. Parità che a San leucio, per ben dieci anni interrotti dai venti della Rivoluzione francese, era già stata una realtà.
Il mondo moderno prevede che una effettiva parità di genere potrebbe essere raggiunta entro il 2030. Se così sarà, saranno passati 241 anni dal momento del primo esperimento, quello che inaugurò il percorso verso le pari opportunità, attuandole concretamente in un tempo assolutamente diverso dal nostro.

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
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Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma cresce Napoli con il suo polo tutto ancora da sfruttare appieno, motivando le lusinghiere previsioni di Franceschini per il suo ritorno nell’élite internazionale.
La Campania, dunque, si conferma seconda regione e rafforza il suo dato con circa 850mila ingressi in più rispetto al dato del 2016. Ancora molte le potenzialità inespresse, ma crescono gli Scavi di Pompei, quelli di Ercolano e Paestum, la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale. Segnali confortanti anche per il Museo di Capodimonte a Napoli, ancora attardato, coi suoi noti problemi logistici, ma finalmente nella top-30.
Classifica confermata anche per la Toscana, terza sullo zoccolo di Firenze, che torna a crescere dopo la flessione del 2016, toccando quota 7.042.018 (+10,22%). Inattacabili i tre gradini del podio, anche per il Piemonte e per la Lombardia, regioni dalla crescita molto più contenuta, soprattutto la seconda, che non ha goduto del dato offerto lo scorso anno da Mantova, la Capitale Italiana della Cultura 2016.
I più alti tassi di crescita si sono registrati in Liguria (+25,93%) e in Puglia (+19,48%), mentre male il dato dell’Abruzzo (-11,96%), delle Marche (-4,29%) e dell’Umbria (-5,32%)
2017_mibact_museiI dieci luoghi della cultura più visitati nel 2017 sono stati il Colosseo/Foro Palatino (7.036.104), gli Scavi di Pompei (3.382.240); gli Uffizi (2.219.122), le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.623.690), Castel S.Angelo (1.155.244), la Venaria Reale (1.039.657), il Circuito Museale Boboli e Argenti (1.000.482), il Museo Egizio di Torino (845.237), la Reggia di Caserta (838.654) e Palazzo Pitti (579.640). Tra i primi dieci siti, la miglior crescita è della Reggia di Caserta (+22,80%), anche se resta stabile al nono posto, con uno scarto di 201.003 visitatori rispetto alla Venaria Reale di Torino (lo scorso anno erano 328.963).
Oltre la top-10 vi sono la Galleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Ercolano, Villa d’Este e Paestum. Al 30° posto spunta l’importante Museo di Capodimonte di Napoli, del cui complesso primeggia invece ancora il Parco tra i luoghi della cultura gratuiti più visitati, secondo solo al Pantheon di Roma.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
Notizie dunque positive, ma è bene ampliare lo sguardo almeno all’Europa e chiarire che i nostri musei e siti culturali, nonostante la crescita, non attirano come altri giganti dell’esposizione internazionale. Se storniamo Colosseo e Pompei, che non sono propriamente dei musei, il primo tale, ossia gli Uffizi, con i suoi 2,2 milioni di visitatori, è lontano dal Louvre (circa 9 milioni di ingressi), dal British Museum (6,7), dalla National Gallery (6,4) e pure dai Musei Vaticani (6,2), che non appartengono allo Stato italiano.

Come il caffè si fece napoletano

Angelo Forgione – Philippe Daverio, qualche tempo fa, ipotizzò che il caffè fosse partito da Costantinopoli, arrivato a Vienna, poi passato a Venezia e giunto, infine, a Napoli.

In realtà il caffè giunse in territorio vesuviano direttamente per mano dei mercanti veneziani, bypassando Vienna, ma non si diffuse come altrove. Il cuoco marchigiano Antonio Latini, nel trattato di cucina “Lo scalco alla moderna” scritto e pubblicato a Napoli nel 1694, cita il caffè come rimedio per i convalescenti. La Chiesa ne ostacolava l’uso per il colore e per le sue proprietà eccitanti, considerandolo portatore di malocchio e bevanda del diavolo. La forte corrente anticlericale partenopea del Settecento spazzò via anche certe dicerie.
Nel 1768 giunse a Napoli la viennese Maria Carolina D’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa d’Austria, data in sposa a Ferdinando IV di Borbone. Fu effettivamente lei, laica e di forti tendenze massoniche, a dare impulso massiccio all’importazione del caffè e a radicarne la tradizione nella cultura napoletana. La diplomazia asburgica aveva interpretato il matrimonio tra una Asburgo e un Borbone come strumento di sottrazione del Regno di Napoli dall’influenza spagnola, obiettivo politico che passò anche attraverso l’affermazione del costume viennese nell’etichetta di corte. La nuova autoritaria sovrana ingaggiò immediatamente una guerra intestina a corte con il primo ministro Bernardo Tanucci, rappresentante delle ingerenze del suocero Carlo di Borbone da Madrid, e il caffè assunse funzione diplomatica sull’asse Vienna-Napoli. La giovane nordica la esercitò immediatamente, tant’è che già nel 1771 la colta gentildonna inglese Lady Anne Miller annotò in un resoconto di un ballo di corte di aver visto alla Reggia di Caserta la sala del caffè, dove l’infuso veniva preparato e servito dietro alcune tavole da servitori in livrea bianca con berretti in testa.

“Appena la Regina si accorse che tutta la compagnia aveva cenato, si alzò e si avviò verso la sala del caffè, e così fecero quelli che ne desideravano. Le pareti sono coperte di scaffali sui quali vi sono tutte le qualità di liquori e vini greci. Vi sono tavole dietro alle quali stanno alcuni giovanotti con berretti e giacche bianche, che fanno e servono il caffè e altri rinfreschi. La Regina fu molto affabile con me, e quasi mi imbarazzò con la sua bontà; essendovi molta gente, e trovando una sedia vuota, mi sedetti, poi voltando la testa e accorgendomi che ero vicino a Sua Maestà mi alzai, ma essa, prendendomi per un braccio, mi obbligò a sedermi di nuovo, e siccome avevo una tazza di caffè, fu soltanto colla massima difficoltà che riuscii ad impedire che il suo contenuto si versasse sul vestito della Regina”.

approfondimenti sulla storia del caffè in Made in Naples (Magenes, 2013)

La qualità della vita, finché c’è vita

Angelo Forgione  –  Ogni anno sempre la stessa classifica sulla qualità della vita da parte de Il Sole 24 Ore, perché è sempre la stessa. Certo, questa provincia sale, quell’altra scende, ma si tratta di due mazzi di carte diversi che vengono mischiati separatamente. Il dato cronico è che nelle province del Nord la qualità dell’economia, più che della vita, è decisamente migliore che in quelle del Sud. E lo sappiamo. Un po’ è colpa dei meridionali, un bel po’ è colpa delle condizioni diverse che le due Italie vivono, e ormai ci siamo abituati.
Al Sud si vive peggio, senza dubbio, anzi, si sopravvive. Ma al Nord o si vive o si muore. Il Rapporto Osservasalute 2016, ad esempio, avverte: “la Provincia Autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Sardegna presentano valori particolarmente elevati di suicidialità e di soggetti ricoverati per disturbi pscichici e per disturbi alcol-correlati; la PA di Bolzano presenta anche valori elevati di consumo di farmaci antidepressivi. All’estremo opposto la Campania e la Calabria presentano i valori più bassi per tutti gli indicatori considerati”.
Le regioni del Mezzogiorno, Sicilia compresa, vincono su quelle del Nord. È tipico delle società dove la competizione sociale è meno accentuata, di quelle tendenti all’epicureismo, e la conferma sta nei numeri dei vari rapporti sulla salute mentale, che in certe classifiche non sono considerati.
Vi è certamente una sensibile differenza tra Nord e Sud in termini di offerta occupazionale, diritti e servizi, ma certe graduatorie nascono da un’elaborazione di dati e indicatori metodici di carattere economico anche discutibili, e persuadono gli italiani che si viva bene al Settentrione e male al Meridione. Certe classifiche sono uno dei diversi modi per spingere i giovani del Sud a disprezzare le loro città, a non migliorarle (e così si alimentano le colpe dei meridionali; ndr) e ad abbandonarle, convincendoli che il distacco dalla loro terra, oltre che essere necessario, sia quanto mai giusto.
Al Sud si sopravvive. Poi si emigra al Nord, e finalmente si vive, finché si vive.

Se la classifica de Il Sole 24 Ore dice Belluno, Aosta, Bolzano, Trieste in testa, vediamo cosa si dice in queste città.

Due Melannurche al giorno levano il medico di torno

Angelo Forgione – La Melannurca Campana IGP, la regina delle mele, esce dalla nicchia cui era stata spinta dalla cattiva informazione sulla “terra dei fuochi” e conquista i mercati. Ma le notizie positive su questo frutto non finisono qui. Uno studio del Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, pubblicato sul Journal of the Science of Food and Agriculture, accerta che l’assunzione di due Melannurche Igp al giorno, dopo solo otto settimane di somministrazione mirata sull’uomo, è in grado di riequilibrare il colesterolo plasmatico in maniera più efficace rispetto a tutte le altre mele presenti sul mercato. Gli studi sono ora concentrati sull’ottimizzazione di queste proprietà della Melannurca in un integratore nutraceutico, l’AppleMets HDL+, contenente l’equivalente di otto meleannurche, e ciò farebbe certamente da volano alle aziende produttrici e trasformatrici del territorio regionale. Un altro prodotto derivato si chiama AppleMets Hair, ed è efficace nello stimolo della crescita dei capelli. Contiene come attivo principale l’estratto ricco di procianidine della Melannurca Campana IGP e dai test svolti risulta aver prodotto risultati significativi in soli due mesi di assunzione sistemica. Gli studi presentati dimostrano che l’assunzione per via orale del prodotto è in grado di garantire effetti benefici senza apportare gli effetti indesiderati dei farmaci attualmente più utilizzati, che vanno dalle disfunzioni della sfera sessuale ai disturbi a carico del sistema cardiovascolare.