––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Sabato 26 settembre, al Teatro Politeama di Napoli (ingresso gratuito su prenotazione) si terrà la serata-spettacolo di premiazione del Premio Masaniello – Napoletani Protagonisti, alla XXI edizione, in un percorso fatto di musica, teatro, danza e racconti di eccellenza. Come da tradizione, il Premio intende rendere omaggio a donne e uomini che, con il loro lavoro, rappresentano l’identità più autentica della città, promuovendone cultura, talento, tradizioni e capacità di innovare. L’edizione 2026 è dedicata al tema “Partenope a Tavola – Sapori d’Autore”, un omaggio alla tradizione gastronomica napoletana e ai suoi protagonisti. Per prenotare il proprio posto basta inviare una mail a premiomasaniello25@gmail.com, indicando nome, cognome e numero telefonico dei partecipanti.
Elenco dei premiati
Sezione “L’ESTRO DEI VINCENTI”
Fabrizio Mandara – Musicista, cantautore e chansonnier
Angelo Forgione – Giornalista, scrittore e divulgatore
Nando Paone – Attore teatrale, cinematografico e televisivo
Ruggero Cappuccio – Scrittore, drammaturgo e direttore artistico
Claudio Mattone – Compositore, editore discografico, regista e scrittore
Sezione “PARTENOPE A TAVOLA – SAPORI D’AUTORE”
Giuseppe De Girolamo – Giornalista enogastronomico
Antonio Pastore – Maestro della cucina alla brace
Salvatore Giugliano – Ristoratore, Mimì alla Ferrovia
Simone De Gregorio – Pizzaiolo
Maria Cacialli – Pizzaiola
Matteo Cutolo – Maestro pasticciere
Salvatore Di Matteo – Maestro pizzaiolo
Premio UNICUM “GUGLIELMO IL CONQUISTACUORI”
Francesco Pio Piccolo – Giovane protagonista dell’impegno civile e del volontariato
Angelo Forgione– A fine gennaio l’Istat ha pubblicato un rapporto sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere in Italia, che evidenzia una diminuzione dell’uso dei dialetti un po’ dappertutto, soprattutto nel Nord-ovest del paese, anche se sono sempre più apprezzati.
Metà della popolazione dai 6 anni in su parla solo o prevalentemente italiano in famiglia, con gli amici e con gli estranei. L’uso esclusivo del dialetto è assai limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. Poco più di una persona su dieci utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%).
È una tendenza iniziata con il boom economico del dopoguerra, la crescita della scolarizzazione e i grandi flussi migratori soprattutto dal Sud verso il Nord Italia. Eppure i dialetti non sono affatto morti, e non sono più considerati elemento di scarsa istruzione. Non è più così ampio lo stigma culturale che li accompagnava quando connotavano la fascia di popolazione meno istruita, quindi incapace di esprimersi in italiano. È semmai la scarsa istruzione a rendere difficoltosa l’espressività verbale, in qualsiasi linguaggio, italiano e dialetto compresi. Si possono ben conoscere l’italiano e il proprio dialetto nello stesso tempo, e l’uno non interferisce con la padronanza dell’altro, nello stesso rapporto che c’è tra l’italiano e le lingue straniere. Anzi, il bilinguismo attivo migliora le funzioni cerebrali, e per esso si intende anche l’alternanza costante tra l’idioma che impariamo sui banchi di scuola e quello che assorbiamo tra le mura domestiche.
Campania, Calabria, Sicilia e Veneto sono i principali feudi del bilinguismo interno, le regioni in cui è più alta la percentuale di uso alternato di italiano e dialetto in famiglia e tra amici, confermando come nel Mezzogiorno la lingua locale resti il collante sociale per eccellenza nelle relazioni di fiducia. E se la Calabria svetta su la Sicilia e la Campania per uso in modo esclusivo o misto del dialetto in famiglia, è la Campania a primeggiare per l’uso del dialetto con le amicizie e gli estranei.
Il napoletano si difende meglio che altrove. È vivo e vegeto nella produzione culturale e artistica, ed è usato in modo alternato all’italiano da quasi cinque persone su dieci, mentre la media italiana è di meno di tre persone su dieci. Nei modi e nei contesti giusti, è ritenuto più efficace della lingua nazionale quando occorre rimarcare un concetto ed enfatizzarlo.
Quando il raggio della conversazione si estende agli estranei, il panorama linguistico subisce generalmente una virata drastica verso l’italiano, che diventa il codice quasi universale per la stragrande maggioranza della popolazione nazionale. In Toscana e Liguria, l’uso del dialetto in famiglia crolla vertiginosamente, coinvolgendo rispettivamente solo il 13,4% e il 15,9% della popolazione. Le due regioni limitrofe si confermano le regioni più ancorate all’uso esclusivo dell’italiano pure tra amici, con percentuali che superano l’80%, con il Veneto che resta l’eccezione del Nord mantenendo un forte legame con la parlata locale per oltre la metà dei cittadini.
Angelo Forgione– Da qualche tempo, i napoletani si sono persuasi che la lingua dell’amore non preveda la più eloquente delle dichiarazioni d’amore. Niente «t’amo»: bandito!Si dice«te voglio bene assaje». È davvero così? Facciamo chiarezza. Il fatto è che esiste un napoletano popolare, sostanzialmente solo parlato, e parlato dal popolo, ed esiste un napoletano letterario, quello parlato e scritto altamente, che ha dato grande dignità al dialetto, rendendolo lingua. È un po’ come nel caso del condizionale “vorrei”, che il napoletano popolare traduce con l’imperfetto congiuntivo “vulesse” in luogo del letterario “vurria”. I pochi che scrivono e parlano un napoletano alto usano il secondo, anche nel terzo millennio, mentre la massa usa diffusamente e pur correttamente il primo. Il che non significa che uno dei due sia sbagliato. Anzi! Dunque, affermare che il verbo “amare” in napoletano non esiste, con la prima persona al presente addirittura bandita, è scorretto.
Per gli amanti dei grandi classici della vera Canzone napoletana, l’appuntamento è per sabato 24 gennaio, ore 20:00, presso il Complesso monumentale di Santa Maria la Nova, nel cuore di Napoli, con Gennaro Pisapia & Gruppo Smeraldo, e la partecipazione straordinaria di Angelo Forgione con Napolitiamo e il racconto della grande tradizione canzonistica partenopea.
Per info e prenotazioni: tel. 3791777405 oppure Azzurro Service (clicca qui)
Appuntamento con Napolitiamo aTorre Annunziata (NA), lunedì 29 dicembre, ore 18:00, presso il Palazzo Criscuolo, in corso Vittorio Emanuele III. Una presentazione musicata e tetralizzata, con Masaniello e Piermacchié.
Per la rassegna L’incontri al Diana, appuntamento al Vomero con Napolitiamo presso il foyer del Teatro Diana (via Luca Giordano 64) sabato 29 novembre, ore 11:30. Una mattinata dedicata alla lingua napoletana con interventi artistici di Masaniello e Piermacchié. Ingresso libero.
Conosciamo e impariamo a scrivere la bella lingua napoletana. Napolitiamo alla trasmissione Point Break, ideata e condotta da Taisia Raio, e in onda su Radio Capri dal lunedì al venerdì (14.00 – 15.00).
Un momento della discussione sulla lingua napoletana in occasione della presentazione di Napolitiamo presso il bellissimo complesso monumentale di Santa Maria la Nova in Napoli del 28/9/25.
Appuntamento con Napolitiamo a domenica 28 settembre, ore 11:30, nella bellissima location del Complesso monumentale di Santa Maria la Nova, nel cuore di Napoli. Una mattinata tutta dedicata alla lingua napoletana. Dibattito di Maurizio de Giovanni e Angelo Forgione, con intermezzi musicali di Gennaro Pisapia. Introduce gli ospiti il direttore del Complesso monumentale, Giuseppe Reale. Modera Pasquale Giustiniani. Ingresso libero.
Angelo Forgione –“Non avendo altro di che disporre su questa terra se non del misero mio corpo, composto di ossa, carne, cartilagini, nervi, eccetera, sono venuto in deliberazione di disporne nel modo che segue con questo mio atto di ultima volontà […]. Lascio le orecchie a quei sordi che non vogliono sentire, e gli occhi a quei ciechi che non vogliono vedere, perché alla fine sentano e vedano gli ardenti desiderii e i veri bisogni degl’italiani […]. Lascio la lingua a tutti i miei fratelli del Piemonte, perché, se a Dio piace, diventino Italiani anche da questo lato, e facciano colla parola e colla penna opere così belle e leggiadre come quelle che hanno fatte con le armi”.
Così scrisse in un suo polemico testamento del 1866 il filologo napoletano Emmanuele Rocco, palesando tutta la delusione per gli esiti dell’unità d’Italia fatta con la forza dei cannoni dai Piemontesi, francofoni e non italofoni. Ci si imbatte in lui per la sua descrizione delle pizze più comunemente mangiate a Napoli alla metà dell’Ottocento in Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, pubblicazione curata da Francesco de Bourcard, in cui spiegò che in una delle tante combinazioni finivano “foglie di basilico”, “sottile fette di muzzarella” e “pomidoro”. Cioè la margherita ben prima della sua presunta nascita (1889).
Il Rocco fu il massimo lessicografo dell’Ottocento napoletano, e forse di sempre. Figura prioritaria e poliedrica della cultura linguistica nazionale e napoletana, colto filologo, latinista, grecista e conoscitore di più lingue straniere, fu eccellentissimo studioso della lingua italiana e del dialetto napoletano. Oltre a ispirare gli accademici della Crusca per diverse voci del loro Vocabolario, partecipò con ruolo importante alla rinascita dialettale della Napoli postunitaria, rivendicando con orgoglio e fermezza il prestigio di una tradizione letteraria dialettale alta, per lui assolutamente degna di figurare accanto a quella in italiano.
Eppure un personaggio di tale spessore, protagonista della cultura del medio e secondo Ottocento, risulta oggi un Carneade di cui restano solo i tratti biografici essenziali e un’epigrafe, fatta apporre dal Comune di Napoli alla sua morte, nel 1892, sulla facciata del palazzo in via Suor Orsola in cui abitò nei suoi ultimi anni. Un po’ ingenerosa, perché vi si legge di solo lavoro sulla “favella nazionale”, e non anche delle sue grandi fatiche e battaglie per il dialetto partenopeo.
Morì sostanzialmente da emarginato dalla cultura ufficiale per motivi essenzialmente politici. Isolato con il pretesto di aver ricoperto, prima del tumultuoso ’48, con dieci figli a carico, le mansioni di redattore e revisore del Giornale del Regno delle Due Sicilie, dipendendo perciò dal Ministero di Polizia borbonica; gli erano stati negati incarichi di insegnamento e di giornalismo, generando in lui l’atteggiamento di sfiducia nei confronti della nuova realtà nazionale edificata dai Piemontesi.
E poi scontò il fatto di essere stato aspro oppositore degli aspetti più intransigenti del concittadino Basilio Puoti, figura esaltata dopo l’unificazione nazionale perché padre del Purismo linguistico. Vi aveva pure aggiunto l’opposizione a una spinta riforma ortografica del dialetto avanzata da Vittorio Imbriani, il patriota massone che lo aveva definito “censore borbonico”, e del quale aveva contestato l’atteggiamento di chiusura nei confronti del patrimonio dialettale da sottodimensionare.
Morto il Rocco, il suo editore Chiaruzzi, liberale, interruppe la pubblicazione dei restanti fascicoli del suo colossale Vocabolario del dialetto napolitano, opera colossale ricavata da uno spoglio anche ortografico della letteratura in napoletano dal Cinquecento all’Ottocento.
“È morto Emmanuele Rocco, e il Chiurazzi, che stampava il suo interessantissimo vocabolario napoletano, non ci fa saper nulla più della pubblicazione. […] In questo dolce paese indifferente ed apata muoiono le persone e le cose migliori, senza che nessuno se ne avveda o ne prenda conto”.
Sono parole di un trentaduenne Salvatore Di Giacomo per rimarcare l’interruzione della stampa del Vocabolario del Rocco, e il buio che era stato fatto calare dall’alto su di lui.
Questo fu il trattamento riservato a un grande studioso e figura di spicco della cultura napoletana dell’Ottocento, colpevole dei suoi trascorsi al servizio dei Borbone e delle sue battaglie di opposizione alla nuova cultura imperante, che tendeva ad annullare le identità locali.
Fortunatamente, nel 1941, il manoscritto completo del Vocabolario del Rocco fu consegnato dai suoi eredi all’Accademia della Crusca, che ha pubblicato l’edizione completa nel 2018. Un modo per rendere parziale giustizia a un grande napoletano, cosa che ho fatto anche io nel mio Napolitiamo, al quale rimando per approfondimenti sul personaggio, sulle vicende accennate e sull’intera storia della lingua napoletana.