Le banconote e le fedi di credito del Banco di Napoli

Angelo Forgione  Il 15 giugno 1926, il Governo Mussolini, con il Regio Decreto n. 1195, approvava la convenzione che riconosceva alla Banca d’Italia l’esclusiva sul servizio di emissione delle banconote. Fino ad allora, e dal 1866, erano state legalmente autorizzate anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, aveva obbligato gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. In Italia, la situazione necessitava di riordino di alcuni istituti di emissione in difficoltà, in conseguenza all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana. Nel 1893 nacque la Banca d’Italia, fondendo la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superarono la crisi brillantemente e continuarono la loro attività autonomamente.

In seguito al decreto del 1926, dunque, il Banco di Napoli perse la possibilità di stampare cartamoneta, in quel momento la più bella tra tutte le banconote in lire che il Banco di Napoli, in sessant’anni, aveva emesso, nonché le più curate e apprezzabili tra quelle delle cinque banche autorizzate, poi diventate tre.
Veramente ammirevoli quelle della serie “Uomini Illustri di Napoli”, una delle più accurate che la storia della cartamoneta possa vantare, emessa dal Banco dal 1909, una volta constatato che i biglietti emessi in precedenza, benché anch’essi pregevoli sotto il profilo estetico, erano stati fatti oggetto di numerose falsificazioni.
Mentre le emissioni degli altri istituti raffiguravano regnanti e uomini politici, quelle del Banco di Napoli presentavano artisti, scrittori ed intellettuali partenopei di rilievo mitteleuropeo (Salvator Rosa, Torquato Tasso, Gaetano Filangieri e Giovan Battista Vico), inaugurando un criterio estetico che venne poi ricalcato, oltre mezzo secolo più tardi, della Banca d’Italia, durante gli anni della Repubblica. Sia sul fronte che sul retro, alcuni soggetti mitologici, riferimenti alla città natale dell’archeologia moderna.

I biglietti, anzi bigliettoni, da 50, 100, 500 o 1000 lire, rappresentarono al meglio la capacità tecnica e artistica della scuola grafica napoletana. Furono realizzati dalle Officine di Stampa Carte Valori Richter & C. di Napoli, che riprodussero su pregiata carta in fibra di cotone i ricercatissimi disegni realizzati da Giovanni Maria Mataloni, improntati a uno sviluppo avanzato dei canoni Liberty del tempo. Innovativa anche la sovrapposizione di tre tecniche di stampa: tipografica, calcografica e flessografica. La stampa calcografica, con matrici ad incavo, venne ripresa dalla Banca d’Italia a partire dal 1919.

Il 1.000 lire era stampato su carta bianca con un fondo policromo, grigio violaceo, e recava sul fronte l’immagine di Giovan Battista Vico nel medaglione di sinistra e la testa allegorica di Ercole (in filigrana non visibile nell’immagine) nel medaglione di destra. Il retro, su un ornato verde oliva, recava la testa di Psiche nel medaglione di destra.

Il 500 lire era stampato su carta rosa-beige e recava sul fronte l’immagine di Gaetano Filangieri a sinistra e la testa di Apollo (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un or- nato color nocciola, recava l’immagine della testa della Medusa Rondanini.

Il 100 lire era stampato su carta azzurro chiaro e recava sul fronte l’immagine di Torquato Tasso a sinistra e la testa di Proserpina (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato rossastro, recava l’immagine di un busto virile in bronzo antico rinvenuto nella Villa dei papiri di Ercolano.

Il 50 lire era stampato su carta avorio e recava sul fronte l’immagine di Salvator Rosa sulla sinistra e la testa della ninfa Partenope (in filigrana non visibile nell’immagine) a destra. Il retro, su un ornato bluastro, l’effigie della testa di Minerva.

Con l’esclusiva di emissione alla Banca d’Italia non fu più possibile produrre i pregevoli biglietti del Banco di Napoli, che restarono utilizzabili per i pagamenti fino al 30 giugno 1927 e convertibili in biglietti della Banca d’Italia fino al 30 dicembre 1930.
Il Banco continuò comunque a emettere le fedi di credito, una cartamoneta ante litteram introdotta nel 1569 dagli antichi banchi pubblici napoletani. Si trattava di un documento cartaceo cui era riconosciuto valore di moneta, che poteva essere emesso se vi era il corrispettivo in moneta metallica, e poteva essere girato con indicazioni in merito alla causale del pagamento. Servì a combattere la diminuzione dei contanti, causata dalla falsificazione delle monete d’argento e dalla “tosatura”, ossia l’asportazione di metallo prezioso dal loro bordo, oltre al costante trasferimento di danari napoletani a Madrid.

L’attività degli otto banchi pubblici napoletani proseguì fino al 1794, allorché Ferdinando di Borbone li riunì nel Banco Nazionale di Napoli, poi ribattezzato Banco delle Due Sicilie nel 1808 da Gioacchino Murat, infine suddiviso da Ferdinando II, alla metà dell’Ottocento, in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro. Con l’Unità d’Italia, i due banchi gemelli furono semplificati in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.

I due istituti, dopo il 1861, dovettero adeguarsi al sistema monetario sabaudo. Con la legge Pepoli del 1862 la lira piemontese fu estesa a tutto il nuovo Regno d’Italia, ma le banche di Napoli e di Sicilia ottennero il privilegio di emettere banconote nel 1866, continuando a produrre le sue storiche fedi di credito, che inizialmente si differenziarono dalle banconote (con l’immagine dell’Italia turrita) per la stampa a bella posta del cavallo sfrenato, il simbolo di Napoli, sullo sfondo del Vesuvio fumante e del Golfo . Per l’incisione ci si affidò a una tra le più qualificate ditte dell’epoca, la Bradbury Wilkinson & Co. di Londra, e ne vennero fuori biglietti di alto gusto estetico (un esempio è la fede di credito da 50 lire, misure 168×98 cm, in foto).

Le fedi di credito furono emesse addirittura fino agli inizi del 2000, quando il glorioso e antico istituto napoletano, travolto dal progressivo impoverimento novecentesco del Mezzogiorno, fu assorbito dall’Istituto Sanpaolo-Imi di Torino.

Resta comunque conservata nell’Archivio Storico del Banco di Napoli e in diversi musei di settore la memoria delle banconote napoletane e di quella che per quattro secoli è stata la colonna portante del solido sistema monetario meridionale, così avanzato da attribuire a Napoli il primato in tema di conti bancari.

Il ruolo della Politica nel trasferimento di Maradona al Napoli

Angelo Forgione Estate 1984: Maradona dal Barcellona al Napoli. La trattativa del secolo, la più impensabile della storia del calcio. Il club azzurro, quantunque sodalizio storico del calcio italiano, non aveva vinto sostanzialmente nulla e aveva appena evitato la retrocessione in Serie B. In pochissimi credettero che il più cristallino dei talenti del calcio mondiale potesse lasciare il ricco Barcellona per calarsi nell’anonimo Napoli di Ferlaino, che fin lì aveva oculatamente badato a tenere in ordine il bilancio sociale.

Quasi tutti attribuiscono erroneamente il merito di quell’operazione impossibile proprio a Corrado Farlaino, che in realtà aveva già scartato Maradona nel 1978, quando Gianni Di Marzio glielo segnalò e gli consigliò di parcheggiarlo in Svizzera in attesa delle riapertura delle frontiere, prevista in Serie A per il 1980. Nell’estate del 1984, Pierpaolo Marino seppe della rottura tra Maradona e il Barcellona e informò Giampiero Boniperti, che, appagato dal rendimento in bianconero di Platini, rispose che Dieguito, con quel fisico, non sarebbe arrivato lontano, e rifiutò di trattare. E allora Marino avvisò i dirigenti partenopei Antonio Juliano e Dino Celentano. Furono loro a credere davvero di riuscire a portare Maradona a Napoli. Ferlaino, invece, non credeva in quel sogno e trattava con l’Atletico Madrid per prendere il messicano Hugo Sanchez, anche perché l’argentino era costosissimo e il Napoli non aveva di certo i soldi richiesti dal Barcellona. Ma i tifosi napoletani, saputo della trattativa, vollero solo Maradona, e lo volle soprattutto la politica nazionale, in un periodo in cui la Campania esprimeva Ciriaco De Mita, Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Carmelo Conte, Giulio Di Donato, Vincenzo Scotti e altri uomini nei palazzi romani. Nel Consiglio di Amministrazione del Napoli di Ferlaino figuravano i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana.

Juliano e Celentano si piazzarono a Barcellona per due settimane, convincendo Ferlaino a trovare il modo per far uscire in qualche maniera i soldi necessari a pagare Maradona al club catalano. Fu proprio Scotti, da sindaco, sollecitato da Pomicino e Gava, a fare il “miracolo”, ottenendo la copertura finanziaria dell’operazione dal Banco di Napoli, negli ultimi anni di autonomia dell’antichissimo istituto partenopeo, diretto a quel tempo dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia. Qualcosa uscì anche dal Banco di Roma, del Banco di Santo Spirito e del Monte dei Paschi di Siena. Per la politica romana-napoletana, quel fuoriclasse rappresentava l’occasione di dare il necessario trastullo ai napoletani, piegati dal terremoto, dalla cassa integrazione nelle acciaierie di Bagnoli, dalla disoccupazione e dall’espansione camorristica. Le tensioni sociali erano preoccupanti, e Maradona contribuì enormemente a calmarle.Il Napoli vinse gli scudetti nel momento più critico del secondo Novecento per Napoli. Potere del calcio.

per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (A. Forgione – Magenes)

Il ‘Tartufo’ dell’antica gelateria… di Pizzo

Angelo Forgione – Alzi la mano chi non ha mai mangiato un ‘Tartufo’ gelato alla fine di un buon pranzo al ristorante. Bello gonfio, cremoso, dolce, come lo propone dal 1982 l’Antica Gelateria del Corso. Tutti con le braccia giù! È certamente uno dei classici dell’azienda di origine parmigiana. E invece no. Il cuore di gelato è roba della pasticceria calabrese, di Pizzo, per la precisione, la località famosa per la fucilazione del decaduto re di Napoli Gioacchino Murat alla caduta del cognato Napoleone nel 1815.
Un’intuizione casuale di un pasticcere messinese, Giuseppe De Maria, detto don Pippo, che in precisa data 14 giugno 1953 realizzò la prima casuale tiratura di quello che sarebbe diventato uno dei classici della tradizione gelatiera. In quel giorno si celebrò l’importante matrimonio della figlia maggiore dell’allora direttore del Banco di Napoli, il dottor Bruno Cirillo di Pizzo. Ricevimento nel Castello Murat, la fortezza in cui un secolo e mezzo prima era stato imprigionato il Re francese. Tantissime persone a festeggiare Carmen Cirillo e Guglielmo Ruggiero, molte provenienti da Napoli, dove i due giovani vivevano. Quelli, per il gelato, pure avevano palato fine, e allora grande fu la preoccupazione del mastro gelatiere Giuseppe quando si accorse di non disporre di stampi in numero sufficiente per confezionare il gelato per tutti e servirlo al cucchiaio. Per sopperire alla mancanza, usò le mani e racchiuse del cioccolato fondente fuso tra due emisferi di crema, uno alla nocciola e l’altro al cacao. Avvolse il tutto in fogli di carta alimentare e pose a raffreddare. Ne vennero fuori dei blocchetti solidi, poi serviti con una spolverata di polvere di cacao. Il dolce improvvisato riscosse un enorme successo tra i commensali e così nacque quel che fu battezzato con il nome di “Tartufo”.
Col tempo, il successo della creazione artigianale calabrese divenne sempre maggiore, e perciò l’industrializzazione settentrionale, dopo circa trent’anni, la fece sua. L’estate del 1982, quella in cui la Nazionale di Bearzot vinse i Mondiali di Spagna, gli italiani fecero la conoscenza con i ‘Tartufi’ neri e bianchi dell’Antica Gelateria del Corso, l’azienda protesa alla conquista del settore della ristorazione. Con l’idea di don Pippo fece breccia nelle italiche abitudini, e di gran moda divenne la versione affogato al caffè. La filosofia del ‘Tartufo’, un anno dopo, venne applicata perfino ai panettoni industriali: chi non ricorda il celebre ‘Tartufone’ Motta? Un marchio che, con la sua divisione gelati, era commercializzata proprio da Antica Gelateria del Corso.
Nel 2012, la nota azienda dei dessert, ormai passata in mano alla Nestlè, ha bellamente festeggiato i 30 anni del Tartufo a proprio marchio, spacciando per invenzione di un proprio mastro gelatiere, evidentemente di Parma, quella che era stata tre decenni prima l’invenzione di un mastro gelatiere di Messina, così attirandosi le ire dei calabresi.
L’originale ‘Tartufo di Pizzo’ aveva già 29 anni, e oggi ne ha 66, con tanto di marchio Igp approvato dalla Regione Calabria e dal Ministero delle politiche agricole, e con la fama ormai giunta anche oltreoceano. Negli Stati Uniti, lo scorso anno, il prestigioso quotidiano New York Times ha dedicato all’invenzione del gelato da tavola di Pizzo un articolo con illustrazioni a fumetti a cura di Tony Wolf, secondo cui il ‘Tartufo” sarebbe stato servito per la prima volta in occasione della visita di un discendente di Vittorio Emanuele II, giunto a Pizzo nel 1952 per un matrimonio, un anno prima di quello di Carmen e Guglielmo. Il romantico narratore americano deve aver subito anch’egli il fascino della manipolata storia dell’origine della pizza ‘margherita’, creata, secondo la credenza diffusa, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore della regina d’Italia, Margherita di Savoia, in visita a Napoli. Anche in quel caso, un’eccellenza artigianale del Sud catturata dall’industria alimentare del Nord a caccia di enormi profitti.

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1463-2018, il Banco di Napoli finisce qui

Angelo Forgione Venerdì 23 novembre 2018: ultimo giorno operativo dell’istituto bancario più solido d’Italia al momento dell’unità, il più antico operante d’Europa, quello che ha creato la finanza, seppur posteriore al più antico Banco di San Giorgio, nato a Genova nel 1407 e cessato nel 1805. Ora il primato passa al Monte dei Paschi di Siena (in attività dal 1472 come Monte di Pietà), salvato con mille artifici dal Governo così come la banche venete e le altre piccole banche popolari, ben più pregiudicate di quanto non fosse il glorioso istituto napoletano nel 1994.

Ultimo atto di colonizzazione, il Banco di Napoli, con tutta la sua storia, finisce qui. Restano solo il marchio e le insegne; prima o poi andranno via anch’esse. Resta la Fondazione Banco di Napoli, indipendente, il cui archivio storico in via dei Tribunali è la più imponente raccolta di documentazione bancaria esistente al mondo, contenente notizie rilevanti per la storia economica, sociale ed artistica del Mezzogiorno d’Italia e dei suo rapporti con l’estero. E resta il detto popolare “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignamme, ‘o bbanco ‘e Napule nunn’ê ‘mpegna”.

La fine del Banco di Napoli è solo l’atto formale di un’acquisizione torinese avvenuta già anni fa, nel totale silenzio della città. Era il 2002, periodo in cui anche la SSC Napoli andava incontro al destino di una crisi irreversibile. Immaginate se ad acquisire il club azzurro fosse stata la proprietà della Juventus (ci andò vicino quella dell’Udinese)… I napoletani sarebbero scesi in piazza e bloccato la città. Ma era “solo” una banca, motore dell’economia meridionale, e non valeva la pena perdere il sonno per un pilastro della città che finiva in mani settentrionali. Come ormai lo sono tutte le banche del Meridione, nelle mani dei gruppi del Nord, i quali, a loro volta, “dipendono” dal sistema finanziario internazionale.
La conseguenza disastrosa è che con la raccolta degli sportelli del Sud, quindi coi risparmi dei meridionali, si coprono i finanziamenti fatti dalle banche alle aziende del Nord.
Si tratta di “servizi”, una voce silenziosa che, insieme ai “beni”, serve a trasferire danaro dal Sud al Nord (come evidenziai un anno fa a Mediaset; ndr). Cioè, il meridionale risparmia qualcosa al supermercato, là dove compra soprattutto Nord? Il suo risparmio, depositato in banca, serve per sostenere l’economia del Nord.

E infatti il recente rapporto 2018 della Svimez dedica un capitolo a smontare nuovamente la teoria secondo la quale il Mezzogiorno drena risorse dal Nord, quantificando le risorse economiche e umane che si spostano dal Settentrionale al Mezzogiorno e viceversa. Se da un lato si ci sono “i trasferimenti netti di risorse pubbliche che da Nord vanno a Sud”, dall’altro ci sono “corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord”.
A queste interdipendenze contribuiscono anche le banche. Gli economisti della Svimez ricordano proprio come a Sud negli ultimi anni siano proliferati istituti di proprietà non meridionale e che allo stesso tempo alcune banche hanno mantenuto la sede legale nel Mezzogiorno ma sono entrate e far parte di gruppi bancari del Centro-Nord. Ciò ha favorito “una tendenza in atto da tempo di impiegare la raccolta bancaria delle Regioni meridionali per finanziare investimenti maggiormente remunerativi e meno rischiosi nelle aree più produttive del Paese, invece di utilizzarla per dare credito al sistema produttivo locale”.
E poi i consumi. Secondo le stime degli economisti, è sulle spese dei meridionali che si fonda un pezzo di ricchezza del resto del Paese. Una fetta non indifferente. Il mercato di destinazione del Sud genera al Centro Nord un Pil pari alla metà di quello che genera tutto il mercato estero. Stando ai numeri, per rispondere alla domanda di consumo e investimento dei meridionali, al Nord si è prodotta ricchezza per un ammontare di 186 miliardi di euro. Senza contare i 175mila giovani meridionali che studiano e consumano nel Settentrione, e nemmeno quelli che vanno a farsi curare negli ospedali lontani.

STORIA A TAPPE DEL BANCO DI NAPOLI

1463 – La cassa di depositi e prestiti della “Casa Santa dell’Annunziata”, esegue le prime operazioni come banco pubblico.

1539 – Costituzione del Monte della Pietà di Napoli in via S. Biagio dei librai con finalità filantropiche per prammatica di espulsione degli ebrei emessa dal vicerè Pedro de Toledo, al fine di risolvere i problemi di usura generati dagli stranieri e dai banchieri genovesi che facevano prestiti ai napoletani.

1569 – Il Monte di Pietà di Napoli istituisce la “fede di credito”, inventando di fatto l’assegno cartaceo che sostituisce la moneta in contanti.

1794 – Ferdinando di Borbone riunisce i banchi pubblici di Napoli e istituisce il Banco Nazionale di Napoli.

1808 – Gioacchino Murat, nell’interregno napoleonico, rinonima il Banco Nazionale di Napoli in Banco delle Due Sicilie.

1818 – Dolo la Restaurazione, il Banco delle Due Sicilie istituisce la Cassa di Sconto per sostenere l’economia del Sud erogando ingenti finanziamenti, e apre due filiali in Sicilia, a Messina e a Palermo, e successivamente a Bari. In tre anni il patrimonio raddoppia.

1849 – Ferdinando II di Borbone suddivide il Banco delle Due Sicilie in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro, con amministrazioni separate.

1862 – Con la legge Pepoli si estende la lira piemontese a tutto il nuovo Regno d’Italia. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia hanno facoltà di emettere moneta italiana.

1893 – In seguito all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana, si rende necessario il riordino degli istituti di emissione. Nasce la Banca d’Italia, fusione fra tre degli istituti esistenti, la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superano la crisi brillantemente e continuano la loro attività autonomamente.

1906 – A seguito della grande emigrazione italiana verso le Americhe, il Banco di Napoli apre una filiale a New York, a cui seguono quelle di Chicago e Buenos Aires, divenendo la prima banca italiana con filiali all’estero. Due filiali anche nei territori africani conquistati, a Tripoli e a Bengasi.

1926 – La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, obbliga gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. L’emissione diviene così ad esclusivo appannaggio della Banca d’Italia e il Banco di Napoli perde la facoltà di emettere banconote, assumendo la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico.

1939 – L’architetto Piacentini cura la facciata della sede del Banco di Napoli di Via Toledo.

1988 – Il Banco di Napoli, dopo la ripartenza del dopoguerra, conta filiali a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid, e uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca oltre a filiazioni come il Banco di Napoli International a Lussemburgo.

1991 – Il Banco di Napoli è il primo banco pubblico ad attuare la “Legge Amato”, sdoppiandosi in Banco di Napoli SpA per le attività creditizie e Fondazione Banco di Napoli con finalità culturali e filantropiche.

1994 – Inizia la crisi della Società bancaria, frutto di una fallimentare politica creditizia di tipo clientelare garantita dal potente dirigente di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia (colui che nel 1984 ha garantito al Napoli la liquidità necessaria per il sensazionale acquisto di Maradona), che esce di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia. Restano scoperti migliaia di miliardi di finanziamenti erogati a imprenditori meridionali, partiti politici ed enti pubblici insolventi. Le consistenti perdite rendono indispensabile l’intervento straordinario del Governo, finalizzato alla privatizzazione dell’Istituto. Il Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, azzera il capitale sociale per rendere il Banco un bene senza valore da vendere all’asta.

1997 – Il Banco di Napoli viene acquistato da una cordata formata dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e dalla Banca Nazionale del Lavoro per 61,4 miliardi di vecchie lire, una cifra decisamente inferiore al valore di una banca con circa 800 sportelli in tutt’Italia.

2002 – Dopo una paralisi gestionale, la cordata INA-BNL rivende il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI, realizzando una plusvalenza enorme che consente il salvataggio della BNL, in forte crisi da un decennio per alcune operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta. Per salvare l’istituto romano viene sacrificato quello napoletano. Cancellata la plurisecolare autonomia ed azzerata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno.

2006 – A seguito della fusione del Gruppo Sanpaolo IMI con gruppo Intesa, il Banco di Napoli viene trasformato in un semplice istituto pluriregionale limitato al risparmio e al credito a famiglie e piccoli operatori economici di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

2018 – Il Banco di Napoli è inglobato da Intesa San Paolo, che ne conserva solamente il marchio e le insegne. Fine della storia.

La banca moderna è nata a Napoli

Angelo Forgione Dici finanza e pensi a Milano, anche se è nata a Napoli. L’ho scritto su Made in Naples, pubblicato nel 2013, nel capitolo “Le Banconote e i Conti Correnti Bancari”, che tutto ha origine nel Cinquecento all’ombra del Vesuvio, e oggi, dopo due anni di lavoro effettuato da una commissione costituita da grandi esperti di storia della finanza tra il 2015 e il 2017, lo si annuncia al mondo che i banchi pubblici napoletani costituiscono l’origine delle prassi della banca moderna. Tre giorni di convegno internazionale: “The rise of modern banking in Naples. A Comparative Perspective” (“La nascita della banca moderna a Napoli. Una prospettiva comparativa”), dal 15 al 17 giugno alla Fondazione Banco di Napoli per dimostrare il dimostrabile. Furono proprio i banchi pubblici partenopei a introdurre i tre elementi costitutivi di una banca moderna: la circolazione cartacea basata sulle fedi di credito; la capacità di accrescere il volume della moneta in circolazione attraverso la creazione di credito; l’introduzione dello scoperto di conto corrente.
La circolazione cartacea costituisce una fondamentale innovazione che consentì di sopperire alla scarsità di moneta metallica (di oro e d’argento), al tempo lamentata in tutti i Paesi europei. L’ampliamento della circolazione cartacea al di sopra della base metallica fu possibile grazie alla concessione di prestiti mediante l’emissione di fedi di credito. L’introduzione dello scoperto di conto corrente, una delle modalità specifiche con cui si effettuavano i prestiti, consentiva al beneficiario di prelevare più volte, fino a un tetto stabilito dalla banca, una somma a credito ogni volta che ne avesse bisogno. E nacque così, a Napoli, la banca moderna, con scopo filantropico e non di solo profitto come accadde nei paesi britannici e poi dappertutto ai giorni nostri.