Sasà Cafaro come Paolo Di Canio, lealtà sportiva senza ribalta

Angelo Forgione Un comportamento che insegna il valore della lealtà sportiva. L’ha tenuto Salvatore detto Sasà Cafaro, centrocampista del Casoria, nella semifinale di ritorno della Coppa Italia dilettanti contro il Giugliano.
Con la sua squadra in vantaggio 1-0 in trasferta, dopo lo 0-0 dell’andata, al minuto 32′ Cafaro è lanciato da un compagno verso la porta avversaria. Il difensore avversario Rosario Di Girolamo è in vantaggio di posizione ma all’improvviso rallenta, alza il braccio, si ferma e si accascia per un problema muscolare. Sasà capisce che si sta spalancando un’autostrada verso la porta ma decide di rinunciare ad involarsi solitario in direzione del portiere e di segnare, probabilmente, il raddoppio che può valere la qualificazione alla finalissima. La partita finirà con il risultato di 4-1 per il Giugliano.
In un calcio in cui al vertice si insegna che vincere è l’unica cosa che conta è nuovamente un napoletano, dopo Fabio Pisacane e la sua denuncia di tentata combine ad aprire le indagini sul calcioscommesse nel calcio professionistico, a insegnare i valori dello #sport e della correttezza dai quali non si dovrebbe mai prescindere.
Calcio minore, e Sasà Cafaro è senza ribalta. Farebbero bene le tivù nazionali a citarlo in questo week-end di calcio professionistico. Così, tanto per dare un esempio.

Francesco De Gregori: «Napoli dovrebbe essere la capitale d’Italia»

Angelo Forgione Che Napoli fosse l’unica città d’Italia degna di rappresentare veramente la sua capitale lo disse il francese Charles de Brosses nel 1740.

Che fosse la più grande capitale italiana, con monumenti splendidi degni delle prime capitali d’Europa, lo disse il milanese Giuseppe Ferrari nel 1860.

Che le si dovesse preferire la piccola Firenze nel ruolo di capitale d’Italia, perché dall’importante città vesuviana non si sarebbe potuto più uscire e si sarebbe dovuto rinunciare definitivamente a Roma, lo disse il piemontese Vittorio Emanuele II nel 1864.

E però un napoletano, Ruggero Bonghi, nel 1881, nel nascente “triangolo industriale” della nascente industria d’Italia, disse che Milano era la capitale morale, per decretarne la superiorità industriale sulla rivale Torino. E allora la capitale culturale iniziò a vivere all’ombra del duplice mito, quello della capitale morale dell’economia, appunto, e quello della capitale reale.

Ma Napoli capitale morale della Cultura ha resistito all’impoverimento d’Italia, strappata alle sue nobili radici, e persino alla soffocante ignoranza di chi, napoletani compresi, non sa. E pochi non sono.

“È l’unica capitale che abbiamo, un punto fondamentale per la cultura diffusa che scarseggia in Italia”, ha detto Cristina Comencini.
“La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana”, ha detto Elsa Morante.
E si potrebbe continuare a lungo, fino a Francesco De Gregori.

Minority Report made in Naples

Angelo Forgione Tempi duri per i ladri. Prevedere i reati predatori urbani non è più fantasia, grazie al napoletano Elia Lombardo, ispettore superiore di Polizia in servizio presso la Questura del capoluogo partenopeo, informatico autodidatta, che ha rifinito uno studio lungo un ventennio e ha prodotto un software a costo zero contenente un innovativo algoritmo per la previsione di scippi, rapine, furti, borseggi, truffe e danneggiamenti vari.
Si chiama XLAW©, dove la lettera X sta per variabile, ed è basato su una serie di dati incrociati che calcolano le probabilità per cui gli eventi possono verificarsi. I risultati vengono esaminati e poi trasmessi alla Squadra mobile, che può inviare una volante in attesa che l’evento si verifichi.
Il software, in funzione a Napoli dal 2011, ha consentito la riduzione del 22% dei reati predatori e un aumento del 24% degli arresti in flagranza di reato. Fornito poi alla questura di Prato, con percentuali di successo anche più alte. Da qualche giorno è in funzione a Venezia, dove ha immediatamente consentito di sventare un furto. Ci sono voluti pochi attimi per arrestare il ladro, proprio perché i poliziotti si trovavano già in zona per via dell’alert di XLAW©, che prevedeva tra le 3 e le 4 del mattino la possibile commissione di un reato predatorio in quell’area.
Lombardo non ama accostare il suo software alla fantascienza di Minority Report, e forse ha ragione, poiché la sua realtà pare proprio aver superato le lungimiranti fantasie di Philip Dick e Steven Spielberg.

Il conflitto intimo del giornalista tifoso Ruffo

Angelo Forgione – Confessioni di Federico Ruffo alla trasmissione LineaCalcio (Canale 8 Campania) dopo le intimidazioni e le minacce ricevute in seguito all’inchiesta della trasmissione Report (Rai3). Il giornalista confida di essere turbato dagli eventi e di non riuscire a trovare la voglia di rimettere i panni del tifoso (juventino).

«Io non riesco a vedere una partita (della Juve) dall’inizio alla fine. Non posso separare le due cose; il male che mi viene fatto ogni giorno (da ignoti e da irritati tifosi della Juventus) non può prescindere dal mio essere tifoso di questa squadra e guardarne le partite. Quello che mi porto dentro mi toglie la voglia di tifare, come ho fatto per quarant’anni.»

Nella confidenza c’è la coscienza di un uomo che è entrato in una vicenda torbida, in un cono d’ombra, e ha visto quanto non è possibile osservare da fuori. C’è la conoscenza che cambia l’approccio al mondo visibile, superficiale. La partita di calcio diventa così solo un aspetto marginale, trascurabile, del calcio stesso, non il suo acme.

Tratto da Dov’è la Vittoria:

Il rischio di chi racconta fatti e misfatti calcistici è quello di essere considerato fazioso, perché è ascoltato da tifosi, e i tifosi sono irrazionali, si irritano con chi narra brutte vicende che coinvolgono i colori amati e i loro idoli, in misura proporzionale all’inconfutabilità dei fenomeni. Più l’esposizione convince il lettore e più il tifoso che è in lui è chiamato dal proprio istinto a ribellarsi, a rifiutare di sapere; perché a tifare si inizia da bambini, e a quello stadio si resta nella fede calcistica.
«Almeno il Calcio lasciatemelo godere, non mischiatelo con altre faccende». Questo dice il tifoso più radicale, che non vuole che gli si rovini la ricreazione e perciò non vuole rendersi conto di ciò che accade al di fuori del rettangolo di gioco, accetta tutto, non s’indigna e nega persino l’evidenza. A scandalo in corso, tende a sperare che esso termini al più presto possibile, senza danni per la propria squadra, e magari con penalizzazione per le avversarie. È una sorta di soffocamento della coscienza che previene un possibile disturbo della psiche. Al contrario, lo sportivo vero, spesso tifoso razionale, non è un lottatore indefesso per il trionfo di una causa cieca, non è impermeabile all’offesa morale che umilia il senso della dignità. Di sportivi veri ce ne sono, e infatti, anche per disaffezione al mondo non sempre limpido del Calcio italiano, gli stadi nostrani, pieni fino agli anni Novanta, si sono svuotati e sono stati consegnati ai tifosi militanti delle curve.

 

Clicca qui per vedere l’intero intervento di Ruffo a Linea Calcio

 

Vicino a Ruffo nella follia del pallone

Angelo Forgione – Le parole pronunciate ad Agorà da Federico Ruffo, il reporter che ha condotto l’inchiesta di Report sui rapporti tra il mondo Juventus e quello della ‘ndrangheta, sono davvero chiarificatrici di un clima di follia che vive il nostro paese fondato sul pallone, sgonfio peraltro.

Ruffo è un giornalista di inchiesta al servizio di un programma attendibile, serio, prima ancora che tifoso della Juve. Un giornalista che per amore del suo lavoro e della verità non ha esitato a fare informazione e approfondimento su un lato oscuro della sua squadra del cuore. La conseguenza calcolata era che non avrebbe potuto più andare allo stadio, non avrebbe potuto più godersi una partita della sua squadra al bar o in un club. Rovinarsi la ricreazione non era un rinuncia impossibile per chi voleva fare il proprio lavoro, e bene, ed era niente in confronto all’ignominia delle intimidazioni che avrebbero preso piede. Ruffo le sta subendo. Dalle minacce e dagli insulti sul web, montati alle prime anticipazioni dell’inchiesta, si è passati alle vie di fatto. Benzina versata sulle scale della sua abitazione romana, non oltre la porta di casa solo perché il suo cane ha allontanato gli ignoti intrusi, non prima di aver verniciato una croce rossa sulla parete del ballatoio. Qualche esaltato che voleva “solo” spaventare Federico o qualcosa che avrebbe dovuto concludersi più drammaticamente?

foto: Il Mattino

A Ruffo esprimo la mia più completa vicinanza, e non è frase di circostanza, perché posso immaginare cosa stia patendo da un mese a questa parte. Da anni, e cioè da quando mi spendo nella mia attività in cui spesso analizzo fatti di calcio sotto il profilo sociologico, ricevo messaggi di insulti e minacce sul web, pubblici e privati, da parte di tifosi juventini. Almeno dal 2012, quando portai alla ribalta nazionale l’indegno servizio del TgR Piemonte in cui il giornalista Giampiero Amandola, all’esterno dello Juventus Stadium, invitava due supporters bianconeri a riconoscere dalla puzza i tifosi napoletani.

Offese scritte che non sono nulla rispetto all’odore di benzina che si è insinuato nella testa di Ruffo. Solidarietà da chi interpreta l’informazione come una questione seria e delicata, e poi c’è chi invece continua a puntare il dito su tutta la redazione di Report, in queste ore accusata dai tifosi juventini di aver architettato un complotto con la stampa napoletana perché si creasse un clima di odio nei confronti dell’ambiente bianconero.

Intimidazioni, minacce e violenze verbali hanno minato la serenità di un professionista che non campa di antijuventinismo ma di giornalismo, di quello serio e utile, non certo come quello di certi “pennaruli”, ai quali non dovrei dare neanche asilo in questo pezzo se non finissero per farsi opportunamente querelare dalla vittima e se non servisse a far intendere che per fede calcistica si può arrivare alla completa cecità, ma di quelle bieche e pericolose.

Sergio Vessicchio, per esempio, campano di Agropoli, direttore della testata online Tuttojuve.net, autore di un cervellotico editoriale con il quale ha messo in dubbio la sincerità di Ruffo, la veridicità delle sue denunce, l’autenticità delle sue sofferenze. Vessicchio non crede a una sola parola di Ruffo, e lo definisce “un giornalista comunista che fa la vittima per ottenere visibilità e consenso”, e magari qualche voto in una futura tornata elettorale. Lo scritto di Vessicchio, che se la prende anche con Maurizio Pistocchi, è chiaro frutto di una difesa ideologica di fede juventina, la stessa di Ruffo, ma declinata in modo disonorevole, privo di professionalità, di rispetto e di sensibilità nei confronti di un uomo provato da un momento difficile. Indegno modo di difendere non la categoria dei giornalisti ma la Juventus e la sua sfera, azionando la macchina del fango già alla vigilia, a inchiesta solo annunciata: “si sta creando un’attesa fuori da ogni aspettativa per questa Report solitamente tv fangaiola ispirata da merdaioli comunisti che hanno nel dna l’odio sociale. Falliti. (…) Pur di di veder distrutta la cosa più bella che questa ex nazione vanta fanno di tutto”.

Per un tifoso non c’è niente di peggio che condividere la fede sportiva con un personaggio noto e credibile che denuncia chi rappresenta quella stessa fede. E infatti il tifoso giornalista Vessicchio non è nuovo ad attacchi a giornalisti veri, quelli seri prima che juventini. Qualche tempo fa si scagliò anche contro Marco Travaglio, reo di aver dichiarato pubblicamente che la Juve non lo avrebbe interessato più finché avrebbe vinto con l’inganno e per aver accusato Andrea Agnelli di non riconoscere le sentenze, poi di frequentare ancora il radiato Luciano Moggi e dopo anche i mafiosi. Non poteva tollerare, Vessicchio, che la credibilità di Travaglio minasse l’immagine di una “società modello nel mondo”.

Ma il tifoso giornalista è “famoso” anche per altre avventate uscite di diverso genere di cui ne porta traccia il web. E però questa contro Ruffo è certamente la peggiore, quella più inopportuna, e bene ha fatto il reporter della Rai ad annunciare querela.

Il clima di odio attorno ai giornalisti che raccontano la realtà del calcio, e non solo, non ci piace. Vessicchio è la dimostrazione che questo bruttissimo clima lo creano i tanti tifosi giornalisti e non i giornalisti tifosi, che forse sono pochi, ma abbastanza per non far sentire solo Ruffo. No che non lo è, e anche io sono con lui.

Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.

Da Virgilio a noi, Napoli e il Sud efficaci antidepressivi

Angelo Forgione – Italia in ginocchio. Aumenta lo stress, aumenta la depressione e aumenta il consumo di psicofarmaci nel quarto paese in Europa per spesa relativa. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Salute avverte che ogni giorno, in media, gli italiani assumono 39,87 dosi ogni mille abitanti, un dato decisamente in crescita rispetto a quello del 2006 quando erano 30,08 (-32,5%). La Regione che mostra il maggiore consumo di antidepressivi è la Toscana: 60,96 dosi giornaliere ogni mille persone, il doppio della meno depressa, la Campania (30,59 dosi/1000 ab).
Nello specifico, Napoli si conferma la città più felice, nonostante i cronici problemi esistenziali del suo popolo. Conferma di dati noti, che difficilmente cambieranno. Perché? Perché i napoletani sono dotati di anticorpi endemici: la socializzazione, il buono spirito, i valori della famiglia, gli odori e i sapori della buona cucina in strada e fuori, la ferrea identità, i rumori e i suoni, una cultura viva, i paesaggi, il mare e l’apertura di cielo, tutta roba che non conta per le sbandierate classifiche della qualità della vita.
Parlo di dati noti, sì, notissimi per me che in un passaggio di Napoli Capitale Morale ho scritto:

I giovani di Napoli non emigrerebbero in massa se la loro città offrisse prospettive di vita e opportunità di lavoro. Lo dicono le classifiche della qualità della morte, cioè dei suicidi, che raccontano di un basso coefficiente napoletano di morti volontarie in relazione al numero di abitanti e di un ridotto uso di farmaci antidepressivi, pur con tutti i problemi sociali che sulle rive del rasserenante Golfo difficilmente diventano esistenziali. Napoletani masochisti? Certo che no. Semmai residenti resilienti, consapevoli del loro disagio, capaci di sopportare le condizioni a tratti lancinanti e di resistere alle troppe avversità. Tra chi rimane, molti sono coloro che trovano rimedio a un tenore di vita spesso insoddisfacente con la socializzazione e il sorriso. Il ridotto numero di suicidi partenopei è esattamente l’indicatore di uno slancio vitale opposto alla frustrazione e alla disperazione, il segno tangibile di un’antropologia della speranza.
A Napoli, la città più giovane d’Italia, si alimenta un fiducioso approccio al futuro. È luogo dove la competizione sociale cede il passo alla conservazione individuale, dove i valori fondamentali dell’esistenza risultano primari, dove il salvifico modello culturale identitario respinge le ansie e non lascia sedimentare i prodromi della depressione. È resistenza alla sofferenza, serena sopravvivenza, che non vuol dire buona esistenza ma certamente neanche disprezzo per la vita. Se ne accorse anche papa Francesco, immergendosi nella realtà italiana, e lo attestò nelle parole di apertura della sua visita pastorale alla città nel marzo 2015 con cui salutò i napoletani:
“Appartenete a un popolo da una lunga storia, attraversata da vicende complesse e drammatiche. La vita a Napoli non è mai stata facile, e però non è mai stata triste. È la gioia la vostra grande risorsa!».

E allora ribadiamolo ancora una volta che Napoli è essa stessa un efficacissimo antidepressivo, un autentico luogo dell’anima. Del resto se ne accorse già in tempi antichissimi il lombardo Virgilio, che vi trovò riparo e soluzione alla crisi esistenziale sorta nella natìa Mantova.

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