La tradizionale contestazione dell’estate napoletana

Angelo Forgione – Era il 16 luglio 2007, giorno della presentazione di Hamsik e Lavezzi a Castelvoturno. Il Napoli si riaffacciava alla Serie A dopo anni di stenti, fallimento e purgatorio della C. Quel giorno montava inaspettata la contestazione e spuntava uno striscione: “Basta illusioni, fuori i milioni”.
Dietro ai due calciatori, seduti al tavolo della conferenza, il presidente De Laurentiis, in videoconferenza, avvertiva: “Noi seguiamo la nostra politica, miriamo a un club solido nel tempo. Accettiamo le critiche ma continuiamo per la strada tracciata, e non obblighiamo nessuno a seguirci”.
Quanto abbiano reso Hamsik, Lavezzi e altri calciatori presentati tra delusioni e mugugni è facilmente valutabile. Cosa abbia fatto il Napoli, club del Sud, in questi undici anni, è storia scritta, e ognuno può considerare a proprio metro di giudizio se sia molto o poco. Anni di rincorsa alla stratosferica Juventus, la vera responsabile del complesso di Toto Cutugno del tifoso azzurro che vuole vincere, assai lontana finanziariamente ma vicina sul campo. Anni senza tricolore ma di consolidamento senza precedenti, mentre club assai più blasonati del ricco Nord affannavano, e ancora lo fanno. Anni durante i quali la contestazione si è ripetuta, ed eccola puntuale, sempre più aspra, complice la stessa proprietà, la quale di certo non ha voluto conciliare coi contestatori e non ha mai messo in cima ai suoi intendimenti quello di farsi amare per identificazione con la città.
Tutti liberi di motivare a modo proprio questa frattura insanabile tra la società e una parte della tifoseria che viene da lontano, e dal principio, nella certezza che gli striscioni d’estate contro De Laurentiis sono ormai una tradizione napoletana di Ferragosto, giorno più giorno meno.

La pantera azzurra graffia e non scalcia

Angelo Forgione – Ed eccola la rivoluzione alla quale ero già preparato da tempo. È innovazione, è sperimentazione. È un mix tra nuovo design Kappa e ispirazione “aureliana”. Piaccia o no, è comunque rottura. Niente lamenti.
Estetica e prenotazioni alle stelle a parte, non è però la texture a tonalità diverse (a me piace) ad andare oltre la storia (aspettate di vedere la versione Champions). È semmai l’irruzione di un animale che non attiene al Napoli e a Napoli, all’humus del territorio.
È l’identità ad emozionare i napoletani, non l’aggressività. È il cavallo sfrenato, il Corsiero del Sole, il simbolo dell’indomito popolo… e, dal tempo degli Svevi, non graffia ma scalcia.
Pensaci, in futuro, Aurelio.

Ancelotti senza Rolex

Angelo Forgione – Nessuna levata di scudi, ci mancherebbe, siamo abituati a ben altro. Abbiamo sentito persino Corrado Augias, uomo di cultura, aggiungere al «Venite a Napoli!» di Luigi De Magistris il suo inopportuno «Magari senza Rolex». Ma mai dimenticare che il luogo comune è un concetto superficiale dettato dal pregiudizio, e che diventa ancor più penetrante quando è usato nella satira per strappare una facile risatina. Perché far ridere non è roba proprio facile, ci vuole arte, ma arte vera. Il fatto è che il luogo comune del burlone serve al burlone stesso per riempire il vuoto di idee creative, e quando è diffamatorio finisce per rafforzare i convincimenti collettivi, e perfino l’immagine degli insultati. Insomma, la battutina ripetuta del Rolex rubato (ad Ancelotti) convince tutti che a Napoli spariscono i Rolex, ed è verissimo, ma non convince nessuno che accade in ogni parte del mondo. E da qui si passa facilmente ad Alessandro Sallusti a Matrix: «Di Maio e Fico sono napoletani, hanno il gioco delle tre carte nel sangue, fossi nel milanese Salvini starei attento». E via con le risatine, anche sui pugliesi (Conte). Come se non fosse stato il milanese Berlusconi, per esempio, a truffare i napoletani distraendo soldi dell’Isveimer (istituto creato per facilitare le imprese del Mezzogiorno) per le sue attività lombarde.
Questo è quel che si sente nelle tivù nazionali anche in una sola serata.
Certo, il luogo comune non si neutralizza mettendo a tacere il dichiarato e pericoloso nemico, e tantomeno il quasi innocuo burlone, però un’analisi della costruzione della battuta aiuta a capire la sua crisi di idee e i suoi compromessi. Come nel caso dei bravi Luca e Paolo a #qcdtg, che già sapevano di colpire basso un intero popolo, indistintamente, e di essere ironicamente scorretti, e perciò avevano già preparato il «ma no, ma che c’entra?»… «scusate»…
Excusatio non petita, accusatio manifesta… chi si scusa spontaneamente si accusa.

“Luca e Paolo shock” – leggi sul Corriere dello Sport

 

Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.

Don Carlos entra a Napoli

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Angelo Forgione – Entra a Napoli don Carlos, viene ancora dall’Emilia, ed è sempre a maggio.
Diavolaccio di un De Laurentiis, capace di portarsi a casa uno dei pochi allenatori capaci di ammortizzare in modo indolore la dolorosa separazione con Sarri. Tre giorni fa, al solo pensiero di un addio dell’allenatore dei record e della grande bellezza, c’era da tremare e temere.
Ci ha messo del suo l’ormai scarico tecnico di Figline Valdarno, tirando troppo la corda per giocare su più tavoli, facendo spazientire più d’uno con quella voglia di andare a cena e basta, soprattutto il patron azzurro, che con quel «tempo scaduto» aveva già decretato la fine del legame. Altro che tempi supplementari, altro che tempi da crisi di governo italiano, la partita azzurra era già chiusa con la melina di Sarri, celatosi dietro l’amore della tifoseria e ai fastidi di parte di essa per De Laurentiis. Maurizio, con la gente dalla sua, si era preso il Napoli ma sapeva di non volerlo più come un tempo, ed era di fatto diventato un antagonista per Aurelio. Era ormai il Napoli di Sarri, e De Laurentiis non vedeva l’ora di riprenderselo con una prova di forza. La sua sicurezza, ai limiti della sicumera, lasciava intendere che aveva già le spalle ben coperte. Stava per iniziare un’altra partita, quella dell’ingaggio di Ancelotti. Giusto il tempo di festeggiare uno splendido secondo posto col sapore del primo, un po’ come il premio della critica per la bellissima E dimmi che non vuoi morire al festival di Sanremo del 1997, quando vinse Fiumi di parole dei Jalisse.
Finisce la grande bellezza del Napoli, immensa. Finisce l’afflato tra piazza a tecnico. Avremmo voluto tutti che non succedesse, ma non c’erano più le condizioni per continuare. È giusto che il toscano vada a dimostrare il suo valore altrove. Non ci sarà più il gran condottiero, l’uomo che ha difeso Napoli, che ha chiesto la sospensione di una partita per discriminazione, che ha mostrato il dito medio al razzista e che sarebbe pure sceso dal pullman per fargli rimangiare le offese. Chi arriva, di tutt’altro carattere e di ben altra origine, non farà mai nulla del genere, ma proverà certamente a dare la grande gioia ai napoletani.
Mossa giusta del presidente, che ha ben capito quanto le motivazioni di Sarri fossero ormai esaurite, e che Sarri avrebbe trascinato con sé la squadra nell’anonimato. Il refrain del «quest’anno o mai più» era pronto a farsi realtà. Dopo una stagione intensa e assi logorante, in cui l’allenatore e i suoi hanno dato davvero tutto, proseguire la rotta con un timoniere senza nerbo non avrebbe portato da nessuna parte. Era necessaria una virata decisa, era necessaria una nuova guida carica di stimoli da distribuire a chi è indeciso se restare o meno, e a chi arriverà. Chi meglio di don Carlos Ancelotti? E ora tutti a dire che il Napoli può, più di ieri, con tanti saluti al refrain del «quest’anno o mai più». Diavolaccio di un De Laurentiis!
Con don Carlos, il Napoli lancia un doppio segnale al calcio internazionale. Il primo, analogo a quello inviato cinque anni or sono con don Rafa Benitez, la civetta che fu capace di elevare l’appeal del club. Il secondo, la resilienza che appartiene ai grandi club, ovvero la capacità di assorbire l’addio di un tecnico ammirato nel mondo per il gioco sfoderato, ma sfoderato nella vetrina partenopea.
La mossa Ancelotti è esattamente quella garanzia con cui De Laurentiis smentisce i timori di Sarri e ne smaschera gli indugi. Ora sarà tempo di accontentare il tecnico emiliano, ché l’alibi dell’allenatore integralista non c’è più. Anche per Aurelio è giunto il tempo degli esami irrimandabili.
Inizia un matrimonio interessante, e che dia buoni figli, come ha fatto il connubio tra Napoli e l’Emilia. Prendete le melanzane, il Sanmarzano e il fiordilatte di Napoli e uniteli al Parmigiano Reggiano. Se preparato bene il piatto, sarà un trionfo!

Ma che calcio dite?

Angelo Forgione – Il Napoli ha mollato. Troppo pesante la mazzata della vittoria juventina, a un passo dalla sconfitta, contro l’Inter. Gli azzurri, sabato sera, hanno capito che l’impresa non si può fare, che qualcosa spinge gli avversari, e hanno affrontato la Fiorentina senza quell’inerzia favorevole che si erano conquistati con la vittoria a Torino. Sembra una vita fa, e invece era giusto la scorsa domenica. Ma come? Giocatori euforici a festeggiare negli spogliatoi dello Stadium e a Firenze non pervenuti? Capita quando vedi l’operato dell’arbitro Orsato e la vittoria dei bianconeri a un passo dal crollo. Roba da abbattere un toro imbufalito. E così il Napoli, con l’obbligo di restare incollato alla Juve per un traguardo comunque possibile, ha colpevolmente sfoderato la peggiore prestazione dell’anno. Non è un caso.
Qui non si tratta di trovare scuse a un Napoli scialbo e spento. Qui non si tratta neanche di sentenziare che Orsato era in malafede, perché non se ne hanno le prove. Qui si tratta di dire chiaramente che Inter-Juve è stata indirizzata e falsata, a prescindere che lo sia stata per errore o per volontà. Qui si tratta di capire come raccontare e farsi raccontare il calcio, di come analizzare certi eventi, perché la sentenza di malafede, in quanto a dimostrabilità, vale esattamente quanto quella di buonafede. Nessuno può dire con certezza se in un giudice vi siano dei condizionamenti o meno, ma il dogma dell’arbitro retto e degli addetti ai lavori integerrimi non regge più. È la storia del nostro calcio, e non solo il nostro, a dirlo, ad alimentare sospetti.
È folle asserire o anche solo pensare che in un ambiente fatto di uomini, soldi e interessi capaci di attirare la complicità di istituzioni, politici e centri di potere, la pulizia sia garantita. Il sistema calcio, piuttosto, è guasto come il Paese di cui fa parte, e la sua questione morale si è palesata più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari che sono iniziati a inizio Novecento e mai sono terminati.
Eppure, chi ha il privilegio di parlare dai teleschermi nazionali non accenna mai all’approfondimento del dubbio ma tende sempre a salvaguardare la serenità del calcio. L’ultimo esempio in ascesa è quello del buon Riccardo Cucchi, passato dalla radio alla tivù, dall’ottima carriera di radiocronista apprezzato a quella di conduttore-commentatore ecumenico della Domenica Sportiva. Apprezzabilissimo il suo tentativo di abbassare i toni, ma la narrazione fiabesca di un calcio onesto e la sentenza della partita non falsata da Orsato sono fragili e non stanno in piedi, poiché i ripetuti scandali hanno minato da tempo la fiducia nella trasparenza dell’intero mondo del Calcio.
L’opacità di un mondo malato e immorale è nascosta da una scintillante retorica del pallone che brilla fino all’esplosione dello scandalo di turno. A scandalo in corso, tutti a indignarsi, e magari a sperare che termini al più presto possibile, senza troppi danni, tradendo la propria moralità. E a scandalo terminato si riprende a credere che tutto sia ripulito, di nuovo brillante. Illusione! Il fatto è che gli scandali sono iniziati coi primi calci di inizio Novecento, non hanno mai avuto soluzione di continuità, e chissà cosa ci riserverà l’incognita del tempo futuro.
C’era una volta un “giornalista giornalista” che i sospetti sul calcio italiano li approfondiva, non lasciandosi mai sedurre dalla retorica buonista del gioco pulito e della buonafede. Quel giornalista era uno “contro”, ma contro il giornalismo privo di verità. Denunciò il mobbing subito da Eugenio Scalfari a La Repubblica dopo aver raccolto prove in Africa della combine di Italia-Camerun ai mondiali di Spagna 82, e dovette lasciare il giornale nonostante la vittoria della causa intentata. Dopo più di 20 anni di giornalismo di inchiesta denunciò di essere stato boicottato dal Tg3 di Bianca Berlinguer, dove evidenziava ogni domenica la corruzione del calcio italiano anche dopo Calciopoli. Ha avuto una carriera piena di ostacoli e porte chiuse, e poi è scomparso, lasciando in noi che scriviamo per amor di verità un profondo vuoto. Di Oliviero Beha, nel giornalismo sportivo, ce n’era uno, ed era anche troppo.