Vicenda napoletana di Canova, che ammirò i santi Sansevero più del Cristo velato

Angelo Forgione – Boom di visitatori per la mostra ‘Canova e l’Antico’ al Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Cittadini e turisti non resistono al richiamo del gran maestro del Neoclassicismo, tornato nella città in cui maturò da giovane la sua tendenza verso l’arte classica, formalmente distante dai barocchismi descrittivi ormai al tramonto della stessa Napoli e di Roma.
La prima volta in cui vi mise piede era nel gennaio del 1780, e aveva 22 anni. Scese da Roma in viaggio d’istruzione, per visitare le ricchezze della nuova capitale delle antichità greco-romane, meta imprescindibile per qualsiasi artista di quel periodo anche per il richiamo degli scavi di Ercolano, Pompei e Paestum. Il suo secondo “Quaderno di viaggio” consente di percorrere l’itinerario della sua prima visita a Napoli.

Appena giunto, il trevigiano Canova passeggia per le vie della città, che gli appare “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo”. Passa solo un giorno e scrive: “[…] per tutto sono situazioni di Paradiso […]”.
Vede “il nuovo giardino pubblico, cosa veramente bellissima” (l’attuale Villa comunale), e resta incantato della “deliciosissima situazione di questo Paese”. Visita le chiese e i teatri, e sottolinea la straordinaria dimensione dell’Albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga.

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Il 2 febbraio è in visita alla Cappella San Severo per ammirare le sculture volute da Raimondo de’ Sangro. È curioso di vedere la Pudicizia del connazionale veneto Antonio Corradini ma ne resta poco entusiasta, preferendole la velata del napoletano Giuseppe Sanmartino, il Cristo. Ma non è questa che apprezza di più, anche se si racconta che abbia provato ad acquistarla. Lo scrive, senza fonti, Gennaro Aspreno Galante nella sua ‘Guida sacra della città di Napoli’ del 1872, avvertendo che “pure i detrattori del Sammartino cercano invano difetti in quest’opera, ma il valente artista sarà sempre sicuro del fatto suo, da che il Canova esibì qualunque prezzo per acquistar questo Cristo”.

Con enfasi ancor più grande si tramanda che il Canova abbia anche dichiarato che avrebbe dato dieci anni di vita pur di essere lo scultore di questo marmo incomparabile. I suoi scritti ci fanno capire che si tratta di una delle tante suggestioni create attorno alla magnifica scultura cristica in cui carne e stoffa si fanno marmo, una delle più belle al mondo, sicuramente la più mistica e la più stupefacente agli occhi dell’osservatore, ma apprezzata non quanto altre due dal Canova:

“Questa matina si portassimo nella capella della casa di San Severino. Questa capella è ripiena di statue e depositi di marmo, vi è anco la statua velata fatta dal Coradini […].
Vi sono ancora un Cristo di figura al naturale, posto sopra un lenzuolo, e coperto da un vello, il qualle mi parve di più merito della statua del Coradini, questo Cristo è opera di Giuseppe Sanmartini ora vivente; ma le due statue che mi parve più meritevole furono, una Santa Rosa in gienochioni, e il Santo nella cappella di Facciata […].”

Dichiarato apprezzamento per il marmo di Sanmartino nel confronto delle velate, ma più attenzione per le rappresentazioni di Santa Rosalia e di Sant’Oderisio, entrambe del genovese Francesco Queirolo, pure autore del bellissimo Disinganno.
La prima, dedicata all’antenata di Raimondo di Sangro, morta alla metà del XII secolo e divenuta patrona di Palermo per aver salvato la città siciliana dalla peste del 1624. La seconda, dedicata all’altro antenato santo di famiglia.

Canova visita anche la pinacoteca di Capodimonte e il museo di Portici, dove sono riunite le antichità ritrovate negli scavi recenti.
Il 14 febbraio è a Pompei, “sito che si sta scavando presentemente”, e poi a Salerno e a Paestum. Non si fa mancare l’escursione sul Vesuvio e ai Campi Flegrei, presso l’antro della Sibilla, Baia e la Solfatara. Il 28 febbraio lascia Napoli per Caserta e per Capua, e da lì risale a Roma.

Ritorna altre volte a Napoli, da artista affermato, nella città con cui ha diverse relazioni professionali e che sa essere fondamentale per la sua maturazione. Qui trova in seguito le preziose sculture della Collezione Farnese trasferite da Roma, a rendere Napoli sempre più centro dell’arte classica in Europa. Ferdinando di Borbone ha lanciato l’immagine greco-romana della sua Capitale, nuova Atene e nuova Roma, in cui convivono i tesori antichi e le creazioni moderne. Ha rinunciato alla proprietà privata dell’eredità di famiglia e l’ha resa pubblica trasferendola nel nuovo Real Museo di Napoli (l’attuale Museo Archeologico Nazionale).

Canova è a Napoli nel 1787, per scolpire per il marchese Francesco Maria Berio il gruppo in marmo ‘Venere e Adone’ (oggi a Ginevra), destinato a un tempietto nel giardino del palazzo del marchese in via Toledo.

All’inizio dell’Ottocento, re Ferdinando vuole esser effigiato dall’ormai affermato artista veneto in vesti mitologiche. Il modello è pronto nel 1803. È un Ferdinando assai descrittivo in veste di Atena, protettrice delle arti. È stato infatti proprio il Sovrano a fondare il Museo, il primo dell’Europa continentale, e a volervi trasferire la collezione di antichità. Ma l’avvento sul trono napoletano di Giuseppe Bonaparte nel 1806 frena l’esecuzione. Piuttosto, il francese convoca immediatamente a Napoli Canova perché studi la collocazione in una piazza di un monumento equestre dedicato al fratello.

L’artista diventa un paladino della ricchezza partenopea quando, nell’ottobre del 1808, è chiamato a Parigi da Napoleone per realizzare il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Lì rifiuta di assumere incarichi fissi ed esprime all’Imperatore l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. E si oppone al corso quando questi gli dice che nella capitale di Francia vi sono ormai tutti i capolavori antichi d’Europa, e che si è riservato per sé l’Ercole Farnese di Napoli, l’unico che manca. «Vostra Maestà, – gli risponde il trevigiano – lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli». E Napoleone ribatte: «Ma noi faremo Roma capitale d’Italia, e vi aggiungeremo Napoli».

Il progetto del monumento equestre a Napoleone per Napoli lo eredita Gioacchino Murat nel 1809, che emette un bando per la realizzazione di una grande piazza classicheggiante per le assemblee pubbliche, un emiciclo porticato attraversabile davanti il Palazzo Reale, delimitato da due edifici gemelli. Al centro, la statua commissionata al Canova, che nel 1813 torna a Napoli per ritrarre Murat e la moglie Carolina.

Con la Restaurazione e il ritorno di Ferdinando di Borbone, la piazza viene realizzata ugualmente, con le necessarie modifiche al progetto, affidato a Pietro Bianchi, epigono luganese di Canova. Davanti alla basilica, sul cavallo già scolpito per la figura dell’Imperatore decaduto, il Canova suggerisce di porre l’immagine di Carlo di Borbone accoppiata a un monumento gemello dedicato all’erede Ferdinando. Entrambi i sovrani devono essere raffigurati con livree da imperatori dell’antica Roma, significando anche con l’anacronismo delle uniformi la rivendicazione napoletana del gusto neoclassico di impronta vesuviana, peraltro ben chiara nell’ispirazione al Pantheon romano della nuova basilica retrostante del Bianchi.

Al ritorno del legittimo sovrano sul trono napoletano, Canova riprende anche la scultura di Ferdinando rimasta in cantiere, e la spedisce via mare a Napoli alla fine del 1819. Nel 1821, finalmente, la gigantesca statua viene collocata nel Real Museo di Napoli, nel luogo indicato da Canova stesso: una nicchia al centro dello scalone monumentale.

Lo scultore veneto muore nell’ottobre 1822, prima di poter ultimare il monumento equestre a Ferdinando di Borbone per il Largo di Palazzo. Lo completa l’allievo designato per la finalizzazione delle opere incompiute, il catanese Antonio Calì. Giusto in tempo perché possa vederlo il Re, morto nel gennaio 1825.

La grande piazza reale di San Francesco di Paola, il Largo di Palazzo, viene solennemente inaugurata nel 1846, con netta impronta neoclassica, e diventa la piazza simbolo della Capitale. Lo resta anche ad Italia unita, quando i piemontesi rimuovono immediatamente la statua di Ferdinando dallo scalone del Museo. Vi torna solo nel secondo Novecento, a rendere giustizia all’artefice iniziale del più importante museo archeologico d’occidente e all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, “l’ultimo degli antichi, il primo dei moderni”.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

Bruciore profondo

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Angelo Forgione – Brucia Notre Dame. Un inferno doloroso, riconducibile alle cronache europee del 12 febbraio 1816, la notte in cui, ad addolorare il Continente fu il disastroso incendio del Real Teatro di San Carlo a Napoli, il tempio del melodramma, che da circa ottant’anni era il riferimento internazionale della grande passione del tempo, l’Opera.
In meno di due ore la sala interna andò completamente perduta. Le fiamme erano scaturite da qualche lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di una serata illuminata dalla luna. Crepitii e grida dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città. L’intervento tempestivo dei “travagliatori” e dei soldati borbonici riuscì a evitare che le fiamme si propagassero alla magnifica facciata neoclassica, rifatta solo qualche anno prima dall’architetto Antonio Niccolini. Senza né televisione né radio, con lentezza giunse all’estero la notizia attraverso la diffusione delle tristi cronache provenienti dalla capitale continentale della Musica. Quello che oggi fanno gli obiettivi fotografici e televisivi lo fecero gli artisti che si affrettarono a immortalare il tragico evento con tele, pennelli e tavolozze. Senza Salvatore Fergola e Luigi Gentile nessuno avrebbe potuto “vedere” quelle scene.

Sull’Europa di Napoleone era da poco calato il sipario e la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna aveva recentemente riportato Ferdinando di Borbone sul trono di Napoli. Ecco perché il popolo napoletano, in preda allo sconforto, accusò i giacobini di essersi vendicati colpendo il simbolo internazionale della città, un po’ come oggi si accusano i jihadisti per il rogo del simbolo cattolico di Parigi. Qualcuno sospettò di Domenico Barbaja, l’impresario del Real Teatro sopravvissuto al cambio di potere, pure proprietario dell’impresa edile che aveva rifatto la facciata.

Ferdinando di Borbone, a soli nove giorni dal rogo, formò una commissione composta da cinque importanti nobili, incaricati di sovrintendere, senza badare a spese, alla rinascita del tempio europeo dell’Opera, affinché superasse in bellezza se stesso e ogni teatro del mondo, anche il più giovane Teatro alla Scala di Milano. Per meriti acquisiti con i lavori per la facciata, il progetto e l’appalto dei lavori furono aggiudicati ancora a Niccolini e Barbaja.

In soli otto mesi il miracolo fu compiuto. Andò a verificarlo di persona Stendhal la sera dell’inaugurazione, il 12 gennaio 1817, quando in scena fu portato Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, melodramma allegorico composto espressamente per l’occasione, perché quel giorno fu davvero sognato da tutta Napoli. Alla vista dello scrittore si mostrò una straordinaria sala, completamente diversa da quella andata in fiamme: dal Barocco ormai démodé della precedente sala di Antonio Medrano al Neoclassico in voga di Antonio Niccolini. I suoi occhi, esperti di teatri francesi e italiani, rimasero sbarrati all’esperienza del ricostruito teatro:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

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Grazie alla trasformazione stilistica, l’incendio del San Carlo non lasciò alcun rimpianto e segnò la mutazione classicheggiante del gusto architettonico occidentale che, partendo proprio da Napoli con gli scavi vesuviani, accompagnò le trasformazioni stilistiche tra Sette e Ottocento.
Se non vi fu rimpianto, anzi, se l’incendio fu occasione per fare del San Carlo un tempio ancor più bello è perché quello era un mondo in cui l’arte e la cultura in generale erano ancora in evoluzione. Al bello del Barocco superato fu possibile sostituire il bello del Neoclassico alla moda.

L’estetica costruttiva è finita con l’affermazione della società industriale ed è divenuta un nostalgico ricordo dopo la guerra, quando l’Europa, per ripudiare il Nazifascismo, ha optato delittuosamente e opportunisticamente per la semplice costruzione selvaggia, senza architettura e priva di ricerca stilistica del bello.
L’ultimo capolavoro per l’Umanità è la Sagrada Familia di Barcellona, ancora in lenta costruzione sui progetti ottocenteschi di Antonio Gaudì, l’ultimo architetto capace di rivisitare modernisticamente il passato e di lasciare una vera Eredità artistica al futuro.

Ecco perché il rogo di Notre Dame è evento drammatico. Quando brucia un capolavoro così antico, testimonianza di un passato e di una stratificazione d’arte irripetibile, brucia un pezzo di storia dell’umanità. Brucia il nostro miglior percorso fin qui. Brucia qualcosa che appartiene a tutti, non solo alla città che quel capolavoro rappresenta simbolicamente.
Se dopo le barbare devastazioni della guerra, nell’era industriale, è nata l’Unesco è perché ci siamo resi conto che il passato culturale andava necessariamente assicurato al futuro. Non possiamo permetterci di perdere nulla di così significativo perché non siamo più in grado di creare nulla di davvero significativo. E questo deve farci capire il valore umanitario di quel vituperato evo che ci ha dato Notre Dame e quel che questo tempo non riesce a stimolare. Guardino il cuore di Parigi in fiamme e riflettano sul moto emotivo collettivo tutti coloro che a sproposito usano la parola “medioevo”.
Brucia la vera Europa, quella dei popoli, che soffrono compatti per un capolavoro universale in fiamme, non quella della tecnocrazia e delle banche.

A San Giorgio è tornato don Carlos

Angelo ForgioneL’invasore è sceso dall’usurpato trono di San Giorgio a Cremano, lasciando il posto a chi aprì la strada, il Miglio d’Oro, verso gli scavi e le ricchezze antiche che il mondo occidentale ammirò.
Il primo comune ad aver bandito, nel 1998, tra critiche e forti opposizioni, il nome di Garibaldi per Massimo Troisi, oggi ha bandito Vittorio Emanuele II dalla piazza antistante il municipio per Carlo di Borbone, precisatamente di Napoli e Sicilia, così come era detto a Napoli, non Carlo III di Spagna, che è nomenclatura assunta a Madrid nel 1759.
Prendano esempio tutti gli amministratori del Sud colonia, a cominciare da quelli di Napoli, nascosti dietro l’odonimo di Carlo III, che così detto lo si vuol intendere straniero, e sudditi di certi poteri irriverenti nei confronti di una verità e di un’identità cui sempre più il popolo guarda.
Un altro passo in direzione della riaffermazione dell’identità storica meridionale, cancellata da una odonomastica risorgimentale imposta dagli uomini di massoneria che, ad Unità avvenuta, si impegnarono nell’obiettivo di forgiare una nuova coscienza collettiva della Nazione attraverso la celebrazione dei Padri della Patria, de facto ladri della patria napolitana, anch’essi massoni, elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale. Un’operazione di ingegneria sociale che sta esaurendo la sua incisività nella consapevolezza e nell’identità di buona parte dei napoletani e non solo, seppur con fisiologica lentezza.

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L’economia napoletana per salvare l’Occidente

Angelo ForgioneDal 29 al 31 marzo, a Firenze, presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Festival Nazionale dell’Economia Civile, uno dei tanti che ormai si propongono di promuovere un paradigma economico le cui radici affondano nel pensiero economico di Antonio Genovesi, inventore e titolare della prima cattedra di Economia nella Napoli del secondo Settecento, che teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse la “pubblica felicità”, ossia il conseguimento del bene comune. Un’economia fondata sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante, quella tipicamente capitalista di stampo anglosassone. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale, e che vuole ridurre le disuguaglianze. Un’economia che può far ripartire l’Italia, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Un’Italia aperta al mondo, nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione.
Un altro evento che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo relativo all’Economia Civile:

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

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Ritorno al Medioevo? Magari!

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Angelo ForgioneE smettiamola di bollare il congresso sulle famiglie di Verona come “ritorno al Medioevo”, ripetendo come automi senza facoltà intellettive un’offesa a un periodo dell’umanità tutt’altro che buio.
In quell’epoca vi furono progressi in tutti i campi, nacquero le lingue, le università, le nazioni, i comuni, i sistemi creditizi, e furono costruiti enormi monumenti tra cattedrali, castelli e palazzi. Insomma, nacque la Modernità occidentale.
Quello tra la metà dell’XI secolo e la fine del XIII, proprio in pieno Medioevo, fu un periodo in cui si visse meglio in Europa, grazie a una stabilità politica, all’assenza di gravi conflitti e a una buona situazione climatica, che permise la crescita della produzione agricola e della popolazione.
La vita comunitaria si sviluppò enormemente e il fenomeno dei suicidi era pressoché sconosciuto, appartenente solo a chi, come i giapponesi, ritenevano onorevole togliersi la vita. Le mafie non esistevano.
Uno degli uomini più colti della storia, Federico II di Svevia, è collocato nella prima metà del Duecento. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Parlava sei lingue e fu riconosciuto come “Stupor Mundi”, meraviglia del mondo.
Vero è che dalla metà del Trecento cominciò una fase di epidemie, carestie e conseguenti conflitti durata fino al Seicento, ma i valori comunitari non mutarono affatto, e in questo senso va interpretato il successivo Rinascimento di coniazione ottocentesca, che fu periodo di ripresa economica e di conseguenti rinnovate attività commerciali, artigianali e artistiche.
Ma altro che oscurantismo medievale!

Dalle scuole elementari all’università si perpetua sempre lo stesso disprezzo per quel periodo, e c’è un motivo ben preciso. Che il Medioevo sia sinonimo di oscurantismo lo hanno voluto far credere gli illuministi, soprattutto i francesi, gli intellettuali del Settecento, che erano perlopiù massoni e, in quanto tali, radicali anticattolici. Era la loro visione laica del mondo da affermare, e andava sancita la supremazia della loro epoca su quella dominata dalla Chiesa. Gli illuministi, per sradicare l’Istruzione dalle stanze dell’Ordine dei Gesuiti, fecero credere che l’epoca della religiosità era stata tenebrosa, e che la ragione avrebbe migliorato il mondo. Portavano la luce della ragione contro le tenebre dell’ignoranza. E siccome i nostri libri di storia li hanno scritti i massoni del Risorgimento, dediti alla politica e non al miglioramento dell’uomo come al principio della Massoneria (la pubblica istruzione del Regno d’Italia fu affidata ai “fratelli d’Italia” De Sanctis, Coppino e Baccelli), ecco che assorbiamo a scuola e ripetiamo pedissequamente una menzogna ereditata acriticamente da secoli di mistificazione.

La vera epoca buia, piuttosto, la stiamo vivendo noi, ed è iniziata con le rivoluzioni industriali che hanno aperto ai distruttivi conflitti mondiali del Novecento, con gli ignobili stermini nazi-fascisti, passando poi alla cancellazione della funzione estetica delle arti, finendo alla globalizzazione e al declino della sovranità degli Stati.
La classe dominante capitalista ha assunto i poteri del vero vassallaggio mondiale, assoggettando e affamando la parte debole della società alla volontà di pochi.
Le mafie abbondano in diverse zone del mondo e il cosiddetto “terrorismo islamico” miete vittime innocenti, controllato dalle lobbies internazionali e non certo dagli ideali religiosi.
L’inquinamento è oltre ogni limite, il clima è impazzito, le risorse del pianeta sono in via di esaurimento, e in maniera irreversibile. I mari sono sempre meno pescosi e le produzioni agricole si riducono sensibilmente. Il cibo-spazzattura dilaga e aumentano le intolleranze alimentari.
I suicidi sono causa di morte tra le più frequenti e il consumo di psicofarmaci è altissimo in una società individualista che ha fatto della competizione sociale e della cosiddetta “qualità della vita” i principali dogmi, causando depressione diffusa.
I bambini non giocano più nei cortili e nelle strade, ma si piazzano davanti alla nuova estensione del corpo, gli smartphone, la principale causa di distrazione alla guida e di dipendenza atossica di una società che va in panico se non c’è connessione, mentre i satelliti in orbita controllano tutto e inquinano pure lo Spazio.
Senza considerare i fenomeni retrivi come, ad esempio, la conflittualità di campanile dell’invasivo business calcio che oscura ogni attività sociale, o teorie folli quali il terrapiattismo, la terra piatta, roba che il sistema tolemaico medievale, seppur errato, superò abbondantemente.

Questa è l’era costruita e dominata dalle massonerie internazionali, ed è la vera era buia. Quindi, prima di ripetere una fesseria imparata a scuola e ascoltata da politicanti e media vari, accendiamo il cervello, perché l’avanzare dei secoli, dal secondo Ottocento a oggi, non ha comportato evoluzione, il valore universale che il Medioevo non interruppe affatto.
Vero è che la Chiesa, in quel periodo, sfruttava la superstizione per dominare, ma oggi i governi e quelle stesse “élite” decisionali usano l’ignoranza, e il fatto che si ripeta una menzogna scritta a tavolino è dimostrazione chiara di come proprio l’ignoranza sia la grande forza dei potenti. Che sono pochissimi.

Il bello di essere napoletani a “Napoletani Belli”

di Francesco Gala (redazione Radio CRC)

Lunedì 25 Marzo, alla trasmissione radiofonica “Napoletani Belli”, in onda dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 21 su Radio CRC, ospite Angelo Forgione, quotato scrittore e giornalista al fianco del padrone di casa Ettore Petraroli.

Faccio lo scrittore – ha detto il protagonista della puntata – perché voglio rimettere a posto i conti con la storia, e Napoli è portatrice sana di storie. Una storia negata su questa città? Può essere lo stesso pomodoro, perché in passato i prodotti fatti con quest’ortaggio erano denigrati, oggi invece sono il simbolo dell’Italia nel mondo”.

Spazio a due napoletane belle: Beatrice Lizza, milanese che ama la nostra città e sta per trasferirvisi, ed Elisa Baroti, albanese che da sempre vive a Napoli.

Beatrice ha esordito così: “Sono napoletana d’origine ma sono nata e cresciuta a Milano. Volevo fare l’università a Napoli, però per motivi di lavoro ho rinunciato. Ora disferò per l’ultima volta le valigie per vivere a Napoli dopo due anni e mezzo. Il mio innamoramento è diventato vero e proprio amore”.

Anche Elisa ha raccontato il suo rapporto con la città partenopea: “Sono qui grazie ai miei genitori e devo dire che è il regalo più bello che mi potessero fare. Sono follemente innamorata della città in cui vivo. Sono abbastanza fortunata perché viaggio molto anche in Europa, però posso dire che questa città è speciale. Abbiamo cose meravigliose sotto il nostro naso e non ci rendiamo conto nemmeno di tutto questo”.

Forgione ha poi chiamato in causa Pasquale Cozzolino, ormai celebre chef napoletano, cha aperto un ristorante in America dal nome Ribalta. Un giorno ha preso parte ad una selezione per la cucina di Bill De Blasio, sindaco di New York, che dopo aver assaggiato la sua parmigiana ha detto: “Questi sono i sapori della mia infanzia”. Da quel momento Pasquale ne è diventato lo chef: “De Blasio non può mangiare pasta a casa perché la maglie glielo vieta, però di nascosto, ogni tanto, viene da me e la mangia. Per lui cucino io e la mia squadra, e lo facciamo nella residenza riservata. Sono lo Chef executive ed ogni settimana stilo il menù che poi viene approvato dal sindaco. Sono diventato ricco? La vita a New York è cara, dunque anche se lo stipendio è alto per gli italiani, qui in America è normale”.

Spazio poi a Tommaso Primo, celebre cantautore partenopeo: “Se faccio uso della sesta napoletana? È un accordo che non ho usato nell’ultimo disco, bensì in Flavia e il Samurai. Si usa tipicamente nella musica rock, però io cerco anche di usare altri generi. Quando suono qualcosa in napoletano la uso, in altri contesti evito. Su quest’accordo si è fondata la musica rock, Elvis ne è stato il fautore”.

Forgione racconta che il pomodoro lungo è arrivato a Napoli grazie all’intercessione di San Gennaro. Per questo motivo ha aperto il  microfono a Francesco Andoli: “Ho una risto-bottega dal nome “Januarius”. Ci troviamo nei pressi del Duomo. È un locale dedicato completamente al Santo ed è arredato in tema, e la cucina è tipicamente tradizionale. Dove va il pomodoro lungo? Nel ragù napoletano è d’obbligo”.

E don Carlos disse «acqua per tutti!»

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Angelo Forgione22 marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua. Sensibilità circa gli sprechi e necessità di fornirla a tutti. Questi i temi sollecitati, e non posso non ricordare che Napoli è stata la prima città al mondo a dotarsi di acqua corrente nelle case. E poi l’esempio dell’Acquedotto Carolino, la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, quando l’acqua mancava alla bellissima piana casertana ai piedi dei Monti Tifatini scelta da Carlo di Borbone per il nuovo Real Palazzo, quella che il Goethe avrebbe definito qualche anno più tardi “la più lussureggiante piana del mondo”.
Luigi Vanvitelli andò a prendersi l’acqua a una quarantina di chilimetri di distanza, alle sorgenti del Monte Fizzo, nel Beneventano, e realizzò un’impercettibile pendenza di poco più di un millimetro ogni metro per condurre l’acqua oltre la Valle di Maddaloni e compiere il lungo percorso idrico, tra grosse difficoltà costruttive e scetticismo di chi non aveva creduto che l’acqua sarebbe arrivata dal Taburno del Beneventano ai Monti Tifatini del Casertano.
Molto critici furono i lavori per i trafori, a causa delle esalazioni di anidride carbonica. Gli operai, galeotti musulmani del Nord-Africa catturati durante le scorribande piratesche lungo le coste, venivano assicurati con delle brache di cuoio in modo da essere tirati fuori in caso di soffocamento. Con il supporto dei più stimati studiosi e matematici del Regno di Napoli, le cassandre furono smentite tra lo stupore dei presenti all’inaugurazione, quando, dopo circa quattro ore di attesa, improvvisamente, le cascate iniziarono a prendere vita.
Solo un capriccio lussuoso? Macché! Vanvitelli, per volontà sovrana, assicurò la duplice utilità tipica delle realizzazioni borboniche: quella estetica, per lo straordinario giardino della Reggia, e quella sociale, per l’approvvigionamento idrico del Casertano. Non solo acqua salubre per i sofferenti villaggi attorno al distretto reale ma anche energia idraulica necessaria per le emergenti attività reali e private tutt’intorno, a partire dalla seterie di San Leucio. A Marcianise, il villaggio forse più assetato, fu in seguito realizzata una fontana di ringraziamento nella piazza centrale, la cosiddetta “Fontana dei Delfini”, opera dell’architetto Gaetano Barba, allievo dello stesso Vanvitelli.
Con la vita poteva svilupparsi, oltre alla cittadella amministrativa reale, anche una moderna cittadina, pensata e disegnata nel progetto urbanistico vanvitelliano, ma purtroppo cresciuta nel tempo con aspetto ben differente rispetto ai precisi dettami estetici originali. E inoltre, l’Acquedotto Carolino fu allacciato all’Acquedotto del Carmignano che, insieme a quello della Bolla, serviva Napoli, per rafforzare l’approvvigionamento idrico della Capitale.
Tutto frutto delle incredibili competenze ingegneristico-idrauliche di Luigi Vanvitelli, affinate collaborando alla realizzazione della Fontana di Trevi a Roma al fianco dell’amico Nicola Salvi, “Architetto dell’Acqua Vergine del Salone e suoi acquedotti e fontane”. Una fontana bellissima ma utile solo ad abbellire il centro della città papalina.
Pochissimi sanno che già nel 1836 i napoletani avevano a disposizione una media di 26 litri d’acqua al giorno, più di Parigi, che nello stesso periodo era afflitta dal sudiciume della sua gente, abituata a lavarsi nella maleodorante Senna o a non praticare alcun tipo di abluzione. Così come i londinesi nel Tamigi, dove venivano riversavati escrementi e rifiuti di ogni sorta, in una città che quell’acqua la beveva e in cui nel 1858 scoppiò la “Grande Puzza”.
Oggi, secondo i campioni analizzati da Altroconsumo, l’acqua del rubinetto più buona si beve proprio nella provincia di Caserta. L’abbondante fornitura è assicurata dall’Acquedotto della Campania Occidentale, che alimenta in parte anche i serbatoi di Capodimonte e Scudillo dell’Acquedotto di Napoli ed i serbatoi dell’Acquedotto Campano di S.Clemente e di Melito.
E la storia continua.