Lettera all’UNESCO: “la Juventus non può affiancarvi nella lotta al razzismo”

agnelli_unescoSe non si intende arrestare i cori contro Napoli, che almeno non si faccia paladino della battaglia contro i razzismi chi non lo è.

Lettera inviata all’UNESCO (italiano e inglese)

Gentile Comitato UNESCO,
Gentile Direttrice Generale Audrey Azoulay,

Vi scrivo in merito alla Vostra partnership con lo Juventus Football Club in tema di lotta al razzismo negli stadi.
Recentemente, lo Juventus FC ha subito un turno di squalifica del settore dello stadio occupato dai gruppi di tifosi organizzati per cori di discriminazione territoriale nei confronti di Napoli durante la partita Juventus-Napoli del 29/09/18. Si tratta di cori che si ripetono continuamente un po’ in tutta l’Italia ma più ampiamente nell’impianto sportivo del club torinese, durante ogni partita, non solo quando è in campo il Napoli. I cori invocano tragiche eruzioni del Vesuvio e l’uso del sapone da parte del popolo napoletano, definito “coleroso”, mentre invece ha insegnato l’igiene personale all’Italia e anche oltre, come ci testimonia Miguel de Cervantes con la citazione del “pregiato sapone di Napoli” nel suo Don Chisciotte.
Al termine della partita Juventus-Napoli, l’allenatore bianconero, Massimiliano Allegri, ha risposto ai giornalisti di non aver sentito certi cori, invece ascoltati in modo nitido da tutti i telespettatori a casa. La dirigenza del club ha poi incaricato il suo avvocato, Luigi Chiappero, di presentare ricorso presso la corte sportiva nazionale. Il legale ha definito il comportamento dei tifosi bianconeri “indifendibile”, ma ha contestato la sentenza perché certi cori sono tipici di tante tifoserie e non solo dei tifosi juventini, e infatti altre squalifiche sono state inflitte a diversi club in passato.
La Corte Sportiva Nazionale ha respinto il ricorso della Juventus e ha anche aggravato la sanzione: le gare da disputare con il settore interdetto sono passate a due.
Questo è il club che l’UNESCO ha abbracciato come partner nella lotta al razzismo nei stadi qualche anno fa, e che proprio ieri, sempre in tandem, ha lanciato il video “Football’s power to overcome discrimination” in occasione della campagna promossa da Fare (“Football Against Racism in Europe”), partner UEFA.
Dal sito della Juve, beffa delle beffe nella giornata della figuraccia, si legge che “la Juventus crede nel potere del calcio come strumento di lotta a ogni tipo di discriminazione, legata a sesso, razza, religione, disabilità, età, etnia, origine o status economico (…)”.

http://www.juventus.com/it/news/news/2018/il-calcio-contro-la-discriminazione–juventus-e-unesco-con–footballpeople-weeks-.php

È questo lo stesso club che nell’autunno 2012 non ha preso le distanze dai alcuni sui tifosi e da un giornalista della Rai che, all’esterno dello stadio torinese, prima di Juventus-Napoli, registravano un servizio televisivo in cui si diceva che i napoletani si riconoscono dalla puzza, come i cinesi (La Rai chiese scusa a tutti gli italiani per questo).

www.youtube.com/watch?v=eagfgenZhtc

È lo stesso club che nell’autunno del 2015 ha presentato presso la Vostra sede di Parigi la ricerca Colour? What Colour? (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR_4r7A2NY) in cui si legge che “la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico”.
Definire “catartico” un coro discriminatorio verso altri italiani è vergognoso, così come è vergognoso invitare a tollerarlo perché “tradizionale”.

pag. 73: http://www.juventus.com/media/native/csr/Report%20UNESCO_ita.pdf

Concludendo, Vi chiedo se l’UNESCO si sia reso conto che un club che è suo partner nella lotta al razzismo non contrasta il razzismo dei suoi tifosi verso altri italiani e piuttosto prova a nasconderlo. Questo club, Vostro partner nella lotta al razzismo, ha presentato ricorso contro una sanzione per razzismo e l’ha perso malamente. Questo club è ipocrita e non può essere esempio in tema di discriminazione, soprattutto perché in Italia i cori negli stadi contro i napoletani si ascoltano più di quelli contro i neri.
Vi chiedo infine se vi siete resi conto che una partnership con lo Juventus Football Club è imbarazzante per un’organizzazione mondiale che tutela l’educazione e la cultura.
Un club che finge di lottare contro il razzismo, che non ne prende le distanze, che finge di non sentire i cori contro Napoli, che ricorre contro le punizioni per discriminazione territoriale, che si nasconde dietro a una indegna abitudine diffusa, che è presieduto da un manager squalificato dalla giustizia sportiva per connessioni con tifosi legati alla ‘ndrangheta, come si evince dell’inchiesta “Alto Piemonte”, non può essere partner dell’UNESCO.
Indignato, attendo una Vostra risposta quanto prima.
Cordiali saluti,

Angelo Forgione
Napoli

Dear UNESCO Committee,
Dear Director-General Audrey Azoulay,

I am a journalist and historical writer and researcher, with a special interest in promoting Naples and its culture.
I am writing to you with regard to your partnership with Juventus Football Club concerning the fight against racism in stadiums.
Recently Juventus FC was hit with a one-match closure of the “ultrà” fans’ stand because of territorial discrimination chants against the city of Naples during the Juventus-Napoli game (29/09/18). These chants are continuously repeated all over Italy and to an even greater degree by Juventus fans during every game, not just when SSC Napoli is playing at the Juventus Stadium. The chants refer to tragic eruptions of Vesuvius and call for the use of soap by Neapolitans, defined as “cholera people”, who instead taught personal hygiene to others in Italy and beyond, as Miguel de Cervantes teaches us with the quotation about the “prized soap of Naples” in his Don Quixote.
At the end of the Juventus-Napoli match, Juventus coach Massimiliano Allegri told journalists that he had not heard the chants, which had, however, been clearly heard by all the viewers who had been watching at home. The club’s management then instructed their lawyer, Luigi Chiappero, to appeal to the National Sports Court. The lawyer called the behaviour of the Juventus fans “indefensible”, but he argued against the sentence because certain chants are typical of many clubs’ fans and not just Juventus fans, and in fact other Italian clubs have had stand closures in the past.
The National Sports Court rejected the appeal by Juventus FC and also made the penalty more severe: the number of matches to be played with the stand closed has increased to two.
This is the club that UNESCO embraced as its partner in the fight against racism in stadiums a few years ago. Just yesterday, again jointly, it launched the video “Football’s power to overcome discrimination” as part of the campaign promoted by Fare (“Football Against Racism in Europe”), a partner of UEFA.
On the Juventus site, really taking the biscuit on the day they made fools of themselves, we read that “Juventus believes in the power of football as a tool to fight against any form of discrimination linked to sex, race, religion, disability, age, ethnicity, origin or economic status (…)”.

http://www.juventus.com/it/news/news/2018/il-calcio-contro-la-discriminazione–juventus-e-unesco-con–footballpeople-weeks-.php

It is the same club that in autumn 2012 did not distance itself from some of its fans and a RAI journalist who, outside the Juventus Stadium, before a Juventus-Napoli game, recorded a TV report stating that you can recognise Neapolitan fans from their smell, like the Chinese (Rai apologised to all Italians for this; Juventus did not).

www.youtube.com/watch?v=eagfgenZhtc

It is the same club which in the autumn of 2015 presented the Colour? What Colour? research at your Paris office (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR_4r7A2NY), which states that “the wisest decision concerning territorial discrimination would probably be to tolerate for the time being these traditional forms of cathartic insult“.

pag. 73: http://www.juventus.com/media/native/csr/Report%20UNESCO_ita.pdf

To define as “cathartic” a racist chant directed towards other Italians is shameful, just as it is shameful to invite people to tolerate it because it is “traditional”.
In conclusion, I would ask you whether you have noticed that a club that is your partner in the fight against racism is not combatting the racism of its own fans towards other Italians and is instead hiding it. This club, your partner in the fight against racism, appealed against a racism penalty and it went very badly. This club is hypocritical and cannot serve as an example when it comes to discrimination, especially because in Italian stadiums chants against Neapolitans are now heard as often as those against black people.
Lastly, I would ask you whether you have realised that your partnership with Juventus is an embarrassment for a global organisation that safeguards education and culture.
A club which pretends to fight racism, which says nothing to distance itself from it, which pretends not to hear chants against Naples and which appeals against punishments for territorial discrimination, hiding behind a shameful widespread habit, which is chaired by a manager disqualified by the sporting court about link with supporters belonging to the mafia “ndrangheta” in the “High Piemonte” investigation, cannot be a UNESCO partner.
Indignant, I await your prompt reply.

Yours sincerely,
Angelo Forgione
Naples – IT

Una petizione per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale Unesco

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Angelo Forgione – Parte la petizione mondiale per il Belcanto e l’Opera lirica patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, iniziativa della fondazione Univerde di Alfonso Pecoraro Scanio, già artefice del riconoscimento per l’Arte dei pizzaiuoli napoletani.
La terza firma in assoluto è la mia, e pure la grafica ufficiale dell’iniziativa, che girerà il mondo con il Real Teatro di San Carlo sullo sfondo. Perché si tratta del gran teatro che, ricalcando la pianta del più piccolo Teatro Nuovo di Napoli, ha fatto da modello alla Scala di Milano, aprendo la strada a tutti i teatri a ferro di cavallo nel mondo; perché sono in Italia i più importanti teatri lirici del mondo e a Napoli quello più antico; perché tutti i più noti cantanti lirici conoscono le arie più famose italiane, ma anche canzoni napoletane come ‘O Sole mio, eseguite in tutti i repertori del mondo; perché gli istituti di formazione musicali nel mondo prendono da Napoli il nome di “Conservatorio”.

Per firmare la petizione online clicca qui

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La storia del Teatro, dell’Opera, della Musica Sacra e della Canzone, di cui Napoli è protagonista, la leggete su Made in Naples (2013) e su Napoli Capitale Morale (2017)

Pizza e Mandolino, da stereotipo ad archetipo del buon vivere

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Angelo Forgione – Stereotipi e luoghi comuni li avverso da sempre. E mi ha sempre dato fastidio l’etichetta “pizza e mandolino”, perché siamo tanto altro… il Rinascimento, l’Illuminismo e tutto ciò che abbiamo offerto al mondo… e tutto è stato eclissato dietro un’accezione umiliante che si è data a due simboli di Napoli che sono stati svuotati dei loro messaggi e resi immagine stereotipata dell’Italia nel mondo.
Il cibo e la musica di Napoli sono parte di una cultura immensa e sommersa, ma in fase di riscoperta. Sono strumento di studio per capire la storia. Sono aspetti di un’identità che trascende la geografia e il linguaggio, e perciò divenuti universali senza che però se ne conoscano davvero i significati che si portano appresso.
Altro che stereotipo, pizza e mandolino sono prima di ogni cosa archetipo napoletano del buon vivere, e in un mondo che smarrisce il vero piacere di vivere meritano di essere disincagliati dallo sterotipo imposto, insieme a tutto il resto dell’eccellenza napoletana.
Ne parliamo lunedì 4 giugno, alle ore 18, nell’Area Ospitalità del Pizza Village (ingresso libero), sullo splendido lungomare di Napoli, tra una mandolinata e l’altra. Un convegno a più voci da me moderato, per celebrare l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano patrimonio dell’Umanità UNESCO e per aprire un dibattito concreto su quel che c’è da fare per tirare fuori la napoletanità dal cono d’ombra della banalizzazione.

 

Un museo della pizza a Napoli?

Angelo Forgione – Annunciato un “museo della pizza” a New York che – si legge nel comunicato – “consentirà ai visitatori di conoscere la storia della pizza ricostruendone l’origine e la diffusione in tutto il mondo”.
Nulla contro, ma sono davvero curioso di sapere se i newyorchesi, che spesso si affannano a rivendicare la paternità della pizza, racconteranno che la pizza non è un simbolo del capitalismo americano ma prodotto del socialismo napoletano, e che diventa a Napoli, e nel Settecento, quel che è oggi. Lo diranno loro come si chiamava il primo pomodoro che finì sul disco di pasta, rendendolo rosso? E da dove nasceva, visto che quello che portarono i conquistadores spagnoli era ben diverso? E lo diranno loro quando nasce la pizza delle pizze, cioè la “margherita”, come non fanno neanche gli stessi napoletani? E ancora, racconteranno che la prima pizzeria al mondo è Port’Alba, nel 1738? Sicuramente divulgheranno che la loro prima pizzeria, Lombardi’s, del 1905, nella Little Italy di Manhattan, era dell’emigrante napoletano Gennaro Lombardi.
Confido nella conoscenza della storia della pizza da parte degli storici americani, e ritengo necessario un museo della pizza anche nella città della pizza, Napoli, soprattutto alla luce della crescita del turismo, sia straniero che italiano, nel capoluogo campano.
Qualcosa pare muoversi, ma c’è bisogno che gli artisti pizzaiuoli napoletani, insigniti del riconoscimento Unesco, facciano squadra. È arrivato il momento di raccontare davvero la pizza, perché fin qui non è stato fatto per bene e i napoletani stessi gustano la loro pietanza tipica senza sapere bene cosa si porta dietro.

PizzaUnesco e presepe tra caffè e mandolini

Il promotore della campagna #pizzaUnesco, Alfonso Pecoraro Scanio, col maestro pizzaiuolo Franco Pepe, al Gambrinus per mettere un pastore pizzaiuolo, dono di un’artista dei maestri di San Gregorio Armeno, nel presepe dello storico Gran Caffè.
Invitati all’evento, l’organizzatore di ‘Napoli Pizza Village’ Claudio Sebillo, Franco Manna di Rossopomodoro, Antimo Caputo del Molino Caputo, Angelo Forgione, Patrizio Oliva, Enrico Durazzo di Napolimania, i mandolinisti dell’Accademia Mandolinistica Napoletana e la Fondazione UniVerde Coldiretti Campania, oltre ai padroni di casa Antonio, Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, che hanno offerto un brindisi natalizio.
L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, riconosciuta patrimonio immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, può essere un veicolo per il rilancio delle tradizioni artigiane e culturali di Napoli.

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.

L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani è patrimonio immateriale dell’Umanità

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Angelo Forgione – L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani è ufficialmente patrimonio immateriale dell’Umanità. Ne ha dato l’annuncio la delegazione italiana ai lavori UNESCO in Corea del Sud, guidata da Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde ed ex Ministro delle politiche agricole, tra i principali promotori di una petizione internazionale lanciata nel 2014 che ha superato la quota prefissata di due milioni di firme.
Pizzaiuoli, non pizzaioli. Vi è una u in più a differenziare le parole, u come unicità, u come universalità. Non è esattamente il prodotto, la pizza napoletana, a trionfare ma una complessa cultura che ha intercettato il mondo e ottimizzato qualcosa che veniva da lontano per sconfiggere la fame del popolo. I napoletani, nel Settecento, hanno messo mano al frumento della Mesopotamia, all’olio dell’antica Grecia, al pomodoro delle Americhe, alla bufala indiana, e hanno codificato la pizza, che per circa tremila anni era rimasta bianca. È a Napoli che è divenuta rossa e filante, quando l’antica capitale, già patria della prima pizzeria, quella di Port’Alba del 1738, stimolò la rivoluzione del pomodoro, che fino ad allora era rimasto pianta da ornamento per gli orti europei. Un dono nel 1770 dagli amici peruviani, allora governati dai Borbone, le prime coltivazioni nel territorio vulcanico della Campania, e l’alimentazione cambiò. E poi la mozzarella, che dalla Real Tenuta di Carditello partì alla conquista della città nel 1780. Così, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la pizza, fin lì pizza e basta, divenne pizza napoletana. Non più solo l’antichissima ‘mastunicola’, dal napoletano vasinicola, cioè basilico, e la ‘marinara’, concomitante con l’indipendenza del Regno del 1734, il cui nome era dovuto ai pescatori che la mangiavano nei forni pubblici al ritorno dalle uscite in barca, diversa da quella odierna, fatta inizialmente con acciughe, capperi, origano, olive nere di Gaeta, sale e olio, e senza quel pomodoro che avrebbe fatto irruzione a fine secolo.
Ma si dovette attendere che passassero le ondate di colera che imperversavano in Europa perché anche gli altri italiani iniziassero a conoscere la pizza napoletana. Quel cibo era destinato ai poveri, si vendeva per strada, preparato con acqua di dubbia salubrità, e fu ritenuto un possibile veicolo di contagio. Carlo Collodi, nel 1886, in piena unità nazionale, lo presentò agli italiani nel peggiore dei modi in un suo libro: “sudiciume complicato” per gente rozza che lo mangiava con le mani. La pizza napoletana perse richiamo, ma poi divenne perfetta per enfatizzare i meriti del Risanamento e del nuovo acquedotto del Serino, e fu agganciata alla propaganda sabauda, in cui fu convogliata anche la figura alla moda della regina Margherita, attorno alla quale, grazie all’apporto di un fitto stuolo di giornalisti e scrittori, si sviluppò un vero e proprio culto del “margheritismo”. A lei fu intitolata la pizza tricolore, con pomodoro, mozzarella e basilico, presentata quale assoluta novità quantunque fosse già gustata a Napoli da almeno vent’anni e senza troppi clamori. Il testo di Francesco de Boucard “Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti”, nel capitolo “Il Pizzajuolo” curato da Emmanuele Rocco, pubblicato nell’edizione del 1866, parlava chiaramente di pizze “coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico”, aggiungendovi “delle sottili fette di mozzarella e, “talvolta (…) del pomidoro”. La descrizione indica che già prima del famoso omaggio alla regina piemontese si preparava, “talvolta” tra tante varianti, una pizza con pomodoro, mozzarella, basilico e spruzzate di formaggio grattugiato. Era chiaramente una prima “margherita”, non la pizza delle pizze prima che Raffaele Esposito la preparasse per i Savoia nel 1889, rendendola la più famosa per motivi di immagine. La si fece credere creata per l’occasione della visita dei sovrani al duplice scopo di creare simpatia verso Casa Savoia e di ricostruire l’appetibilità del tipico cibo di strada napoletano, dando merito all’acqua nuova di aver sanato la città ed i suoi alimenti.
Ma cos’è quest’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani? È metodo di impasto, di lavorazione, di condimento e di cottura. La vera pizza napoletana è figlia di un’arte, appunto, che parte dalla lievitazione e arriva alla digestione. Una volta impastati la farina, il sale, l’acqua tiepida e il lievito di birra, grazie al riposo avviene tutta una serie di processi in cui sono complici il tempo e la temperatura. Il lievito si nutre degli zuccheri e, fermentando, produce etanolo e anidride carbonica. Ed è per questo che la lievitazione non deve mai durare meno di 12 ore, ma le 24 ore sono ormai il minimo standard, affinché le si eviti di proseguire durante la digestione, quando i batteri dell’intestino potrebbero riattivare la formazione del gas e provocare sensazione di gonfiore. L’abilità e la manualità del pizzaiuolo che lavora e stende l’impasto sono fondamentali per non rompere la maglia glutinica e quindi per trattenere l’anidride carbonica che poi andrà distribuita dal centro verso il bordo. Gas che si espande con il calore del forno, rimanendo intrappolato nella rete del glutine e creando delle bolle nel cornicione, là dove è stato spinto dalle dita incrociate del pizzaiuolo. Una volta liberatosi, il gas lascia ben visibile l’alveolatura nella sezione interna del cornicione, testimonianza visiva della digeribilità della pizza napoletana e segno della maestria della panificazione.
Il condimento, basato su prodotti genuini, mai dev’essere assai liquido, per evitare di spugnare eccessivamente l’impasto. La pizza cruda si passa poi in forno a legna a circa 485 gradi e per circa 90 secondi, durante i quali la si fa ruotare per una cottura omogenea. Tutto ciò conferisce all’alimento determinate caratteristiche di digeribilità, umidità e morbidezza, esaltando le proprietà organolettiche di un piatto antiossidante e nutrizionalmente equilibrato, ricco di carboidrati, proteine, vitamine, ferro e grassi monoinsaturi, che si riconosce dalla caratteristica di poterlo piegare “a libretto” o “a portafoglio”, cioè due volte sulla sua larghezza.
Questa è l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, patrimonio immateriale dell’Umanità costruito nei secoli in un Centro Storico che è anch’esso patrimonio dell’Umanità, ma materiale. Il resto è solo preparazione di pizza, l’imitazione che il mondo fa dei maestri di Napoli. E se in ogni parte del mondo la pizza è fatta da gente di ogni parte del mondo, a Napoli è lavorata dai napoletani, dai pizzaiuoli napoletani, quelli che hanno regalato al Globo uno stile di pizza superiore. La pizza è oggi cibo del mondo come pochi altri, la prima pietanza globalizzata della storia. Pochissime altre specialità internazionali si sono affermate come elementi identificativi di un popolo e della sua cultura; nessuna l’ha fatto con una simile velocità. Dal 1905, anno di apertura di Lombardi’s, la prima pizzeria napoletana nella Little Italy di Manhattan, al 2017 timbrato dall’UNESCO, è bastato un secolo perché la pizza divenisse il patto più global del pianeta. Il riconoscimento del marchio STG, Specialità Tradizionale Garantita, si è reso utile per combattere la contraffazione. Quello UNESCO si è reso necessario per chiarire a chi appartenesse l’arte della pizza, perché troppi americani sono ancora convinti che il disco di pasta condita, ormai sostituita nelle preferenze americane al panino con l’hamburger, sia nato negli States. In errore cadono anche altri popoli, identificando quello che è il cibo dei poveri per eccellenza come simbolo della borghesia capitalista d’America. L’UNESCO ha compreso che, oggi più che mai, tutto il mondo è Napoli, e deve saperlo.

Questa la motivazione ufficiale dell’Unesco: “Il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I Pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da palcoscenico durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale”.