Operazione SOS Napoletano

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La lingua napoletana è sempre più presente su cartelloni pubblicitari, insegne commerciali di Napoli e iniziative commerciali varie, ma aumentano gli errori, anche da parte di napoletani stessi, non solo di scrittura di un idioma “vulnerabile” che va trasformandosi per molteplici cause, prima fra tutte l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Proviamo a far da soli.
Di seguito, i link per il download di due file pdf di grammatica napoletana, di cui uno di grammatica essenziale curato dal sottoscritto e un altro, assolutamente completo, redatto nel 1889 da Raffaele Capozzoli.

► Vedemecum di grammatica napoletana essenziale di Angelo Forgione

► Grammatica Napoletana completa di Raffaele Capozzoli

Napoletano, lingua o dialetto?

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Angelo Forgione per Napoli (giornale gratuito) Il Napoletano è un dialetto o una lingua? Cercare una differenza tra le due definizioni è davvero esercizio inutile. In realtà il dialetto è una lingua parlata con specificità territoriale, non nazionale, ma pur sempre lingua. Il Napoletano è oggi un dialetto, cioè lingua regionale romanza con proprie norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche, e assume, nelle sue variazioni, pronunce diverse nell’alto Casertano, nel Sannio, in Irpinia, nel Cilento, fino a irradiarsi nelle zone più vicine di Lazio, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia. Ma fu anche lingua ufficiale, allorché Alfonso d’Aragona, sovrano di lingua catalana, per decreto del 1442, sostituì il Napoletano antico, diverso da quello moderno, al Latinotardo nei documenti ufficiali e nelle assemblee. Lo fece per dare impulso alla poesia vernacolare, affinché l’intera cultura napoletana respirasse il clima umanistico ormai imperante. E fu in quel momento che il Napoletano fu contaminavano dai tanti spagnoli a corte con diversi termini catalani e poi castigliani, sommati alle influenze di radice greca, latina, francese e araba. I grandi umanisti napoletani, dal Panormita al Pontano e al Sannazaro, continuarono a scrivere in Latino, ma la poesia vernacolare si sviluppò enormemente, e fu Bernardino detto il Velardiniello, nel Cinquecento, a purificarla, portandola anche nella musica, proprio mentre Napoli era declassata a vicereame e il Castigliano spodestava il Napoletano come lingua ufficiale. Il Velardiniello fu il primo vero autore della Canzone napoletana, padre delle Villanelle napoletane, delle cantate a più voci dal sapore rinascimentale su tema amoroso che sublimavano l’espressione gergale, e figura fondamentale nella definizione dell’idioma partenopeo, che si diffuse prepotentemente grazie a una folta schiera di poeti e musici popolari in tutta Europa che preferirono il genere partenopeo al canto carnascialesco toscano e alla villotta veneta. La grande diffusione fu operata da tre compositori fiamminghi: Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant. Il giuglianese Giambattista Basile, nel Seicento, dedicò alle villanelle del secolo precedente un elogio scritto con cui ne decretò anche la loro morte lirica. Fine di una certa produzione musicale ma non del dialetto, che proprio il Basile, nel suo fiabesco Lo Cunto de Li Cunti, propose in forma barocca, più articolato e virtuoso quantunque rude e ostico nella lettura, capace di accelerare un processo che, anche attraverso l’indipendenza d’epoca borbonica, quando il Napoletano tornò ad essere lingua nazionale parlata del Regno al di qua del faro di Messina, portò alla definizione della lingua armoniosa di Di Giacomo, Murolo, Mario e Bovio sdoganata nel mondo con le canzoni classiche.
Da qualche anno si rimarca, con una certa insistenza, che la lingua napoletana sia patrimonio UNESCO. È in realtà una bufala virale che non ha alcun fondamento, perché non figura affatto nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità del World Heritage. L’UNESCO, semmai, riconosce lo riconosce come “lingua vulnerabile”, cioè tra quelle non a rischio di estinzione ma che vengono tramandate come uso e costume e non accademicamente. E qui spunta il vero problema del Napoletano, soggetto a trasformazione e perdita di purezza per la mancanza d’insegnamento. Certamente si tratta dell’idioma italico più esportato e conosciuto, proprio grazie alla canzone classica partenopea, una delle maggiori espressioni artistiche della cultura occidentale, che da più di un secolo diffonde in tutto il globo la bellezza della parlata partenopea. Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras e Andrea Bocelli l’hanno portata in giro per il mondo, calcando i più importanti ed entusiasti palcoscenici del pianeta; nomi altisonanti che fanno ben comprendere quale diffusione siano stati capaci di garantire, continuando a cantare in Napoletano anche oltre gli anni Settanta del Novecento, quelli in cui il mercato discografico impattò con la musica straniera, iniziando a snobbare la produzione partenopea. Se fino ad allora i cantanti italiani di musica leggera o lirica avevano dovuto imparare a cantare in Napoletano, divenne da quel momento necessario farlo in Inglese e in Spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali.
Lingua “vulnerabile”, dunque, perché dal 1860 in poi è andata sempre più degradando, considerata erroneamente retriva e volgare, e oggi va trasformandosi per molteplici cause che ne oltraggiano la scrittura e la meravigliosa pronuncia. Forte è l’aggressione delle contaminazioni moderne fatte di uno sguaiato slang giovanile e di vocaboli stravolti nel significato. Un esempio? Il vocabolo «vrenzola», ossia cosa da poco, è tristemente trasformato in indicazione di donna dalla spiccata villania. «Sta ascénno na vrenzola ‘e sole» si direbbe per indicare il sereno dopo la tempesta. Provate poi a chiedere a un napoletano di aferesi e apocope, e che differenza passi tra loro. Non è cosa da poco, perché si tratta di segni diacratici fondamentali della scrittura partenopea, deputati a precedere e seguire un articolo determinativo. E qui si apre la discussione sul più frequente, e ormai comunissimo, tra gli inguardabili errori di scrittura oggi ravvisabili sulle tante insegne commerciali della città e sui manifesti pubblicitari in dialetto. L’articolo il, che si traduce in lo, diviene tronco ponendovi un’aferesi, che ne cancella la consonante iniziale e la sua pronuncia. Ma è diventato ormai massivo l’errore di scriverlo con un’errata apocope dopo la vocale che segnala un’elisione inesistente. Cioè, «’o nnapulitano» è diventato «o’ nnapulitano». Più vulnerato di così…
Prima fra tutte le cause di certe derive è proprio l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Fanno però riflettere esempi come quello di Barcellona e di tutta la comunità autonoma della Catalogna, dove il Catalano si apprende nelle scuole, ma anche nelle università napoletane, quantunque sia stata proprio Napoli la capitale del Regno Catalano-Aragonese nella sua massima estensione, non Barcellona.
Iniziative private provano oggi a rimettere i napoletani sulla retta via, ma non basta. Timidi interessamenti al problema sono venuti negli anni passati dalle istituzioni locali, ma mai portati a compimento. Nella seduta del 14 Ottobre 2008, il Consiglio Regionale della Regione Campania approvò un disegno di legge d’iniziativa provinciale sotto il titolo di “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”, ma la legge mai arrivò.
Ai meno superficiali non resta che recarsi in libreria e dotarsi di testi di grammatica napoletana, o spulciare in internet, dove è possibile recuperare utilissimi saggi. In fondo, Lucio Dalla da Bologna, pur di poter parlare correttamente in Napoletano, disse di volerselo iniettare nelle vene: «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro».

La Gatta Cenerentola, remake napoletano della napoletana Zezolla

Angelo Forgione Reduce dal grande successo ottenuto alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato ben quattro premi, torna a Napoli per festeggiare il suo debutto nelle sale del 14 settembre La Gatta Cenerentola, remake d’animazione “made in Naples” con l’omonimo titolo della fiaba tramandata per via orale e fissata su carta nel 1632 da Giambattista Basile nel Pentamerone, più noto come Lo Cunto de li Cunti, cinquanta fiabe scritte in lingua vernacolare in cui il letterato campano mise la grande risorsa del vasto repertorio della tradizione orale napoletana, trasportando nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca del vicereame. L’opera ebbe gran fortuna presso le corti italiane e, complici alcune traduzioni e rifacimenti nelle diverse lingue straniere, si diffuse nel Settecento oltre confine, fino a raggiungere le corti europee, divenendo la fonte d’ispirazione per il genere letterario della letteratura di fantasia continentale. I fratelli Grimm, Perrault, la Walt Disney e, per ultima, la factory napoletana Mad Entertainment ripropongono, a quattro secoli di distanza e a modo loro, una delle cinquanta fiabe di Basile, che nella sua versione originale presenta una Cenerentola assassina tra pastiere e casatielli.
La Cenerentola rivisitata da Mad rivisita l’originale del 1632 di Basile, che uccide la prima inaffettuosa matrigna per aiutare la sua maestra di cucito a conquistare sua padre, ma si ritrova con una seconda matrigna ancora più odiosa della precedente e con sei sorellastre dispettose e maligne. La Gatta Cenerentola di Mad commette proprio un omicidio, ed è sì orfana ma di uno scienziato, Basile appunto, il quale sognava la rinascita del porto e di Napoli attraverso il progresso, ed è cresciuta con la matrigna e le sue sei figlie all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera che è metafora della città stessa, prima resa dallo scienziato faro del progresso scientifico e poi, dopo la sua scomparsa, divenuta bordello e covo di spaccio, ferma per anni. La scarpetta, ovvero lo chianiello, muta nel simbolo di una perdita che tutti affrontano con il passaggio all’età adulta.

Maggiori approfondimenti sull’opera di Basile su Made in Naples (Magenes, 2013)

Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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Benvenuto Don Rafael

Angelo Forgione per napoli.com Benvenuto Don Rafael. Il 27 maggio è iniziata ufficialmente l’avventura del madrileno Benítez a Napoli. Non un allenatore qualunque ma una figura di rilievo internazionale che De Laurentiis ha scelto per lanciare un messaggio all’Europa calcistica, non solo all’Italia. Che palmarès quello dell’allenatore spagnolo! Una Champions League, due Europa League, due campionati di Spagna, una Coppa d’Inghilterra, una Coppa del mondo per club, una Community Shield… e poi una Supercoppa europea e una italiana.
La luna di miele tra Don Aurelio e Don Rafael è iniziata nel migliore dei modi, all’insegna della napoletanità. La scorsa settimana, il presidente aveva detto: «ll nuovo tecnico dovrà avere profondo amore per la napoletanità e sarà fondamentale che si radichi bene nel terriotorio, magari parlando anche in napoletano». Una dichiarazione a metà tra il divorzio con il fedifrago Mazzarri ammaliato dalle sirene meneghine, schiavo delle gerarchie nazionali precostituite, e il matrimonio con il Benitez aperto e poliglotta che dal Gotha del calcio approda alla Napoli emergente. Quindi arguto, a tal punto da stringere con De Laurentiis un patto d’immagine che va oltre il calcio. Non per caso, le prime dichiarazioni del Rafa napoletano sul suo sito ufficiale sono all’insegna dell’identità territoriale e culturale, non solo sportiva:

“Ora che ho firmato per il Napoli, posso dire che sono molto felice e soddisfatto per essere approdato in un grande club, in una grande realtà come Napoli. In primo luogo per la storia del club ma anche per quella della città, nodo centrale per la cultura e le tradizioni. Devo confessare che sono molto emozionato perché posso condividere la mia passione per il calcio con i tifosi del Napoli, riconoscibili per la maniera speciale con cui vivono il calcio. Non vedo l’ora di abbracciarli e di ricevere il totale sostegno per il progetto che stiamo per iniziare. Mi piacerebbe essere accolto come membro della grande famiglia napoletana perché, in tal modo, potremo condividere i trionfi che cercheremo da subito e che potranno venire con il coinvolgimento, l’impegno e il lavoro di tutti.”

L’operazione napoletanità è proseguita su twitter, con il profilo di De Laurentiis che ha pubblicato: “Benitez mi ha detto che non vede l’ora di iniziare a conoscere Napoli, i napoletani e il dialetto partenopeo. Benvenuto Rafa!”
Quando Rafa vivrà Napoli, camminerà lungo la via Toledo e ammirerà il San Carlo che fu voluto dal Re più celebrato a Napoli come nella sua Madrid, città unite dalla storia. Don Carlos venne da Madrid e fece grande Napoli in Europa. Poi vi tornò e portò con sè i napoletani per governare bene come aveva fatto in riva al golfo, dove al suo posto prese il via l’unica dinastia veramente napoletana che abbia mai governato la città. Con Don Rafael non sarà rivoluzione partenopea ma, si spera, restaurazione dei tempi d’oro. Troppi anni sono passati, ed è ora che il calcio italiano torni a parlare napoletano. Sicuramente ci metterà meno a farlo Don Rafael, che già conosce l’italiano, lo spagnolo e l’inglese. C’è da giurarci che presto tirerà fuori la prima frase in dialetto… pardon, lingua napoletana. E non si stranisca quando si sentirà chiamare Benitéz, con l’accento sulla seconda e.

Il napoletano non sparirà… ma sta cambiando.

 L’UNESCO lo considera “vulnerabile”, ma sopravviverà

21/02/12 – Angelo Forgione per napoli.com Martedì 21 Febbraio, giornata delle lingue madri. E il Napoletano è tra queste. È la lingua del Sud-Italia secondo l’UNESCO, la più parlata dopo l’Italiano con una stima che va dai 7,5 agli 11 milioni di conoscitori, emigranti esclusi, proprio perchè lingua correntemente parlata e capita in un antico Stato sovrano che continua a mantenere la sua dignità. Non dialetto, e non può esserlo un idioma che sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee del Regno di Napoli per decreto del 1442 di Alfonso d’Aragona. E del resto la stessa UNESCO identifica il territorio di diffusione tra Campania, Basilicata, Abruzzi, Molise, Calabria settentrionale, Puglia settentrionale, basso Lazio, Marche e parte dell’Umbria; sostanzialmente si tratta dei vecchi confini del Regno di Napoli, dove il Napoletano, lingua madre, abbracciò anche i dialetti locali delle varie Province del Regno stesso.
L’idioma partenopeo è classificato dall’organismo culturale dell’Onu tra le lingue “vulnerabili”, come il Siciliano e il Veneziano. E sebbene sia trapelato un falso allarme di estinzione entro la fine del secolo, in realtà queste tre lingue sono quelle italiche più al riparo dalla sparizione. Vulnerabile non è una novità; il napoletano è già vulnerato, violato, contaminato, e non è più puro da tempo soprattutto nella sua scrittura che nessuno insegna. Ma l’estinzione è davvero l’ultima delle insidie per una lingua che può vantare un grande veicolo che è anche grande scrigno: la canzone classica, quella che si è fatta spazio nel mondo e nella storia, e nella quale si può infatti recuperare il vero Napoletano.
La classificazione nella categoria “vulnerabile” è per quelle lingue non a rischio di estinzione, che utilizzano le stesse modalità di trasmissione per le nuove generazioni. Tradotto in soldoni, tramandate come uso e costume e non accademicamente. Ben più a rischio, secondo l’UNESCO sono il Piemontese, il Ligure, il Lombardo, il Friulano, l’Emiliano-Romagnolo e il Sardo.
Il vero pericolo segnalato dalla catalogazione “vulnerabile” dunque, non è che i napoletani comincino a parlare solo in Italiano ma che stravolgano una lingua già stuprata, pur avendo norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche ben precise. Basti ricordare che la Regione Campania ha battezzato l’abbonamento mensile ai trasporti pubblici “Jamme card“, ma in Napoletano la parola “andiamo” si scrive jammo.

Servizio del TG3 del 21/02/12

Cazzullo tra limiti e contraddizioni

Cazzullo tra limiti e contraddizioni
a “Che tempo che fa” dell’8 Ottobre

Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore piemontese risorgimentalista, tra i più forti oppositori delle istanze revisioniste, nel corso di “Che tempo che fa” dello scorso 8 Ottobre, ha espresso due concetti da evidenziare.
Nel primo ha ammesso candidamente la maggiore difficoltà da parte dei piemontesi di farsi rapire dai profondi sentimenti che rendono più umani e vulnerabili, rispetto ai napoletani. Cosa riscontrabile nelle espressioni dialettali piemontesi che non contemplano l’espressione “ti amo”.
Nel secondo concetto, ha invece espresso freudianamente una visione degli avvenimenti storici della sua terra, la Langa, «dove nel ’45 si è molto sofferto, si è sparato, torturato, ucciso. Quelli che adesso si chiamano i vinti – ha detto Cazzullo – avevano il coltello dalla parte del manico e lo usarono; i vincitori venivano braccati, torturati, fucilati senza processo, appesi, esposti come trofei per terrorizzare la popolazione civile. E questo in Langa non lo si è dimenticato». Praticamente quello che le truppe piemontesi da lui tanto osannate fecero 85 anni prima ai meridionali.
E questo al Sud non lo si è dimenticato, caro Cazzullo.