Alle origini della ‘Parmigiana di melanzane’

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Angelo Forgione – Sono pochi coloro cui non piace una ricca ‘Parmigiana di melanzane‘, ma tantissimi sono quelli che non ne conoscono l‘origine. Alcuni sostengono che sia siciliana, magari rifacendosi a una teoria forzata per la quale il nome “Parmigiana” deriverebbe dalla parola siciliana parmiciana, con cui si indica dialettalmente un’imposta per finestre. Altri azzardano l’origine parmigiana, traditi dal nome stesso della pietanza, che però non indica la provenienza della ricetta ma la maniera di prepararla.
L’Enciclopedia universale Rizzoli Larousse del 1969 indica per cucina alla parmigiana “una preparazione abbondantemente arricchita di formaggio grana o parmigiano, donde il nome: Melanzane alla parmigiana (specialità campana, nonostante il nome)”, e sostanzialmente questo indicano gli attuali vocabolari Devoto-Oli, Garzanti e Hoepli. Era infatti noto già nel Settecento un modo di cucinare “alla parmeggiana”, che faceva riferimento ai territori del Ducato di Parma e Piacenza: ortaggi affettati, talvolta infarinati e fritti, accomodati con formaggio Parmigiano e poi messi in cottura. Questo modo era ben conosciuto dai cuochi che prestavano servizio a Napoli, la capitale del Regno di Carlo di Borbone, figlio della parmigiana Elisabetta Farnese, già Duca di Parma e Piacenza, che da questo territorio si era slanciato alla conquista del trono napoletano. E fu proprio a Napoli che le melanzane si iniziarono a preparare “alla parmigiana”. In Emilia, in quel periodo, la melanzana era sostanzialmente assente delle coltivazioni orticole. Al contrario, il formaggio Parmigiano era già abbondantemente usato nel Napoletano e nel Casertano, e si rese pure disponibile un surrogato, testimoniato da un avviso pubblicato sul Giornale del Regno delle Due Sicilie del 10 gennaio 1826, in cui si informava che dalle vacche svizzere del Real Sito di Carditello, così come da una serie di piccole fabbriche casearie, venivano fuori sufficienti quantità di latte “pel formaggio ad uso parmeggiano”.

Il percorso verso il consolidamento della ricetta delle ‘Melenzane alla parmigiana’ partì dalle indicazioni del pugliese Vincenzo Corrado, capocuoco al servizio presso il palazzo Cellamare di Napoli, che consigliò ne Il Cuoco Galante del 1773 di prepararle come comunemente già usavano fare i napoletani per le zucchine, e ancora si usa fare. Nella ricetta delle Zucche lunghe alla Parmegiana, ricetta ante litteram della tradizionale ‘Parmigiana di zucchine’, non era previsto ancora l’uso del pomodoro e dei latticini ma si procedeva con la salatura, la spremitura, l’infarinatura e la frittura delle zucchine nello strutto, poi tramezzate di parmigiano e burro, e ricoperte di tuorli d’uovo e ancora burro da rapprendere in forno.

Dopo il Corrado toccò al napoletano Ippolito Cavalcanti proseguire verso il consolidamento della ricetta delle melanzane “alla parmigiana”, di pari passo con l’invasione del pomodoro a bacca lunga di recente diffusione in tantissime pietanze partenopee. E fu nell’appendice dedicata alla cucina casareccia napoletana della prima edizione della Cucina teorico-pratica, quella del 1837, che spuntò la preparazione delle ormai rosse Molignane a la Parmisciana, tradotta in italiano sette anni dopo, nella quarta edizione del trattato, quella del 1844. Milinsane alla parmegiana, si leggeva, ed ecco spuntare anche l’uso dei latticini:

Prendi una decina di buone milinsane, le scorzerai, le fetterai, le porrai in sale sotto un peso, onde ne sgoccioli tutto l’amaro, quindi le netterai e poi le friggerai; l’accomoderai nel piatto proprio framezzandole di parmegiano grattugiato, del trito di basilico, e salsa di pomidoro; se ti piace potrai framezzarci ancora delle fettoline di mozzarella; porrai il piatto sopra di una calda fornella, e sopra il fornello con carboni accesi; fatto il brulè le servirai, nettando il bordo del piatto.

La pietanza napoletana fu adottata anche dai siciliani, giacché i due regni di Napoli e di Sicilia risultavano entrambi sotto l’egida dei Borbone. Nei territori di Palermo, Ferdinando aveva trascorso una decina d’anni, durante il breve periodo della Repubblica Napolitana e la ben più lunga occupazione napoleonica del Sud peninsulare di inizio Ottocento, e lì i cuochi di corte napoletani al seguito del Re erano venuti a contatto con quelli siciliani reclutati sul posto, influenzando la cucina isolana, altrettanto ricca di sapori, e venendone a loro volta influenzati.

La storia si proietta nel presente, in cui la ‘Parmigiana di melanzane’, o ‘Melanzane alla parmigiana’ che dir si voglia, è specialità elencata nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania e della Sicilia, stilate dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Nel territorio compreso tra Campania e Sicilia, la Calabria, se ne fa una versione arricchita di uova sode e ingredienti più impegnativi. Di ‘Parmigiana’, nelle liste dei prodotti agroalimentari tradizionali dell’Emilia Romagna, non c’è alcuna traccia.
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Per approndimenti: Il Re di Napoli (A. Forgione, ed. Magenes, 2019)

Il ‘Tartufo’ dell’antica gelateria… di Pizzo

Angelo Forgione – Alzi la mano chi non ha mai mangiato un ‘Tartufo’ gelato alla fine di un buon pranzo al ristorante. Bello gonfio, cremoso, dolce, come lo propone dal 1982 l’Antica Gelateria del Corso. Tutti con le braccia giù! È certamente uno dei classici dell’azienda di origine parmigiana. E invece no. Il cuore di gelato è roba della pasticceria calabrese, di Pizzo, per la precisione, la località famosa per la fucilazione del decaduto re di Napoli Gioacchino Murat alla caduta del cognato Napoleone nel 1815.
Un’intuizione casuale di un pasticcere messinese, Giuseppe De Maria, detto don Pippo, che in precisa data 14 giugno 1953 realizzò la prima casuale tiratura di quello che sarebbe diventato uno dei classici della tradizione gelatiera. In quel giorno si celebrò l’importante matrimonio della figlia maggiore dell’allora direttore del Banco di Napoli, il dottor Bruno Cirillo di Pizzo. Ricevimento nel Castello Murat, la fortezza in cui un secolo e mezzo prima era stato imprigionato il Re francese. Tantissime persone a festeggiare Carmen Cirillo e Guglielmo Ruggiero, molte provenienti da Napoli, dove i due giovani vivevano. Quelli, per il gelato, pure avevano palato fine, e allora grande fu la preoccupazione del mastro gelatiere Giuseppe quando si accorse di non disporre di stampi in numero sufficiente per confezionare il gelato per tutti e servirlo al cucchiaio. Per sopperire alla mancanza, usò le mani e racchiuse del cioccolato fondente fuso tra due emisferi di crema, uno alla nocciola e l’altro al cacao. Avvolse il tutto in fogli di carta alimentare e pose a raffreddare. Ne vennero fuori dei blocchetti solidi, poi serviti con una spolverata di polvere di cacao. Il dolce improvvisato riscosse un enorme successo tra i commensali e così nacque quel che fu battezzato con il nome di “Tartufo”.
Col tempo, il successo della creazione artigianale calabrese divenne sempre maggiore, e perciò l’industrializzazione settentrionale, dopo circa trent’anni, la fece sua. L’estate del 1982, quella in cui la Nazionale di Bearzot vinse i Mondiali di Spagna, gli italiani fecero la conoscenza con i ‘Tartufi’ neri e bianchi dell’Antica Gelateria del Corso, l’azienda protesa alla conquista del settore della ristorazione. Con l’idea di don Pippo fece breccia nelle italiche abitudini, e di gran moda divenne la versione affogato al caffè. La filosofia del ‘Tartufo’, un anno dopo, venne applicata perfino ai panettoni industriali: chi non ricorda il celebre ‘Tartufone’ Motta? Un marchio che, con la sua divisione gelati, era commercializzata proprio da Antica Gelateria del Corso.
Nel 2012, la nota azienda dei dessert, ormai passata in mano alla Nestlè, ha bellamente festeggiato i 30 anni del Tartufo a proprio marchio, spacciando per invenzione di un proprio mastro gelatiere, evidentemente di Parma, quella che era stata tre decenni prima l’invenzione di un mastro gelatiere di Messina, così attirandosi le ire dei calabresi.
L’originale ‘Tartufo di Pizzo’ aveva già 29 anni, e oggi ne ha 66, con tanto di marchio Igp approvato dalla Regione Calabria e dal Ministero delle politiche agricole, e con la fama ormai giunta anche oltreoceano. Negli Stati Uniti, lo scorso anno, il prestigioso quotidiano New York Times ha dedicato all’invenzione del gelato da tavola di Pizzo un articolo con illustrazioni a fumetti a cura di Tony Wolf, secondo cui il ‘Tartufo” sarebbe stato servito per la prima volta in occasione della visita di un discendente di Vittorio Emanuele II, giunto a Pizzo nel 1952 per un matrimonio, un anno prima di quello di Carmen e Guglielmo. Il romantico narratore americano deve aver subito anch’egli il fascino della manipolata storia dell’origine della pizza ‘margherita’, creata, secondo la credenza diffusa, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore della regina d’Italia, Margherita di Savoia, in visita a Napoli. Anche in quel caso, un’eccellenza artigianale del Sud catturata dall’industria alimentare del Nord a caccia di enormi profitti.

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La propaganda risorgimentale sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Angelo Forgione – Otto anni dopo l’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele II fece apporre sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli le statue di sette dinastie straniere che avevano governato Napoli, seguite da quella del Re dell’Italia unita, che lo raffigurava. Ruggero il Normanno, Federico di Svevia, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V d’Asburgo, Carlo III di Spagna, Gioacchino Murat di Francia e, appunto, Vittorio Emanuele II d’Aosta. Anche ai più curiosi che si fermano sul passaggio sfugge che Carlo di Borbone è indicato come Carlo III, numerazione con cui governò in Spagna dopo venticinque anni all’ombra del Vesuvio. L’artificio servì al Re piemontese per nascondere la napoletanità dei Borbone che succedettero a Carlo, compreso lo spodestato Francesco II, e tramandare il falso, cioè che sette dinastie straniere e dominatrici erano state interrotte dall’ottava italiana, che però era francofona e spadroneggiava più delle precendenti.
Alla fine della sfilata, Vittorio Emanuele II è, non per caso, l’unico minaccioso con la spada alzata, fiero della cultura militare piemontese, a sottintendere la fine del giogo straniero, ma centoventisei anni dopo il suo effettivo concretizzarsi. La verità è che con il sabaudo il giogo straniero iniziò. Manca peraltro l’incisione “Roi de l’Italie”, come si legge nell’atto di proclamazione in rigorosa lingua francese redatto il 17 marzo 1861 dal primo parlamento italiano di Torino. Chi scriveva leggi in perfetto italiano erano invece i Borbone di Napoli, che si esprimevano a voce anche con quello che, sostituendo il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee per decreto del 1442 di Alfonso d’Aragona, un altro “straniero”, era già da tre secoli un vero e proprio idioma: il napoletano. Già, Alfonso d’Aragona… che da buon “straniero” trasferì la capitale del Regno catalano-aragonese da Barcellona a Napoli.
Le chiamiamo dominazioni straniere. Ma chi fu il vero re straniero che mise piede a Napoli? Quello che re di Napoli non fu mai, ovvio.

1836, Pulcinella va sulla Luna

Angelo Forgione – Cinquant’anni sono passati dal 20 luglio del 1969, giorno del primo allunaggio, ma già nell’Ottocento, agli albori della tecnologia di volo che preludeva ai palloni aerostatici, si iniziava a fantasticare l’approdo sul nostro satellite.
Nel lontano 1835, Sir John Herschel, figlio del famoso astronomo William, costruì in Sudafrica il più grande telescopio dell’epoca. Fu così che un giornale americano, il New York Sun, cominciò a fantasticare su ciò che si vedeva con quello strumento, e pubblicò una lunga serie di servizi con immagini di improbabili creature alate che abitavano la Luna. Il giornale divenne popolarissimo, raddoppiando le vendite, ma dopo alcune settimane il direttore capì che era il caso di piantarla con quell’enorme bufala, pur senza smentirla. Si inventò che il gran telescopio era stato bruciato inavvertitamente dal Sole e che non si poteva più proseguire con le cronache.

Le fake news americane arrivarono fino a Napoli, dove nel 1836 furono date alle stampe 13 litografie firmate da Fergola, Wenzel, Gatti e Dura con illustrazioni lunari fantastiche e bizzarre. Tra queste, tre tavole di un immaginario viaggio sulla Luna di Pulcinella che raffiguravano la partenza, l’arrivo e il ritorno della maschera napoletana.

Pronto ad accertarsi della veridicità della storia, Pulcinella partì a bordo di un piccolo veliero spaziale con ruote dentate che si incastravano negli anelli di una catena tesa tra il molo Beverello e la Luna, e una vela tesa a sfruttare il vento e, nello spazio, l’aria generata da un soffietto per camino. In quell’immagine c’era tutta l’avanguardia cantieristica della Napoli borbonica, che solo cinque anni prima aveva varato il primo piroscafo da crociera al mondo, il Francesco I, straordinariamente veloce rispetto alle navi a vapore dell’epoca grazie ai 120 cavalli motore, contro il massimo degli 80 francesi.

Nella stampa della partenza venne illustrato il telescopio di Herschel orientato verso la Luna, inquadrando una città lunare nella quale gli abitanti alati puntavano a loro volta un grandioso telescopio verso la Terra. E Pulcinella, come san Tommaso, esclamava:

S’io no lo bbevo / s’io non lo ttocco / io no lo credo / non mme lo mmocco!

Varie stampe illustravano l’escursione satellitare di Pulcinella, la prima maschera sulla Luna, mentre in quella del ritorno sulla Terra scendeva brindando al successo dalla sua missione e al funzionamento della sua spaziale barca a vela, con le catene ormai arrotolate:

Mirabbilia aggio visto e aggio toccato / Ercel le scoperte toje frietelle / io cchiù sfunno de te songo arrivato / e aggio visto cose strane e belle / ’nfaccia a sta vela videle pittate.

Sulla vela erano rappresentati gli straordinari animali che popolavano quel mondo lontano, che solo 133 anni più tardi sarebbe stato raggiunto davvero dagli americani, stavolta mostrando al mondo la verità dell’immenso deserto lunare.

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La grande storia della cucina di Napoli a Livorno

Per gli amici di Livorno e dintorni, sabato sera arrivo a Villa Sansoni, zona Ardenza, per raccontare la fantastica storia del pomodoro e della cucina napoletana.
Dopo le mie chiacchiere, lo chef Francesco Riverso preparerà una cena napoletana per deliziare i presenti.
E poi, canzoni napoletane della grande tradizione.
Se siete in zona… prenotazione obbligatoria.

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L’amatriciana e le sue vere origini (non laziali)

Dopo Marino Niola su il Venerdì di Repubblica, anche quelli di Rai IsoRadio raccontano agli italiani la vera origine dell’Amatriciana con Il Re di Napoli.

In libreria l’edizione 2019 di ‘Dov’è la Vittoria’

È in distribuzione presso le librerie, su Amazon, Ibs, etc. l’edizione anno 2019 di Dov’è la Vittoria, la terza. Non solo aggiornamento di dati e statistiche ma anche integrazione dell’ultimo fattaccio del calcio italiano: “Calciomafia in Piemonte – porte aperte ai malavitosi in casa Juve”.
Consigliato dagli addetti ai lavori a chi vuol davvero capire il calcio italiano nonché la Questione meridionale.

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