Quel Lazio in mezzo al mare che resta campano

Angelo Forgione Il 2 gennaio 1927, con un decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, veniva sancita la soppressione dei una delle province più vaste e storiche d’Italia, quella casertana di Terra di Lavoro, erede dell’omonima provincia del Regno delle Due Sicilie. Con l’operazione veniva fatto arretrare il confine settentrionale della Campania sulla linea del Garigliano. 102 comuni a sud del fiume venivano assegnati a Napoli; 15 comuni a nord, quelli dell’hinterland di Gaeta e dei comuni costieri fino a Minturno accorpati a Roma. Veniva creato così, a tavolino, il nuovo Lazio, sottraendo d’imperio territori alla Campania, all’Abruzzo e all’Umbria. Con 51 comuni attorno Sora nacque anche la nuova provincia di Frosinone, insieme ad altre 16 (Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni ovvero l’odierna Enna, Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Terni, Varese, Vercelli e Viterbo.

Il 26 maggio 1927 Benito Mussolini pronunciò alla Camera dei Deputati uno tra discorsi più significativi per l’affermazione del regime fascista, passato alla storia come il “discorso dell’Ascensione”. In quell’occasione fornì una giustificazione di ordine pubblico:

“I mazzoni sono una plaga che sta fra la provincia di Roma e quella di Roma, ex Caserta: terreno paludoso, stepposo, malarico, abitato da una popolazione che fin dai tempi dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di latrones”.

Dunque, la presenza dei malavitosi e l’incapacità dei poco fascisti amministratori locali di avversarli giustificavano la cancellazione di un’intera provincia. In realtà il vero intento fu chiarito dallo stesso Mussolini nello medesimo discorso:

“C’è stata una provincia soppressa che ha dato spettacolo superbo di composta disciplina, Caserta, che ha compreso che bisogna rassegnare ad essere un quartiere di Napoli”.

Frase chiarissima che sottintendeva alle forte volontà espansionistica di Roma, la capitale, e di Napoli, la città più popolosa d’Italia dall’Unità a quella parte ma ormai tendente allo spopolamento, piegata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia e schiacciata geograficamente tra le altre quattro province regionali e il mare. E infatti, al censimento del 1931, nonostante l’ingrandimento forzato, la provincia napoletana fece registrare solo un +3,8% di incremento demografico, mentre la sola città si vide storicamente superata da Milano in termini di popolazione residente, nonostante una più alta natalità. L’epocale sorpasso disse 831.781 napoletani e 960.682 milanesi. Da città più popolosa d’Italia a terza in un sol colpo, sopravanzata anche da Roma, a quota 916.858. La perdita del primato demografico, detenuto per secoli, significò per Napoli il tramonto dell’ultima eredità dell’antica capitale e l’insorgere della nostalgia per il ruolo di città più rappresentativa del Paese sottratto nell’immediato periodo post-unitario.

Nel 1934 fu istituita ancora una nuova provincia laziale, quella di Littoria, l’odierna Latina, nata dalle bonifiche delle famigerate paludi pontine, poi divenute agro pontino.

Nel frattempo, i dati evidenziavano il fallimento della propagandistica operazione fascista di ripescaggio dell’antico mito ottocentesco della “Grande Napoli”, poiché quella napoletana non era più un’aerea che attraeva e accoglieva come nel secolo precedente, e l’ingrandimento della sua provincia non era servita affatto ad arginare lo spopolamento nell’area cittadina. E così, a guerra finita, nel 1945, fu costituita la provincia di Caserta, una sorta di ricostituita Terra di Lavoro in versione ridotta, visto che ne restò fuori quello che le era stato tolto per ingrandire il Lazio.

Gaeta, Formia e Minturno, per esempio. E poi le isole di Ponza e Ventotene, facenti parte della provincia di Terra di Lavoro nel 1927 e poi assagnate opportunamente alla provincia di Napoli per ragioni territoriali e antropologiche, prima di essere assegnate nel 1937, tra le proteste, alla provincia di Littoria.

Gli abitanti delle due isole continuavano a sentirsi campani. Ischitani, per la precisione, visi gli usi, i costumi, le tradizioni e il dialetto derivanti dai tanti coloni ischitani tra i campani che nel Settecento erano andati a popolare quelle terre disabitate.
I ponzesi restarono amministrativamente laziali nel 1945, anche se continuavano a svolgere la maggior parte dei loro traffici commerciali con il porto di Napoli e non certo con Latina. Dal 1954 fu stabilito che i collegamenti con il porto partenopeo passassero da due settimanali a uno solo. L’unica corsa settimanale per Napoli fu tenuta fino al 1974, poi fu definitivamente soppressa, completando l’opera di de-napoletanizzazione amministrativa.

Ponza, come Ventotene, ancora oggi continua ad appartenere culturalmente all’arcipelago delle isole partenopee, nonostante l’alta presenza di turisti romani e laziali in genere. Tutto ciò che Ponza detiene per tradizione è di cultura campana, dialetto compreso, un napoletano certamente un po’ variato nel tempo per effetto dell’isolamento dalla “casa madre”. Lo dimostra Giuseppe Mazzella, figlio di genitori ponzesi emigrati come tanti a New York. Lui, con quel nome e cognome che la dicono lunga, è vissuto negli States fino al 1981, quando si è trasferito a Ponza e ha iniziato a fare l’autista di personaggi famosi. Joe Taxi, questo il suo nome d’arte, produce per sé dell’ottimo vino Biancolella, tipico vitigno ischitano esportato a Ponza, e conosce due lingue: quella statunitense e quella dell’isola delle sue origini. Per il romanissimo Claudio Amendola si tratta di ponzese. Napoletano, appunto.

La piazza più grande d’Italia? È a Caserta

piazza_reggia_caserta

Angelo Forgione 130mila metri quadri di prato con tre viali che verticalizzano sul portico/cannocchiale ottico della Reggia di Caserta. È l’antica piazza d’armi, oggi piazza Carlo di Borbone, un’ellisse progettata da Luigi Vanvitelli nella seconda metà del Settecento come piazza totalmente recintata per le parate e sistemata dal figlio Carlo nel primo Ottocento.
È la piazza più grande d’Italia, a prescindere dalla funzione pubblica che ricopre. Dietro, tre piazze di Milano, ovvero piazza Castello (95mila mq), largo Marinai d’Italia (78mila mq) e piazza della Repubblica (73mila mq), inframezzate dalla terza piazza più ampia della Penisola: Prato la Valle a Padova (88mila mq). Chiude la top 6 il largo più grande di Napoli, che non è il noto Plebiscito bensì la piazza Garibaldi (70mila mq). L’antico Largo di Palazzo, infatti, è sì il più bello e famoso dell’ex capitale partenopea ma solo il quarto spazio cittadino per estensione. “Soli” 25mila mq, circa un quinto dell’immenso piazzale casertano, costruito per volontà sovrana dei Borbone di Napoli quando Caserta, sostanzialmente, non c’era. Sorse disordinatamente a sud della Reggia senza seguire i dettami urbanistici che lo stesso Vanvitelli aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E state certi che sarebbe stata bellissima.

Piazze italiane oltre i 20mila mq di estensione
1) Piazza Carlo di Borbone – Caserta (130.000 mq)
2) Piazza Castello – Milano (95.000 mq)
3) Piazza Prato la Valle – Padova (88.600 mq)
4) Largo Marinai d’Italia – Milano (78.500 mq)
5) Piazza della Repubblica – Milano (73.500 mq)
6) Piazza Garibaldi – Napoli (70.000 mq)
7) Piazza del Campo del Palio – Asti (66.000 mq)
8) Spianata del Foro Italico – Palermo (62.500 mq)
9) Piazza Dante – Livorno (59.000 mq)
10) PIazza Vittorio Emanuele II – Roma (55.000 mq)
11) Piazza del Colosseo – Roma (45.500 mq)
12) Piazza dei Cinquecento – Roma (45.000 mq)
13) Piazza del Municipio – Napoli (42.000 mq)
14) Piazza Castello – Torino (35.000 mq)
15) Piazza san Giavanni in Laterano – Roma (33.000 mq)
16) Piazza Mercatale – Prato (33.000 mq)
17) Piazza Vittorio Veneto – Torino (31.000 mq)
18) Piazza d’Azeglio – Firenze (30.000 mq)
19) Piazza Duomo – Milano (28.500 mq)
20) Piazza Mercato – Napoli (28.000 mq)
21) Piazza Libertà – Salerno (27.000 mq)
22) Piazza del Plebiscito – Napoli (25.500 mq)
23) Piazza Bra – Verona (25.000 mq)
24) Piazza Duccio Galimberti – Cuneo (24.000 mq)
25) Piazza della Magione – Palermo (22.200 mq)

 

Colera e Corona: aveva ragione Feltri

Angelo Forgione Che sciagura il Coronavirus! E alla fine, obtorto collo, c’è pure da dare ragione al fanatico Vittorio Feltri, che il 21 febbraio, al principio del disastro lombardo, scrisse su twitter: “Da lombardo devo ammettere che invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera, roba piccola confronto al Corona”. La situazione poco chiara, coniugata al suo proverbiale “pregiudizio” anti-meridionali, aveva fatto pensare alle solite offese, al solito luogo comune del colera a Napoli. E invece, a oltre tre mesi da quell’allarme, il colera del 1973 nel Sud Italia, con focolaio vesuviano, appare davvero un fiammifero al cospetto dell’immenso rogo virale del 2020 che ha colpito pesantemente il Nord e particolarmente la Lombardia. In concreto, il colera causò soli 24 morti e 277 infettati tra Napoli, Caserta, Bari, Taranto, Foggia, Lecce, Brindisi e Cagliari, con qualche caso anche a Roma, Pescara, Firenze, Bologna e Milano. Numeri irrilevanti al cospetto del Covid-19, che ad oggi, a macabri conteggi ancora in corso, ha causato in Italia 33.415 decessi e 233.019 casi ufficiali. La Lombardia è evidentemente la regione più colpita, con 16.112 morti, la metà dell’Italia intera, e 88.968 contagiati certi. E come fai a non dare ragione a Vittorio Feltri?

colera-corona

Poi, allo stesso Feltri in avanti, è nato una sorta di revanscismo lombardo opposto a una certa campagna discriminatoria contro la Lombardia e Milano che non c’è mai stata. Una narrazione che ha francamente stufato! Una mera questione sanitaria tradotta da qualcuno in nuova discriminazione al contrario. Ma quale discriminazione? Non pare affatto che esista un sentimento d’odio verso una popolazione che merita solidarietà piena per i lutti subiti e originati dagli errori di qualche incapace nella stanza dei bottoni. Una volta che la Lombardia se la passa male per colpe della macchina politico-industriale salta fuori la storia dell’accanimento contro gli invidiati primi della classe. È piuttosto un’invenzione, un certo piagnisteo figlio di un fastidio intollerabile di chi lo prova, un peso insostenibile di una croce che qualcuno animato da un complesso di superiorità mai si sarebbe aspettato di dover portare sulle spalle, e non vuole affatto portarlo, per aver costretto l’Italia intera al blocco totale e aver messo l’economia del Paese in ginocchio.
Chi parla di discriminazione verso i lombardi e loro vicini non sa cos’è la discriminazione. Io che sono napoletano lo so, ma evidentemente non tutti sono al corrente di cosa è accaduto ai napoletani e ai meridionali durante e dopo l’epide­mia di colera scoppiata a fine agosto 1973 a Napoli, con altri focolai a Bari, Taranto e Cagliari. Forse servirà un po’ a tutti riavvolgere il nastro con pazienza per mettere in parallelo i due momenti.

I provvedimenti restrittivi all’arrivo del colera furono applicati solo nelle regioni “colerose”: rinvio dell’anno scolastico a novembre inoltrato, chiusura dei cinema, dei teatri e delle università. Per accedere alle Facoltà del Centro e del Nord, gli studenti provenienti dalle Regioni del Sud, anche quelle in cui l’epidemia non c’era, furono obbligati a presentare il certificato della vaccinazione anticolerica, e nessuno protestò per questo.
Inviati di importanti quotidiani del Nord, in un tempo in cui internet era solo fantascienza e non c’erano i programmi di Barbara D’Urso, si sbizzarrirono a descrivere Napoli e Bari con esagerazioni, fake-news e spesso con accenti razzisti.
Spinto dalla Regione Liguria, il Genoa chiese al Calcio Napoli di non recarsi a Genova per una partita di Coppa Italia. La Lega invertì i campi ma il Genoa si rifiutò di scendere a Napoli, così come il Verona evitò di recarsi a Bari, a costo di perdere a tavolino e prendersi delle penalizzazioni. Il capitano degli Azzurri, Antonio Juliano, napoletano purosangue, gridò tutto il suo sdegno alla stampa: “Ma cosa credono quelli del Nord? Hanno paura d’infettarsi giocando al calcio con noi? Sappiano che d’ora innanzi saremo noi a non voler andare più al Nord. Questa discriminazione ci umilia come uomini e specialmente come sportivi”.
Chi viaggiava da Sud a Nord per lavoro veniva tenuto a distanza, e neanche le mani gli si stringeva. Qualcuno si vide le porte degli alberghi chiuse in faccia per volontà di lombardi e piemontesi, o anche quelle di casa propria dai parenti nel caso di impavidi settentrionali reduci da viaggio di lavoro nelle regioni del contagio. Psicosi ben più eccessiva rispetto a quella da Covid-19, visto che la trasmissione della colera non avveniva per contatto sociale, e non c’era bisogno di mascherine e altri accorgimenti. Ci si poteva infettare ingerendo acqua o alimenti contaminati dalle feci di individui infetti e la paura del prossimo era totalmente immotivata e dettata da ignoranza e pregiudizio.
Il contagio da Covid-19 è invece diretto, per via orale, e contraddistingue un virus con altissima carica virale, quindi con alta trasmissibilità. Tutto il contrario del colera, e i numeri snocciolati lo dimostrano. Ed è per questo che chiedere sicurezza non è discriminare, non è voler ghettizzare una regione che un problema sanitario più ampio di altri ce l’ha, e non è ancora risolto, a quattro mesi dai primi casi. Un mese e mezzo, invece, ci vollero nel 1973 per risolvere l’epidemia di colera nella città più colpita, Napoli (a Barcellona in due anni).

Le cause del bubbone sanitario lombardo sono evidentemente dovute a ritardi ed errori governativi, mentre quelle dell’infezione del 1973 al Sud furono individuate in un’abbondante partita di cozze giunta sui mercati del Mezzogiorno dalla Tunisia, ascrivibili alla posizione geografica e non alle condizioni igienico-sanitarie e socioeconomiche, sulle quali invece si fece leva per discriminare. Nessuna colpa fu da assegnare alle città e ai cittadini meridionali ma nessuno se la prese con il Nordafrica. No, la colpa fu comunque lasciata ai napoletani, che mangiavano anche le cozze del loro mare, nelle quali non fu trovato alcuna traccia di vibrione. Eppure gli esperti, informati dall’OMS, sapevano che l’epidemia da vibrione “El Tor”, nell’ambito della settima pandemia, era partita dodici anni prima dall’Indonesia e stava transitando nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 e ancora oggi è in circolo. Altro che colpe napoletane!

colera

La scorretta informazione contribuì a far crollare il turismo e le conseguenze socio-economiche a Napoli furono pesantissime, con un meno novanta percento di presenze, recuperate solo a partire dal G7 del 1994, cioè ben ventun’anni più tardi.
Le squadre di calcio, compreso che l’epidemia non era tale bensì davvero poca cosa, tornarono presto a giocare contro il Napoli ma il colera sopravvisse nei cori e negli striscioni contro i napoletani, che non sono ancora finiti a circa cinquant’anni di distanza. Anzi, prima della sospensione del corrente campionato, proprio i tifosi bresciani, ignari di ciò che stava per accadere alla loro comunità, gridavano ” napoletano coronavirus,” mentre i napoletani, per tutta risposta, rispondevano con un eloquente “Nelle tragedie non c’è rivalità, uniti contro il Covid-19“. All’esterno dello stadio Meazza di Milano, qualche giorno prima, era apparso nottetempo lo striscione “Napoletani figli del colera, vi mettiamo in quarantena“. E come dimenticare le mascherine indossate dai tifosi milanisti a Napoli all’epoca dell’emergenza rifiuti, che poi era figlia di un patto scellerato tra camorra e imprenditoria settentrionale?

L’apertura della Lombardia, all’evidenza dei numeri, è un rischio per tutti che appare dettato da una sorta di sudditanza nei confronti di un territorio con un Pil importante che sa di poter puntare i piedi. Le pacate minacce del sindaco Sala ai sardi sono un segnale chiaro in tal senso. E però, a rivedere quel che successe al tempo del colera, con cicatrici ancora visibili sulla pelle dei napoletani, chissà come verrebbero trattati oggi i campani se al posto scomodo della Lombardia vi fosse la loro regione.
E qualcuno, in Pianura padana, pur soffre di discriminazione. Piuttosto, che questa storia cancelli mezzo secolo di offese ingiustificate ai napoletani e migliori tutti. Che dite, possiamo avere speranze?

Luigi Vanvitelli compie 320 anni

luigi_vanvitelliAngelo Forgione320 anni fa, il 12 maggio 1700, da madre napoletana e dal pittore vedutista olandese Gaspar van Wittel, nasceva a Napoli il grande genio dell’architettura del Settecento, artista crocevia tra tardo Barocco e Neoclassicismo, colui che, sotto l’influenza dei modelli ercolanensi e poi pompeiani, mutò il proprio gusto e poi quello europeo, trasformando dalle radici l’architettura del Vecchio Continente e d’Occidente.
Formatosi a Roma, si segnalò nell’arricchimento monumentale della città pontificia e di Ancona al servizio di papa Clemente XII. Ebbe la sua grande occasione quando fu chiamato nella natia Napoli da Carlo di Borbone per realizzare la nuova reggia-cittadella nella piana ai piedi dei Monti Tifatini a Nord della Capitale che doveva simboleggiare la completa indipendenza di Napoli da Madrid e la nascita effettiva, e non solo formale, della monarchia “nazionale” dei Borbone di Napoli. Dopo il rifiuto del troppo anziano Nicola Salvi, autore della Fontana di Trevi, toccò progettare e realizzare il monumento napoletano per il mondo proprio a lui, che con il Salvi aveva collaborato alla bellissima fontana romana. Il 20 gennaio del 1752 pose la prima pietra, proprio nel giorno del trentaseiesimo compleanno del Re, mentre avviava le ricerche delle sorgenti per la realizzazione dell’acquedotto per cui si spinse fino alle falde del Taburno, nel Beneventano, da dove fece partire i circa trentotto chilometri del mirabile Acquedotto Carolino lungo nove trafori e i Ponti della Valle, ispirati al Pont du Gard dell’acquedotto romano di Nîmes. L’architetto realizzò la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, con cui dimostrò anche le sue notevoli competenze ingegneristiche affinate al fianco del Salvi a Roma.
Guidò i lavori, compiuti da operai specializzati e da migliaia di galeotti musulmani del Nord-Africa catturati durante le scorribande piratesche lungo le coste del Regno. A supportare il grande architetto anche un’ampia cerchia di collaboratori e allievi fidati, uno dei quali, Giuseppe Piermarini, fu indicato alla corte austriaca per portare l’esperienza napoletana e la nuova architettura neoclassica, stimolata dai coevi scavi vesuviani, a Milano. Così, sulla scorta delle conoscenze maturate per la realizzazione vanvitelliana del teatrino di Corte di Caserta, un San Carlo in miniatura, nacque il teatro Alla Scala.

reggia_di_caserta

Per i Borbone, Luigi Vanvitelli realizzò a Napoli il Foro Carolino (l’attuale piazza Dante), il Quartiere di Cavalleria al ponte della Maddalena, la facciata e la sagrestia di S. Luigi di Palazzo (poi abbattuta), la chiesa di S.Marcellino, la chiesa della Rotonda (anch’essa demolita), la chiesa dell’Annunziata, la chiesa dei Padri della missione ai Vergini, il palazzo del marchese Genzano a Fontana Medina (oggi Palazzo Fondi), il palazzo del principe Doria d’Angri a Toledo, il restauro del Palazzo reale e il progetto di Villa Campolieto a Resina (terminato dal figlio). A Benevento fu chiamato per progettare il ponte sul Calore; a Barletta le saline; a Foggia il Palazzo della Dogana. Ma con i suoi gran capolavori, la Reggia borbonica e il suo Acquedotto, oggi patrimoni dell’Umanità Unesco, guadagnò l’immortal gloria, anche se non vide finito il Real Palazzo. Morì nel 1773 a Caserta, ed ereditarono la direzione dei lavori prima il figlio Carlo e poi Gaetano Genovese. Ci vollero circa cento anni per chiudere i cantieri, con qualche evidente “taglio” rispetto all’originario disegno. A dire stop fu Ferdinando II, nel 1847, impegnato a risanare il debito pubblico del Regno.

acquedotto_carolino

Purtroppo a Luigi Vanvitelli, artista angolare del Settecento, non è dedicata neanche una statua nella sua città natale, che si limita al toponimo della piazza principale nel quartiere collinare del Vomero (dove un monumento in suo onore ci starebbe invece benissimo). Onore che gli ha riservato Caserta, la città sorta disordinatamente attorno alla Reggia senza i dettami che lo stesso architetto aveva pensato e disegnato nel progetto generale. E sarebbe stata bellissima. Auguri, Gigino!

Napoli, Campania, Sud: la culla del vino

vino_vesuvio

Angelo ForgioneI vini del Nord, nel secolo scorso, hanno beneficiato di un vantaggio enorme su quelli del Sud nelle preferenze degli appassionati. Eppure i vini italiani sono nati nel Meridione, in quella Magna Grecia dove, tra il VII-VI secolo a.C., furono introdotte la vitis vinifere madri di quelle che ancora oggi danno i vini che beviamo. L’Aglianico, per esempio, è greco già nel nome: “ellenikon”, latinizzato “ellenico” e poi divenuto “allianico” in epoca aragonese, da cui “aglianico” per effetto della pronuncia spagnola della doppia elle. La Falanghina è vite vinifera che sempre i Greci introdussero sulle colline degli oggi detti Campi Flegrei, legandole a dei pali piantati nel terreno su più file e schierati come fossero una falange d’assalto, la tipica “falangae” del mondo ellenistico, da cui il nome dell’uva bianca Falanghina.
Aglianico è anche il Taurasi, greco come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino, i DOCG irpini ai quali si affianca quello beneventano, l’Aglianico del Taburno, a fare della Campania una delle regioni del Vino d’eccellenza.

La prima zona di produzione del vino in Italia è con tutta probabilità proprio la Campania, dove i Greci si spinsero per trovare la fertilità vulcanica. Gli Etruschi, che pure coltivavano la vite di tipo selvatico nelle zone centrali d’Italia, a contatto con i Greci conobbero i nuovi vitigni di origine orientale e li incrociarono con le varietà locali.
Strabone, nel suo Rerum Geographicarum del 18 dopo Cristo, descrisse un Vesuvio cinto tutt’intorno da campi coltivati. Qualche anno dopo la tragica eruzione del 79, un epigramma di Marco Valerio Marziale chiarì che i fecondi terreni vesuviani, prima della tragedia, erano in gran parte coltivati a vite, e descrisse un Vesuvio un tempo verdeggiante di vigneti ombrosi le cui pregiate uve avevano fatto traboccare le tinozze, sostenendo romanticamente che Bacco aveva amato il vulcano più dei nativi colli di Nisa prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.
Anfore e affreschi di Pompei ed Ercolano ci dicono proprio che i Romani, facendo tesoro dei vini greci, svilupparono enormemente la vitivinicoltura in Campania Felix, producendo vini flegrei, vesuviani, sorrentini e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica. Su tutti il Falernum (Falerno), “il vino degli imperatori”. Tra i tanti, bevevano anche il Trifolinum, un vino prodotto probabilmente sul colle che sovrastava Neapolis, ovvero l’attuale Vomero. Lo si evince leggendo Marziale e, più avanti, lo storico Scipione Mazzella nella Descrittione del Regno di Napoli scritta nel 1586, in cui si apprende che Trifolino (da trifoglio) era chiamato il monte dove nel Trecento fu costruita la Certosa di San Martino, volgarmente detto monte di Sant’Hermo (cioè di Sant’Erasmo), da cui San’Elmo.

Proprio osservando l’attuale Vomero, o monte Trifolino/Sant’Hermo, si può notare che una porzione di parete collinare è rimasta intatta. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, salvata dall’aggressione edilizia nei secoli a seguire e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010. Un vero e proprio territorio agricolo urbano coltivato a vite con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. Da quel pezzo incontaminato di Napoli vengono fuori litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gradito nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna a Napoli alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.

vigna_san_martino

Pezzi che parlano dell’antichissimo rapporto di Napoli con il vino a chi è più attento. Già, perché sono davvero in pochissimi, napoletani compresi, a sapere che la città di Napoli, dopo Vienna, è quella con più terreni coltivati a vite in Europa. Un primato a cui non ci si crederebbe, eppure la Napoli di oggi, un milione di persone accalcate, conserva ancora parte dei suoi antichi vigneti e li protegge nei suoi quartieri. La collina del Vomero e il declivio di Posillipo che degradano dolcemente verso il mare e sui Campi Flegrei, il cratere spento degli Astroni ad Agnano, il Maioriello di Capodimonte, i Camaldoli, Chiaiano e altri fazzoletti di città nascondono piccoli vigneti metropolitani, preziosi appezzamenti verdi, macchie più o meno grandi di eroici filari tra le costruzioni che colorano il paesaggio e ne diventano parte integrante. Un patrimonio salvato dall’estinzione di cui si parla poco e niente, ma che esiste in silenzio e resiste al trascorrere dei secoli. Una particolarità che conserva a sua volta un unicum napoletano molto apprezzato da enologi ed amanti del vino. Napoli, ma anche la sua provincia, presidiate dal Vesuvio e dai vulcani dei Campi Flegrei, costituiscono infatti uno dei pochi territori al mondo a preservare il tipo di coltivazione “a piede franco”, patrimonio genetico originario della vite europea, ossia la coltura senza l’impiego della vite americana come portainnesto. I filari napoletani di oggi sono davvero eredi diretti delle prime piante portate dai Greci in Campania, una rarità dovuta alla conformazione vulcanica del terreno sabbioso, caratteristica che da una parte rende il lavoro più difficile ma dall’altra ha consentito ai vigneti partenopei di tenere lontana l’aggressione parassitaria, quindi di preservare la biodiversità vegetale, la purezza dei vitigni e una maggiore concentrazione di profumi nelle uve, con sentori di mineralità e sapidità che rendono i vini di Napoli tipici e differenti, impossibili da produrre in altre zone del mondo.

Non solo a beneficio degli amanti del vino, è utile evidenziare che a Napoli, nella prima metà dell’Ottocento, fu istituita la Compagnia Enologica Industriale per il miglioramento della vinificazione del Regno delle Due Sicilie, il primo esempio di associazionismo applicato al perfezionamento dei vini attraverso l’approfondimento dell’enologia. I giornali italiani ne riportarono i successi ottenuti in pochi anni attraverso le sperimentazioni compiute nella fornitissima cantina nella zona di Piedigrotta, diffondendo in Toscana, in Lombardia, in Veneto e un po’ ovunque il desiderio di creare altre aggregazioni simili. La Società Enologica Lombardo-Veneta, costituita a Milano nel 1838, fu iniziativa di alcuni impresari locali decisi a fondare – si leggeva nell’atto costitutivo“una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie creata in Napoli, ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Con la regressione postunitaria causata dalle politiche filosettentrionali del Regno d’Italia i vini del Sud persero appeal. La decadenza sociale e politica di fine Ottocento, l’abbandono delle campagne meridionali, il contemporaneo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana, nonché l’aggressione della fillossera, causarono enorme danno alla produzione enologica del Sud, destinata ad essere terra di vini sfusi da taglio per equilibrare e irrobustire i vini settentrionali ma anche francesi. Mentre il vino dei Borbone, il Piedimonte, spariva, il vino dei Savoia, il Barolo, diventava “il Re dei vini”.

Oggi il Piedimonte è tornato in auge, riscoperto da un ventennio e ben rilanciato fino a rendere la sua versione contemporanea, il Pallagrello, un vino di buona tendenza. È uno dei tanti segnali della riscossa dei vini meridionali, che guadagnano sempre più posizioni nel gradimento del pubblico e nell’esportazioni. La Campania contribuisce alla crescita con l’eccellenza DOCG dei grandi vini irpini e beneventani, ai quali si aggiungono i vini DOC della provincia di Napoli, dell’area vesuviana, di Capri e Ischia, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano, dell’Aversano, della Costiera Amalfitana e del Cilento. Una regione culla del vino che, insieme alla Sicilia, alla Puglia, alla Basilicata e alla Calabria, ha rialzato la testa e la qualità delle sue bottiglie, con tutti il carico di storia che si portano dentro.

Caserta cancella Carlo III

Angelo Forgione – Brava Caserta. Brava a cancellare l’odonimo in onore di Carlo III di Borbone per l’enorme piazza antistante la Reggia di Caserta, la più grande d’Italia. Su proposta di tre assessori, lo slargo sarà intitolato a Carlo di Borbone. Voi direte: “e che differenza fa?”. Fa che il Re di Napoli era il non numerato Carlo di Borbone, dal 1734 al 1759, periodo in cui il sovrano rifiutò l’appellativo di Carlo VII per significare l’indipendenza napolitana, mentre la numerazione di Terzo indica il trono di Spagna, dal 1759 alla morte.
Revisionismo per revisionismo, è una questione di coerenza storica, perché gli odonimi dedicati a Carlo III dedicano piazze e strade a un re di Spagna e non a un re di Napoli. Carlo III di Napoli fu semmai Carlo di Durazzo (padre di Ladislao), sul trono napoletano dal 1382 al 1386. Indicare Carlo di Borbone come Terzo, anzi Tercero, fu subdola operazione di stampo risorgimentale per cancellare l’indipendenza borbonica del Regno di Napoli e farlo intendere quale vicereame straniero, e bene ha fatto Caserta a onorare la sua e nostra Storia. Dovrebbe farsi anche per il viale che conduce al Real Palazzo, e dovrebbe farsi anche Napoli per la piazza antistante il Real Albergo dei Poveri.
A proposito, cara Caserta, ma non dovevi restituire a Ferdinando II il ribattezzato corso Trieste?

piazza_reggia_caserta

Quando in piena psicosi da “terra dei fuochi” dicevamo che l’agroalimentare campano era sicuro

Angelo Forgione – Striscia la Notizia torna sul prodotto agroalimentare della Campania, quello colpito dalla psicosi da inquinamento della “Terra dei fuochi”, per chiarire che anche in zone contaminate da inquinanti e metalli pesanti non è in discussione la qualità di frutta e verdura, e lo fa con il supporto degli esperti, per i quali anche in terreni che dovessero risultare contaminati le piante crescono sane.

Clicca qui per vedere il servizio di Striscia la Notizia

Peccato, perché ricordo bene quanto fosse scorretta l’informazione fornita in piena esplosione del fenomeno criminale che causò una drammatica flessione di domanda di prodotto e la chiusura di centinaia di piccole e medie imprese per un danno, calcolato per difetto, di circa cento milioni di euro.

In quel periodo in cui nessuno voleva più mangiare frutta e verdura campana, e mentre il pentito Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi, diventava ospite fisso delle trasmissioni radical-chic preconizzando un’ecotombe da guerra atomica in pochi anni, sarebbe bastato dare voce agli agronomi e agli scienziati, gli stessi che si interpellano oggi. Io lo feci e, sfidando tutti, risposi all’appello della ricercatrice Paola Dama per provare a far capire che i prodotti campani erano sicuri a tavola, perché i frutti sono capaci di assorbire dalle piante ciò che serve loro per crescere e in quantità tali da non risultare nocivi. Sarebbe bastato chiarire che il vero problema per la salute, nei territori tra Caserta e Napoli, era (ed è) respirarne l’aria o berne l’acqua se attinta da falde acquifere inquinate, non certo mangiare i prodotti coltivati.

A quel tempo mettemmo in piedi il Festival del Pomodoro a Caivano e fummo i “pazzi” che andavano controcorrente, mentre tutti si alimentavano più di terrore che di prodotti della terra, nonostante il RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed), il sistema comunitario di allerta rapido per alimenti e mangimi, non lanciasse alcun tipo di allarme sui prodotti campani esportati.

Il nostro megafono non era né potente né sufficientemente amplificato, ma almeno continuammo a mangiare serenamente campano, e ci andava storto solo quando aziende come la cremonese Pomì pubblicavano l’immagine “pubblicitaria” dello Stivale italiano con un bel pomodoro tondo, lucido e rosso, a cavallo tra Lombardia ed Emilia, zona del comparto Nord del pomodoro da industria, nel bel mezzo della Pianura Padana, e il messaggio “Solo da qui. Solo Pomì”. E pazienza se la distesa padana era già stata indicata dall’Agenzia Comunitaria per l’Ambiente quale zona con l’aria più inquinata d’Europa, altro che fazzoletto di campagne tra Caserta e Napoli.
Proprio su quel palco di Caivano decisi di scrivere presto un libro sulla storia del pomodoro, veicolo di tanta insospettabile storia di Napoli, e che Dio benedica i napoletani per aver insegnato al mondo intero di quale ricchezza alimentare si trattasse, mentre un po’ tutti lo consideravano nocivo. Corsi e ricorsi storici.

pomodoro_dama_forgione

Whirlpool in rosso taglia l’eccellenza napoletana

Angelo Forgione Gli stabilimenti in Italia del gruppo statunitense Whirlpool sono quasi tutti sotto la capacità produttiva. L’azienda ha perso quote di mercato e i conti sono in rosso.
Via alle cessioni, e si comincia da Napoli, dove vengono realizzate le lavatrici di fascia alta. Una fabbrica di eccellenza, premiata nel 2012 come la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo per coinvolgimento delle risorse umane e capacità manageriale di trasferire ai dipendenti la strategia dell’azienda.

Dunque, si inizia a tagliare dall’eccellenza, non certo da un sito che produce male. Si comincia a dismettere da Sud, come sempre, ma poi vedrete che toccherà anche agli altri siti del gruppo. Perché gli statunitensi sono abituati a operare secondo le logiche del mercato internazionale, e se ne fregano degli accordi presi recentemente col governo italiano se gli obiettivi non sono stati raggiunti.

Ormai non c’è più la possibilità che certi elettrodomestici vengano prodotti in Europa occidentale, e men che meno in Italia, neanche se si tratta di produzione di alta gamma come quella di Napoli che garantisce margini di guadagno molto maggiori di quelli degli elettrodomestici destinati al mercato di massa.
È un problema di costi e di concorrenza cinese e, in generale, di altri mercati competivi. Ormai l’ovest europeo non è più concorrenziale, e i governi stanno abituando lentamente i loro operai a salari sempre più bassi e flessibilità per non soccombere alla produzione a basso costo dell’est. La domanda occidentale di prodotti di gamma alta è più bassa delle capacità produttive, e Napoli è esattamente il paradigma del problema.

La produzione delle migliori lavatrici Whirlpool, quelle made in Naples, sarà spostata in Polonia, che negli ultimi venti anni è diventata il centro della produzione di grandi elettrodomestici come lavatrici, frigoriferi, freezer e lavastoviglie, un po’ come la Cina lo è diventata per quelli più piccoli come ferri da stiro e forni a microonde. La manodopera polacca, quantunque cresciuta in quanto a costi rispetto a qualche anno fa, resta inferiore a quella italiana, così come il costo dell’energia, passando per la più bassa tassazione rispetto all’eccessiva pressione italiana ricca di balzelli.
La Polonia, insomma, favorisce lo sviluppo e l’occupazione, mentre l’Italia la ostacola. E non è un caso che quello polacco sia uno dei paesi più capaci di aggiudicarsi l’accesso ai fondi europei, mentre l’Italia è tra gli ultimi.

C’è da dismettere e si comincia dal sempre più desertificato Mezzogiorno, che sta tornando ai drammatici livelli del dopoguerra, quello delle valigie di cartone chiuse con lo spago. Fu allora che il varesino Giovanni Borghi scese a Napoli dalla Lombardia per un viaggio di lavoro, avvertendo il padre che sarebbe stato via per qualche giorno. Si innamorò della città e della sua umanità, e iniziò così la storia della fabbrica napoletana Ignis, rilevata nel 1991 dagli americani di Whirlpool.

whirlpool_italia

Rissa di Cadice, il festival della generalizzazione

Angelo Forgione – Rissa tra giovani studenti Erasmus all’esterno di una discoteca di Cadice, in Spagna, e via alla caccia alle streghe. La notizia, come inoltrata al Tg1, recita così:

“Tutti e quattro campani gli arrestati, due sono di Napoli”.

Come se essere di Napoli sia un’aggravante degna di essere sottolineata, mentre per gli altri due può essere anche risparmiata l’origine. La notizia la si legge così un po’ ovunque, e pazienza se il “napoletano” che ha mandato lo spagnolo in ospedale è in realtà di Villa di Briano (Caserta), e uno dei quattro non è neanche campano ma brasiliano di origine e residente a Catania.

il Giornale fa anche peggio, iniziando il pezzo così:

“È di Napoli l’autore del violentissimo calcio rifilato ad un giovane spagnolo durante la rissa scoppiata ieri mattina a Cadice”.

La notizia essenziale, dunque, non è aver individuato il colpevole ma aver individuato la provenienza del colpevole. L’avesse indovinata, almeno.

ilmessaggeroIl Messaggero è invece esemplare nel dimostrare il problema: nel sottotitolo definisce “napoletano” il colpevole, mentre nel pezzo si legge a chiare lettere che è di Villa di Briano, paesino del Casertano.

Guasti dell’informazione a parte, ciò che sgomenta della rissa non è solo l’atto incosciente di violenza portato dal ragazzo italiano che sferra un calcio alla testa dello spagnolo come se si trattasse di un Super Santos da colpire di collo pieno. Sconvolge anche l’addetto alla sicurezza della discoteca, che decide di non intervenire e di filmare tutto con lo smartphone, con freddezza singolare, nonostante una ragazza disperata gli chieda di agire.
Almeno ci ha consegnato un filmato che inchioda facilmente le responsabilità del “calciatore”, e che mostra, almeno nelle immagini carpite, tre spagnoli accerchiare un italiano, il quale prende un pugno in volto da dietro. Uno dei tre assalitori, visibilmente ubriaco,viene colpito da un ceffone in pieno viso dagli amici dell’aggredito e cade stordito, ed è allora che prende il calcio alla testa. Cosa sia successo prima, non si sa.
È una di quelle situazioni in cui non c’entrano le provenienze. L’idiozia non ha nazionalità. Quando due branchi – di cosa sceglietelo voi – vengono alle mani, la vigliaccheria anima l’istinto di sopravvivenza e la lucidità svanisce. Le bestie che decidono di scontrarsi in rissa, spesso sotto effetto di alcolici e stupefacenti, sanno come si comincia ma non come andrà a finire, e in certe situazioni è sempre il più sfortunato a rischiare la peggio. Se la vittima non fosse caduta a terra, le sorti sarebbero potute essere diverse, e forse anche la notizia sarebbe stata diversa. Ma il destino ha voluto che uno sconsiderato andasse in ospedale a limitare i danni permanenti e un altro sconsiderato in tribunale a rispondere di tentato omicidio. Due vite segnate.

Due anni fa un ragazzo fiorentino fu ucciso in una discoteca di Lloret de mar da un coetaneo di nazionalità cecena sotto l’effetto di alcol e droga, anch’egli “calciatore”. Tanto per dimostrare che di risse in discoteca è pieno il mondo, e non tutte vengono filmate… e che il comune denominatore è lo sballo, non la provenienza territoriale, che poi non è neanche napoletana.

Pezzi di storia di Napoli per risarcire la Russia

L’ambasciatore italiano in Russia, che poi è napoletano, inaugura una sede diplomatica a Voronezh, qualche centinaia di chilometri da Mosca, e scopre che nel museo cittadino sono custoditi preziosissimi volumi sulla storia del Regno di Napoli e sull’architettura vanvitelliana della Reggia di Caserta.
«Come mai si trovano qui?», ha chiesto il diplomatico Terracciano, e la risposta è stata: «Facevano parte dell’indennizzo per i danni di guerra provocati dagli italiani alla Russia».

 

Avete capito? L’Italia, per risarcire i russi, che tanto amano Napoli, ha ceduto loro alcune testimonianze del più bel palazzo del mondo, che in quegli anni veniva trascurato con insufficienti fondi per la manutenzione e veniva destinato per 800 ambienti su 1200 alla Scuola allievi ufficiali dell’Areonautica, e poi da due istituti scolastici superiori, con chiari danni visibili nel video dell’Istituto Luce qui di seguito:

 

 

 

.