La propaganda risorgimentale sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Angelo Forgione – Otto anni dopo l’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele II fece apporre sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli le statue di sette dinastie straniere che avevano governato Napoli, seguite da quella del Re dell’Italia unita, che lo raffigurava. Ruggero il Normanno, Federico di Svevia, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V d’Asburgo, Carlo III di Spagna, Gioacchino Murat di Francia e, appunto, Vittorio Emanuele II d’Aosta. Anche ai più curiosi che si fermano sul passaggio sfugge che Carlo di Borbone è indicato come Carlo III, numerazione con cui governò in Spagna dopo venticinque anni all’ombra del Vesuvio. L’artificio servì al Re piemontese per nascondere la napoletanità dei Borbone che succedettero a Carlo, compreso lo spodestato Francesco II, e tramandare il falso, cioè che sette dinastie straniere e dominatrici erano state interrotte dall’ottava italiana, che però era francofona e spadroneggiava più delle precendenti.
Alla fine della sfilata, Vittorio Emanuele II è, non per caso, l’unico minaccioso con la spada alzata, fiero della cultura militare piemontese, a sottintendere la fine del giogo straniero, ma centoventisei anni dopo il suo effettivo concretizzarsi. La verità è che con il sabaudo il giogo straniero iniziò. Manca peraltro l’incisione “Roi de l’Italie”, come si legge nell’atto di proclamazione in rigorosa lingua francese redatto il 17 marzo 1861 dal primo parlamento italiano di Torino. Chi scriveva leggi in perfetto italiano erano invece i Borbone di Napoli, che si esprimevano a voce anche con quello che, sostituendo il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee per decreto del 1442 di Alfonso d’Aragona, un altro “straniero”, era già da tre secoli un vero e proprio idioma: il napoletano. Già, Alfonso d’Aragona… che da buon “straniero” trasferì la capitale del Regno catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.
Le chiamiamo dominazioni straniere. Ma chi fu il vero re straniero che mise piede a Napoli? Quello che re di Napoli non fu mai, ovvio.

Il maxischermo del Plebiscito torna alla luce ma il Palazzo Salerno crolla

Il maxischermo del Plebiscito torna alla luce ma il Palazzo Salerno crolla

Dopo la denuncia fatta a Febbraio, il 20 Maggio è riemerso il maxi-schermo di Piazza del Plebiscito tra le statue borboniche.

Alcuni tecnici e operai specializzati di Valerio Maioli Group SpA, la società che realizzò l’opera nel 2001, si sono presentati per conto del Comune in piazza per effettuare la manutenzione della struttura dimenticata. Le strutture telescopiche oleodinamiche in acciaio zincato hanno rivisto la luce e sono andate su e giù, rimesse in funzione dopo anni di oblio. Uno degli addetti ai lavori ha affermato che l’impianto di video-proiezione pubblica sarà fruibile da Giugno (magari in tempo per le partite della Nazionale ai mondiali?), pur non potendo trasmettere immagini in diretta dal San Carlo con cui originariamente era collegato per mezzo di fibre ottiche (misteriosamente scomparse).

L’intervento di manutenzione è stato peraltro confermato dalla Maioli Group di Ravenna contattata telefonicamente.

Non resta che sperare che sia davvero vicino il recupero dello schermo per un rilancio della città che non può escludere la cultura del San Carlo, seppur con spettacoli in differita. E se davvero sarà, che non sia per una sola volta per poi tornare sotto terra, come avvenuto dopo la realizzazione.

Ma su un altro fronte dello slargo si staglia lo storico Palazzo Salerno che crolla a pezzi.

Videodenuncia (Febbraio): IL TESORO SOMMERSO DI PIAZZA DEL PLEBISCITO