Maradona “el napolitano” metafora di Napoli

maradona_sancarloAngelo Forgione Un fortunato poster di Napolimania, l’idea commerciale di Enrico Durazzo che vende centinaia di gadget, ripropone il Cenacolo di Leonardo in chiave partenopea, coi grandi napoletani dello spettacolo che hanno onorato la cultura della città nel Novecento. Sophia Loren al centro, a degustar leccornie made in Naples in compagnia di Totò, Eduardo, Peppino e Luca de Filippo, Vittorio de Sica, Nino Taranto, Massimo Troisi, Massimo Ranieri e Pino Daniele. A quel tavolo può ora sedersi a pieno titolo anche Diego Maradona, che diventa ufficialmente cittadino napoletano. Lo era già formalmente, ma da oggi anche de facto.

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Nella tipica ridda di opinioni che accompagnano gli spostamenti dei personaggi controversi e geniali come el pibe de oro, il conferimento della cittadinanza onoraria al più grande calciatore del Novecento appare un gesto dovuto per chi ha portato nel mondo il nome di Napoli nel periodo forse più buio della sua storia. Sì, perché manca, nel racconto della favola degli scudetti, la contestualizzazione di quei trionfi nel momento contingente vissuto da quella Napoli, all’apice di un decadimento amministrativo, economico, sociale e culturale senza precedenti, che aveva portato la città a toccare il fondo e ad essere considerata tra le più degradate e abbandonate metropoli d’Europa. Quando la città esplose di gioia non era certo quella di oggi, capace di vivere un interessante slancio turistico e culturale. Nel 1987 mancava il flusso turistico verso il Golfo, da un quindicennio e completamente, per via del danno d’immagine causato dalle cattive narrazioni del colera del 1973. Il territorio era continuamente proposto sui media per gli effetti più incancreniti dell’insanguinata guerra tra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri. Il terremoto del 1980 aveva portato in dote la gestione scriteriata degli stanziamenti per la ricostruzione, gestiti dalla politica per acquisire consenso elettorale, e i tempi si erano dilatati incredibilmente, lasciando incompleti molti progetti finanziati. Per il polo siderurgico di Bagnoli erano deflagrate le conseguenze delle sbagliata localizzazione in un’area inadatta all’esercizio di un impianto siderurgico moderno, e, impossibilitata a espandersi e modernizzarsi, era piombata in una crisi irreversibile che l’IRI “risolse” stabilendo la chiusura progressiva degli impianti a partire dal 1985. L’Alfa Romeo di Pomigliano, con la casa milanese in rosso, aveva lasciato a casa i suoi operai, e solo alla fine del 1986 lo Stato aveva ceduto tutto alla Fiat per salvare capra e cavoli. Tutto il malcontento degli anni Ottanta fu lenito da Maradona, sbarcato a Napoli in cambio di un gruzzolo pesantissimo che fu proprio la politica democristiana a mettere insieme, non il Napoli di Ferlaino, e lo fece per dare a un popolo ormai irrequieto e ribollente le giocate funamboliche del più estroso calciatore del mondo, quello che avrebbe potuto donare distrazione e felicità. Maradona fu una medicina sociale, e sortì gli effetti sperati col principio attivo della classe cristallina. Generò euforia, gioia e spensieratezza, facendo il Napoli campione nel campionato più importante dal mondo di quegli anni, e non vi fu appassionato di calcio al mondo che non associò il nome della città al nome del fuoriclasse universale, quando una delle capitali più ricche di storia e bellezze d’Europa era dimenticata da tutti.
Era probabilmente nel destino di Diego il matrimonio con Napoli. Non poteva starci certamente 
la Torino dell’industria, e neanche poteva sbocciare l’amore per l’altera Barcellona, la città chiusa e silenziosamente discriminatoria che condusse al riparo nella droga un ragazzo di Buenos Aires che era sbocciato nel povero Argentinos Juniors e che aveva sposato i colori proletari del Boca, contrapposto all’aristocratico River Plate. Nonostante le difficoltà ambientali e personali, l’amore sbocciò per la deindustrializzata e infamata Napoli, della quale fiutò la stessa intolleranza che credeva di essersi lasciato alle spalle in Catalogna, quella contro i sudaca, individuando nelle grandi squadre del Nord la rappresentazione del potere settentrionale da sabotare. Le sue intenzioni di fuggire da Napoli erano in realtà voglia di scappare all’estero, non in altre città d’Italia e non in squadre blasonate e pressanti. Era voglia di separarsi da Ferlaino, che non poteva separarsi da lui, pena il linciaggio. Per i napoletani non vi fu mai mancanza di amore, perché Diego sapeva che erano come lui. Con la città, la sua città, ha fatto pace dopo aver risolto la dipendenza dalla droga, nella sua seconda vita, e stando lontano dai suoi eccessi. Era giusto così, in fondo, lontano dalle folle asfissianti e dalle reclusioni, ma mai col cuore. La riconciliazione con Diego junior e ora l’abbraccio con la madre del figlio napoletano sono l’affresco di un uomo che ha fatto pace col suo passato e con la città dalla quale ha sempre ricevuto amore, ricambiandolo.
In fondo, la storia di Diego è anche la storia di Napoli: bellissima, incantevole, problematica, in procinto di mollare ma sempre capace di rialzarsi. Persino nel momento più basso della sua storia recente Parthenope ha fatto ben parlare di sé, grazie a Diego “el napolitano”, il Caravaggio del football, uno che mai sarà normale, proprio come Napoli.

Nessuno tocchi Cialdini e la Guerra al Sud

Angelo Forgione La recente revoca della cittadinanza napoletana onoraria al generale dell’esercito sardo Enrico Cialdini, conferita nel 1861 dal Decurionato di Napoli, ha prodotto la reazione di alcuni accademici, ancor più preoccupati dalla mozione del Movimento 5 Stelle che, nelle regioni del Sud, ha proposto una giornata della memoria per le vittime meridionali del Risorgimento.
A opporsi al “linciaggio” nei confronti di Cialdini è stato inizialmente Perluigi Romeo di Collaredo, dalle pagine di Storia in Rete n. 139 di maggio, accusando il consiglio comunale di Napoli  di seguire “una moda tanto ridicola quanto diffusa” che tende a sotterrare le figure dei protagonisti del Risorgimento sotto una montagna di luoghi comuni e invenzioni propagandistiche. Nel suo scritto, lo storico romano, oltre a dare una notizia infondata asserendo che “anche la Camera di Commercio ha deciso di togliere un busto del generale” (in realtà è il consiglio comunale ad aver deciso di chiedere la rimozione alla Camera di Commercio, che non pare averne intenzione), definisce l’atto finale della battaglia sferrata deliberatamente all’esercito napoletano da quello piemontese-lombardo, come “da entrambe le parti, una bella prova del valore italiano”, cioè indicando l’assedio di Gaeta, ovvero la conclusione di una  guerra voluta da italiani verso altri italiani, come dimostrazione di alto spirito italico. E assolve Cialdini non perché non abbia compiuto quel che gli si imputa, ovvero la repressione della resistenza meridionale in nome del diritto di rappresaglia, ma perché “fu duro come erano duri i generali nel suo secolo e non si comportò diversamente dai suoi contemporanei”. Romeo di Collaredo non nasconde certamente la parola “assedio”, la più corretta per descrivere la conclusione della conquista del Sud: “Oggi c’è chi si permette di accusare Cialdini di «crimini di guerra» per aver bombardato Gaeta, come se un assedio si faccia in modo diverso”. Ed è proprio l’assedio il punto nodale, perché il presupposto sta proprio nel considerare normale quello che non fu un processo democratico di Unità, che le gran parte delle masse popolari del Mezzogiorno non volevano, ma una vera e propria guerra piombata sulla testa di una legittima nazione di diritto. Aveva forse, il Regno di Sardegna, il divino diritto di invadere il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra? Certo che no, e perciò mandò avanti una spedizione irregolare, quella garibaldina, che avesse le finte spoglie di una rivoluzione popolare della quale raccogliere il testimone nel momento in cui l’opinione internazionale si fosse convinta che la volontà degli italiani fosse l’Italia Unita sotto la corona dei Savoia.
Alla reazione filo-risorgimentale si è accodato con due interventi in tre giorni su la Repubblica anche il salernitano Francesco Barbagallo, docente universitario a Napoli, dove vive. Il primo scritto contro il “neo-sudismo antiunitario”, nel quale si legge di obiettivo del Regno di Sardegna limitato all’Alta Italia. Non era quello un obiettivo dei piemontesi bensì dei protettori francesi, secondo gli accordi segreti di Plombières tra Cavour e Napoleone III, che erano subordinati alla volontà dell’Imperatore di cancellare gli austriaci dalla penisola italiana e instaurare la propria egomonia anche al Sud, magari sostituendo il Borbone con Luciano Murat, figlio di Gioacchino. Barbagallo non racconta che il piano fallì quando Napoleone III, preoccupato dalla possibile espansione del conflitto ingaggiato contro gli austriaci, concluse un armistizio con Francesco Giuseppe a Villafranca di Verona e gli lasciò il Veneto, violando gli accordi sardo-francesi e facendo venir meno in modo indiretto la necessità di preservare la legittimità e la sopravvivenza del Regno delle Due Sicilie. Nel secondo intervento, Barbagallo stigmatizza l’ignoranza su Cialdini del consiglio comunale di Napoli come e quanto Romeo di Collaredo, e se la prende col Movimento 5 Stelle per la richiesta d’istituzione di una giornata della memoria per il Sud, dove per Sud non si intende necessariamente briganti ma anche cittadini inermi, cioè bambini, donne, anziani trucidati, e pure i soldati che giurarono fedeltà per l’esercito del loro regno. Anche Barbagallo ammette che “fu una guerra feroce, da entrambe le parti”, una guerra che “fece più morti delle guerre d’indipendenza”. Possibile che si debba ancora considerare normale il presupposto di una guerra tra italiani, ai napolitani, più sanguinosa di quelle agli austriaci? Possibile che non si comprenda che il concetto di guerra, anche dopo un secolo e mezzo, non può aiutare a conseguire la necessaria unità ma semmai continua dividere per l’ostinata giustificazione a un’invasione e alle azioni di personaggi che del Sud avevano la peggiore considerazione?
Ciò detto, Romeo di Collaredo e Barbagallo hanno ragione a condannare il neo-sudismo che si accontenta della “guerra” a Cialdini, il quale era un esecutore. Che senso ha revocargli cittadinanza e cancellarlo dalle toponomastiche del Sud mentre i mandanti restano degli intoccabili nelle pagine di storia e sui piedistalli delle piazze d’Italia? Cialdini sta diventando il Moggi del Risorgimento. Certamente colpevole, ma non unico colpevole, tra tanti anche più colpevoli e impuniti.

Il Vesuvio rugge, revocata la cittadinanza onoraria a Cialdini

Angelo Forgione È stata approvata in giunta, su proposta del sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la cittadinanza onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali, responsabile dei massacri di civili a Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, del bombardamento di Gaeta e di altri atti dispotici e sanguinosi nel periodo dell’invasione sabauda nel Mezzogiorno d’Italia.
La revoca è stata decisa “come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia”.
La cittadinanza al Generale dell’esercito del Regno di Sardegna fu conferita il 21 Febbraio del 1861 dal Decurionato di Napoli, presieduto dall’allora sindaco Giuseppe Colonna, a conclusione dell’assedio di Gaeta che aveva decretato la scomparsa del Regno delle Due Sicilie. Giuseppe Colonna aveva “ereditato” la carica dal dimissionario Andrea Colonna, nominato Sindaco con decreto di Giuseppe Garibaldi del giorno 8 settembre 1860, al principio del periodo dittatoriale della Città.
Quando Cialdini si insediò in città, il 19 luglio 1861, proclamò minacciosamente: «quando rugge il Vesuvio, Portici trema», alludendo alla paura che egli incuteva nei confronti della nobiltà filoborbonica, ritiratasi nei paesi vesuviani per non vedere la cancellazione della patria napolitana. Quando il Generale lasciò, al termine della sua luogotenenza, disse: «Tolga il cielo che il mio soggiorno tra Voi sia stato di danno a queste belle Provincie». Sui muri della città i napoletani gli lasciarono un messaggio esplicito: «quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge». Il Vesuvio, evidentemente, dopo più di un secolo e mezzo, continua a ruggire.

De Laurentiis ride di discriminazione territoriale

In occasione del convegno “Cittadinanza sportiva”, Aurelio De Laurentiis ha detto la sua circa i cori di discriminazione territoriale.

«Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi».

Dichiarazioni che non condivido affatto perché si allineano ai Galliani, agli Agnelli, alle loro pletore e agli ultras, compresi quelli napoletani che si sono autoinsultati per dimostrare solidarietà ai “colleghi”, anteponendosi all’indignazione di gran parte del popolo. Napoli deve trovare il riscatto e il risveglio nei settori vitali che contano, per rispetto della sua grande e unica Storia e non certo perché qualche migliaia di idioti ignoranti la offendono a prescindere. Quei cori non sono un incitamento alla città ma a qualche catastrofe naturale che la colpisca. Napoli non è né colorosa né bisognosa di sapone incandescente ma deve “solo” travolgere gli impedimenti interni ed esterni per riprendere il cammino interrotto, e ciò dipende da lei ma non solo da lei. Di cultura e risorse ne ha da vendere, ed è tanta roba, di certo non alla portata delle tasche dei denigratori.
Se al presidente De Laurentiis queste cose non fanno freddo o caldo, e ci ride di gusto, allora dovremo considerarlo un forestiero in città. Detto da chi ha sottolineato tante sue riflessioni extracalcistiche (compreso il suo “i napoletani sono i vessati per eccellenza“) e gli ha regalato il proprio libro sulla grande Storia e sulla cultura napoletana.

PdG UNESCO, è polemica tra Comune e Associazioni

PdG UNESCO, è polemica tra Comune e Associazioni

leggi l’articolo su napoli.com

Piano di Gestione, una corsa contro il tempo per rientrare nei termini dell’ultimatum UNESCO fissato a Febbraio al fine di scongiurare l’esclusione del Centro Storico di Napoli dalla World heritage List, la lista dei siti patrimoni dell’Umanità. Il rischio sembrerebbe evitato perché il documento, a meno di clamorosi inciampi, dovrebbe essere presentato entro i termini.
Ciò che ora risultano “contraddittorie” sono le modalità con cui si sta provvedendo alla stesura del Piano di Gestione, operazione che per l’UNESCO stessa dovrebbe prevedere un’azione partecipata dell’intera struttura sociale, coinvolgendo cioè tutti i soggetti protagonisti del tessuto sociale del luogo di interesse, dalle istituzioni alla curia, passando per le associazioni. Ecco perchè V.A.N.T.O. e altre associazioni, nonostante le proteste dei mesi scorsi, non hanno aderito agli incontri indetti dal Comune con la cittadinanza per la discussione di un documento già formalmente redatto e, in quanto approntato in tutta fretta, semplicemente da ratificare.
Al Comune contestiamo il silenzio degli ultimi anni in cui da noi è trapelato forte il timore per un disinteresse e un silenzio sull’argomento che avrebbe potuto portare all’esclusione del centro storico di Napoli dalla lista dei siti UNESCO. Tutto tempo prezioso perso che invece si sarebbe potuto impegnare per discutere più approfonditamente con le parti interessate e approdare a un documento “ad hoc” di cui la città ha tanto bisogno, alla luce del degrado che regna nell’area UNESCO cui si è aggiunta una mortifera emergenza rifiuti, col risultato di una crisi del turismo che sta mettendo alle corde una città che invece su ciò potrebbe e dovrebbe puntare per risollevarsi.
In questo scenario, suona ancora più stonato il coinvolgimento di società settentrionali totalmente scollegate dalle problematiche del territorio, cui è affidata la remunerativa organizzazione dei servizi. In altri siti, peraltro di minore bellezza, importanza e complessità, si è prodotto un Piano di Gestione senza alcun travaglio o ultimatum, facendo ricorso alle sole risorse locali.
L’ennesima dimostrazione dello scollamento completo tra le istituzioni locali e la cittadinanza. In questi anni di gestione Iervolino, su questa e tante altre situazioni, abbiamo spesso richiamato l’attenzione incontrando però mortificanti silenzi. La nostra assenza è ora più che giustificata, inevitabile, dati i ritardi del Comune sulla questione. Speriamo solo che la montagna non partorisca il topolino.

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.
(Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio)
Responsabile per la città di Napoli del Parlamento del Sud

Sabato 18, corteo di protesta per la situazione rifiuti

Sabato 18, corteo di protesta per la situazione rifiuti

Sabato 18, il Movimento V.A.N.T.O. prenderà parte al corteo di protesta per la situazione rifiuti che partirà da Piazza dei Martiri (e che si unirà all’altro corteo proveniente da Piazza del Gesù).

Sarà un Natale in tono minore per una città ferita a morte dalla crisi rifiuti; alberghi vuoti e prenotazioni cancellate in una Napoli senza luminarie che ha sempre avuto nel periodo natalizio la propria stagione turistica d’oro.
La dignità dei cittadini è stata calpestata, privata della minima decenza e della normalità che è un diritto di ogni comunità che si ritenga civile.
Non è più il tempo di stare a guardare. I cittadini napoletani e campani hanno il dovere di scendere in piazza e far sentire la propria voce.

Sono invitate tutte le associazioni e i movimenti civici.

Vi aspettiamo!

NAPOLI – SABATO 18.12.2010 ore 16
MANIFESTAZIONI REGIONALI PER LA CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI
Due manifestazioni di protesta pubblica di tutti i cittadini per la tragica situazione dei rifiuti che confluiranno in piazza del Plebiscito.

per la manifestazione da PIAZZA DEI MARTIRI
Incontro alle 16.00 per marciare tutti UNITI lungo Via Chiaia fino ad arrivare in P.za Plebiscito

per la manifestazione da PIAZZA DEL GESU’
Incontro alle 16.00 per raggiungere Piazza del Plebiscito passando per Piazza Matteotti, Piazza municipio, San Carlo.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI
Denuncia corale, pacifica, apartitica, educativa e fortemente propositiva.

PARTECIPAZIONE

  • I cittadini di Napoli senza distinzione alcuna, vittime dell’attuale gestione dei rifiuti.
  • Gli abitanti di tutta la provincia, di Terzigno, Chiaiano, Giugliano, Acerra, Ponticelli, Pianura e più in generale dell’intera Campania, così duramente sconvolti con i loro territori da una politica dissennata e assente
  • Le associazioni, i movimenti, le categorie, i gruppi, che si riconoscono nel programma della manifestazione e che intendano allearsi per il raggiungimento degli obiettivi.

ESCLUSIONE

  • Partiti politici.

MISSIONE e SCOPI PRINCIPALI DELLA PROTESTA

  • Indignazione per il danno alla salute arrecato ai cittadini e alle generazioni future e per il degradante stato della città e della provincia ridotte a discarica a cielo aperto.
  • Denuncia dell’ingiusto carico tributario della tassa sui rifiuti corrispondente nei fatti ad un servizio non reso.
  • Riscatto dei napoletani agli occhi dell’Italia e del mondo, vittime e non artefici del degrado ambientale, ben disposti alla differenziata ma impossibilitati al farla.
  • Sostenere la protesta esemplare di Terzino, Giugliano, Pianura, Acerra, Ponticelli… a difesa del proprio territorio perché non sia isolata ma che valga, invece, a titolo di esempio per tutti.

 

TEMI PROPOSITIVI DELLA MANIFESTAZIONE

  • Raccolta differenziata obbligatoria e sanzionabile subito, con separazione dell’umido dall’indifferenziato e dai materiali riciclabili quali vetro, plastica, alluminio, cartone, carta, etc.
  • Impianti specifici per il compostaggio, per il trattamento della parte umida per la sua trasformazione naturale in concime.
  • Impianti sul modello “Vedelago”, per il trattamento del residuo indifferenziato secco, nel quale subisce un trattamento non inquinante di riduzione, estrusione e granulazione che lo converte in polvere granulosa, una “materia prima seconda”, cioè materiale a basso costo impiegato nell’industria plastica di stampaggio e in edilizia.
  • Educazione diffusa e capillare per tutta la popolazione alla corretta procedura da seguire.
  • Massima trasparenza sulle somme di danaro pubblico disponibili e/o da stanziare. Partecipazione alle scelte principali perché non siano appannaggio di lobby affaristiche dannose per gli interessi di cittadini.
  • Istituzione di un osservatorio permanente di controllo delle fasi del ciclo dei rifiuti ma, anche, di ricerca e di confronto tra i futuri sistemi di smaltimento e recupero dei rifiuti per efficienza, per costo e per effetti sulla salute.
  • Il CONAI ed i consorzi nati per favorire il riciclo dei materie prime non devono in nessun caso e per legge, rifornire di materiale gli inceneritori ed i termovalorizzatori esistenti sul territorio nazionale.
  • Vere bonifiche ambientali delle aree inquinate con un programma serio e con controlli periodici della sua attuazione.