In Mediolanum stat virus

sala_milanononsifermaAngelo Forgione Via libera allo spostamento tra regioni dal 3 giugno, ma già sono alte le proeccupazioni di chi, nella stagione estiva, dovrà affrontare gli arrivi dei vacanzieri provenienti dalla Lombardia, che ancora oggi fa segnare tre quarti dei casi italiani di Covid-19, evidenza che tiene tutti gli italiani al bando dalla Grecia, almeno fino a luglio. I governatori della Sardegna e della Sicilia chiedono garanzie da chi dovesse arrivare dai territori maggiormente colpiti dalla pandemia, e allora il sindaco di Milano, Beppe Sala, si schiera contro:

«Vorrà dire che mi ricorderò di chi ce lo ha chiesta quando andrò in vacanza», tuona il primo cittadino milanese, che dovrebbe piuttosto ricordarsi di quando, in piena esplosione dei contagi in Lombardia, lanciava l’hashtag #milanononsiferma e faceva simbolici apertivi, salvo poi lanciare strali contro la sua gente tra navigli e triangolo della moda.

Siamo a un bis moderato del consigliere comunale di Pavia, lo sconosciuto Niccolò Fraschini, che al principio di tutto avvisò il ripristino dello status quo con termini di stampo razzista. E poi c’è pure Roberto Vecchioni, già famoso per le offese alla Sicilia («Isola di m…»), che ha dato sfogo al suo orgoglio milanese dalle pagine de Il Sole 24 Ore: «Senza Milano l’Italia muore, perché è l’unica città d’Italia, mentre le altre sono paesoni». È vero nella misura in cui è vero pure il contrario, e cioè che senza le forze che Milano assorbe da tutta l’Italia il capoluogo lombardo muore.
Sono proprio questi atteggiamenti spocchiosi e supponenti a creare una certa antipatia verso i politici di Milano e della Lombardia, e Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, lo ha ammesso serenamente: «La Lombardia ha tanti primati e vanno riconosciuti, ma ce la siamo anche un po’ tirata e questo ha forse costituito le premesse per un sentimento non proprio di simpatia nei nostri confronti».

Sala, intanto, prima di andare in conflitto con gli altri italiani, dovrebbe guardarsi dai lombardi stessi. Per esempio, qualche giorno fa, ad Angera‬, sul Lago Maggiore, Alessandro Paladini Molgora si era detto pronto ad alzare i muri attorno alla sua cittadina per bloccare gli eventuali afflussi dei vacanzieri da ‪Milano‬ e da tutta la Lombardia‬.

Milano dei milanesi, per una volta con il coltello dalla parte della lama, dovrebbe imparare l’umiltà da questa emergenza che l’ha travolta e capire che la Lombardia ha una dimensione del problema sanitario che le Isole e altre regioni non hanno.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare a cosa furono costretti i napoletani, i baresi, i cagliaritani e i palermitani che nel settembre del 1973 si recavano al Nord.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare le torbide vicende giudiziarie attorno all’organizzazione dell’Expo del 2015 dello stesso Sala, e un’immagine ripulita d’urgenza dalla neonata e appositamente creata Associazione Nazionale Anticorruzione con a capo un magistrato napoletano, un’energica spazzata con cui si andarono a nascondere sotto al tappeto tutti gli scandali della vigilia che avevano confermato la più dinamica città italiana come una delle capitali della corruzione e del malaffare.
Milano dei milanesi dovrebbe ricordare pure che la Tangentopoli italiana di inizio anni Novanta è nata in una città capitale immorale dello sviluppo italiano, e che per ripulire l’immagine dell’Italia si ricorse alle bellezze allora dimenticate di Napoli, incaricata di mostrare il suo rango di antica capitale – altro che paesone! – e un volto diverso del Paese con l’efficienza dei lavori “low-cost” per la preparazione della città al G7 del 1994.

Si potrebbe andare anche più indietro, perché Milano è pur sempre la città in cui è nato il fascismo, il cui primo nome fu “sansepolcrismo” dalla piazza (San Sepolcro) in cui Benito Mussolini proclamò la fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento. E fu, Milano, la città governata da Massimo d’Azeglio, che all’atto dell’invasione piemontese d’Italia demandata alla camicie rosse di Garibaldi, in gran parte bergamasche, scrisse: “la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.

Sala se la prenda con Formigoni, Maroni, Fontana, e poi Gallera, i vertici di Confindustria lombarda e magari anche con se stesso per gli oltre sedicimila decessi che hanno distribuito lutto e sofferenza ai lombardi, vittime degli errori dei vertici regionali. E tolleri, il sindaco di Milano, qualche esagerazione del governatore Solinas, ricordandosi che la Sardegna è l’isola che fa la felicità di uno degli uomini più ricchi d’Italia, il milanese Massimo Moratti, la cui azienda petrolchimica distribuisce dividendi da capogiro che finiscono a Milano. Certo, la Saras di Sarroch paga le tasse sull’Isola, ma incide sul prodotto interno lordo sardo senza alcun beneficio diretto sul territorio, inquinandolo abbondantemente. Stessa storia in dimensione minore per il milanese Tommaso Giulini, proprietario del Cagliari Calcio, che con la sua Fluorsid sfrutta una materia prima locale, la fluorite di Silius. E dunque, se il territorio sardo garantisce ricchezza a quello milanese, si può tollerare anche un governatore che chiede sicurezza in tempo di virus, e di certo non vuole respingere nessuno, sapendo che la Sardegna campa di turismo… e di industria petrolchimica milanese.

Pistocchi: «C’è una questione meridionale anche nel calcio»

Maurizio Pistocchi (Sport Mediaset) legge e rilegge Dov’è la Vittoria, e dal suo profilo twitter pone ai followers la questione meridionale nel calcio.

Due squadre meridionali promesse ogni anno in Serie A?

Angelo Forgione Il Coronavirus ha fermato il calcio e gli ha dato la possibilità di riflettere sul futuro, che non si preannuncia roseo per i club professionistici e dilettantistici. In un calcio professionistico poco attraente in cui ci si indebita facilmente, con una Serie A senza pubblico e neanche più attesa in tempo di pandemia e lutti, i club del Sud rischiano di pagare anche più di quelli del Nord, perché la “questione meridionale” è anche questione calcistica. In questo panorama il #Napoli rappresenta un’eccezione e offre ormai solide garanzie per competenza manageriale e bilanci sani, pur con i due grandi limiti della disattenzione ai vivai e dell’assenza di impiantistica sportiva propria. Qualcuno spiffera, non senza smentite, che il Consiglio Federale del 20 maggio possa apparecchiare la riforma della Serie B (e di C e D), mettendo sul tavolo la proposta di una “cadetteria” composta da due gironi territoriali da 20 squadre ciascuno, uno del Centro-Nord e un altro del Centro-Sud, in modo da garantire sostenibilità all’intero movimento in affanno economico e anche un’equa distribuzione territoriale delle promozioni, due per ogni raggruppamento.
Ne ho parlato con Umberto Chiariello e Peppe Iannicelli a Campania Sport (Canale 21), in compagnia di Pino Aprile, con il quale si è ampliato il discorso al ribaltamento degli stereotipi generato dall’irruzione inaspettata (o quasi) del Covid-19.

PROMOZIONE NATALE

È tempo di Natale, ed ecco la promozione degli apprezzati lavori di Angelo Forgione, da mettere sotto l’albero con un po’ di risparmio e con dedica dell’autore. Perché c’è tanta storia e cultura di Napoli, del Sud e d’Italia da conoscere, da regalare, da regalarsi.

Per informazioni e modalità d’acquisto:

I 60 anni e più dello stadio “San Paolo”

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Angelo Forgione – 6 dicembre 1959. Sessant’anni tondi sono trascorsi dalla data dell’inaugurazione dello stadio “del Sole” di Fuorigrotta, poi dedicato all’Apostolo Paolo di Tarso in ricordo del suo sbarco sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61. Compie dunque 60 anni l’opera in travertino e cemento dell’architetto razionalista Carlo Cocchia, necessaria dopo le distruzioni della guerra.

Bisogna infatti fare un passo indietro di diciassette anni dal taglio del nastro per leggere tutta la storia del grande stadio di Napoli. Anno 1942: lo stadio “Partenopeo” del rione Luzzatti di Gianturco, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, viene raso al suolo dai raid aerei degli anglo-americani che colpiscono violentemente Napoli. In vista dei Mondiali in Italia del ’34, era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio ligneo “Vesuvio”, voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli.

sanpaolo_corsportLa necessaria costruzione di un nuovo stadio napoletano viene deliberata il 22 dicembre 1949 dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo, grazie ai finanziamenti della schedina a pronostici Sisal appena nata e all’assegnazione alla città di un miliardo di lire da parte del Consiglio dei Ministri, con gran fastidio negli ambienti calcistici del Nord-Italia, tanto da porre i dirigenti del Napoli in contrasto con la Lega Calcio, accusata di essere governata da una “casta milanese” maldisposta al cospicuo finanziamento del Governo.

Il progetto originario prevede un solo anello, quello attualmente al livello superiore, ma ne viene aggiunto uno ulteriore al di sotto del livello stradale per ottenere una capienza di circa novantamila spettatori. Il plastico del monumentale stadio viene presentato da Achille Lauro e dal primo ministro Mario Scelba, ma ci vogliono però dieci anni per vedere il completamento del nuovo impianto, il cui cantiere si apre nel nuovo arioso quartiere di Fuorigrotta il 27 aprile 1952.

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Il 6 dicembre 1959, dunque, il Napoli prende finalmente possesso della sua nuova comoda e maestosa casa. Miglior battesimo non si può celebrare: battuta la Juventus con immediato record di spettatori della Serie A. I club del Nord verificano immediatamente quel che significava per i napoletani il loro nuovo tempio del calcio.

Sessant’anni da quel giorno e un po’ tutto è cambiato. È cambiato il calcio, è cambiata Fuorigrotta ed è cambiato lo stadio “San Paolo”, sfigurato trent’anni dopo dal ferroso restyling per i Mondiali del 1990 e degnamente ritrovato solo dopo un altro trentennio con la ristrutturazione interna operata in occasione delle Universiadi 2019. Oggi è azzurro, colorato, omologato per 55mila spettatori comodamente seduti. Pur sempre vecchio, anche se i pali delle porte non sono più squadrati come in principio. Ma anche se nulla più è romantico come quando tutto era in bianco e nero, il “San Paolo” resta lo stadio del record di spettatori paganti – 89.992 tagliandi staccati per un Napoli-Perugia del 21 ottobre 1979 – e il mitico palcoscenico del più grande calciatore della storia. È scusate se è poco.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione – Magenes)

Napolveriera. Cosa succede alla SSC Napoli?

delaurentiis_ammutinamentoAngelo Forgione – L’ammutinamento dei calciatori del Napoli mette a nudo tutta la debolezza del modello societario di De Laurentiis. Un club che raggiunge alti livelli competitivi avrebbe bisogno di dirigenti autorevoli e talvolta autoritari, di una struttura verticistica solida. Quanto è accaduto, invece, è figlio di certa volubilità societaria che ha condotto i calciatori a insubordinare un alto dirigente che non è visto come tale – e sarebbe pure il numero 2 del club – ma semplicemente come il figlio del presidente, già in passato venuto allo scontro con altri stipendiati del club.

Fatto gravissimo, senza precedenti nella storia del calcio professionistico, quello di disobbedire in gruppo a una scelta del presidenza, per quanto comunicata in tempo e modo a dir poco discutibili. Non starò qui a fare demagogia nel ricordare che si tratta di ragazzi strapagati e idolatrati, ma almeno mi sia consentito sdegnare l’atteggiamento di chi è sempre pronto a bussare a danari e chiedere puntualmente aumento di ingaggi quando le cose vanno bene ed è altrettanto pronto a far valere i propri egoismi anche quando le cose vanno male, senza assumersi alcuna responsabilità. Intollerabile.

Il comunicato ufficiale della SSC Napoli investe di poteri e responsabilità l’allenatore, e qui le interpretazioni possono essere diverse. Ma che la squadra sia contro #Ancelotti sembra difficile crederlo dopo aver visto l’ammucchiata di Salisburgo al goal di#Insigne, capitano compreso, che è uno di quelli meno contenti per le scelte tecniche e tattiche del mister. Molto più realistico considerare un’intolleranza di alcuni calciatori nei confronti del dispotico e fumantino presidente per alcune sue recenti dichiarazioni, che è poi la stessa che prova parte della tifoseria. Intolleranza scaricata sul suo debole alter ego nel momento in cui quest’ultimo ha ritenuto di potersi porre de visu come il padre fa attraverso la stampa. Ancelotti è forse tra i due fuochi, a metà strada tra i suoi calciatori e il suo presidente, che gli chiede, con il comunicato, di risolvere. E lo pretende, perché una squadra assai valida non può naufragare miseramente in una stagione anonima, con tutte le migliori premesse che s’erano poste. E non può assolutamente naufragare il progetto Napoli, che funziona nonostante il suo modello societario assolutamente inadeguato ai livelli da esso stesso conquistato.


Mertens merita la cittadinanza napoletana

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Angelo ForgioneÈ il momento della celebrazione di Dries Mertens, autore del sorpasso numerico, in termini di marcature, ai “danni” di Sua Maestà Diego. Poi c’è la vita fuori dal rettangolo di gioco, ed è quella a fare l’uomo, la persona. Chi conosce Dries, sa che corre a giocare a “moglie e marito” dalla piccola Aurora in ospedale, va a sfamare i senzatetto di piazza Garibaldi con cartoni di pizza e a cibare i cani randagi al canile.
Il folletto belga è ormai napoletano a tutti gli effetti, incarnando ‘identità napoletana da lui apprezzata con passione e da tutti percepita attraverso il soprannome “Ciro”, che i napoletani gli hanno assegnato per riconoscergli la cittadinanza a furor di popolo. E una cittadinanza onoraria vera e propria il calciatore belga la meriterebbe dal Consiglio comunale di Napoli e dal sindaco De Magistris, che assai ne ha distribuite negli ultimi sette anni, forse troppe: ben 28. Mai così tante prima! Un’onorificenza che andrebbe concessa con parsimonia a personalità legate alla città per il proprio impegno e opere nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’industria, del lavoro, dell’istruzione e dello sport, ma inflazionata con conferimenti simbolici a qualche personaggio che poco o niente ha offerto alla valorizzazione dell’immagine cittadina. Restando però nel recinto sportivo, se è stata e conferita a Gökhan Inler perché, andando via, ha scritto una lettera di saluto alla città e ai tifosi azzurri, e a Kalidou Koulibaly perché rappresentante della natura antirazzista, multiculturale e multietnica di Napoli, la merita ampiamente anche e soprattutto Dries Mertens, per identità napoletana acquisita, ben interpretata e riconosciuta anche al di fuori dei confini locali e nazionali. Perché napoletano si nasce, vero, e non è neanche detto che lo si faccia davvero, ma “Ciro”, dalla fiamminga e nordica Lovanio, abbracciando il lifestyle partenopeo, ci dimostra che napoletano si può anche diventarlo.

‘Dov’è la Vittoria’ premiato al Campus 3s

Dal 10 al 12 ottobre, alla Rotonda Diaz di Napoli, in programma il Campus3s Givova NAPOLI 2019 di Tommaso Mandato, un immenso ospedale da campo dove tutti potranno recarsi per visite gratuite in varie specialistiche.
Nel cartellone della manifestazione, anche il ‘Premio per la Letteratura dello Sport e della Salute’, che sarà assegnato a Dov’è la Vittoria e ad altre interessanti opere letterarie. Appuntamento venerdì 11, alle ore 18sul palco centrale della manifestazione, per dibattere di passione sportiva che va oltre con i premiati e diversi personaggi di spicco del mondo dello sport.

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90 anni fa nasceva la Serie A. A Napoli la prima “radiocronaca”

Angelo Forgione6 ottobre 1929, esattamente 90 anni fa. Era domenica, come oggi, e partiva il primo campionato italiano di calcio a girone unico, denominato Serie A, voluto dai gerarchi fascisti, che esercitavano il loro effetto anche sul Foot-ball, pardon, calcio. Già, perché a Mussolini i termini stranieri proprio non andavano giù e conveniva cancellarli, come tutto ciò che richiamava nel nome l’Internazionale comunista. L’Internazionale si era rinominata Ambrosiana, l’Internaples aveva optato per la più semplice denominazione Napoli, il Genoa in Genova, e via così. 18 squadre, quasi tutte del Nord, tranne il Napoli, la Roma e la Lazio, più o meno come oggi, per la gioia dei gerarchi a capo di CONI e FIGC, ai quali una parvenza di Italia unita almeno nel calcio, come non lo era mai stata, faceva gioco alla proiezione del nazionalismo imperante.
In realtà, il girone unico avrebbe dovuto partire già dal 1926, ma la volontà del regime di integrare il Sud nel campionato aveva fatto rinviare il progetto di altri tre anni. Il movimento meridionale, emarginato per 28 anni, non aveva potuto svilupparsi come quello settentrionale, monopolizzato dagli uomini del Nord a capo della Federazione, e allora le squadre di Roma e Napoli avrebbero dovuto avere il tempo di adattarsi, a suon di fusioni e ripescaggi.
Nell’estate 1928, Leandro Arpinati, fascista di spicco in quel di Bologna, una volta impossessatosi della Federazione, pensò al “girone unico” e stabilì che la stagione 1928/29 avrebbe qualificato 16 squadre per la successiva “Divisione Nazionale di Serie A”, ovvero le prime otto classificate di ognuno dei due gironi di Nord e Sud. Solo che a fine campionato le già ripescate Napoli e Lazio conclusero appaiate all’ultimo posto disponibile al Sud per la nuova Seria A. Gli azzurri, all’ultima giornata, uscirono indenni dalla trasferta sul campo dei biancocelesti e riuscirono a guadagnarsi lo spareggio in campo neutro, che si disputò a Milano una settimana dopo, il 23 giugno.
Quella domenica di primissima estate fu molto calda a Milano, per la presenza di cinquemila sostenitori laziali e, in maggioranza, napoletani. E fu caldissima nella Roma biancoceleste ma soprattutto a Napoli, non solo per la temperatura ma anche per la già smisurata passione dei tifosi azzurri, radunati in centro dal giornale locale Il Mezzogiorno Sportivo, che inviò un giornalista a San Siro per seguire la partita e poi trasmettere in diretta la narrazione della partita ai colleghi a Napoli, che avrebbero raccontato minuto per minuto le fasi salienti della partita ai tifosi. L’esperimento era stato già provato con successo sette giorni prima, e il giornalista Felice Scandone, fondatore della testata, ne aveva decretato il successo dalle pagine dello stesso giornale, raccontando che durante il match di Roma “la folla era diventata imponente, fino a interrompere il servizio pubblico a Piazza S. Ferdinando (oggi Trieste e Trento), ove aveva sede la redazione. I giornalisti napoletani si erano inventati il primo “live” per una squadra di club.
galleria_umberto_serieaA quel tempo non esisteva Tutto il calcio minuto per minuto e nemmeno la figura dell’inviato sportivo, e quella trovata fu talmente pionieristica e innovativa che i trepidanti tifosi napoletani si riunirono in massa sotto la sede del quotidiano, fino a riempire la vicina Galleria Umberto I, per avere notizie dell’importante spareggio in tempo reale.
Michele Buonanno, a Milano, comunicava i suoi resoconti a Felice Scandone, a Napoli, il quale avvisava dal balcone la folla sottostante. Apprensione al vantaggio della Lazio al 17′, tenuto fino all’intervallo, ma l’azzurra marea esplose di gioia due volte in un quarto d’ora del secondo tempo per il pareggio e il vantaggio del Napoli tra il 55′ e il 69′, prima del pari amaro degli aquilotti romani all’80’ che fissò il risultato sul 2-2, anche dopo i tempi supplementari. Partita da ripetere e verdetto rimandato di sette giorni.
Si verificò, tuttavia, una situazione molto italiana, tutta una serie di compromessi durante la settimana che portava al secondo spareggio. Una delegazione di dirigenti della Triestina, approfittando della situazione, si recò in Federcalcio, chiedendo di ammettere la squadra giuliana alla nascente Serie A come prima retrocessa del Nord nella stagione appena conclusa, adducendo la provenienza da una zona che da sempre aveva rappresentato un «focolaio di patriottismo», fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale contro l’Austria. I dirigenti di Napoli e Lazio, appreso della richiesta triestina, pressarono per non tornare a spareggiare in campo, ben sapendo tutti quale valore avesse il patriottismo per Mussolini e per il fascismo. Triestina, Venezia e Fiumana, infatti, l’estate precedente, erano state ammesse d’ufficio al Girone Nord per portare nel calcio le rappresentanze dei territori della Venezia Giulia annessi all’Italia nel 1919 dopo la Grande Guerra e simboli dell’Unità completata.
A rallegrare tutti, napoletani, laziali e triestini, ci pensò Arpinati, che, con il benestare del Duce, decise di ammettere i tre club nel massimo campionato di Serie A, allargandolo a 18 squadre. Fece comodo che fosse proprio la Triestina la prima da ripescare del Nord, per evidenti questioni patriottiche. Così fu garantita una maggiore rappresentanza sia alle squadre meridionali che alla Venezia Giulia, da un decennio riscattata dal Regno d’Italia.
La prima stagione a girone unico, la Serie A, partì appunto il 6 ottobre 1929. Prima giornata e fu subito Juventus-Napoli, con vittoria di misura dei bianconeri (3-2). Dopo 34 giornate, a spuntarla per la terza volta fu l’Inter, pardon, Ambrosiana, negando al Genoa, pardon, Genova, lo scudetto della stella (del Nord) mai acciuffato. Il Calcio del Sud si fece finalmente onore, conquistando il quinto posto col Napoli e il sesto con la Roma. Lazio salva, come la Triestina. Accadeva 90 anni fa.
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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione)

Calciomercato stop! Che Napoli è?

Angelo Forgione – Stop al calciomercato – vivaddio! – e il Napoli ne esce tutto sommato rafforzato, nonostante qualche mugugno. Poco male, dopo le classiche contestazioni estive con tanto di striscioni esposti in città.
Tirati fuori 115 milioni per puntellare la squadra e incassati 150 per tenere tutti i big e stabilizzare il bilancio in un quadro generale di stallo nella crescita dei ricavi. Solo così era possibile evitare, per il secondo anno di fila, sacrifici “fisiologici”, ferrea condizione posta da Ancelotti al suo arrivo. Resta anche Allan, la cui cessione era data per scontata a fine stagione, con tutto ciò che ne consegue in termini di monte ingaggi, cresciuto di oltre l’80% rispetto al 2013, ed è questo il segnale più importante. Nelle ultime tre sessioni, di rilevante è uscito il solo senatore Hamsik, tentato già un anno fa dalle ricche sirene cinesi, alle quali ha poi ceduto a gennaio con il placet del mister, una volta completato l’inserimento di Fabian Ruiz.
Innestati due elementi di spessore assoluto: Manolas, in luogo di Albiol, e Lozano, pallino di Ancelotti indicato come alternativa al pupillo James, elemento dal quale aveva avuto disponibilità al trasferimento. Fortissimi i segnali che portavano al colombiano e il mister non aveva fatto mistero della promessa fattagli dal sudamericano. Tutti lo avevamo dato in procinto di vestire l’azzurro, ma poi, dopo aver provato Pépé, a Ferragosto, le cose sono cambiate al Real, che non l’ha voluto e potuto cedere, e allora Carletto si è accontentato volentieri del messicano, segnato sul suo taccuino da un anno. Non sarebbero arrivati entrambi, e fu chiaro in tal senso De Laurentiis a giugno: «o prendo James ad Ancelotti o vado su Lozano». In troppi, non avendo compreso che l’uno escludeva l’altro, hanno atteso Rodriguez fino all’ultimo minuto del mercato, mentre Lozano già vestiva la maglia riservata a uno dei due e pure aveva già graffiato a Torino. Delusione destinata a svanire nella grande qualità del centroamericano, valore aggiunto non solo per il Napoli ma per l’intero calcio italiano.
Di Lorenzo si è preso velocemente la titolarità della corsia di destra. Elmas è già dentro la turnazione della linea mediana, valida alternativa ad Allan. Llorente, di certo non un fulmine di guerra, ci entrerà in qualche misura, aggiungendo centimetri utili ad alzare la palla all’occorrenza, e dando fiato a Milik, che ha solo bisogno di fiducia. Ancelotti e De Laurentiis hanno deciso di dargliela, mettendogli di fianco un concorrente che non gli pesti i piedi. Una punta che dopo due infortuni gravi realizza 17 reti senza rigori, quanto il capocannoniere Quagliarella e più di Ronaldo, il sostegno del club e dei tifosi lo merita.
Verdi via, ormai completamente chiuso là davanti. Il Torino la sua dimensione ideale. Esce anche il valido Chiriches, non integro per il cronico problema alla spalla e i numerosi infortuni che gli hanno concesso solo 15 presenze in 2 anni. Tonelli ad occuparne lo slot dei rincalzi.
Nota stonata, la permanenza di Hysaj dopo aver annunciato l’addio per andare a cercare vittorie altrove. Gli toccherà invece fare da coperchio agli esterni, almeno fino a gennaio.
Si poteva fare di più? Forse. E forse tanto valeva tenere Inglese invece di mettere dentro Llorente. Ma non si è fatto meno di quel che aveva chiesto il “felicissimo” Ancelotti. Ora tocca a lui, più che lo scorso anno.