La vera storia dell’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, che fu scontro

incontro_vairano_1Angelo Forgione – La storia dell’Italia unita è confusa e mistificata, e lo è pure sulla località casertana dell’incontro del 26 ottobre 1860 tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia, quando tutto ebbe inizio. I libri di storia riportano Teano, che in realtà è il luogo in cui i due si salutarono dopo aver cavalcato insieme. Il saluto d’incontro, invece, avvenne al Quadrivio della Catena, nei pressi di Caianello, dove prese il via la storica passeggiata a cavallo. Vairano Patenora, l’attuale comune in cui si trova il Quadrivio, festeggia il patriottico incontro, ma Teano continua a ritenersi il luogo dell’incontro e non quello del commiato. È annosa la disputa tra due comuni meridionali che si contendono il luogo in cui il Meridione fu conquistato dai piemontesi. In realtà, festeggiare sembra che interessi solo a Vairano e Teano, poiché nessun capo di Stato e nessun primo ministro ha mai presenziato alle loro celebrazioni per dire «qui è nata l’Italia». Del resto, l’edificio davanti al quale si incrociarono Garibaldi e Vittorio Emanuele II, la Taverna della Catena, è un monumento nazionale presentabile solo in facciata, mentre alle spalle è tutto un rudere in rovina che non interessa a nessuno, neanche ai proprietari, una famiglia di Napoli di cui fa parte l’olimpionico di canottaggio Davide Tizzano.
L’episodio è detto “incontro”, ma fu uno scontro tra un generale irregolare e un re invasore. L’occasione significò, a tutti gli effetti, il licenziamento di Garibaldi, al quale fu intimato di farsi da parte e tornarsene a Caprera poiché il Regno delle Due Sicilie, con una sovranità e una monarchia italiana legittime, era stato ormai occupato dai Mille con l’operazione massonica della sommossa popolare di carattere rivoluzionario e Vittorio Emanuele II doveva proseguire l’operazione unitaria in modo legittimo, secondo le volontà francesi e inglesi.
Tutt’altro che amichevole fu l’incontro, e si svolse in un’atmosfera tesissima. Garibaldi veniva da Napoli, dove aveva assicurato la corretta riuscita della farsa del plebiscito per l’annessione del Sud al Regno di Sardegna, che i Piemontesi ben sapevano non essere volontà della gran maggioranza delle popolazioni meridionali. Non era neanche la loro, in verità, al netto degli interessi in ballo, sprecandosi le eloquenti corrispondenze private tra gli uomini di governo in cui si discuteva della prossima unificazione. In una di queste, datata 17 ottobre 1860, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, aveva scritto al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. La contraffatta consultazione, pilotata dai brogli di Filippo Curletti, capo dell’intelligence di Cavour, e vigilata dai camorristi assoldati da Garibaldi per garantire l’ordine pubblico, si era svolta nella gran sala del Real Museo Mineralogico della Regia Università, nella strada di Mezzocannone, e aveva sancito la consegna del Sud ai Savoia al culmine della spedizione garibaldina, anch’essa garantita da ingenti finanziamenti dei britannici, interessati a defenestrare il Borbone per addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez. Il massone e anticlericale Garibaldi avrebbe voluto spingersi fino a Roma e allontanare anche il Papa con tutto il potere temporale, ma non aveva fatto i conti con la volontà di Napoleone III di difendere Pio IX. E perciò Cavour, costretto a obbedire alle volontà francesi, aveva mandato Vittorio Emanuele II in persona a fermare Garibaldi a Napoli, non necessitando dal nizzardo più di quanto non avesse già fatto.
Se avesse potuto, il condottiero delle camicie rosse avrebbe mandato al diavolo il Re di Sardegna, il quale, tra l’altro, da nord, arrivò al Quadrivio della Catena in anticipo, in compagnia di Farini e Fanti, cioè due tra gli uomini che più odiavano Garibaldi e che Garibaldi più odiava, e ingannò tempo e fame bivaccando nella Taverna della Catena, lì presente. Quando il Generale arrivò, salutò urlando «ecco il Re d’Italia», come a sottolineare che il sovrano di un piccolo stato lo stava diventando dell’intera Penisola grazie a lui. Il piemontese si rifiutò di passare in rassegna il seguito garibaldino, e i due iniziarono a passeggiare a cavalli affiancati in direzione di Teano, mentre il Savoia chiariva le modalità di chiusura dell’opera garibaldina.
Il 6 novembre, Garibaldi sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, e il giorno seguente, dopo un’asprissima discussione, sfilò con lui in carrozza lungo le strade della Capitale borbonica occupata, sotto una fitta e profetica pioggia. Garibaldi aveva chiesto di essere nominato viceré dell’Italia meridionale, ottenendo rifiuto, e aveva rifiutato, a sua volta, di diventare generale dell’esercito piemontese.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese.
Dopo circa tre anni, nel 1863, il torinese d’Azeglio, nella prefazione a “I miei ricordi”, scrisse: “pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Colui che con il “vaiuoloso” napoletano non avrebbe mai voluto avere nulla in comune individuò l’inevitabile fallimento dell’unificazione. I massoni posti a scrivere la nuova cultura patriottica, manipolando gli eventi e le parole, cambiarono quella frase per nascondere intenti e anche limiti dell’unificazione, trasformandola così: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. E così tutti la conoscono. E invece, quello di d’Azeglio fu tutt’altro che un invito al miglioramento, bensì la constatazione dell’invalicabile limite dell’Unità: l’impossibilità di creare l’italiano, il popolo unico e unito educato all’etica massonica e disincagliato dall’ignoranza della fede cattolica.
Garibaldi non fece segreto della gratitudine per i Fratelli di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò: «Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa». Si rese conto anche lui di cos’era l’Italia dei Savoia, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi: “[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

Una targa per celebrare l’antica amicizia tra Napoli e la Russia

Scoperta a Napoli, al principio della via Toledo, incrocio via Nardones, la targa commemorativa delle relazioni tra la città e San Pietroburgo, inaugurate nel 1777, quando a Napoli si trasferì il primo ambasciatore ad aver mai rappresentato la Russia sul suolo italico. Si trattava di Andrey Kirillovich Razumovsky, e prese domicilio proprio nel Palazzo Pescolanciano di via Nardones 188.

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Le relazioni divennero profonde e legarono da fraterna vicinanza il re Ferdinando di Borbone e l’Imperatrice Caterina II. Napoli divenne la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura. Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, furono maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali di San Pietroburgo, allora capitale russa. Nel 1794 il napoletano Josè de Ribas, nato dal matrimonio tra il console spagnolo e un’aristocratica irlandese, fondò la città di Odesso, col nome dell’antica colonia greca, sulla base di Khadjibev, un villaggio periferico sul Mar Nero. Fu l’Imperatrice a femminilizzare il nome di quella che divenne per sempre Odessa. Il legame tra i due Paesi, durante la riconquista del Regno da parte dei Borbone di Napoli dopo la repubblica giacobina del 1799, produsse l’aiuto militare russo a favore dell’Armata della Santa Fede del cardinale Ruffo.
Con il boom del gusto neoclassico, l’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovič perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli, riempì di monumenti San Pietroburgo, compreso il teatro Alexandrinsky, con facciata molto somigliante a quella del San Carlo, dove andarono in scena i successi napoletani. Il gemellaggio culturale Napoli-San Pietroburgo divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte la capitale russa, fu realizzata una fabbrica siderurgica identica a quella di Pietrarsa, visitata e tanto ammirata dallo Zar Nicola I, affettuosamente ospitato a Napoli da Ferdinando II alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina Aleksandra Fëdorovna di giovarsi del clima della Sicilia, e grato nel ricambiare con due pregevoli cavalli di bronzo con palafrenieri, identici alle statue di ornamento del ponte Aničkov di San Pietroburgo, che furono sistemati all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale, di fianco al San Carlo. A Napoli iniziarono a giungere grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le pregiate lavorazioni della pasta.
Durante la Guerra di Crimea, combattuta dal 1853 al 1856, la Russia si trovò a fronteggiare l’Impero ottomano, la Francia e il Regno Unito. La coalizione nemica chiese l’aiuto del Regno di Sardegna dei Savoia, che accettò volentieri per garantirsi potenti amicizie, e del Regno delle Due Sicilie, che rifiutò di combattere contro gli amici russi, dichiarandosi neutrale, salvo poi offrire alla flotta russa i propri porti nel Mediterraneo per i rifornimenti. Alla fine della guerra, persa dai russi, Inghilterra e Francia ritirarono i loro ambasciatori da Napoli, che divenne paese nemico da punire quanto prima. Dopo soli quattro anni fu organizzata la caduta dei Borbone attraverso il finanziamento dell’esercito irregolare di Garibaldi, cui fu affidato il compito di invadere il Regno delle Due Sicilie e consegnarlo ai Savoia.
Nel 1898, proprio davanti a un tramonto sul mare di Odessa, Eduardo Di Capua trovò l’ispirazione per musicare la celebre canzone-capolavoro ‘O Sole Mio, parolata da Giovanni Capurro.
Da qualche anno si è diffusa la conoscenza del significato dei “Cavalli Russi”, comunemente ma erroneamente detti “cavalli di bronzo”. Ora la nuova targa ribadisce quella che fu forse l’unica vera amicizia dell’antico Regno di Napoli, quella con l’impero Russo.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato l’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa in Italia, Sergey Sergeevich Razov, e il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

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la notizia alla televisione russa

 

Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

Angelo Forgione Nel mio recente libro Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017) grande attenzione ho prestato all’incidenza della Massoneria nei destini di Napoli, di Milano e dell’Italia unita. A prescindere dalla lettura del libro, mi preme evidenziare ai lettori del mio blog la figura di un uomo decisivo nelle sorti evolutive della Libera Muratoria italiana e negli eventi della cosiddetta “rivoluzione napoletana” del 1799, un personaggio di cui nessuno storico ha mai parlato, e così si è incancrenito un aspro dibattito tra due ideologie, quella filo-legittimista e quella filo-repubblicana.

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Sono trascorsi 217 anni da quei fatti che chiusero il triennio giacobino, ovvero il periodo che rese il territorio italiano quello di maggior radicamento delle ideologie patriottiche di Francia, e aprirono una lacerazione storica ancora aperta a distanza di più di due secoli, dividendo ideologicamente filo-giacobini e filo-borbonici del ventunesimo secolo. È però inaccettabile che in questo aspro dibattito, non solo napoletano, manchino ancora gli strumenti di lettura dei fatti, che non possono essere ridotti a un conflitto tra repubblicani e monarchici. Fu prima di tutto un conflitto animato dallo scontro tra Massoneria e Chiesa, se è vero che l’élite repubblicana napoletana fu ispirata in larghissima parte da certi ideali massonici, mentre il popolo, per ripristinare lo status quo monarchico, costituì l’Esercito della Santa Fede guidato dall’impavido cardinale calabrese Fabrizio Ruffo.
L’attivissima Massoneria napoletana del secondo Settecento, la più folta e attiva d’Italia, recitò un ruolo principale nella vicenda del Regno sotto Ferdinando di Borbone, ereditato dal padre nel 1759. Il giovane sovrano sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena nel 1768, proprio mentre i Fratelli napoletani iniziavano a tradire lo scopo della locale Massoneria cristiana e legittimista, quella di Raimondo de’ Sangro, e cioè il miglioramento dell’individuo, e deviavano verso il miglioramento del governo, impicciandosi di politica e dando vita a un laboratorio di idee per modernizzare l’apparato statale rifacendosi ai sistemi massonici stranieri di Francia, Gran Bretagna e Olanda. Alcuni di loro, tra cui Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano e Francescantonio Grimaldi, si legarono alle diverse logge nascenti, come pure la giovane Regina, che si circondò di uomini di Massoneria per sganciarli dalle dipendenze di altri paesi e promuovere la formazione di un partito di corte filo-austriaco, in modo da sottrarre il controllo politico al primo ministro Bernardo Tanucci, in frequente contatto con Carlo di Borbone a Madrid. Maria Carolina concesse il suo favore a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, il quale convinse gran parte dei Fratelli partenopei che un’attività latomistica dipendente dai centri stranieri fosse dannosa per la libera nazione napolitana e, godendo dell’appoggio della regnante, costituì nel 1773 la Gran Loggia Nazionale di Napoli, autonoma e cattolica, filoasburgica e antispagnola in fatto di politica estera e legittimista in quella interna. Si trattava chiaramente di una lotta ingaggiata tra logge nazionali di Francia, Inghilterra, Olanda e Austria per l’egemonia nel Mediterraneo, e Napoli era proprio lì, nel cuore dell’interesse geopolitico.
La situazione interna divenne esplosiva con la nascita dell’erede al trono Carlo Tito, nel gennaio 1775, evento con cui, secondo i trattati matrimoniali, si consentiva a Maria Carolina di partecipare al Consiglio di Stato con potere decisionale. Il Primo Ministro, a quel punto, s’impegnò in una feroce persecuzione della Massoneria per indebolire la viennese, che rispose fecendolo pensionare, così guadagnando di fatto la leadership politica.
L’alleanza fra Maria Carolina e i riformisti massoni non durò troppo e si incrinò per i favoritismi della Regina, sottratti a Francesco d’Aquino per offrirli al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello straniero, sempre più ingombrante e potente, entrò in contrasto con quella del napoletano, aprendo una crepa in cui si infilò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, appartenente all’Ordine degli Illuminati, una società occulta nata nel 1776 in Baviera. Si trattava di un’organizzazione paramassonica filo-rivoluzionaria, proibita per le sue idee politico-sociali estremiste e promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine internazionale. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, strategici territori perché governati dalla monarchia borbonica e dalla Chiesa cattolica, con la missione di turbare la Fratellanza napoletana e reclutare i massoni del sud della Penisola. Giunto a Napoli nel settembre del 1785 in veste di vero e proprio agente segreto, Münter incontrò diverse personalità di spicco vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel, rispettivamente medico personale e bibliotecaria della Regina. Approfittando dei malumori sorti, il danese esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e dovette essere convincente, visto che nel 1786 fu fondata La Philantropia, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli. In una lettera datata 28 giugno 1786, riportata dallo storico massone tedesco Georg Kloss nello scritto Freimaurerey in Italien di metà ottocento, quattro Fratelli napoletani, tra cui proprio il Maestro Venerabile Francesco Mario Pagano, chiesero di essere inseriti nel sistema degli Illuminati perché, spiegavano, dopo aver conosciuto Münter, gli altri sistemi non potevano più soddisfare i loro ideali.
Percorreva l’Italia anche Wolfgang Goethe, anch’egli vicino all’Illuminatismo bavarese. Nei suoi appunti di viaggio, il 20 dicembre 1786, l’intellettuale tedesco scrisse: Trovasi qui il dottore Münter di ritorno dal suo viaggio di Sicilia, ma io ignoro quale sia il suo scopo”. In realtà, un legame profondo univa Goethe e Münter, che erano stati iniziati nello stesso luogo, a Weimar, e nello stesso anno, nel 1783. Si può quindi ragionevolmente pensare che Goethe, interessato allo studio più che alla politica, conoscesse bene gli scopi di Münter, ma che si sia guardato bene da farne accenno per non svelare gli obiettivi della segreta missione. Il teologo rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, continuando a scambiare lettere con i napolitani, in una delle quali Gaetano Filangieri gli esternò la propria avversione al favoritismo di Maria Carolina per l’influente inglese John Acton.
Partito il Münter, nel 1788 approdò a Napoli un altro illuminato, il triestino Domenico Piatti, banchiere e industriale serico. Si impegnò anch’egli a influenzare i Fratelli napoletani, aprendo un salotto di conversazione per intellettuali, un importante circolo rivoluzionario a via Nardones, nel centro della Capitale. I frutti della semina di Münter erano pronti al raccolto. La sua azione a Napoli diede una più decisa impronta politico-eversiva alla massoneria napoletana, rendendola razionalista e in crescente contrasto con l’orientamento legittimista dei Fratelli più fedeli ai loro sovrani e alla cristianità. Sotto la sua azione, le logge napoletane divennero sette cospirative, e presero a modello la struttura interna, le aspirazioni e le pratiche rituali degli Illuminati di Baviera. Molti di coloro che aderirono alla loggia napoletana filo-bavarese erano proprio coloro che erano stati accolti a corte, a stretto contatto con Maria Carolina, o che avevano sostenuto la politica di Bernardo Tanucci, prima di abbandonare, con il passare del tempo, le posizioni monarchiche e sposare le idee repubblicane. Tra questi anche l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e agitatore delle logge calabresi, e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui si innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei vicini massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente. Furono proprio le logge calabresi, ispirate da Jeròcades, a fornire il primo nucleo di rivoluzionari. Poco bastò a Maria Carolina per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove e avverse tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento verso i circoli liberali e spinse Ferdinando ad opporvisi con un nuovo restrittivo editto anti-massonico, con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte.
Con l’assimilazione degli intenti repubblicani, fu automatica la trasformazione delle logge napoletane in centri di aggregazione di uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799. L’arrivo delle terribili milizie parigine costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo, mentre a Napoli il primo ad entrare in contatto coi vertici militari transalpini fu proprio Domenico Piatti, subito impiegato nella Tesoreria della costituita Repubblica Napoletana, deputato a ricevere soldi e oggetti preziosi da girare alle autorità francesi insieme alle opere d’arte e ai reperti archeologici di cui la città degli scavi era piena.
Quando cessò la protezione francese ai giacobini napoletani, garantita fino alla fine dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia, l’esperienza della Repubblica terminò, senza aver prodotto alcuna riforma durante i cinque mesi di governo slegato dal basso ceto e dall’identità locale. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, la resa dei conti fu repentina, e pure violenta, perché il salvacondotto inizialmente concesso fu cancellato dall’ammiraglio inglese Horatio Nelson, celebre vincitore delle battaglia navale di Abukir contro Napoleoneche agì in un’ottica molto precisa, ovvero quella di innescare una vantaggiosa reazione d’odio tra Napoli e la Francia attraverso la condanna a morte di centodiciannove repubblicani giacobini tra i più estremisti, compreso Domenico Piatti, Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel. E così, la coppia reale borbonica, che fin lì avevano modernizzato il Regno e proseguito il lavoro di Carlo di Borbone, passarono alla storia per la crudeltà dimostrata. Indubbiamente, parte della rappresentanza di una classe intellettuale partenopea apprezzata in Europa e oltre fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti, infatti, furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico da rigenerare in seguito. Molti esuli napoletani rientrarono all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone pronto ad esplodere e a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno periodo di Carboneria italiana, dopo aver assistito alle evoluzioni della Massoneria napoleonica e alla Restaurazione. Qualche anno fa, lo studioso napoletano Ruggiero Ferrara di Castiglione, docente universitario legato al Grande Oriente, ha donato al Servizio Biblioteca del GOI l’intera corrispondenza di Münter con i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820. Lì sono conservati tutti i particolari di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento individuale resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.

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Zubin Metha: «Bisogna compatire quel Nord che ignora la cultura del Sud e di Napoli»

Angelo Forgione Un trionfale “Concerto per l’Europa” quello tenuto il 3 giugno nel Duomo di Milano, con il grande direttore indiano Zubin Metha a condurre l’Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo di Napoli nella Sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, evento gratuito davanti a 5.000 spettatori che hanno tributato 15 minuti di applausi finali. Un ponte artistico tra Napoli e Milano che prova ad arrivare all’Europa attraverso la Musica, per condividere l’arte tra Nord e Sud.
Presente il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ma non il suo omologo milanese Beppe Sala, che ha delegato l’assessore alla viabilità, e neanche il presidente della Regione Lombardia Riccardo Maroni. Forse infastidito da certe assenze, Zubin Metha, da tempo innamorato di Napoli, del suo teatro e della sua cultura musicale, ha esternato prima del concerto il suo disappunto per le lacune culturali del Paese, affidandolo al Corriere del Mezzogiorno:

«So dei tanti pregiudizi sui napoletani e per questo spero ci siano molti leghisti tra gli spettatori in Duomo, e che al suono delle meravigliose note di Beethoven imparino quale sia la grandezza del San Carlo e di Napoli. Molti leghisti sono ignoranti, ovvero ignorano la cultura del Sud e di Napoli: vanno compatiti».

Problema di non soli leghisti, ma problema che appartiene sempre meno al musicista di Bombay, il quale ha aggiunto:

«Napoli è una città che sto conoscendo sempre meglio. Per esempio, ho appreso tardivamente, e me ne rammarico, che il Regno delle Due Sicilie non era sotto la dominazione spagnola, ma aveva sovrani napoletani. Sto amando la storia di Napoli».

(ph: Laura Ferrari)

Philippe Daverio: «Sono borbonico. La reazione di Napoli è necessaria».

Philippe Daverio, apprezzato e stimato critico d’arte d’origine alsaziana e di formazione milanese, ha più volte denunciato il fallimento della tutela del patrimonio artistico in Italia e la superiorità, in questo senso, delle Due Sicilie rispetto alla moderna nazione italica. E in un noto bar del quartiere Chiaja di Napoli si dichara «simpatizzante borbonico», schierandosi nettamente a favore della reazione napoletana alle bugie del Risorgimento e alla denigrazione di origine settentrionale.