I deliri di Saviano sugli immigrati

Caro Saviano, trasalisco alle tue parole. Tu che sostieni che «l’Italia ha bisogno degli immigrati per crescere socialmente, economicamente, culturalmente», perché «siamo un paese con una crisi demografica immensa». Fammi capire… la disoccupazione giovanile è oltre il 40%, i giovani non possono fare famiglia, la pressione fiscale è al 42% e tu davvero pensi di risolvere la nostra drammatica condizione sociale portando in Italia milioni di disperati senza alcuna formazione dai paesi sottosviluppati del terzo mondo? Davvero pensi di risolvere garantendo alle cooperative il business della gestione dei migranti? Davvero pensi di risolvere, nella migliore delle ipotesi, riempiendo le baraccopoli del Sud Italia di braccianti schiavizzati, così da alimentare il caporalato e i business della malavita?
Caro Roberto Saviano, siamo al paradosso che sono gli anziani a sostenere i giovani con le loro pensioni, e tra vent’anni, quando quelli non ci saranno più, saremo al collasso. Per crescere socialmente, economicamente e culturalmente, l’Italia deve ridurre il debito pubblico, abbassare la pressione fiscale, creare lavoro e maggiore benessere, non sommare disoccupazione straniera a disoccupazione italiana, e al costo esorbitante di circa 5 miliardi l’anno di debito pubblico.
Ti prego, Roberto, finiscila di imbonire gli italiani con bugie ben raccontate col tuo volto torvo. Dici che non è vero che l’Europa ci ha abbandonato, che non è vero che siamo soli, e vuoi convincere di ciò informando che «solo negli ultimi 6 anni l’Italia ha ricevuto circa 800 milioni di euro». Lo sai che cifra è? Si tratta di poco più di 133 milioni all’anno, a fronte di 3.827 milioni di spesa sostenuta dall’Italia per la crisi migranti nel 2017, al netto dei contributi UE e del resto delle spese accessorie (stima Def)… 3.827 milioni contro 133, il contributo UE è di 1 a 30, caro Roberto! Una cifra che definire esigua è già tanto, e infatti tu stesso, ben sapendo che lo è, tiri fuori l’apporto più corposo che l’Europa dà all’Italia indirettamente, ovvero la concessione di scorporare dal bilancio i soldi spesi per l’accoglienza. E sostieni che, grazie alla benevola “concessione” dell’UE, questa spesa non grava sul rapporto deficit-pil e non pesa nelle tasche degli italiani. Circa 5 miliardi l’anno di debito pubblico in più sulle spalle delle generazioni future, che nessuno estinguerà, e tu dici che non gravano. Dici che ci stanno mentendo. Sei tu che menti a chi crede in te. Perché lo fai? Ti prego, Roberto, smettila!

Troisi romanista? Calabrese pensava fosse amore, e invece…

bonetti_troisiAngelo Forgione – «Troisi era tifosissimo della Roma ma fu costretto a tenerlo nascosto». Lo ha confessato l’attore Pino Calabrese, compagno di scuola del grande Massimo, durante una chiacchierata nel salottino di Corriere dello Sport Tv, durante la quale lo stesso Calabrese è parso rammaricato, da napoletano, di essere rimasto fedele al suo primo amore infantile, l’Inter. Un Troisi romanista, magari, lo conforta un po’.
Massimo Troisi tifosissimo davvero della Roma? Non ci sarebbe nulla di male. Il fatto è che non lo era. Semmai era un tifoso del suo grande amico e romanista doc Massimo Bonetti, col quale si punzecchiava in occasione degli scontri tra Napoli e Roma.
La confessione di Pino Calabrese fa riferimento a una simpatia adolescenziale, magari mai rinnegata, ma non paragonabile al tifo autentico che Troisi ha fatto per il Napoli in età matura e fino all’ultimo giorno della sua vita. Quello di Calabrese per il Corriere dello Sport è un falso scoop, e pure di cattivo gusto, perché tende a intaccare l’immagine e il candore di un attore amato per la sua spontaneità incarnata nell’uso sfrontato del dialetto partenopeo, e a smitizzare una storia del personaggio imperniata sull’epocale intervista a Gianni Minà la sera della vittoria del primo scudetto azzurro, lo storico «festeggiamo, usciamo di casa, ma non ci dimentichiamo l’acqua e il gas aperto», l’amicizia con Maradona e compagni, la scena di Scusate il ritardo col Napoli che perde in casa col Cesena. E poi proprio quel titolo, prestato al primo scudetto azzurro.
Ma ipotizziamo che Troisi fosse tifosissimo della Roma, e così bravo a nasconderlo per motivi di immagine. Tirarlo fuori oggi, senza la delicatezza di chiederne conto alla famiglia, sarebbe ugualmente di cattivo gusto. Fare di Massimo Troisi un opportunista, un finto tifoso del Napoli, è qualcosa di francamente disgustoso.

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Un mondo di lazzari felici

Angelo Forgione – Pino è… ben altra cosa di quel che si è visto e sentito durante la serata allo stadio San Paolo con cui il mondo della musica italiana lo ha ricordato, ma non disturbatevi più di tanto per chi non ha saputo parlarlo, o per chi è inciampato nella nota stonata. Certo linguaggio musicale non era propriamente semplice, come certo suo linguaggio dialettale, che lui, come tutti i grandi napoletani, ha veicolato e continua a veicolare altrove. È questa la forza dell’idioma napoletano, che sopravvive all’omologazione e alle lingue internazionali attraverso le sue arti, la sua musica; e grazie a Dio, bene o male, la si canta dappertutto.
Tutti a rendere omaggio a Pino, pochi a dovere e troppi meno, perché lui a tutti si era aperto, magari ridimensionando quei suoi linguaggi alti e ricercati ai quali sarebbe certamente tornato.
Pino è… l’apertura culturale di quella Napoli che continua a dire la sua, e che non si chiude nella sua presunzione. È quella Napoli che continua a parlare, a pensare, a mangiare, a sognare, ad amare in napoletano. È, e non cercate delle affinità con questo mondo nel mondo. Non ce n’è.

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L’Italia che va ai Mondiali

Angelo Forgione – Chi l’ha detto che l’Italia non ci sarà ai Mondiali? Come in Brasile, anche in Russia ci andranno i napoletani di Arzano, quelli che, alle spalle dell’aeroporto napoletano di Capodichino, la sanno lunga sullo sviluppo di sistemi anti-contraffazione, e da lì forniscono alla FIFA i microprocessori contactless, con antenna Rfid per identificazione a radiofrequenza e crittografia anticlonazione, inseriti prima della stampa nei biglietti elettronici per l’accesso agli stadi in cui si disputeranno i match per la manifestazione iridata, insieme a delle fibrille sensibili ai raggi ultravioletti prodotti da appositi lettori.
Una quarantina di elementi ad Arzano, tutti campani, a sviluppare l’unico centro in Italia simili competenze, guidati da Cesare Paciello, quarantacinquenne manager di quella che quattro anni fa si chiamava GEP e che oggi è il ramo italiano dell’americana Hid Global. Un’azienda d’eccellenza ma allo stesso tempo piccola, molto piccola, operante in un territorio difficile e depresso, ma capace di segnalarsi nel mondo.
Sarà proprio Paciello a controllare di persona, in Russia, il perfetto funzionamento del sistema. «Siamo un po’ troppo esterofili – dice il manager alla stampa – e abbiamo sempre più difficoltà ad esprimerci in Italia. Purtroppo il problema del nemo propheta in patria è reale, è più facile fare business all’estero». Già quattro anni fa, prima di volare in Brasile, lo stesso Paciello aveva detto ai microfoni del TG1: «Noi abbiamo la possibilità di farcela contro chiunque a livello mondiale se portiamo avanti sviluppi innovativi. È la nostra burocrazia a pregiudicare la nostra competitività, ma in quanto a risorse umane siamo quasi imbattibili».
Innovazione e eccellenza, tutto nel solco della competenza che non si piega al divario territoriale e ai classici stereotipi di sorta. Loro, ad Arzano, se la cavano, eccome, nonostante tutto. E mi ritornano in mente gli strali sociologici di Domenico De Masi contro la Napoli dei pizzaiuoli
 e la sua presunta incapacità di creare e innovare tecnologie.

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Via al Governo dell’europeo e dell’africano

Angelo Forgione – Nasce il Governo giallo-verde e chissà che ne sarà. E se l’ascesa del Movimento Cinque Stelle era ampiamente annunciata dai risultati delle urne dell’ultimo decennio, la Lega (Nord) ad amministrare il Paese è un brutto segnale, frutto dell’accelerazione di un declino profondo. Ma è volontà popolare, e a questa bisogna sempre piegarsi.
Il Governo parte, e parte col sorriso di Mario Draghi, che si toglie lo sfizio di “espellere” il nemico Paolo Savona dall’Economia per costringerlo agli innocui Affari europei, dove potrà vigilare sull’applicazione delle norme e non formularle, e di farlo sostituire da Giovanni Tria, che non si capisce cos’abbia più dell’altro, di cui condivide l’analisi economica.
In questo ginepraio ci tocca persino dar parzialmente ragione a Juncker, che in una sessione del parlamento europeo ha detto: «Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere del Mezzogiorno, creare più lavoro, essere seri e combattere la corruzione. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si deve giocare a caricare di responsabilità l’Unione Europea. Un paese è un paese, una nazione è una nazione. I paesi vengono prima, poi viene l’Europa».
Juncker pone l’accento sul divario Nord-Sud, di quell’unicum che ci contraddistingue dal 1900, e che non ha eguali in Europa e nelle zone economicamente avanzate per durata e dimensione del fenomeno, e i politici italiani hanno pure il coraggio di dichiararsi offesi, nonostante il divario del Pil pro capite vada ampliandosi nell’Europa a più velocità, approssimandosi alle dimensioni del periodo della Seconda guerra mondiale, cioè il momento di picco massimo, dopo il sensibile assottigliamento degli anni Sessanta del boom economico.
Dobbiamo appellarci a Juncker per mettere a fuoco il vero problema dell’Italia, lo squilibrio interno tra Settentrione e Meridione, che viene prima degli squilibri continentali tra Nord-Europa e Mediterraneo. “Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto”, dice il presidente della Commissione Ue, ma neanche mi pare che l’Unione abbia mai stimolato un sistema di rilancio delle culle della cultura continentale, il Meridione d’Italia e la Grecia.
Non si è unita l’Italia e non si è unita l’Europa. E se l’Euro ha impoverito gli italiani, la Lira piemontese ha impoverito i meridionali.
Non può, oggi, il napoletano Di Maio sentirsi europeo quanto il milanese Salvini. Eppure, per paradosso, sono i timonieri di uno strano Governo-coacervo come mai lo avremmo immaginato.

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Ancelotti senza Rolex

Angelo Forgione – Nessuna levata di scudi, ci mancherebbe, siamo abituati a ben altro. Abbiamo sentito persino Corrado Augias, uomo di cultura, aggiungere al «Venite a Napoli!» di Luigi De Magistris il suo inopportuno «Magari senza Rolex». Ma mai dimenticare che il luogo comune è un concetto superficiale dettato dal pregiudizio, e che diventa ancor più penetrante quando è usato nella satira per strappare una facile risatina. Perché far ridere non è roba proprio facile, ci vuole arte, ma arte vera. Il fatto è che il luogo comune del burlone serve al burlone stesso per riempire il vuoto di idee creative, e quando è diffamatorio finisce per rafforzare i convincimenti collettivi, e perfino l’immagine degli insultati. Insomma, la battutina ripetuta del Rolex rubato (ad Ancelotti) convince tutti che a Napoli spariscono i Rolex, ed è verissimo, ma non convince nessuno che accade in ogni parte del mondo. E da qui si passa facilmente ad Alessandro Sallusti a Matrix: «Di Maio e Fico sono napoletani, hanno il gioco delle tre carte nel sangue, fossi nel milanese Salvini starei attento». E via con le risatine, anche sui pugliesi (Conte). Come se non fosse stato il milanese Berlusconi, per esempio, a truffare i napoletani distraendo soldi dell’Isveimer (istituto creato per facilitare le imprese del Mezzogiorno) per le sue attività lombarde.
Questo è quel che si sente nelle tivù nazionali anche in una sola serata.
Certo, il luogo comune non si neutralizza mettendo a tacere il dichiarato e pericoloso nemico, e tantomeno il quasi innocuo burlone, però un’analisi della costruzione della battuta aiuta a capire la sua crisi di idee e i suoi compromessi. Come nel caso dei bravi Luca e Paolo a #qcdtg, che già sapevano di colpire basso un intero popolo, indistintamente, e di essere ironicamente scorretti, e perciò avevano già preparato il «ma no, ma che c’entra?»… «scusate»…
Excusatio non petita, accusatio manifesta… chi si scusa spontaneamente si accusa.

“Luca e Paolo shock” – leggi sul Corriere dello Sport

 

Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.