Il Governo non vede i vantaggi di localizzazione calcistica

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Angelo Forgione Sul tavolo del Governo vi è da qualche mese il cosiddetto “Decreto crescita”, una proposta di legge per provare a contrastare il fenomeno della fuga dei cervelli e incentivare l’occupazione in Italia. Come? Tassazione agevolata per chi accoglie lavoratori che scelgono il nostro paese dopo due anni di lavoro contrattualizzato all’estero. “Bonus” fiscale fissato al 70% per chi verrà nel nostro Centro-Nord e al 90% per chi sceglierà le più depresse regioni del Mezzogiorno. Incentivo opportunamente calcolato tenendo conto delle sperequazioni economiche del Paese, dunque, ma poi altolà, qualcuno ha pensato che il decreto potesse agevolare il Sud sotto il profilo sportivo. Già, perché le società sportive italiane avrebbero avuto diritto, per i trasferimenti di calciatori in entrata dall’estero, ad un considerevole sconto sula tassazione dei nuovi contratti firmati, e quelle del Sud in misura maggiore. E allora si è deciso di unificare l’Italia, almeno nel calcio, creando un doppio binario con un emendamento chirurgico: vantaggio fiscale più alto per le imprese ddel Sud rispetto a quelle del Nord in tutti i settori tranne uno, lo sport professionistico, dove sarà uguale per tutti e ridotto al 50%; come se una ditta che produce conserve di pomodoro e una che produce calcio operino in due territori diversi.
In Parlamento qualcuno l’ha definita “norma anti Napoli”, perché è chiaro che la modifica nasca per non concedere un vantaggio fiscale più alto al Napoli, l’unica società dello svantaggiato Sud a contrastare quelle del più ricco Nord e pronta a contendergli qualche grande calciatore. I grandi club settentrionali hanno storto il naso e Sandro Sabatini, tra i volti più noti di Mediaset, ha manifestato il suo disappunto: “ingiusto offrire un vantaggio alle squadre del Sud. Il Napoli potrebbe approfittarne”. Approfittarne, non beneficiarne, e la differenza è sostanziale, anche per Cagliari e Lecce, restando alla sola Serie A. 3 club su 20, e già nei numeri si capisce che il calcio meridionale non equivale a quello del resto del Paese.

Io che ho scritto un libro sulla Questione meridionale nel calcio (‘Dov’è la Vittoria’, Magenes) posso solo rabbrividire di fronte a un Governo che accoglie le richieste di chi teme un vantaggio per il Calcio Napoli e lo vuole differenziare da un’azienda che produce merci e servizi perché produce spettacolo sportivo. Va bene ridurre il “bonus” per il calcio, che è settore di altissimi fatturati, ma non va assolutamente bene far finta che le condizioni in cui operano i football club siano uguali per tutti. Esistono dei “vantaggi di localizzazione” a favore delle società del Nord, derivanti dall’ubicazione geografica, che si traducono in maggiore competitività, ma qualcuno fa finta di non riconoscerli. E sono esattamente questi “vantaggi di localizzazione” ad aver generato fenomeni di concentrazione e polarizzazione a favore delle “grandi del Nord”.

Se volessimo fare un esempio pratico per spiegare le differenze tra Nord e Sud del calcio, e cosa significano i “vantaggi di localizzazione”, basta confrontare le città di Napoli e Torino, popolate più o meno in egual misura. Quando, nel 1986, la macchina organizzativa del Mondiale di Italia ‘90 si mise in moto, a Napoli si giocava allo stadio San Paolo e a Torino al Comunale. Il primo fu rovinosamente rimodernato e il secondo fu scalzato dalla costruzione del nuovo Delle Alpi in un’altra zona della città. Mentre lo stadio napoletano degradava velocemente e sempre più, le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 fornivano l’occasione per rifare il vecchio Comunale, che sarebbe diventato lo stadio del Torino. La Juventus, forte di un’egemonia Fiat sulla città e sulle politiche industriali d’Italia che il Napoli non ha mai avuto, riusciva a ottenere nel 2008 la concessione a prezzi di estremo favore dei terreni dove sorgeva il Delle Alpi, per demolirlo e sostituirlo col modernissimo Juventus Stadium di proprietà. Risultato: in un ventennio, Napoli ha visto il suo tempio del Calcio divorare enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione. Nello stesso ventennio, Torino ha visto sorgere di fatto tre stadi nuovi, e se n’è ritrovati due di Categoria 4 UEFA, quella di maggior livello tecnico, per le squadre cittadine, una delle quali (la più potente) ha tratto dal suo stadio un sensibile aumento di fatturato.

Se il mio parallelo non bastasse, viene a supporto il rigore scientifico dei docenti universitari con i loro studi tematici. Nell’indagine ‘Il business del Calcio – Successi sportivi e rovesci finanziari’ (Egea, Milano), un’analisi condotta dai docenti universitari Umberto Lago, Alessandro Baroncelli e Stefan Szymanski, è evidenziato un effettivo vantaggio competitivo derivante proprio dalla diversa localizzazione tra squadre del Nord e del Sud.
E ancora, lo studio ‘Localizzazione geografica e performance sportiva: una analisi empirica sulla Serie A’ (Rivista di Diritto ed Economia dello Sport, vol. IV – n.3) del professor Marco Di Domizio, ricercatore di Economia politica dell’Università degli Studi di Teramo, ha rapportato l’ubicazione geografica e le prestazioni sportive delle principali squadre italiane sulla base dell’intero arco temporale dei tornei a girone unico, inaugurati nel 1929, con l’intento di valutare l’incidenza dei fattori geografici ed economici sui risultati osservati. Lo studio ha evidenziato che i risultati complessivi del Napoli (ma anche quelli di Roma e Fiorentina) sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e nettamente superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna, tre società che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.

Ma c’è davvero bisogno di chiamare in causa gli analisti universitari per dimostrare che il Nord è storicamente e geograficamente avvantaggiato anche nel calcio? Su 115 scudetti solo 3 sono finiti in due città, Napoli e Cagliari, con svantaggi territoriali marcati, tutti supportati dalla politica democristiana e uno, quello del Cagliari, addirittura anche dai capitali dell’imprenditoria lombarda. Il rapporto degli scudetti vinti è impietoso come lo è anche la presenza storica del Sud in Seria A, che non raggiunge il 20%, a fronte di una percentuale demografica della popolazione meridionale sempre bilanciata a quella del resto del Paese. E contando i comuni che sono riusciti ad approdare almeno una volta in Massima Serie dal primo campionato con squadre del Nord e del Sud riunite in un unico torneo (1926-27) a oggi, se ne contano 43 settentrionali e 17 meridionali (rapporto approssimativo: 2,5 a 1). Manca all’appello Taranto, sesta città del Mezzogiorno e sedicesima d’Italia, così come anche capoluoghi di regione come L’Aquila, Campobasso e Potenza.
La maggiore agevolazione fiscale ai club del Sud avrebbe potuto aiutare il calcio meridionale a crescere, così come negli intenti del decreto stesso, volto a incentivare l’occupazione nel Sud in proporzione al più sviluppato Nord.

Ma fa davvero sorridere la volontà di considerare il Sud del calcio uguale al Nord. Fu ghettizzato per un trentennio al principio, dal 1898 al 1926, vietandogli di misurarsi direttamente con il calcio settentrionale. E quando il Coni fascista impose alla FIGC di includere nel campionato nazionale tre squadre centro-meridionali, il Napoli e le due romane che poi fondendosi l’anno seguente avrebbero dato vita alla Roma, i sodalizi del Nord pure protestarono, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano per far valere la tesi che i tre posti spettassero a squadre settentrionali. Qualcuno dirà che è passato un secolo, ignorando che in questo secolo il divario Nord-Sud non è stato annullato, neanche nel calcio, che è emanazione riflessa del Paese. Ma il Napoli, prodigiosamente competitivo in questo scenario, fa paura, e non è il caso di avvantaggiarlo fiscalmente. E allora via alla “norma anti Napoli”, con l’alibi che il calcio non sia soggetto a differenze territoriali e che le diverse economie dei territori in cui operano i club non influiscano sui destini della loro vita sportiva, agevolata o penalizzata a seconda che si trovino in una zona opulenta o depressa.

In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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La fine della A.C. Napoli e il principio della SSCN

Angelo Forgione – 11 maggio 1961. La A.C. Napoli è 14ma in una Serie A a 18 squadre e lotta per evitare la retrocessione in B.
Inutili i tentativi del Comandante Achille Lauro di risollevare la squadra in crisi ingaggiando uno psicanalista e poi esonerando l’allenatore Amadei e il direttore tecnico Cesarini.
I tifosi azzurri, che hanno sostenuto la squadra riempiendo il monumentale e nuovissimo stadio San Paolo, sono amareggiati. Un gruppo numeroso scende in piazza per chiedere una società più organizzata e traguardi più ambiziosi. C’è anche un cartello che ricorda al presidente-sindaco Lauro il suo slogan acchiappa-voti: “Un grande Napoli per una grande Napoli”.
A sostenere la protesta c’è pure ‘o ricciulillo, tale Gennaro Notarangelo, anche detto “il re di Forcella”, un capo storico del tifo azzurro degli anni Cinquanta allo stadio del Vomero, noto per i suoi giri di campo al fianco di un ciuccio bardato d’azzurro.

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Il Napoli perderà le restanti quattro partite e sarà scavalcato da Udinese, Lecco e Bari, finendo tristemente in B per la terza volta nella sua storia.

L’anno successivo, la squadra chiuderà il girone d’andata della Cadetteria nelle ultime posizioni, rischiando la C, e perciò Lauro chiamerà come nuovo allenatore Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie, con cui la squadra risalirà la china fino a raggiungere la promozione in Serie A e addirittura la conquista della Coppa Italia, passando alla storia come unica compagine ad aver conquistato il trofeo nazionale pur non militando nella Massima Serie.

Al ritorno in A, l’Associazione Calcio Napoli sarà immediatamente retrocessa. Oberata dai debiti, il 25 giugno 1964 sarà ricostituita come Società Sportiva Calcio Napoli, terza fondazione dopo quelle del 1922 e del 1926 per un club che tornerà in A l’anno seguente.

Napoli e De Laurentiis, un idillio mai nato

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Angelo ForgioneCon importanti apprezzamenti, parlo di calcio italiano applicandone il contesto alla Questione meridionale, ma qualcuno sostiene: “Forgione è stranamente allineato a De Laurentiis”. Qualcun altro va anche oltre, alludendo al baratto della mia onestà intellettuale con chissà quale vantaggio concessomi. La verità è che non ho rapporti di nessun genere con la proprietà e con la dirigenza del Napoli, e rispondo solo a me stesso. Ho più volte stigmatizzato la persona De Laurentiis, le frasi offensive sui cittadini di Barra o quelle risibili sulla pizza napoletana, e potrei farne diversi di esempi. Sono dotato di un’intelligenza sufficiente per capire che De Laurentiis non fa proprio nulla per farsi amare ed è un disastro in quanto a comunicazione, responsabile di un certo clima, quando gli sarebbe bastato veramente poco per farsi apprezzare dalla tifoseria azzurra. Ma poi c’è ben altro da considerare, guardare la luna dietro il dito, se non si vuol cadere nella trappola dell’ostracismo ideologico, che appartiene a chi cataloga le opinioni tra “papponisti pagati” e “malviventi antipapponisti”.
Prima di esprimermi, di scrivere e di parlare, verifico gli argomenti di cui tratto, sempre, a prescindere da simpatie ed antipatie, da frasi apprezzate e altre molto meno. Bisogna sempre mettere da parte la pancia e usare la testa per capire un fenomeno.

Il fenomeno di cui parlo ha origine nel 2006, allorché scoppiò Calciopoli, tipico scandalo all’italiana solo parzialmente scoperchiato e processato. La Juventus e il Napoli si ritrovarono insieme in Serie B, l’una scendendo e l’altra salendo. Riuscirono a conquistare la Serie A, e dopo tre anni iniziarono a consolidarsi come primissima e seconda forza del campionato italiano, quando a contendere la leadership ai Bianconeri erano Inter e Milan.

A distanza di dieci anni dal ritorno di un Agnelli alla guida della Juventus e del ritorno del Napoli nelle competizioni europee, i Bianconeri hanno aumentato il loro fatturato di 300 milioni di euro e hanno vinto tantissimo, e gli Azzurri di 100 milioni, vincendo qualche coppa nazionale. La tifoseria juventina non si accontenta più dello scudetto, non lo festeggia neanche, e aspetta solo e unicamente la Champions, mentre quella napoletana non si accontenta più di sostenere la seconda forza italiana e pretende la vittoria. Se però la storia della Juventus spiega l’insoddisfazione dei suoi tifosi, quella del Napoli proprio non riesce a giustificare la contestazione all’operato della proprietà attuale, accusata ufficialmente di investire meno di quanto incassa e di impedire il raggiungimento dei massimi risultati.
È il risultato di un’ossificazione del nostro campionato, in cui a vincere è sempre la stessa squadra, e allora i suoi tifosi perdono la libido e i tifosi della prima avversaria perdono la pazienza.

I tifosi del Napoli meritano di più?

Il Napoli non ha mai navigato nell’oro e ha sempre dovuto fare i conti con i bilanci, anche quando la principale fonte di fatturato era la bigliettazione allo stadio e il San Paolo era l’impianto più gremito d’Italia. Nell’unico momento in cui non l’ha fatto, una volta avuto “in dono” dalla politica democristiana il trastullo Maradona e costretto a spendere per consentirgli di lottare per lo scudetto, ha speso ben più di quel che entrava e ha aperto una crisi lunga più di un decennio, culminata nel fallimento.
Le stagioni in Massima Serie degli Azzurri sono 75. I campionati di Serie B ammontano a 12, di cui 11 nell’era 1926-2004 e 1 nel forzato percorso di risalita, cui vanno aggiunti 2 di Serie C. In 89 stagioni disputate nei campionati professionistici, il club partenopeo ha vinto 2 scudetti, si è classificato 8 volte secondo (compresa la stagione in corso) e 10 volte terzo. Tradotto in percentuale, il Napoli è arrivato sul podio della Serie A nel 22,47% della sua vita sportiva.
Dal 2006, anno del ritorno in Serie A, si è classificato 4 volte secondo e 3 volte terzo, tutti piazzamenti racchiusi negli ultimi 9 anni, ed è quindi arrivato sul podio nel 53,84% dei casi, che sale al 77,77% negli ultimi 9 anni e al 100% negli ultimi 4. Il trend segnala chiaramente un consolidamento della posizione.
A questi numeri vanno sommate le 10 partecipazioni consecutive nelle competizioni europee negli ultimi 10 anni, che fanno salire il totale a 31.
È evidente che la contestazione in atto è miope, cresciuta di pari passo con la crescita dei risultati sportivi e con le aspettative, ed è chiaramente portata alla persona De Laurentiis, non al merito. Una contestazione che ha origine in certe frange organizzate osservate dalla Digos, anche se si è ben radicata anche in altre aree moderate della tifoseria. La città è spaccata ma è innegabile che l’antipapponismo sia presente nella Napoli popolare come in quella borghese che mal tollera un uomo certamente distante dall’identità locale, un Marchese del Grillo refrattario alla napoletanità, ma che grazie alla sua disciplina aziendale ha creato una realtà calcistica importante in Italia e in Europa, e l’ha fatto in un territorio in cui l’economia di mercato è agonizzante.
Una contestazione che dura da anni, nata nel 2007, proprio al ritorno in Serie A, con le contestazioni durante la presentazione di Hamsik e Lavezzi, e cresciuta coi risultati, complice il caratteraccio del presidente. Una contestazione che si assopisce solo quando i risultati sportivi non aiutano i contestatori a trascinare la piazza, come ad esempio nello scorso autunno, quando il Napoli ha lottato ad armi pari sul campo contro PSG e Liverpool. Una contestazione che prevede l’avvelenamento sistematico della città a partire da ogni maledetta estate, quando a Dimaro il tifo passionale delle famiglie e degli emigrati rende il ritiro un festoso villaggio vacanze mentre Napoli viene tappezzata di striscioni al cianuro.

Il Napoli investe meno di quanto incassa?

A De Laurentiis si imputa l’assenza di progettualità: il Napoli non ha uno stadio di proprietà, non ha un centro sportivo degno di questo nome, non ha un settore giovanile all’altezza di una grande squadra. Vero, ma lo è proprio per progetto.
Il Napoli di oggi è a livelli di continuità mai raggiunti prima, neanche nei 5 anni d’oro dei secondi anni Ottanta, e questa continuità è esattamente il risultato del progetto aziendale, ovvero del proprio modello di business autosufficiente, che prevede la qualificazione sistematica alla Champions League attraverso la costruzione di rose competitive anche attraverso la cessione redditizia di qualche calciatore. Il fatturato del Napoli si basa soprattutto su diritti televisivi, market pool Uefa e plusvalenze. Non sussistono altre fonti di vera crescita del fatturato. Lo stadio di proprietà non è neanche in progetto, la bigliettazione decresce e il marketing non cresce sensibilmente (nel 2010 apportava 33 milioni di euro di ricavi, attualmente siamo sui 40). Assenze che bloccano la crescita del fatturato da almeno un quinquennio durante il quale i costi sono aumentati, e implicano la necessità di disporre di denaro cui attingere per il monte stipendi in continua crescita e per far fonte agli imprevisti (mancata qualificazione in Champions) senza dover smantellare la squadra o dover ricorrere ai finanziamenti bancari con pagamento di interessi e altre spese, oltre ovviamente all’ammortamento, che graverebbero sulla gestione economica complessiva.
Il “tesoretto” del Napoli equivale attualmente a circa 120 milioni di euro, che fa apparire il club come società ricca, ma in realtà non lo è perché questo patrimonio può essere speso per acquistare calciatori prospettici di buon livello ma non per affermati fuoriclasse dall’ingaggio pesante, e neanche per realizzare strutture che possano produrre ricavi o sviluppare il settore giovanile, a meno che non si abbassi l’asticella degli obiettivi stagionali. La coperta, al momento, è ancora corta e impone una scelta. Quella del Napoli è la competitività ad alti livelli.

Il tifoso del Napoli può pretendere di più?

Per aumentare la sua forza finanziaria, il Napoli dovrebbe essere rilevato da uno sceicco, ammesso che De Laurentiis sia intenzionato a cederlo, e non lo è. Sceicco che mai verrà, perché il nostro pallone non interessa a certi ricconi del petrolio, disinteressati all’economia italiana che non apre ad affari veramente appetitosi. Chi compra una squadra di calcio lo fa per guadagnare consensi e favori in un territorio a cui è interessato per altri affari. Gli sceicchi conoscono perfettamente le condizioni in cui versa il nostro Paese, perché hanno contribuito all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno benissimo che l’Italia è un inferno fiscale. Sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare, e sono pure a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona. Loro che investono in Inghilterra, Francia e Germania, non intravedono vantaggio investendo nel calcio italiano, men che meno al Sud. E infatti a Milano e a Roma vi sono imprenditori cinesi disponibili a rischiare e bancari americani costretti a salvaguardare i loro antichi prestiti. Chi ha tanti soldi e vuole investire senza rischi non sceglie l’Italia, e ancor più difficilmente Napoli. Alla porta del club azzurro non c’è nessuno di veramente facoltoso, siamone certi.

Con De Laurentiis il Napoli non può vincere?

È ormai opinione relativamente diffusa che con questa proprietà il Napoli non possa vincere mai. Intanto ha già vinto due volte la Coppa Italia e una Supercoppa, poco ma non pochissimo nell’ossificazione generata dalla Juventus. Ma è chiaro che la piazza, per “vincere”, intende vincere lo scudetto. Stucchevole, ormai, ricordare che il Napoli ne ha vinti solo 2 in 78 anni senza De Laurentiis, entrambi col più grande di tutti i tempi. Da quello sforzo è nata la crisi che ha condotto al fallimento.
Dal 1992 ad oggi, solo due scudetti sono stati vinti da squadre diverse da Juventus, Milan ed Inter: quelli di Roma e Lazio, in pieno Giubileo, con artifici vari e indebitandosi entrambe fino al collo. La politica e le banche le hanno salvate dai fallimenti ma ancora oggi sono zavorrate da quei debiti da ripianare. Fiorentina e Parma sono ripartite da zero dopo averci provato anch’esse senza poterselo permettere. Eppure una parte di Napoli sogna un presidente tifoso che dilapidi il patrimonio in nome della gloria, per poi passare al prossimo al grido di “è morto il re, viva il re”.
Battere le tre grandi del Nord è storicamente difficile. Il Napoli è riuscito a mettersi dietro le milanesi, frenate anch’esse dai loro passivi di bilancio, ma non la Juventus, che ha accresciuto la sua solidità. Forse sarebbe accaduto con delle sessioni invernali di mercato più adeguate nei momenti di primato, e qui si individua una lacuna del club. L’impresa è stata sfiorata lo scorso anno, e tutti sanno perché non si è concretizzata.
Chissà, magari il terzo scudetto un giorno arriverà, ma sarebbe qualcosa di eccezionale e non certo un evento normale da pretendere.

Il tifoso del Napoli può pretendere la Coppa Uefa (Europa League) come “consolazione”?

L’Italia non porta una squadra in finale in Europa League dal 1999. Da allora, solo tre semifinaliste: la Juventus del 2014, quella dei 102 punti record in campionato, il Napoli di Benitez e Higuain e la Fiorentina nel 2015. Il nostro calcio non è competitivo per i grandi traguardi europei. Vincere l’Europa League per una squadra italiana è oggi un’impresa come lo è vincere la Champions League.

È giusto contestare un club che ha raggiunto certi livelli?

Ogni contestazione è consentita se condotta in maniera civile. “Meritiamo di più” è una rivendicazione civile, ma una rivendicazione che con questo Napoli, oggettivamente, non ha ragione d’essere. “Pretendiamo la Coppa” e “Noi vogliamo vincere” suonano un po’ come il famoso “Nuje vulimmo ‘o posto” dei disoccupati organizzati, dove la pretesa del risultato non segue un forte impegno personale e corrispondere a chissà quale diritto divino, soprattutto in una città in cui l’impegno civile di chi la ama e la rispetta è umiliato da chi la violenta quotidianamente. Anche solo gettando una carta a terra.

De Laurentiis lascerà il Napoli per i contestatori?

Striscioni, lessico consolidato, selfie beffardi e restituzioni di maglie dimostrano che la contestazione al Napoli è in realtà contestazione alla persona del suo proprietario, che non accenna a risentirne minimamente. Anzi, incurante degli umori della piazza, ha acuito le distanze acquistando il Bari, i cui i tifosi sono notoriamente ostili a quelli partenopei.
L’acquisto del club pugliese non significa affatto un disimpegno della famiglia De Laurentiis da Napoli, che tra le due piazze è la più prestigiosa e importante.
In sede di audizioni alla Commissione Parlamentare Antimafia, non alla stampa, Aurelio De Laurentiis ha detto di non avere al momento alcuna intenzione di rinunciare al club azzurro, nonostante le problematiche ambientali discusse in Commissione stessa.
“Per me è un film con una sceneggiatura aperta – ha detto il presidente –, un film in continua evoluzione, che ancora non è uscito nelle sale, quindi non ha cominciato la sua fase finale di utilizzabilità”.

Ho provato a dare delle risposte di testa al brutto clima che si respira a Napoli. Ora, se volete, dite pure che sono allineato a De Laurentiis, concentrandovi sul dito e ignorando la luna. La pancia è esattamente la causa dei veleni, sparsi da una parte e dall’altra.

Doppio appuntamento venerdì 22

Angelo ForgioneVenerdì 22 marzo doppio appuntamento tra il centro di Napoli e la zona flegrea con la mia saggistica.
Si comincia nel cuore della città, alle ore 18, con la presentazione de il Re di Napoli al megastore la Feltrinelli di Chiaia. Ne parlerò in compagnia del presidente della Fondazione Univerde Alfonso Pecoraro Scanio, promotore con successo della petizione #PizzaUnesco, dell’antropologo della contemporaneità Marino Niola e del presidente dell’Associazione Verace Pizza Napoletana Antonio Pace.

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Alle 20.30 la location sarà invece quella de Le Matiz Event, presso la caffetteria ‘Fumo e Caffè’ di Villaricca (NA), in via Torino 34, per la presentazione di Dov’è la Vittoria, nell’ambito di un più ampio dibattito organizzato dal Club Napoli Azzurri Flegrei sulla passione azzurra, sulle due Italie nel calcio e sulla violenza verbale e fisica negli stadi, al quale prenderanno parte, tra gli altri, anche Antonella Leardi e Gianni Improta.

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Cena letteraria a Piano di Sorrento

Il 15 marzo, alle ore 20.00, all’Hotel-Spa ‘La Ripetta’ di Piano di Sorrento, cena letteraria con gli sportivi della Penisola Sorrentina sugli aspetti calcistici della Questione meridionale.
Sono invitati tutti i tifosi di zona; napoletani, juventini, interisti, milanisti, romanisti e oltre, per una serata costruttiva e per un dialogo di approfondimento.

(è gradita la prenotazione allo 081.532.13.36 o all’indirizzo email info@laripettahotel.it)

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La colonizzazione lombarda della Sardegna

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Angelo ForgioneI travestimenti di Matteo Salvini continuano. Stavolta niente divisa (abusiva) della Polizia, niente divisa della Protezione Civile. Ora, in tempo di elezioni in Sardegna, è il momento della felpa sarda dei Quattro Mori. Prima il Nord… anzi no, prima l’Italia… anzi no, prima la Sardegna dei poveri pastori che buttano il latte e il sangue, e beato chi ci crede. Che poi, ancora ringraziamo la Lega (Nord) per il consentito sforamento delle quote latte degli allevatori settentrionali, che è costata all’Italia una salatissima multa pagata con i Fondi Fas destinati al Sud.
Ennesima sceneggiata elettorale da parte di un lombardo che, in quanto lombardo, dovrebbe solo chiedere scusa ai sardi per aver devastato il territorio negli anni Sessanta col Piano per la Rinascita della Sardegna, col quale pezzi di un paradiso terrestre sardo furono consegnati all’industria altamente inquinante, quella petrolchimica, ed era lombarda. Vi misero le mani i lombardi Angelo Moratti e Angelo “Nino” Rovelli, con la collaborazione di tutti i politici democristiani che spinsero per l’industrializzazione indiscriminata dell’Isola, senza il minimo rispetto per l’ambiente e per le popolazioni contrarie al destino scritto tra Roma e Milano. E per raggiungere lo scopo portarono persino uno scudetto sull’Isola, quello del 1970 di Gigi Riva, che veniva dalla Lombardia proprio come i due lombardi che acquisirono nell’ombra il club rossoblù e i quotidiani locali (La Nuova Sardegna e L’Unione Sarda) per creare consenso. Chi erano? Moratti e Rovelli. L’uno creò la Saras a Sarroch, vicino Cagliari, e l’altro la SIR a Porto Torres.
L’industria petrolchimica continua a produrre i suoi danni in Sardegna. La Saras, la più grande raffineria petrolifera del Mediterraneo, oggi di proprietà dei fratelli Gian Marco e Massimo Moratti (ex proprietario dell’Inter), danneggia non solo l’ambiente ma anche le finanze della Regione, una delle più povere d’Europa. Il fatto è che una decina d’anni fa la raffineria della famiglia milanese, i cui proventi vanno per tre quarti in Lombardia, presentava bilanci floridi e ciò fece lievitare l’indice del prodotto interno lordo sardo senza un sensibile beneficio diretto sul posto. E così quelli dell’Unione Europea esclusero la Regione Sarda dall’Obiettivo 1, il livello massimo di fondi strutturali destinati al recupero delle regioni europee con reddito pro capite inferiore al 75% della media europea. I livelli di reddito e PIL pro capite sardi erano leggermente più alti delle regioni più povere solo per l’incidenza della Saras sulla percentuale di ricchezza prodotta nell’isola, ricchezza trasferita fiscalmente per tre quarti in Lombardia, e così la Sardegna fu privata di parte dei fondi comunitari nella programmazione 2014-2020. Insomma, ritenuta un’area “in transizione”, tecnicamente verso lo sviluppo, ma ancora oggi resta l’unica regione d’Italia in cui non ci sono autostrade, ma solo strade a scorrimento veloce. Solo nel 2020 sarà pronta la Strada Statale a scorrimento veloce Sassari-Olbia, prima autostrada che possa dirsi tale. Il Frecciarossa? Sull’Isola non sanno neanche cosa siano gli ancor più lenti Frecciabianca, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola. Lì solo treni regionali su linee complementari.
La Saras è poi andata in rosso, un poker di bilanci in rosso dal 2009 al 2012, totale 151 milioni di perdite, con il bisogno di aprire ai russi di Rosneft nel gruppo petrolchimico pur di non rimanere a secco e la necessità di cedere la maggioranza dell’Inter all’indonesiano Erick Thohir, dopo aver indebitato il club pur di vincere in Italia e in Europa e levarsi da dosso la frustrazione di anni di fallimenti. Appresso alla Saras, anche il reddito pro capite dei sardi è tornato sotto il 75% della media europea, e così Bruxelles si è accorta che si tratta di un territorio nel baratro, e l’ha giustamente declassata ad area “meno sviluppata”, cioè facendola tornare nell’ex Obiettivo 1, in triste compagnia di Campania, Calabria, Basilicata, Molise, Puglia e Sicilia, tutte destinatarie di maggiori risorse per la programmazione 2021-2026. E ora è stata messa in ginocchio anche la pastorizia.
La Sardegna è territorio coloniale, succursale periferica dell’imprenditoria settentrionale. Secondo i rapporti di Greenpeace, vi si registra la maggiore estensione nazionale di siti contaminati, con maggiore incidenza nel Sulcis, nell’Iglesiente, nel Guspinese e nel Sassarese. All’inquinamento territoriale e all’eccesso di mortalità della popolazione contribuiscono anche le esercitazioni di guerra, in quello che è il più grande fronte d’addestramento bellico d’Europa. Dagli anni Sessanta, migliaia di ettari di territorio sardo (e fondali) sotto il vincolo delle servitù militari di aria e di terra vengono devastati e incendiati, con gravi conseguenze sulla salute umana. Capo Frasca, Capo Teulada, Perdasdefogu e Salto di Quirra, ad esempio, sono enormi e velenose discariche a cielo aperto di residui di bombe, proiettili, ordigni metallici inesplosi, missili conficcati nel terreno e persino lamiere, fusoliere e carcasse di aerei da guerra abbattuti o precipitati.
E sapete oggi a chi appartiene il Cagliari Calcio? Al milanese Tommaso Giulini, ex componente del C.d.A. dell’Inter di Massimo Moratti. Acquistò il pacchetto azionario da Massimo Cellino, riportando la squadra dell’Isola nelle mani dell’imprenditoria chimica lombarda. Sì, perché in Sardegna gli appartiene la Fluorsid Spa di Macchiareddu, zona industriale di Cagliari, con sede a Milano, leader nella produzione di fluoroderivati inorganici con sfruttamento di una materia prima locale, la fluorite del giacimento di Silius. Azienda creata nel 1969, in piena colonizzazione industriale della Sardegna dal padre Carlo Enrico Giulini, amico di Angelo Moratti. Nel C.d.A. del Cagliari vi troverete anche il vicepresidente Stefano Filucchi, dirigente della Saras ed ex dirigente dell’Inter. Se non è colonizzazione lombarda questa…
Manca solo la Lega (Lombarda) e il cerchio sarebbe chiuso.

(approfondimenti su Dov’è la Vittoria)