Occhio ai napoletani in quarantena

Angelo Forgione In tempo di quarantena forzata, i napoletani rispettano o no i divieti? Sembrerebbe proprio di sì, a detta delle Forze dell’Ordine. Prima di Pasqua ci aveva pensato la Polizia Metropolitana, con competenza su tutto il territorio provinciale, a dire ai microfoni del TgR Campania (e del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna) che i napoletani si stavano attenendo alle restrizioni governative, anche alla Pignasecca, una delle zone della città di Napoli maggiormente sotto osservazione fino a qualche giorno fa.

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Poi è arrivato il delicato week-end pasquale, dove qualche ressa pure si è vista, soprattutto per la spesa del giovedì santo condito dall’immancabile e tradizionale zuppa di cozze.  Il Comando della Polizia Locale di Napoli ha comunicato che tra sabato e domenica di Pasqua le multe sono state 20 su 2.500 cittadini controllati, oltre a 3 esercizi commerciali verbalizzati su 550 controllati.

Eppure l’informazione nazionale non sembra ancora convinta e continua ad attenzionare in modo particolare Napoli. Certo, sembrano finite le incursioni a caccia dell’assembramento negli antichi rioni mercatali della città, pieni di piccole rivendite di generi di prima necessità, nei vicoli stretti dell’economia spicciola partenopea che fa la differenza all’occhio profano, là dove la fila non può essere che in direzione dell’obiettivo di turno. All’inizio del lockdown la Pignasecca e il borgo dei Vergini alla Sanità erano finiti sotto tiro degli obiettivi fotografici e televisivi. Poi se ne sono accorti un po’ tutti che si tratta di peculiari zone mercatali, e che i trasgressori non sono solo un problema napoletano. Le foto, in realtà, andavano fatte dall’alto, non con prospettiva schiacciata ad altezza uomo, con teleobiettivo e nei vicoli più stretti. E allora ci si sarebbe resi immediatamente conto che i clienti delle rivendite, in zone di densità di popolazione esorbitante come la Pignasecca, stavano ordinatamente in fila rispettando il distanziamento sociale, e che magari erano proprio i commercianti a disciplinarlo demarcando gli spazi con vernice orizzontale e nastro verticale.

pignasecca

Gli irriducibili dell’informazione provano ora a cercare l’assembramento nei quartieri borghesi. Ma è stata sfortunatissima Elena Biggioggero, inviata per Agorà (Rai 3) del 15 aprile, nel dimostrare che nel quartiere Vomero c’è troppa gente in giro alle 8 del mattino, quando qualcuno va comunque a lavorare. Lei, però, riceve la linea alle 8:37, quando il grosso dei lavoratori napoletani si è già spostato e all’incrocio tra via Luca Giordano e via Scarlatti non transita che qualche automobile, peraltro rispettando diligentemente il rosso al semaforo. Difficile, così, dimostrare che Napoli sia più indisciplinata di altre città popolose. Piuttosto, è lei che si avvicina troppo al suo ospite e lo tocca prima di limitarsi a dire che la zona è pedonale, mentre in realtà la strada alle sue spalle è veicolare. Niente folla, e la Biggioggero a dirsi sfortunata, a mostrarsi imbarazzata, mentre Serena Bortone da Roma testimonia che, secondo un’altra inviata, Napoli è deserta.

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Un plauso va in ogni caso ad Agorà, che ha acceso le telecamere in una Napoli diversa da quella che spasmodicamente si vuol mostrare in tivù, tutta vicoli e folclore. E pure al Tg1, che ha lanciato una Napoli più ampia: via Toledo, Mergellina, il Maschio Angioino, la fontana del Sebeto a largo Sermoneta. Niente antichi rioni mercatali, niente vicoli popolari, niente traffico pedonale da spesa di quartiere e quindi solo chi conosce Partenope avrà avuto la percezione che non si trattasse di Milano, la città più a rischio in questi giorni. Grazie dunque al Tg1, che una Napoli deserta e controllata l’ha scelta – guarda un po’ – per commentare il record di denunce a Pasquetta in tutt’Italia per il mancato rispetto delle misure di contenimento del Coronavirus. Certo, i trasgressori ci sono anche all’ombra del Vesuvio come dappertutto. Qualcuno di troppo in giro, da Nord a Sud, e via coi richiami di sindaci e governatori ad ogni latitudine. Incoscienti persino in Lombardia e Piemonte, pizzicati nelle seconde case in Riviera ligure, e traffico segnalato in aumento sull’Autostrada dei Fiori, dove i Carabinieri, in vista di Pasqua, hanno allestito posti di blocco all’uscita di tutti i caselli. Ma la percentuale degli indisciplinati napoletani non è sopra la media nazionale. Alla fine la vera notizia è che in 24 ore, sui canali Rai, è apparsa una Napoli senza panni stesi al vento. Da non credere!

La quarantena che fa il mare più trasparente

Mare di Napoli sempre più cristallino in tempo di quarantena da coronavirus e di lungomare desolato. Meno scarichi, meno fondali agitati, meno pressione e, in aggiunta, anche assenza di fertilizzazione per le anomale temperature calde dell’inverno passato.
Le acque della spiaggia dello Monache, quelle nella testimonianza video, sono sempre limpide in questo periodo, vero, ma non così cristalline. Si tratta comunque della zona cerniera con Mergellina e il suo porto “turistico” e non la Posillipo più “selvaggia” che si estende a ovest del centro abitato, verso Villa Rosebery, Marechiaro e poi Gaiola, dove anche in tempi di vita normale le acque sono sempre limpide.

leggi l’articolo di SiViaggia.it

guarda l’approfondimento del TgR Campania

 

 

Tocilizumab, che fretta c’era?

farmaco_tocilizumabAngelo Forgione «Non facciamoci sempre riconoscere. La sperimentazione del Tocilizumab era già in atto da tempo in Cina e il primo ad usarlo qui è stato il dottor Rizzi a Bergamo. Prendetevi pure i meriti ma non fate quelli che tolgono a Cesare quel che è di Cesare e ai cinesi quel che è dei cinesi. Hanno cominciato loro e li abbiamo seguiti noi, stop! Il protocollo approvato dall’Aifa è vostro, peccato però che lo stesso protocollo era già applicato da tempo in almeno dodici ospedali. Non esageriamo a fare provincialismo perché è intollerabile».

L’accusa mossa alla trasmissione Cartabianca (Rai 3) dal Professor Massimo Galli, direttore e responsabile Malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, al collega Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore dell’ospedale Pascale di Napoli che porta la firma del protocollo ufficiale di sperimentazione del Tocilizumab, è di quelle pesanti: provincialismo!


Il medico napoletano è rimasto sostanzialmente in silenzio di fronte all’attacco ricevuto, rivendicando esclusivamente la paternità del protocollo nazionale. E a questo punto, sorgono dei perché.
Perché Ascierto ha incassato l’accusa di provincialismo senza difendersi?
Perché Galli è stato così aggressivo nei concetti e anche nel linguaggio del corpo?
Perché Galli ha rivendicato l’intuizione solo ora, proprio nel giorno dell’avvio ufficiale della sperimentazione AIFA, nonostante sia da giorni ospite in numerose trasmissioni nazionali?
Perché Galli parla di sperimentazione del Tocilizumab avviata dai cinesi se Ascierto ha informato che i pazienti cinesi cui è stato somministrato sono solo 21 (il che significa che è stato utilizzato in forma del tutto sporadica)?
Perché l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato ufficialmente un protocollo redatto a Napoli e non è stato mai redatto un protocollo ufficiale a Milano o Bergamo affinché si somministrasse quanto prima il Tocilizumab a tutti e non solo in qualche struttura del Nord?
Perché, se l’efficacia del Tocilizumab contro le gravi complicanze da Covid-19 era nota al Nord, i malati lombardi hanno affollato a migliaia i reparti di terapia intensiva e, purtroppo nei casi più sfortunati, i cimiteri?

La sensazione data dalla gestualità e dalle parole del luminare milanese è che anche i medici lombardi fossero al corrente dei presunti benefici del medicinale anti-artrite reumatoide utilizzato contro la polmonite interstiziale da covid-19, ma che siano stati battuti sul tempo dai napoletani, più celeri nel divulgare, informare e scrivere un protocollo, così da eludere i canonici tempi della ricerca biomedica e della comunicazione, nutrendo speranze per i malati gravi di coronavirus che magari a Milano non si è voluto alimentare. La tempistica accelerata del team del dottor Ascierto, forse dettata dall’emergenza e dalla situazione drammatica in corso, potrebbe essere stato il motivo di fondo dello scomposto e smodato risentimento del professor Galli.
Certo, sarebbe davvero provinciale mettere il cappello a un’intuizione terapeutica non propria, ma sarebbe grave, gravissimo, non averla condivisa a livello nazionale e, peggio ancora, non aver fatto uso del farmaco per evitare numerosi decessi in Lombardia e regioni limitrofe.

Sia chiaro: chiunque sia stato ad aver avuto l’intuizione, l’importante è che si riveli efficace e che si giunga a un’importante soluzione tampone per evitare le più serie complicanze da Coronavirus per tutti. Le polemiche aspre, ora, in un momento delicato per la salute dei cittadini italiani e non solo, sono indigeste e fuori luogo se fatte davanti alle telecamere, e questa sensibilità sembra appartenere al dottor Ascierto, a giudicare dalla sua replica affidata ad un post su facebook:

“In un momento di emergenza come questo, tengo a precisare che il lavoro di brain storming fatto con il dr Franco Buonaguro e le giovani oncologhe Claudia Trojaniello e Maria Grazia Vitale, la discussione “cruciale” fatta con il dr Ming, la professionalità dei dr Montesarchio, Punzi, Parrella, Fraganza e Atripaldi dell’Ospedale dei Colli, il supporto dei nostri Direttori Generali Bianchi e Di Mauro e del nostro Direttore Scientifico Dr Botti, sono tutti elementi che ci hanno portato sabato 7 marzo ad incominciare a trattare i primi pazienti al Cotugno di Napoli. Non ci risulta che qualcuno lo stesse facendo in contemporanea e saperlo ci avrebbe peraltro aiutato.
In questa fase, non è importante il primato. Quello che abbiamo fatto è comunicarlo a tutti affinche TUTTI fossero in grado di poterlo utilizzare, in un momento di grande difficoltà. Non solo. Grazie alla grande professionalità del dr Franco Perrone del Pascale, in pochi giorni siamo stati in grado di scrivere una bozza di protocollo per AIFA che ha avuto un riscontro positivo. Il nostro deve essere un gioco di squadra e la salute dei pazienti è la cosa che ci sta più a cuore. Andiamo avanti con cauto ottimismo … nel frattempo parte la sperimentazione di AIFA. Ce la faremo di sicuro !!!”

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Fermiamo il contagio al Sud

Angelo Forgione Abbiamo scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere di evitare gli esodi dalle zone-focolaio della pandemia da #Covid19 verso Sud. Perché se è vero che le misure governative servono a limitare i movimenti allo stretto necessario, non si comprende perché sia consentito spostarsi dalle regioni più contagiate a quelle che ancora possono respingere il dramma, e devono farlo, vista la minore capacità delle strutture sanitarie.
Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha informato che “al Sud i casi sono ancora limitati e se si agisce in un momento iniziale della curva epidemica si può intervenire in modo significativo. Ancora più cruciale, in tali aree, è dunque il rispetto delle misure. È possibile che al Sud possa esserci una circolazione più limitata del nuovo #coronavirus e che i picchi di pazienti che necessitano di terapia intensiva non siano così importanti come è stato al Nord, a patto che si rispettino le attuali misure stringenti di contenimento”.
Dunque, la possibilità di muoversi da regione a regione, appellandosi al senso di responsabilità individuale di chi viaggia, rischia di far saltare tutto e di far esplodere un dramma ancora più grande.

Abbiamo bisogno di te per fermare il contagio!

⬇️ Se condividi, firma la petizione e diffondi ⬇️

www.change.org/p/governo-italiano-fermi-i-treni-del-rischio-contagio-coronavirus

fermiamo_coronavirus

Da Napoli la speranza per l’Italia in ginocchio

Angelo Forgione La prima cosa da fare quando un’emergenza sanitaria già esplosa altrove colpisce una comunità è consultare i medici che la stessa emergenza l’hanno già affrontata, perché la collaborazione internazionale è fondamentale per mettere a punto armi mediche efficaci. È quello che non è avvenuto in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, dove il focolaio dei contagi da Coronavirus ha messo in ginocchio i reparti di terapia intensiva. È quello che, una volta cresciuta l’emergenza anche in Campania, hanno fatto opportunamente e immediatamente i medici napoletani della task force Cotugno-Pascale, che hanno intuito il potenziale dei farmaci anti-interleuchina 6 nella lotta alle complicanze respiratorie nei malati di Covid-19. Quella categoria di farmaci hanno infatti la funzione di neutralizzazione dell’interleuchina 6, la proteina che è il principale vettore dell’infiammazione polmonare prodotta dal virus di origine cinese. E allora i ricercatori partenopei hanno contattato i colleghi del First Affiliated Hospital of University of Science and Technology of China, stabilendo un vero e proprio ponte della ricerca tra Napoli e la Cina, grazie al quale si è potuto comprendere quali medicinali i medici cinesi avevano somministrato ai loro malati. In particolare, 20 pazienti su 21 trattati con il Tocilizumab, un farmaco anti-artrite appartenente proprio agli anti-interleuchina 6, avevano mostrato un miglioramento veloce delle condizioni.

Gli studi dei ricercatori napoletani si sono concentrati su quel preparato e hanno evidenziato che, curando l’infezione polmonare, ha la capacità di scongiurare la morte nei pazienti affetti da Coronavirus. Così lo hanno fatto somministrare ad alcuni pazienti campani con grave insufficienza respiratoria. Gli esiti sono stati soddisfacenti in 24 ore, e uno dei malati che presentava un quadro clinico più severo dovrebbe essere estubato domattina, liberando così un preziosissimo posto in terapia intensiva. In assenza di vaccino, facile comprendere cosa significherebbe tutto questo.
Il direttore scientifico del Pascale, Paolo Ascierto, ha chiesto un veloce protocollo nazionale per la cura sperimentata a Napoli, che è intanto iniziata anche allo Spallanzani di Roma, al Sacco di Milano e al Giovanni XXIII di Bergamo.

Attendiamo speranzosi la conferma definitiva della validità della cura, che varrebbe anche quale conferma dell’eccellenza della ricerca medica napoletana e meridionale, operante in regime di sperequazione tra Nord e Sud del paese.

Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna

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Angelo Forgione È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove nascano le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Sbagliando.
La storia è antichissima, e perciò difficile da ricostruire. Io l’ho fatto faticosamente per il mio saggio Il Re di Napoli e la riassumo nei passaggi più salienti.

rdn_coverPrima, però, bisogna comprendere la differenza tra Lasagna e Lasagne. La Lasagna è un “foglio sottile” di farina di grano o di farro d’epoca romana, a quel tempo noto come laganum. Le Lasagne, invece, vanno intese come più sfoglie sottili sovrapposte e inframezzate da strati farciti. Delle Lasagne ante litteram erano preparate a Napoli almeno dal XIII secolo, ed erano farcite con formaggio grattato e, a piacere, spezie in polvere. Se ne poteva leggere già sul finire del Duecento, nel primo trattato di cultura gastronomica napoletana, scritto in latino volgare da un anonimo napoletano alla corte angioina. Il testo si chiamava Liber de coquina e la ricetta era sotto la dicitura De lasanis. Questa la traduzione in italiano:

Per fare le lasagne prendi la pasta fermentata e rendila il più sottile possibile. Quindi dividila in quadrati di tre dita per lato. Prendi poi dell’acqua bollente salata e facci cuocere le lasagne. E quando sono completamente cotte aggiungi formaggio grattugiato. E, se vuoi, puoi anche aggiungere delle buone spezie in polvere e spargerle sopra, quando avrai messo le lasagne nel vassoio. Quindi metti di nuovo uno strato di lasagne e polvere [di spezie]; e sopra un altro strato e polvere, e continua fino a quando il vassoio non sarà pieno. Poi mangiale prendendole con un bastoncino di legno appuntito.

Dunque, alla corte angioina di Napoli, la sfoglia di origine romana si tagliava in forme quadrate da bollire in acqua, sovrapporre a strati alterni e condire appunto con abbondante polvere di formaggio e, volendo, di spezie varie.
Col tempo, i gusti e gli ingredienti cambiarono, soprattutto con la massiccia introduzione del pomodoro nella cucina di Napoli all’inizio dell’Ottocento, mentre altrove, Bologna compresa, neanche si coltivava. Il re Ferdinando II di Borbone, verso la metà del secolo XIX, chiamava affettuosamente il figlio Francesco col soprannome «Lasà» poiché ghiottissimo di Lasagne.
I napoletani, in epoca risorgimentale, facevano delle antiche Lasagne un piatto dell’abbondanza per il martedì grasso di Carnevale, inframezzandole con formaggi più o meno stagionati, salsicce cervellate affettate, polpettine fritte e ricotta a scelta, oltre a zucchero e cannella, poi definitivamente banditi. Vi si aggiunse poi il ragù napoletano.
Le ricette delle Lasagne (napoletane) più o meno corrispondenti a quelle moderne erano scritte in lingua partenopea dai grandi cuochi locali del primo Ottocento. La primissima ricetta in lingua italiana delle Lasagne di Napoli più o meno corrispondenti a quelle moderne fu pubblicata nel 1881 ne Il Principe dei cuochi, o la vera cucina napolitana”, scritto dal cuoco Francesco Palma. La ricetta dei “Maccheroni detti lasagne” era elencata a pagina 24, nella sezione “in Maniera di fare i maccheroni”, e indicava quanto segue:

Farai la pasta col fior di farina, e nello istesso modo delle laganelle, solamente però la devi tagliare a fette due dita larghe. Cotte che saranno, prenderai il piatto in cui dovrai servirle, il quale dovrà contenere il suo fondo di caciocavallo di regno, e di provola grattugiata, di zucchero polverizzato e cannella pesta, e gliele porrai suolo per suolo, mettendovi al di sopra di ognuno e finché te ne resteranno, li stessi formaggi anzidetti, nonché delle fette di cervellate, delle polpettine, ed un coppino di brodo di ragù. Indi adatterai il piatto sulla cenere calda, ed il fornello con fuoco al disopra, affinché tutto s’incorpori.
Puossi ancora aggiungere per ogni suolo della ricotta, ed allora sono squisitissimi.

Pellegrino Artusi, noto gastronomo del secondo Ottocento originario della romagnola Forlimpopoli, compilò il ricettario La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, quando solo da poco dalle parti della vicina Parma Carlo Rognoni aveva iniziato a coltivare il pomodoro, quello tondo, perché quello lungo utile ai sughi e al ragù era tipologia conosciuta solo nei dintorni del Vesuvio, e da almeno un secolo. Nel ricettario dell’Artusi non vi era nessuna traccia di Lasagne, né di quelle originali napoletane, ignorate dall’autore, né di quelle bolognesi, che ancora non esistevano. Artusi, in realtà, snobbò grandissima parte della cucina meridionale. Il suo modello di cucina nazionale era di fatto centro-settentrionale, con grande attenzione alla Romagna e alla Toscana, la sua terra natia e quella di adozione. In quel periodo, le Lasagne (napoletane) ancora non erano state reinterpretate dalle regioni del Nord, e in certe zone settentrionali era diffuso il borioso proverbio Lasagne e maccheroni, cibo da poltroni, dove per poltroni si intendevano i napoletani e i meridionali in genere.

Solo nel 1935, 54 anni dopo la ricetta pubblicata a Napoli da Francesco Palma, spuntò la prima traccia scritta di Lasagne alla maniera dei bolognesi, esattamente nel libro Il ghiottone errante del giornalista Paolo Monelli, che non era neanche un ricettario.
La spinta campana al pomodoro, attraverso i numerosi testi di cucina scritti e pubblicati a Napoli, aveva fatto conoscere il succulento piatto partenopeo agli emiliani, che le avevano reinterpretato a modo loro e con ottima riuscita: larghe sfoglie di pasta all’uovo piuttosto che di semola di grano duro; ragù alla bolognese al posto del ragù napoletano; cremosa besciamella al posto dei formaggi/ricotta. Così le Lasagne (napoletane) conobbero il piatto gemello del Nord, le “Lasagne alla bolognese”, appunto, non a caso dette tali. Ogni regione, poi, ci avrebbe messo del suo. Il pesto in luogo del ragù in Liguria, il radicchio rosso di Treviso in Veneto, l’aggiunta di melanzane in Sicilia, la variante dei Vincisgrassi condivisa da umbri e marchigiani e le Lasagne bastarde della Lunigiana, fatte con un impasto misto di farina di grano e farina di castagne. È così sparì opportunisticamente anche il proverbio anti-Lasagne del Nord, oggi in totale disuso.
Lasagne e maccheroni, cibo da terroni piaciuto ai polentoni.


per approfondimenti: Il Re di Napoli – Angelo Forgione (Magenes, 2019)