Mertens merita la cittadinanza napoletana

mertens

Angelo ForgioneÈ il momento della celebrazione di Dries Mertens, autore del sorpasso numerico, in termini di marcature, ai “danni” di Sua Maestà Diego. Poi c’è la vita fuori dal rettangolo di gioco, ed è quella a fare l’uomo, la persona. Chi conosce Dries, sa che corre a giocare a “moglie e marito” dalla piccola Aurora in ospedale, va a sfamare i senzatetto di piazza Garibaldi con cartoni di pizza e a cibare i cani randagi al canile.
Il folletto belga è ormai napoletano a tutti gli effetti, incarnando ‘identità napoletana da lui apprezzata con passione e da tutti percepita attraverso il soprannome “Ciro”, che i napoletani gli hanno assegnato per riconoscergli la cittadinanza a furor di popolo. E una cittadinanza onoraria vera e propria il calciatore belga la meriterebbe dal Consiglio comunale di Napoli e dal sindaco De Magistris, che assai ne ha distribuite negli ultimi sette anni, forse troppe: ben 28. Mai così tante prima! Un’onorificenza che andrebbe concessa con parsimonia a personalità legate alla città per il proprio impegno e opere nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’industria, del lavoro, dell’istruzione e dello sport, ma inflazionata con conferimenti simbolici a qualche personaggio che poco o niente ha offerto alla valorizzazione dell’immagine cittadina. Restando però nel recinto sportivo, se è stata e conferita a Gökhan Inler perché, andando via, ha scritto una lettera di saluto alla città e ai tifosi azzurri, e a Kalidou Koulibaly perché rappresentante della natura antirazzista, multiculturale e multietnica di Napoli, la merita ampiamente anche e soprattutto Dries Mertens, per identità napoletana acquisita, ben interpretata e riconosciuta anche al di fuori dei confini locali e nazionali. Perché napoletano si nasce, vero, e non è neanche detto che lo si faccia davvero, ma “Ciro”, dalla fiamminga e nordica Lovanio, abbracciando il lifestyle partenopeo, ci dimostra che napoletano si può anche diventarlo.

E don Carlos disse «acqua per tutti!»

acquedotto_carolino

Angelo Forgione22 marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua. Sensibilità circa gli sprechi e necessità di fornirla a tutti. Questi i temi sollecitati, e non posso non ricordare che Napoli è stata la prima città al mondo a dotarsi di acqua corrente nelle case. E poi l’esempio dell’Acquedotto Carolino, la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, quando l’acqua mancava alla bellissima piana casertana ai piedi dei Monti Tifatini scelta da Carlo di Borbone per il nuovo Real Palazzo, quella che il Goethe avrebbe definito qualche anno più tardi “la più lussureggiante piana del mondo”.
Luigi Vanvitelli andò a prendersi l’acqua a una quarantina di chilimetri di distanza, alle sorgenti del Monte Fizzo, nel Beneventano, e realizzò un’impercettibile pendenza di poco più di un millimetro ogni metro per condurre l’acqua oltre la Valle di Maddaloni e compiere il lungo percorso idrico, tra grosse difficoltà costruttive e scetticismo di chi non aveva creduto che l’acqua sarebbe arrivata dal Taburno del Beneventano ai Monti Tifatini del Casertano.
Molto critici furono i lavori per i trafori, a causa delle esalazioni di anidride carbonica. Gli operai, galeotti musulmani del Nord-Africa catturati durante le scorribande piratesche lungo le coste, venivano assicurati con delle brache di cuoio in modo da essere tirati fuori in caso di soffocamento. Con il supporto dei più stimati studiosi e matematici del Regno di Napoli, le cassandre furono smentite tra lo stupore dei presenti all’inaugurazione, quando, dopo circa quattro ore di attesa, improvvisamente, le cascate iniziarono a prendere vita.
Solo un capriccio lussuoso? Macché! Vanvitelli, per volontà sovrana, assicurò la duplice utilità tipica delle realizzazioni borboniche: quella estetica, per lo straordinario giardino della Reggia, e quella sociale, per l’approvvigionamento idrico del Casertano. Non solo acqua salubre per i sofferenti villaggi attorno al distretto reale ma anche energia idraulica necessaria per le emergenti attività reali e private tutt’intorno, a partire dalla seterie di San Leucio. A Marcianise, il villaggio forse più assetato, fu in seguito realizzata una fontana di ringraziamento nella piazza centrale, la cosiddetta “Fontana dei Delfini”, opera dell’architetto Gaetano Barba, allievo dello stesso Vanvitelli.
Con la vita poteva svilupparsi, oltre alla cittadella amministrativa reale, anche una moderna cittadina, pensata e disegnata nel progetto urbanistico vanvitelliano, ma purtroppo cresciuta nel tempo con aspetto ben differente rispetto ai precisi dettami estetici originali. E inoltre, l’Acquedotto Carolino fu allacciato all’Acquedotto del Carmignano che, insieme a quello della Bolla, serviva Napoli, per rafforzare l’approvvigionamento idrico della Capitale.
Tutto frutto delle incredibili competenze ingegneristico-idrauliche di Luigi Vanvitelli, affinate collaborando alla realizzazione della Fontana di Trevi a Roma al fianco dell’amico Nicola Salvi, “Architetto dell’Acqua Vergine del Salone e suoi acquedotti e fontane”. Una fontana bellissima ma utile solo ad abbellire il centro della città papalina.
Pochissimi sanno che già nel 1836 i napoletani avevano a disposizione una media di 26 litri d’acqua al giorno, più di Parigi, che nello stesso periodo era afflitta dal sudiciume della sua gente, abituata a lavarsi nella maleodorante Senna o a non praticare alcun tipo di abluzione. Così come i londinesi nel Tamigi, dove venivano riversavati escrementi e rifiuti di ogni sorta, in una città che quell’acqua la beveva e in cui nel 1858 scoppiò la “Grande Puzza”.
Oggi, secondo i campioni analizzati da Altroconsumo, l’acqua del rubinetto più buona si beve proprio nella provincia di Caserta. L’abbondante fornitura è assicurata dall’Acquedotto della Campania Occidentale, che alimenta in parte anche i serbatoi di Capodimonte e Scudillo dell’Acquedotto di Napoli ed i serbatoi dell’Acquedotto Campano di S.Clemente e di Melito.
E la storia continua.

Alessandro Gassman: «Napoli faro di cultura per il Paese. Mi dà energia.»

Angelo Forgione È cosa normale che, in occasione di cerimonie di conferimento di cittadinanze onorarie, si spendano belle parole per il luogo che ti tributa un simile onore. Quando però ascolti Alessandro Gassman, nuovo cittadino onorario di Napoli, dire che i napoletani gli danno energia e che quando rientra nella sua Roma, i suoi concittadini gli sembrano «tristi, lenti, spenti», capisci che sta andando oltre le parole di circostanza, perché un conto è omaggiare chi ti omaggia e un altro è farlo a detrimento di chi ti ha dato i natali.

Aurelio e le storie tese

Angelo Forgione – Così De Laurentiis in un’intervista firmata da Aldo Cazzullo di due anni fa:
«Una volta un regista chiese a mio padre: “Ma perché Aurelio è sempre incazzato, sgradevole, duro?”. Lui rispose: “Vedi, tu non hai capito che, quando Aurelio manda qualcuno a fare in culo, si realizza”».
Questo racconto, evidentemente condiviso dallo stesso protagonista dell’osservazione, fa capire il personaggio. Un provocatore seriale al quale sfidare tutto e tutti non dà noia ma soddisfazione e piacere sottile. Ormai, a Napoli, i nemici crescono, e un po’ tutti lo isolano, nella speranza che lasci la città. Speranza vana: non lo farà mai. E allora o si impara a ignorarlo o si fa esclusivamente il suo gioco. E lo si sta facendo da oltre 10 anni.
Io sono francamente stufo di questo clima sempre più pesante, in cui il buonsenso manca un po’ a tutti, e preferisco parlare di ciò che dice il campo, dei segnali colti nella partita contro la Lazio. Mi appassiona il sapore dell’arrosto, non il fumo irrespirabile.

Guida Feltrinelli “Bocca style”

Angelo Forgione – Se non fosse defunto anni fa, ci sarebbe da pensare che la guida “Italia del Sud e Isole” di Feltrinelli, di cui si parla in queste ore circa le stroncature a #Caserta, i suoi dintorni e la Reggia, l’abbia scritta Giorgio Bocca, che anni fa, in una puntata di Passepartout di Philippe Daverio, definì il Real Palazzo borbonico “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”, prendendosela con i sovrani napoletani, “dei megalomani” perché invece di dedicarsi alle poste e telegrafi realizzarono palazzi e musei.
Alla stessa maniera, gli autori di casa Feltrinelli sostengono che la Reggia di Caserta è “una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”, e che gli appartamenti stessi “sono una grandiosa sfilata di stanze sovraccariche di dipinti e stucchi e arredate con qualche mobile in stile Impero, moda importata dalla Francia, con grandi, imperiose statue classiche e ritratti compiaciuti della dinastia borbonica”.
Vorrei dire al miope allievo di Bocca di casa Feltrinelli che l’ispirazione artistica di Luigi Vanvitelli è cosa sacra, e che il genio settecentesco ha lasciato ai posteri il monumento napolitano per il mondo. E gli direi che gli arredi in stile Impero furono una conseguenza del trono di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che Ferdinando di Borbone, rientrando col Congresso di Vienna, mantenne, facendo rimuovere i soli ritratti dei predecessori. E li mantenne perché più alla moda del tempo ottocentesco, una moda francese nata però sotto l’influenza di Napoli e degli scavi vesuviani. Una moda che aveva imposto Napoleone per celebrare la sua ascesa, facendo sì che il neoclassicismo di matrice ercolanese-pompeiana (ispirato proprio da Vanvitelli e applicato dai suoi allievi) fosse declinato dagli architetti transalpini in maniera più maestosa, riprendendo i primi stilemi ispirati alle romanità vesuviane, poi indirizzati da Giovan Battista Piranesi all’architettura greca di Paestum. Napoleone si era innamorato del Neoclassicismo vedendo i nuovi monumenti costruiti a Milano da Giuseppe Piermarini, allievo di Vanvitelli (prima a Roma e poi a Napoli-Caserta) che aveva portato i fermenti di Napoli nella città lombarda. Da Napoli a Milano, da Milano a Parigi, da Parigi di nuovo a Napoli.
Su tutto il resto soprassiedo. L’ignorante allievo di Bocca di casa Feltrinelli ha data sfoggio del suo spessore culturale e non è il caso di dibattere d’altro. Non soprassiedo invece su Feltrinelli, che prima di mandare in libreria una pubblicazione ne dovrebbe verificare i contenuti e vietare la pubblicazione di contenuti offensivi che potrebbero recare danno all’immagine turistica, e non solo, di un territorio.

Via al Governo dell’europeo e dell’africano

Angelo Forgione – Nasce il Governo giallo-verde e chissà che ne sarà. E se l’ascesa del Movimento Cinque Stelle era ampiamente annunciata dai risultati delle urne dell’ultimo decennio, la Lega (Nord) ad amministrare il Paese è un brutto segnale, frutto dell’accelerazione di un declino profondo. Ma è volontà popolare, e a questa bisogna sempre piegarsi.
Il Governo parte, e parte col sorriso di Mario Draghi, che si toglie lo sfizio di “espellere” il nemico Paolo Savona dall’Economia per costringerlo agli innocui Affari europei, dove potrà vigilare sull’applicazione delle norme e non formularle, e di farlo sostituire da Giovanni Tria, che non si capisce cos’abbia più dell’altro, di cui condivide l’analisi economica.
In questo ginepraio ci tocca persino dar parzialmente ragione a Juncker, che in una sessione del parlamento europeo ha detto: «Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere del Mezzogiorno, creare più lavoro, essere seri e combattere la corruzione. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si deve giocare a caricare di responsabilità l’Unione Europea. Un paese è un paese, una nazione è una nazione. I paesi vengono prima, poi viene l’Europa».
Juncker pone l’accento sul divario Nord-Sud, di quell’unicum che ci contraddistingue dal 1900, e che non ha eguali in Europa e nelle zone economicamente avanzate per durata e dimensione del fenomeno, e i politici italiani hanno pure il coraggio di dichiararsi offesi, nonostante il divario del Pil pro capite vada ampliandosi nell’Europa a più velocità, approssimandosi alle dimensioni del periodo della Seconda guerra mondiale, cioè il momento di picco massimo, dopo il sensibile assottigliamento degli anni Sessanta del boom economico.
Dobbiamo appellarci a Juncker per mettere a fuoco il vero problema dell’Italia, lo squilibrio interno tra Settentrione e Meridione, che viene prima degli squilibri continentali tra Nord-Europa e Mediterraneo. “Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto”, dice il presidente della Commissione Ue, ma neanche mi pare che l’Unione abbia mai stimolato un sistema di rilancio delle culle della cultura continentale, il Meridione d’Italia e la Grecia.
Non si è unita l’Italia e non si è unita l’Europa. E se l’Euro ha impoverito gli italiani, la Lira piemontese ha impoverito i meridionali.
Non può, oggi, il napoletano Di Maio sentirsi europeo quanto il milanese Salvini. Eppure, per paradosso, sono i timonieri di uno strano Governo-coacervo come mai lo avremmo immaginato.

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Peppino e Goldrake

Angelo Forgione Il 4 aprile del 1978, esattamente 40 anni fa, appariva sui teleschermi d’Italia il più amato tra i cartoons giapponesi: Goldrake. In realtà si chiamava Grendizer, ma la Rai acquistò la serie dalla tivù francese, dove era chiamato Goldorak. I transalpini mandarono il plico descrittivo della serie, che in Francia è detto “atlas”, e quelli di mamma Rai credettero che si chiamasse Atlas Ufo Robot. La sigla italiana ci entrò in testa, sbalordendoci con la fantasia dell’alimentazione a base di libri di cibernetica e insalate di matematica.
Negli anni di piombo italiani si inseriva l’eterna lotta tra il Bene e il Male a cartoni animati. Finì come doveva, con Actarus vincitore su Vega, liberatore dell’intera galassia per poi tornarsene su Fleed, il suo pianeta, lasciando la Terra in pace. Vennero altri eroi, che non valevano uno solo dei quattro corni di Goldrake, anche se in patria era battuto in quanto a fama da Mazinga.
A noi resta un’infinita nostalgia per una serie che segnò un’epoca, in tutto una settantina di puntate in tre blocchi stagionali, uno dei quali inserito nella trasmissione “Buonasera con Peppino De Filippo. Sì, il grande Peppino, con l’appena scomparso figlio Luigi, una quarantina di anni fa, davano l’annuncio più atteso della giornata a tutti i ragazzini d’Italia proprio come in una delle commedie del grande teatro napoletano. Nostalgia di tutto!

Luigi Necco, un napoletano perbene

Angelo Forgione Non mi piace la retorica dei lutti. Di Luigi Necco è superfluo dire che è stato, per i napoletani, il volto più atteso delle domeniche pomeriggio fatte di un calcio romantico. Non era un giornalista sportivo ma un uomo di cultura e amore per la verità prestato allo sport, ma lui non vi si abbandonò. Lo gambizzarono a colpi di pistola una domenica di novembre del 1981, all’uscita di un ristorante di Mercogliano prima di recarsi allo stadio di Avellino, perché aveva raccontato qualcosa di scomodo. Nel novembre del 1980, qualche giorno prima del tragico sisma irpino, il proprietario dell’Avellino, Antonio Sibilia, un ricco costruttore edile di Mercogliano, era passato a prendere il calciatore brasiliano Juary e lo aveva portato con sé al tribunale di Napoli, dove era in corso il processo al boss della camorra Raffaele Cutolo. Sibilia si era avvicinato alla cella con la giustificazione che il boss fosse un supertifoso dell’Avellino, lo aveva salutato con tre baci sulle guance prima di presentargli l’ignaro calciatore, cui era stato dato l’incarico di consegnargli una medaglia d’oro con incisa una dedica: “Con stima dalla società e dai suoi giocatori”. Necco aveva raccontato tutto e ne subì ritorsione. Nonostante la disavventura continuò a raccontare il calcio giocato col suo sorriso.
Amava l’archeologia e amava Napoli, ma questo lo sanno un po’ tutti. Quello che non si sa è che venne a presentare il mio libro sulla storia del calcio italiano qualche ora dopo un delicato intervento all’occhio cui si era sottoposto. Non si negò, nonostante fosse visibilmente frastornato e debilitato. Quel libro lo riteneva vero, come era lui, perché ricostruiva la verità del calcio, compreso il suo episodio, di cui non volle parlare ai presenti. Disse: «hai scritto tutto tu, qui parliamo di cose più allegre».
Era un Cittadino che si muoveva senza paura tra malavita, inciviltà e calcio, sempre, o quasi, col sorriso in volto e disponibile con tutti. 
Il 90° è scaduto anche per lui.
Grazie di tutto Gigi… a voi studio.

La lavatrice del Regno di Napoli

Angelo Forgione – Tra le cinque rivoluzioni borboniche chiarite in Made in Naples (Magenes, 2013) vi è anche quella industriale, e si fa menzione di ciò che l’Archivio di Stato di Napoli conserva e testimonia circa la produzione del Regno della Due Sicilie, lavatrici comprese. Sì, certo, a Napoli, nel 1850, i panni sporchi si mettevano già in lavatrice. Due, per la precisione, e di quelle enormi, che lavavano 2000 lenzuola e 1000 camicie a ciclo.
Nella pubblicazione Disamina eseguita dal Reale Istituto d’Incoraggiamento de’ saggi esposti nella solenne mostra industriale del 30 maggio 1853 (Napoli, 1855), al capo quinto “Macchine e strumenti vari, grandi meccanismi.” è descritto lo “Apparecchio per far bucato del signor Luigi Armingaud“, la prima lavatrice italiana e probabilmente la prima meccanica a motore in assoluto. Installata nel 1851 nel Real Albergo dei Poveri, era in grado di lavare 2000 lenzuola. Un modello gemello era installato nell’asilo di Santa Maria della Vita, e lavava 1000 camicie.
Nella Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie del 1851, al numero di ordine 2345, si legge che Ferdinando II, il 7 ottobre 1850, concesse “al Signor Luigi Armingaud privativa di anni cinque ne’ nostri reali dominii al di qua del Faro […] per l’introduzione della nuova macchina detta Turbine idraulico a spirale perfezionata, con la espressa condizione che debba valere pe’ soli turbini costruiti negli opificii del Regno […]”.
Tradizione rispettata, dal momento che la fabbrica di lavatrici Whirlpool di Napoli, qualche anno fa, è stata dichiarata la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo.

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Zubin Metha: «Bisogna compatire quel Nord che ignora la cultura del Sud e di Napoli»

Angelo Forgione Un trionfale “Concerto per l’Europa” quello tenuto il 3 giugno nel Duomo di Milano, con il grande direttore indiano Zubin Metha a condurre l’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli nella Sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, evento gratuito davanti a 5.000 spettatori che hanno tributato 15 minuti di applausi finali. Un ponte artistico tra Napoli e Milano che prova ad arrivare all’Europa attraverso la Musica, per condividere l’arte tra Nord e Sud.
Presente il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ma non il suo omologo milanese Beppe Sala, che ha delegato l’assessore alla viabilità, e neanche il presidente della Regione Lombardia Riccardo Maroni. Forse infastidito da certe assenze, Zubin Metha, da tempo innamorato di Napoli, del suo teatro e della sua cultura musicale, ha esternato prima del concerto il suo disappunto per le lacune culturali del Paese, affidandolo al Corriere del Mezzogiorno:

«So dei tanti pregiudizi sui napoletani e per questo spero ci siano molti leghisti tra gli spettatori in Duomo, e che al suono delle meravigliose note di Beethoven imparino quale sia la grandezza del San Carlo e di Napoli. Molti leghisti sono ignoranti, ovvero ignorano la cultura del Sud e di Napoli: vanno compatiti».

Problema di non soli leghisti, ma problema che appartiene sempre meno al musicista di Bombay, il quale ha aggiunto:

«Napoli è una città che sto conoscendo sempre meglio. Per esempio, ho appreso tardivamente, e me ne rammarico, che il Regno delle Due Sicilie non era sotto la dominazione spagnola, ma aveva sovrani napoletani. Sto amando la storia di Napoli».

(ph: Laura Ferrari)