L’ossessione di Cruciani

Angelo ForgioneE pazienza, caro Cruciani. Sono costretto a indugiare malvolentieri di nuovo su di te.
Come la tua amica Selvaggia, anche tu hai fatto il marchettone anti-napoletani con un carico di mottini ricevuti dall’ufficio stampa del Buondì Motta (Bauli), ma non è questo un problema, figuriamoci; è notoriamente il vostro pessimo stile, e vi fa onore che non ne facciate mistero.
Mi fa in qualche modo piacere che il marchettone l’abbia messo in scena davanti le telecamere e i microfoni espressamente per me, con il fallimentare intento di farmi indispettire. Mi lusinga tutta questa considerazione, e però non posso proprio ringraziarti. Lo farei se tu fossi personaggio di ben diverso spessore culturale e umano. E invece sei solo un buon provocatore pruriginoso, e ti diverti ora a storpiare il mio cognome, anche se lo conosci benissimo, perché mi leggi con interesse e, unitamente a Francesco Paolantoni e Germano Bellavia, mi hai messo da tempo nella lista dei nemici, posizione che è per me un onore, credimi. Ma vedi, io non ti considero più del dovuto, che è poco, e non cerco di intimidire nessuno, tantomeno te. Io scrivo di storia, di cultura, di sport, costume e società in chiave identitaria, e se quel che produco in lettere ti infastidisce perché inoppugnabilmente inconfutabile dagli anti-napoletani di professione come te, il problema è esclusivamente tuo e di quelli come te. E dev’essere anche un problema serio, a giudicare da quel che mi dici in forma plurale: “ne sappiamo molto più di voi”. Hai forse qualche complesso di inferiorità, caro Giuseppe? Suvvia, sei un gigante dell’etere, fomentatore di bassa lega, e io un piccolo divulgatore di alta napoletanità… una zanzara fastidiosa, per te, direi.

Selvaggia Lucarelli e il Buondì, è amore vero

lucarelli_buondi_1Angelo ForgioneNon è bastata l’incursione di Giuseppe Cruciani sulla querelle dello spot del Buondì Motta (Bauli). A dire la sua è stata anche la provocatrice Selvaggia Lucarelli, che la sera del 23 settembre, non appena approntata la nuova campagna del Buondì Motta (Bauli), aveva corteggiato i tipi social del Buondì con un post facebook arricchito da 14mila reazioni, al quale i tipi social del Buondì non si erano mostrati insensibili, rispondendo alle lusinghe con una bella immagine pubblicitaria dedicata alla golosa Selvaggia. Così, di slancio, era partita la storia di Enza, la deficienza artificiale, sulla pagina della merendina prima che iniziasse la trasmissione degli spot televisivi. Dopodiché, l’ufficio stampa del Buondì, due settimane dopo, aveva fatto recapitare alla Lucarelli un galante carico di irresistibili merendine.
lucarelli_buondi_2In gergo commerciale, qualcuno la chiamerebbe marchetta, ma io non penso che si sia trattato di qualcosa di diverso dal vero afflato, autentica e spontanea passione per il paffuto mottino da parte della seguitissima Selvaggia. E allora, appena ricevuto il dolce dono, eccola dare prova di amore e complicità con un articolo per Il Fatto Quotidiano per proteggere il desiderato e irresistibile Buondì da quei per nulla autoironici napoletani che il giorno prima avevano avuto da precisare che la “musica Napoli” non è “musica neomelodica”. Uno scritto proposto anche su facebook, pieno zeppo di stereotipi con cui i napoletani venivano presi per i fondelli e accusati di prendersi troppo sul serio.
Chi gioca sulla pelle di un popolo è magari la stessa gente che nel 2008, alla vigilia degli Europei di calcio, sostenne la protesta per la campagna pubblicitaria della catena tedesca Media Markt (Media World in Italia) che aveva per protagonista uno stereotipato tamarro italiano con occhiali da sole e pesante catena d’oro al collo. Un chiasso diplomatico tra Italia e Germania, e si scomodò persino l’ambasciatore italiano a Berlino. Una deputata del PD invitò gli italiani in Germania al boicottaggio della catena commerciale. Risultato: Media Markt decise di ritirare lo spot.‬ Cosa voglio dire? Che quando si tratta di italiani stereotipati dagli stranieri, gli italiani perdono la loro amabile autoironia, non ridono, e scatta addirittura la protesta internazionale. Quando si tratta di napoletani stereotipati dagli italiani, invece, i napoletani sono i soliti vittimisti fastidiosi che non sanno farsi una risata. Insomma, così funziona in Italia: Italiano stereotipato all’estero uguale protesta, napoletano stereotipato in Italia uguale vittimismo.
lucarelli_crucianiCopiato e incollato come commento al post di Selvaggia Lucarelli, raccogliendo centinaia di consensi. Poi, all’alba, il commento spariva, come inghiottito nel cuore della notte, prima che chi scrive fosse interdetto dalla pagina della Signora perché in tanti le avevano chiesto di rispondere alla mia analisi e alla mia risposta al suo irridente articolo invece di mettere in risalto gli insulti e le minacce. Perché la Lucarelli solo insulti e minacce gradisce, e quelli attende dopo provocazione ad hoc, non confronti sul piano culturale e intellettuale, altrimenti non sarebbe Selvaggia Lucarelli. Lei, come Cruciani, vuole i napoletani rispondenti a un certo stereotipo, che è poi quello combaciante con la musica dello spot Buondì.
Quando i provocatori di mestiere, seminatori d’odio per interesse di tasca, toccano il fondo, mostrano il loro spessore iniziando a scavare. E per quanto sia normalmente corretto ignorarli, scrivono su giornali importanti e hanno un seguito enorme sui social, e non gli si può consentire di infangare un popolo e la sua cultura con irriverente ironia.
Ridere si può, certo, per non piangere. Carta o bancomat, napoletani, pagate voi.

 

 

 

La noiosa battaglia contro la deficienza naturale

Angelo ForgioneLo spot del Buondì Motta (Bauli) con connotazione musicale neomelodica sta facendo discutere. Giuseppe Cruciani, nel corso de La Zanzara (Radio 24), non ha perso occasione per provocare i napoletani, strumentalizzando le parole del sottoscritto.

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Di seguito delle mie “doverose” precisazioni all’irriverente conduttore radiofonico:

Caro Cruciani,
io non ti rompo i coglioni, come dici tu con la tua proverbiale eleganza. Vedi, il fatto è che io non ti considero affatto, e scrivo per chi mi legge. Evidentemente mi leggi anche tu, e mi leggesti anche quando sparirono dei faretti a led dai nuovi bagni dello stadio San Paolo. Ricordi? Tu, al solito, ci sguazzasti, come se Napoli fosse l’unica città dove potessero accadere simili cose, e allora elencai tutti i posti pubblici d’Italia dove erano stati rubati faretti a led. E facesti una magra figura, senza neanche accorgertene.
Semmai sei tu che rompi i coglioni ai napoletani, ma con me caschi male, anche se fai il furbetto nella tua potente radio leggendo ciò che ho scritto (non a te ma al pubblico) sulla vicenda dello spot del Buondì e provando a dileggiarmi senza avere il buon gusto e la correttezza di avvertirmi, per giunta con il tipico turpiloquio che ti contraddistingue. Che poi, per interpretare quell’inviso personaggio che ti sei cucito addosso, intendi usare me per irridere tutti i napoletani e la cultura partenopea. E perciò, dopo aver letto il passaggio in cui scrivo “la musica di Napoli è mondo colto”, fai partire più volte dalla regia una strozzata nota iniziale di mandolino, dando sfogo a certa deficienza, ma naturale.
Rilassati, Giuseppe. È chiaro che qui l’ossessionato non sono io ma tu; da Napoli.

Un Buondì a prova di musica napoletana

Angelo ForgioneÈ davvero molto carina la nuova campagna pubblicitaria di Connexia Milano pensata per il Buondì Motta, gruppo Bauli. La protagonista è Enza, il primo esempio di “deficienza artificiale”, che non semplifica la vita ma la complica, non ha risposte ma solo domande, e produce rumori e fastidi di primo mattino alla famiglia che la “ospita” sul tavolo della cucina, diventandone il tormento.
Enza, la deficienza domotica, è incapace di spiegarsi come la colazione possa essere golosa e leggera allo stesso tempo, e vuole capirlo, minacciando di creare disturbo.

In uno degli spot, lo stupido e molesto device minaccia di riprodurre musica fastidiosa di primo mattino. Quale? “Musica Napoli”. E passa alle vie di fatto, irradiando una canzone neomelodica, provocando la spazientita reazione della mamma stizzita dal gradimento della figlia.

Il fatto è che, snobismo a parte, la musica di Napoli è mondo colto e ampio, non riducibile al volgare filone popolare dei neomelodici. Enza, annunciando per ripicca “musica Napoli” piuttosto che più correttamente “musica neomelodica”, assegna tutta la grande musica di Napoli alla deficienza e fa passare un messaggio distorto: “musica Napoli” uguale disturbo, ma anche, subliminalmente, Napoli uguale fastidio. Ed è una sottile svirgolata in una campagna davvero ben pensata nella sua dissacrante creatività.

Il ‘Tartufo’ dell’antica gelateria… di Pizzo

Angelo Forgione – Alzi la mano chi non ha mai mangiato un ‘Tartufo’ gelato alla fine di un buon pranzo al ristorante. Bello gonfio, cremoso, dolce, come lo propone dal 1982 l’Antica Gelateria del Corso. Tutti con le braccia giù! È certamente uno dei classici dell’azienda di origine parmigiana. E invece no. Il cuore di gelato è roba della pasticceria calabrese, di Pizzo, per la precisione, la località famosa per la fucilazione del decaduto re di Napoli Gioacchino Murat alla caduta del cognato Napoleone nel 1815.
Un’intuizione casuale di un pasticcere messinese, Giuseppe De Maria, detto don Pippo, che in precisa data 14 giugno 1953 realizzò la prima casuale tiratura di quello che sarebbe diventato uno dei classici della tradizione gelatiera. In quel giorno si celebrò l’importante matrimonio della figlia maggiore dell’allora direttore del Banco di Napoli, il dottor Bruno Cirillo di Pizzo. Ricevimento nel Castello Murat, la fortezza in cui un secolo e mezzo prima era stato imprigionato il Re francese. Tantissime persone a festeggiare Carmen Cirillo e Guglielmo Ruggiero, molte provenienti da Napoli, dove i due giovani vivevano. Quelli, per il gelato, pure avevano palato fine, e allora grande fu la preoccupazione del mastro gelatiere Giuseppe quando si accorse di non disporre di stampi in numero sufficiente per confezionare il gelato per tutti e servirlo al cucchiaio. Per sopperire alla mancanza, usò le mani e racchiuse del cioccolato fondente fuso tra due emisferi di crema, uno alla nocciola e l’altro al cacao. Avvolse il tutto in fogli di carta alimentare e pose a raffreddare. Ne vennero fuori dei blocchetti solidi, poi serviti con una spolverata di polvere di cacao. Il dolce improvvisato riscosse un enorme successo tra i commensali e così nacque quel che fu battezzato con il nome di “Tartufo”.
Col tempo, il successo della creazione artigianale calabrese divenne sempre maggiore, e perciò l’industrializzazione settentrionale, dopo circa trent’anni, la fece sua. L’estate del 1982, quella in cui la Nazionale di Bearzot vinse i Mondiali di Spagna, gli italiani fecero la conoscenza con i ‘Tartufi’ neri e bianchi dell’Antica Gelateria del Corso, l’azienda protesa alla conquista del settore della ristorazione. Con l’idea di don Pippo fece breccia nelle italiche abitudini, e di gran moda divenne la versione affogato al caffè. La filosofia del ‘Tartufo’, un anno dopo, venne applicata perfino ai panettoni industriali: chi non ricorda il celebre ‘Tartufone’ Motta? Un marchio che, con la sua divisione gelati, era commercializzata proprio da Antica Gelateria del Corso.
Nel 2012, la nota azienda dei dessert, ormai passata in mano alla Nestlè, ha bellamente festeggiato i 30 anni del Tartufo a proprio marchio, spacciando per invenzione di un proprio mastro gelatiere, evidentemente di Parma, quella che era stata tre decenni prima l’invenzione di un mastro gelatiere di Messina, così attirandosi le ire dei calabresi.
L’originale ‘Tartufo di Pizzo’ aveva già 29 anni, e oggi ne ha 66, con tanto di marchio Igp approvato dalla Regione Calabria e dal Ministero delle politiche agricole, e con la fama ormai giunta anche oltreoceano. Negli Stati Uniti, lo scorso anno, il prestigioso quotidiano New York Times ha dedicato all’invenzione del gelato da tavola di Pizzo un articolo con illustrazioni a fumetti a cura di Tony Wolf, secondo cui il ‘Tartufo” sarebbe stato servito per la prima volta in occasione della visita di un discendente di Vittorio Emanuele II, giunto a Pizzo nel 1952 per un matrimonio, un anno prima di quello di Carmen e Guglielmo. Il romantico narratore americano deve aver subito anch’egli il fascino della manipolata storia dell’origine della pizza ‘margherita’, creata, secondo la credenza diffusa, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore della regina d’Italia, Margherita di Savoia, in visita a Napoli. Anche in quel caso, un’eccellenza artigianale del Sud catturata dall’industria alimentare del Nord a caccia di enormi profitti.

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