In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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Illuminare Cruciani

Angelo Forgione Miserabile furto di faretti nei nuovi bagni della Curva A dello stadio San Paolo denunciato qualche giorno fa da Spazio Napoli, una secchiata gelida sulla città perbene. Trent’anni per dare decoro a uno stadio deturpato dall’affarismo politico-edilizio degli anni Ottanta e cinque minuti per allarmare tutti sull’esito del restyling, che rischia di essere vanificato dall’inciviltà e dall’incuranza sempre più diffuse. Ma è davvero accaduto durante la partita o dopo? Sono stati i tifosi o altri soggetti? Nessuno ha visto i responsabili arrampicarsi lassù a smontare e tagliare cavi?
Subito scattata la solita campagna denigratoria di Giuseppe Cruciani, nella sua trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24, pronto a chiedersi, con il suo solito canovaccio e con tanto di tarantella di sottofondo, in quale città spariscano faretti dell’illuminazione dai luoghi pubblici. Ormai famosa la telefonata dai toni a dir poco accesi con l’attore-pasticcere Germano Bellavia, che gli augurava le peggio cose prima di scusarsi col suo pubblico sui social per l’eccesso di bile.
A beneficio di Cruciani, che si rispondeva da solo affermando che «solo in una città sono stati trafugati dodici faretti», un lungo elenco di faretti rubati qua e là lungo lo Stivale, stilata da me, contrario al confronto verbale con il provocatore ma pur costretto controvoglia a
l poco divertente gioco del mal comune. Ricevuta la lista sulla sua posta elettronica, il buon Giuseppe la ricusava sostenendo che si trattava di stadio, e che altri luoghi diversi non facevano troppo testo, perché per lui il bagno di uno stadio in rifacimento è diverso da un altro luogo pubblico. Avrei dovuto quindi elencargli furti avvenuti in altri bagni di stadi in rifacimento. È questo il livello del Nostro.
L’elenco lo rendevo pubblico sulla mia pagina facebook, e così gli veniva ripetutamente proposto fino allo sfinimento e alla necessità di rispondere anche in diretta radiofonica. E ancor lo ricusava, come fatto in privato, con tono eloquente, non aggressivo, come suo solito; e non poteva esserlo di fronte ai fatti schiaccianti. Perché le zanzare sanno arrampicarsi sugli specchi ma prima o poi qualcuno le schiaccia.

La morte della Villa Comunale di Napoli

Angelo Forgione – La prima passeggiata che fece Antonio Canova quando mise per la prima volta piede a Napoli, nel gennaio del 1780, fu alla nuova Villa Reale, oggi detta Villa Comunale. Era una unicità assoluta in Italia, voluta da Ferdinando di Borbone e firmata da Carlo Vanvitelli. Un nobile giardino sul lungomare riempito di gessi, tempietti e fontane, sulla scia della moda neoclassica lanciata da Napoli con gli scavi vesuviani.
Nel suo secondo “Quaderno di viaggio”, l’artista veneto scrisse: «[…] presimo la strada di Chiagia e fumo andati a vedere il nuovo giardino Pubblico, cosa veramente bellissima».
Una delle tantissime visioni che lo condussero a dir di Napoli: “[…] per tutto sono situazioni di Paradiso […]”.

Qualche anno dopo, il tedesco Hermann von Pückler-Muskau, artista tedesco specializzato in architettura del paesaggio, fece la stessa escursione, come tutti gli stranieri in visita culturale alla città, e scrisse:
“[…] giungemmo alla passeggiata che chiamano villa Reale, sita in riva al mare, anche se nell’interno della città e che mi sembrò essere il luogo di convegno della società distinta. Non credo vi sia al mondo giardino pubblico che si possa paragonare a questo, tanto per la sua posizione che per la sua distribuzione. […] Viali di lecci folti, ma nani formano passeggiate ombrose, miste a giardini inglesi, terrazze, fiori e fontane zampillanti”.

Oggi la Villa Comunale di Napoli è paradigma dei disastri amministrativi. Lo sfregio all’impronta neoclassica della passeggiata reale, che di reale ormai non ha più nulla, è iniziato con Antonio Bassolino e l’allora assessore competente Dino Di Palma. Tra il 1997 e il 1999, infatti, fu chiamato un designer moderno, Alessandro Mendini, a realizzare un intervento di riprogettazione che sollevò giustissime polemiche per l’evidente contrasto con l’ambiente creato da Carlo Vanvitelli. Napoli chiamava Milano, l’illuminata capitale del design moderno, consentendo a un contemporaneo di sovrapporsi a un architetto della storia locale, che aveva fatto un capolavoro nel secondo Settecento, quando Milano chiamò Napoli per farsi bella e neoclassica. Lo stesso sarebbe poi accaduto con la meneghina Gae Aulenti per la ridefinizione con altrettante polemiche di piazza Dante, e così si iniziò a cancellare una tradizione gloriosa, a favore di una modernizzazione coloniale. Ne vennero fuori degli chalet-scatolette a colori, l’alterazione dell’aspetto botanico della storica villa a sconvolgere la scelta delle essenze arboree fatta nell’800 dal tedesco Friedrich Dehnhardt (ispettore del Real Orto Botanico), la scellerata pavimentazione in tufo e lo scempio della cancellata in alluminio anodizzato con rimozione degli storici lampioni in ghisa in cambio di scabrosi “siluri” sempre in anodizzato.
Non bastò. Sotto l’amministrazione Jervolino arrivò la nuova Linea 6 metropolitana a mangiarsi gli spazi e a devastare la falda acquifera sottostante, con inevitabili danni agli alberi secolari della villa e pure alla stabilità dell’intera Riviera di Chiaja.
Lungo il corso dell’amministrazione De Magistris il colpo di grazia alla Villa, ormai completamente abbandonata a se stessa, un luogo non luogo, non più ambito dai cittadini e dai turisti. L’unico intervento, il restauro della Cassa Armonica di Errico Alvino, durato anni e inizialmente sbagliato nei colori, ma poi ripresi filologicamente grazie alla ricerca di chi scrive. Ora arrivano 2 milioni per provare a rimediare.

A Napoli, città ricca di storia disseminata nel suo tessuto urbano, la modernità ha violentato l’antichità e le straordinarie creazioni realizzate da artisti e governanti che avevano come prospettiva la Bellezza e la Storia. Carlo Vanvitelli e Giuseppe Piermarini furono gli allievi migliori di Luigi Vanvitelli, e se il primo rimase a Napoli a proseguire l’opera del padre il secondo fu chiamato a Milano dal governatore austriaco Karl von Firmian, amante della cultura napoletana, perché mettesse in pratica in Lombardia quello che aveva imparato al Sud. Oggi i milanesi Mendini e Aulenti rimaneggiano le realizzazioni settecentesche partenopee, al soldo di amministratori miopi e di corto respiro che beneficiano anche di silenzio e, spesso, di appoggio ideologico da parte di un certo ceto accademico e intellettuale “sensibile” alle suggestioni del potere.
Voltare pagina è una necessità. Ma per poterlo fare occorre una coscienza collettiva che alzi la voce di fronte alla devastazione dell’identità napoletana. Prima che sia troppo tardi.

 

L’economia napoletana per salvare l’Occidente

Angelo ForgioneDal 29 al 31 marzo, a Firenze, presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Festival Nazionale dell’Economia Civile, uno dei tanti che ormai si propongono di promuovere un paradigma economico le cui radici affondano nel pensiero economico di Antonio Genovesi, inventore e titolare della prima cattedra di Economia nella Napoli del secondo Settecento, che teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse la “pubblica felicità”, ossia il conseguimento del bene comune. Un’economia fondata sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante, quella tipicamente capitalista di stampo anglosassone. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale, e che vuole ridurre le disuguaglianze. Un’economia che può far ripartire l’Italia, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Un’Italia aperta al mondo, nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione.
Un altro evento che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo relativo all’Economia Civile:

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

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Ritorno al Medioevo? Magari!

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Angelo ForgioneE smettiamola di bollare il congresso sulle famiglie di Verona come “ritorno al Medioevo”, ripetendo come automi senza facoltà intellettive un’offesa a un periodo dell’umanità tutt’altro che buio.
In quell’epoca vi furono progressi in tutti i campi, nacquero le lingue, le università, le nazioni, i comuni, i sistemi creditizi, e furono costruiti enormi monumenti tra cattedrali, castelli e palazzi. Insomma, nacque la Modernità occidentale.
Quello tra la metà dell’XI secolo e la fine del XIII, proprio in pieno Medioevo, fu un periodo in cui si visse meglio in Europa, grazie a una stabilità politica, all’assenza di gravi conflitti e a una buona situazione climatica, che permise la crescita della produzione agricola e della popolazione.
La vita comunitaria si sviluppò enormemente e il fenomeno dei suicidi era pressoché sconosciuto, appartenente solo a chi, come i giapponesi, ritenevano onorevole togliersi la vita. Le mafie non esistevano.
Uno degli uomini più colti della storia, Federico II di Svevia, è collocato nella prima metà del Duecento. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Parlava sei lingue e fu riconosciuto come “Stupor Mundi”, meraviglia del mondo.
Vero è che dalla metà del Trecento cominciò una fase di epidemie, carestie e conseguenti conflitti durata fino al Seicento, ma i valori comunitari non mutarono affatto, e in questo senso va interpretato il successivo Rinascimento di coniazione ottocentesca, che fu periodo di ripresa economica e di conseguenti rinnovate attività commerciali, artigianali e artistiche.
Ma altro che oscurantismo medievale!

Dalle scuole elementari all’università si perpetua sempre lo stesso disprezzo per quel periodo, e c’è un motivo ben preciso. Che il Medioevo sia sinonimo di oscurantismo lo hanno voluto far credere gli illuministi, soprattutto i francesi, gli intellettuali del Settecento, che erano perlopiù massoni e, in quanto tali, radicali anticattolici. Era la loro visione laica del mondo da affermare, e andava sancita la supremazia della loro epoca su quella dominata dalla Chiesa. Gli illuministi, per sradicare l’Istruzione dalle stanze dell’Ordine dei Gesuiti, fecero credere che l’epoca della religiosità era stata tenebrosa, e che la ragione avrebbe migliorato il mondo. Portavano la luce della ragione contro le tenebre dell’ignoranza. E siccome i nostri libri di storia li hanno scritti i massoni del Risorgimento, dediti alla politica e non al miglioramento dell’uomo come al principio della Massoneria (la pubblica istruzione del Regno d’Italia fu affidata ai “fratelli d’Italia” De Sanctis, Coppino e Baccelli), ecco che assorbiamo a scuola e ripetiamo pedissequamente una menzogna ereditata acriticamente da secoli di mistificazione.

La vera epoca buia, piuttosto, la stiamo vivendo noi, ed è iniziata con le rivoluzioni industriali che hanno aperto ai distruttivi conflitti mondiali del Novecento, con gli ignobili stermini nazi-fascisti, passando poi alla cancellazione della funzione estetica delle arti, finendo alla globalizzazione e al declino della sovranità degli Stati.
La classe dominante capitalista ha assunto i poteri del vero vassallaggio mondiale, assoggettando e affamando la parte debole della società alla volontà di pochi.
Le mafie abbondano in diverse zone del mondo e il cosiddetto “terrorismo islamico” miete vittime innocenti, controllato dalle lobbies internazionali e non certo dagli ideali religiosi.
L’inquinamento è oltre ogni limite, il clima è impazzito, le risorse del pianeta sono in via di esaurimento, e in maniera irreversibile. I mari sono sempre meno pescosi e le produzioni agricole si riducono sensibilmente. Il cibo-spazzattura dilaga e aumentano le intolleranze alimentari.
I suicidi sono causa di morte tra le più frequenti e il consumo di psicofarmaci è altissimo in una società individualista che ha fatto della competizione sociale e della cosiddetta “qualità della vita” i principali dogmi, causando depressione diffusa.
I bambini non giocano più nei cortili e nelle strade, ma si piazzano davanti alla nuova estensione del corpo, gli smartphone, la principale causa di distrazione alla guida e di dipendenza atossica di una società che va in panico se non c’è connessione, mentre i satelliti in orbita controllano tutto e inquinano pure lo Spazio.
Senza considerare i fenomeni retrivi come, ad esempio, la conflittualità di campanile dell’invasivo business calcio che oscura ogni attività sociale, o teorie folli quali il terrapiattismo, la terra piatta, roba che il sistema tolemaico medievale, seppur errato, superò abbondantemente.

Questa è l’era costruita e dominata dalle massonerie internazionali, ed è la vera era buia. Quindi, prima di ripetere una fesseria imparata a scuola e ascoltata da politicanti e media vari, accendiamo il cervello, perché l’avanzare dei secoli, dal secondo Ottocento a oggi, non ha comportato evoluzione, il valore universale che il Medioevo non interruppe affatto.
Vero è che la Chiesa, in quel periodo, sfruttava la superstizione per dominare, ma oggi i governi e quelle stesse “élite” decisionali usano l’ignoranza, e il fatto che si ripeta una menzogna scritta a tavolino è dimostrazione chiara di come proprio l’ignoranza sia la grande forza dei potenti. Che sono pochissimi.

Il bello di essere napoletani a “Napoletani Belli”

di Francesco Gala (redazione Radio CRC)

Lunedì 25 Marzo, alla trasmissione radiofonica “Napoletani Belli”, in onda dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 21 su Radio CRC, ospite Angelo Forgione, quotato scrittore e giornalista al fianco del padrone di casa Ettore Petraroli.

Faccio lo scrittore – ha detto il protagonista della puntata – perché voglio rimettere a posto i conti con la storia, e Napoli è portatrice sana di storie. Una storia negata su questa città? Può essere lo stesso pomodoro, perché in passato i prodotti fatti con quest’ortaggio erano denigrati, oggi invece sono il simbolo dell’Italia nel mondo”.

Spazio a due napoletane belle: Beatrice Lizza, milanese che ama la nostra città e sta per trasferirvisi, ed Elisa Baroti, albanese che da sempre vive a Napoli.

Beatrice ha esordito così: “Sono napoletana d’origine ma sono nata e cresciuta a Milano. Volevo fare l’università a Napoli, però per motivi di lavoro ho rinunciato. Ora disferò per l’ultima volta le valigie per vivere a Napoli dopo due anni e mezzo. Il mio innamoramento è diventato vero e proprio amore”.

Anche Elisa ha raccontato il suo rapporto con la città partenopea: “Sono qui grazie ai miei genitori e devo dire che è il regalo più bello che mi potessero fare. Sono follemente innamorata della città in cui vivo. Sono abbastanza fortunata perché viaggio molto anche in Europa, però posso dire che questa città è speciale. Abbiamo cose meravigliose sotto il nostro naso e non ci rendiamo conto nemmeno di tutto questo”.

Forgione ha poi chiamato in causa Pasquale Cozzolino, ormai celebre chef napoletano, cha aperto un ristorante in America dal nome Ribalta. Un giorno ha preso parte ad una selezione per la cucina di Bill De Blasio, sindaco di New York, che dopo aver assaggiato la sua parmigiana ha detto: “Questi sono i sapori della mia infanzia”. Da quel momento Pasquale ne è diventato lo chef: “De Blasio non può mangiare pasta a casa perché la maglie glielo vieta, però di nascosto, ogni tanto, viene da me e la mangia. Per lui cucino io e la mia squadra, e lo facciamo nella residenza riservata. Sono lo Chef executive ed ogni settimana stilo il menù che poi viene approvato dal sindaco. Sono diventato ricco? La vita a New York è cara, dunque anche se lo stipendio è alto per gli italiani, qui in America è normale”.

Spazio poi a Tommaso Primo, celebre cantautore partenopeo: “Se faccio uso della sesta napoletana? È un accordo che non ho usato nell’ultimo disco, bensì in Flavia e il Samurai. Si usa tipicamente nella musica rock, però io cerco anche di usare altri generi. Quando suono qualcosa in napoletano la uso, in altri contesti evito. Su quest’accordo si è fondata la musica rock, Elvis ne è stato il fautore”.

Forgione racconta che il pomodoro lungo è arrivato a Napoli grazie all’intercessione di San Gennaro. Per questo motivo ha aperto il  microfono a Francesco Andoli: “Ho una risto-bottega dal nome “Januarius”. Ci troviamo nei pressi del Duomo. È un locale dedicato completamente al Santo ed è arredato in tema, e la cucina è tipicamente tradizionale. Dove va il pomodoro lungo? Nel ragù napoletano è d’obbligo”.

Il Mezzogiorno sempre più Europa dei poveri

Angelo Forgione“Scurdammoce ‘o ppassato”, dice un’ecumenica canzone napoletana che richiamava il popolo del dopoguerra alla rinascita e alla riscoperta delle cose belle della vita. Utile esortazione all’oblio quando c’è da mettersi alle spalle un doloroso trascorso, se c’è un presente migliore da potersi godere. Ma il passato proprio non si può dimenticare quando è una ferita aperta. Il passato, quando è presente, preannuncia il futuro prossimo e quello remoto, e allora hai voglia a chiedere a un meridionale di dimenticarlo quando la “Questione meridionale” resta sempre aperta e si aggrava. Può semmai essere solo una battuta in una trasmissione comica della tivù nazionale per distendere il pensiero dopo un intervento di riflessione meridionalista, e va bene così.
Nessuna disputa regionale all’interno dei singoli Stati europei ha mai prodotto qualcosa che si avvicini, per ampiezza di territorio interessato e persistenza nel tempo, alla “Questione meridionale” italiana. Il fatto è che il dualismo d’Italia non ha eguali in Europa, per dimensioni e continuità di sedimentazione, e si fa più drammatica nel presente che sembra eternità.
A dirci quanto i meridionali non debbano dimenticare il passato ci pensa il prossimo bilancio a lungo termine dell’Unione europea, quello dei fondi 2021-2027, programmato sulla scorta delle statistiche Eurostat circa il PIL pro-capite delle regioni europee, che indicano ancora che Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Molise, Sardegna e Basilicata sono le più povere d’Italia, ma anche tra le ultime d’Europa, quelle con reddito pro-capite inferiore al 75% della media europea, messe meglio solo di qualche colonia francese d’oltremare e di alcune aree dell’est.
La situazione continua a peggiorare, poiché Sardegna e Molise, che nella scorsa programmazione erano un gradino più sù, tra le regioni “in transizione”, cioè tra il 75% e il 100% della media europea, retrocedono tra quelle “meno sviluppate”. E le cose non vanno meglio al Centro con il declassamento di Umbria e Marche.
Le regioni del Nord, invece, continuano a viaggiano a un PIL pressoché doppio, con Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta ed Emilia Romagna in testa a una situazione complessiva di relativo benessere.

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Il Mezzogiorno è sempre più povero, aggravandosi la condizione di una delle macroaree più arretrate nell’ambito dell’Eurozona, la meno cresciuta nei primi venti anni del XXI secolo. Eppure oggi in Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata si estraggono e si raffinano buone percentuali del fabbisogno nazionale di petrolio, benzina, gasolio e gas. La Basilicata, ad esempio, è la regione più ricca di petrolio in Europa, ma la più spopolata d’Italia. Le royalties, le quote percentuali per lo sfruttamento dei pozzi che le compagnie petrolifere “concedono” alle casse regionali del territorio di estrazione, sono tra le più basse del pianeta, veramente inique rispetto al ritorno economico, non utili a una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento.
È evidente che qualcosa non torna in un Meridione che è sempre più una colonia energetica e commerciale da sfruttare, e sono i soldi. Il termometro di questa condizione di colonialismo interno è fornito dalla Sardegna, ora retrocessa, ma mai stata più solida delle altre regioni meridionali che ha raggiunto in fondo. Non lo era neanche nel 
2006, quando quelli dell’Unione Europea la pensarono diversamente e, conclusa la prima programmazione comunitaria del 2000, la esclusero dall’Obiettivo 1, il livello massimo di fondi strutturali destinati al recupero delle regioni europee meno sviluppate, per promuoverla tra quelle “in transizione”. I livelli di reddito e PIL pro-capite sardi erano leggermente più alti delle altre regioni del Sud solo per l’incidenza della Saras (Società Raffinerie Sarde) sulla percentuale di ricchezza prodotta nell’isola. La realtà è che, allora come oggi, la Saras Spa, alla quale va aggiunta la controllata Sarlux Srl, è nettamente e per distacco la prima azienda regionale per fatturato. I proventi delle attività della famiglia milanese Moratti vanno in Lombardia e tornano in Sardegna solo per quanto consumato sul territorio di produzione, ovvero un quarto della raffinazione complessiva. In un periodo di bilanci floridi, la Saras fece lievitare l’indice del prodotto interno lordo isolano senza alcun beneficio diretto sul posto, e privò di fatto la Sardegna dei fondi comunitari nelle programmazioni 2007-2013 e 2014-2020. E intanto la grande Isola restava molto più distante dal continente di quanto non dicano i circa 450 chilometri di Mar Tirreno da compiere per andare da Cagliari a Civitavecchia. La Sardegna è ancora l’unica regione d’Italia in cui non ci sono autostrade, ma solo strade a scorrimento veloce. Solo per il 2021, salvo ulteriori ritardi, è preannunciata la fine dei lavori della Strada Statale a scorrimento veloce Sassari-Olbia, prima autostrada che possa dirsi tale.
L’Unione europea, leggendo gli ultimi indici del PIL pro-capite, si è dunque accorta che la anche la Sardegna è sostanzialmente un territorio nel baratro, e l’ha automaticamente e giustamente declassata ad area “meno sviluppata” (insieme al Molise), assegnandole una fetta di fondi più cospicua, cosa che avrebbe meritato anche negli ultimi quindici anni. Retrocessione causata da una lunga serie di bilanci in rosso della Saras dal 2009 al 2015, motivo anche di cessione del pacchetto di maggioranza dell’Inter FC da parte di Massimo Moratti nel 2013, dopo aver indebitato il club pur di vincere e far morire di collera juventini e milanisti, e fine della storia nerazzurra della famiglia, che negli anni Sessanta, proprio mentre si realizzava la Saras a Sarroch, aveva già lasciato i colori milanesi per sposare quelli rossoblu del Cagliari Calcio, e consentire alla squadra dell’Isola di vincere lo storico scudetto. Un tricolore utile all’industria lombarda e alla politica democristiana per propagandare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, un processo di industrializzazione, programmato e pilotato dal Governo di Roma, col quale pezzi di un paradiso terrestre furono consegnati all’industria altamente inquinante, quella petrolchimica, che tuttora continua a produrre i suoi danni ambientali.
Oggi il Cagliari è in mano a Tommaso Giulini, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter e altro milanese dell’industria chimica, la Floursid di Macchiareddu, che produce fluoroderivati inorganici a Macchiareddu con lo sfruttamento di una materia prima sarda, la fluorite del giacimento di Silius.
Il popolo sardo è evidentemente dipendente da fattori esterni, che falsano l’economia del territorio. La Saras, dopo la sequela di bilanci in rosso, ben sette, è tornata a far segnare il saldo positivo. Un bene, sì, ma soprattutto per la Lombardia, la regione del Comune di Milano e quello di Brescia, detentori congiuntamente del 50% del capitale di A2A, la Società per azioni che gestisce l’inceneritore di Acerra, nel Napoletano. Il che significa che parte degli utili dallo smaltimento dei rifiuti campani finiscono direttamente ai due municipi lombardi, che possono metterli a bilancio e reinvestirli sui loro territori. Così, grosso modo, va l’Italia, e vedimmo e nun c’ô scurda’.