Napoli vs Juventus, c’è tutta la storia d’Italia dentro. Alle origini della rivalità.

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Angelo Forgione  per Napoli giornale gratuito  Sì, c’è una storia dentro Napoli-Juventus che trascende il perimetro del rettangolo di gioco e finisce per spiegare perché sotto il profilo sociale è la partita più significativa del calcio d’Italia, cioè della nazione spaccata economicamente in due. Al principio sta la storia stessa del calcio italiano, ingabbiato a fine Ottocento nel “triangolo industriale”, l’area di maggior concentrazione di sviluppo racchiusa tra Torino, Genova e Milano, sorto grazie alle politiche attuate dopo l’Unità d’Italia per stimolare la crescita del Nord-ovest a detrimento del Sud. Il football, la nuova moda inglese, calzava perfettamente alle nuove élite borghesi di quel territorio per ostentare modernizzazione e benessere. Torino, nel 1898, partorì la Federazione, l’attuale FIGC, quantunque il pallone si calciasse dappertutto, e lo fece per impossessarsi del gioco, organizzando campionati detti italiani, ma che in realtà erano piccole competizioni interregionali di Piemonte, Liguria e Lombardia. Tutto il resto del Paese non era invitato, anche se di squadre ce n’erano pure in Sicilia, ma al Nord nessuno aveva intenzione di prendere un treno per andare a giocare laggiù, figuriamoci una nave. Il calcio, insomma, rispecchiava la spaccatura sociale ed economica creata dopo l’Unità, e così fu creato anche nello sport un gap tecnico fortissimo, contro il quale il Sud protestò vivacemente, ottenendo una riforma pro-forma, la Vavassori-Faroppa del 1912, utile solo a calmare le forti rimostranze capeggiate dall’Unione Sportiva Napoli.
Solo nel 1926, per volontà del regime fascista, il Coni impose la vera nazionalizzazione del calcio attraverso la “Carta di Viareggio”, consentendo alle squadre di Roma e Napoli di competere direttamente con le squadre di Torino e Milano, piegate malvolentieri alle volontà politiche. Non gli bastava aver accumulato vantaggio tecnico e di impiantistica, e pure decine di scudetti. Il Genoa, ad esempio, aveva già vinto tutti i suoi 9 campionati, praticamente uno in più di quelli conseguiti fino ad oggi da Roma, Lazio, Napoli e Cagliari messe insieme. La provinciale Pro Vercelli, sempre del “triangolo”, ne contava 7, il Milan 3 e l’Inter 2, come la Juventus, che soli tre anni prima era stata acquistata dalla famiglia Agnelli, cioè dalla Fiat, la fabbrica più rilevante e privilegiata d’Italia. Prima aveva addirittura rischiato di sparire, esattamente nel 1913, quando la retrocessione nella seconda categoria aveva consigliato ai soci di sciogliere il club in difficoltà economiche, ed era stata salvata con un ripescaggio con l’artificio dell’iscrizione nel girone della Lombardia. A colpi di retrocessioni e ripescaggi delle squadre dell’altra Italia, nel 1929 fu decretata la nascita della Serie A a girone unico, ma la distanza tra il calcio del Nord e quello del Sud continuò inevitabilmente a rispecchiare la disunità italiana. La Juventus, sostenuta dai capitali Fiat, fu trasformata in vetrina dell’azienda. Doveva vincere per mostrare prestigio, e iniziò a farlo con frequenza, mettendo in fila cinque scudetti, che attrassero sostenitori tra la buona borghesia torinese. Ma il vero boom del suo seguito esplose negli anni del “miracolo economico” italiano, dopo che i finanziamenti americani del Piano Marshall ebbero ricostruito le fabbriche del Nord distrutte dalla guerra e trascurato la crescita industriale del Sud. La Fiat fece la parte del leone col 50% dei crediti nel settore meccanico, grazie al patto con Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, che ottenne garanzia del licenziamento degli operai comunisti. La casa torinese ripartì alla grande e ottenne anche commesse negli Stati Uniti. Si realizzò allora la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella Penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando la povertà per andare a lavorare al Settentrione. Pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo, ma non furono ben accolti dalla gente del luogo. All’esterno dei palazzi trovarono cartelli su cui c’era scritto “non si fitta ai meridionali”. Oltre a un tetto difficile sotto il quale dormire, dovettero trovare anche un modo per combattere l’emarginazione e persino il razzismo, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente alla crescita economica del territorio. Il calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. Molti sposarono i colori della Juventus, mentre il Torino restò la squadra dei torinesi. La famiglia Agnelli intercettò il sentimento e ricambiò con furbizia, offrendo agli operai meridionali un’immagine familiare. E così, a suon di milioni, mise in squadra il catanese Anastasi, il sardo Antonello Cuccureddu, il siculo-campano Giuseppe Furino, il salentino Franco Causio e altri calciatori meridionali, i cosiddetti “sudisti del Nord” a contribuire ai cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbero il seguito bianconero. La juventinità fu trasferita agli appassionati rimasti al Sud, soprattutto ai parenti degli emigranti, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che comunicava il miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.

La Juve distanziò Inter e Milan per scudetti e proselitismo, e sul suo blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982, quando fu completata la definitiva saldatura tra il calcio e gli italiani, ma anche tra gli italiani e la Juventus, il cui nome non era quello di una città e attenuava l’associazione tra la squadra e il suo territorio. Al Sud, dove non solo era difficile vincere ma persino partecipare, si riempì il carro dei vincitori, soprattutto lontano dai nuclei di Napoli e Roma, e lo juventinismo attecchì nei piccoli e medi centri impossibilitati ad emergere nel calcio. Oggi, in quei territori, è pieno di tifosi che hanno scelto e continuano a scegliere le squadre più blasonate, Juventus su tutte, rifiutando di legarsi in età infantile alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di recitare una parte da protagonista in pubblico.
Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Circa il 35 per cento dei tifosi italiani sono bianconeri, cioè uno su tre, e sono distribuiti in tutta la Penisola. Ma si tratta anche della squadra più detestata, perché alcune sue vittorie sono state macchiate da macchinazioni accertate e anche annusate, da clemenza degli arbitri e pure da boriosità da parte dei suoi dirigenti, i quali hanno pensato bene di sdoganare il diseducativo motto “alla Juventus vincere non è importante, è la sola cosa che conta”, una filosofia che con lo sport e la cultura della sconfitta condivide poco, che fa della squadra un’azienda volta alla supremazia sulla concorrenza interna, proprio come la Fiat. E in effetti le vittorie della Juve non rappresentano un prestigio endogeno ma appartengono agli Agnelli/Elkann. Non c’è altro club di un certo prestigio che abbia un’identificazione così antica con la sua proprietà. Juventus e Fiat è il matrimonio tra calcio e industria più forte e duraturo del panorama sportivo internazionale. Un club così “nazionale” è detestato soprattutto nei centri di forte identità territoriale, dove è più importante il senso di appartenenza, come nella piccola Firenze, nella grande Roma e, soprattutto, nella monoteista Napoli, dove la squadra è culto unico. I tifosi azzurri rappresentano circa il 15 percento dell’intera passione nazionale, quasi quanto i milanisti e gli interisti, ma sono in gran parte concentrati nel territorio campano. Il Napoli è il riferimento sportivo di una vasta provincia che, con i suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Se a Torino vi sono il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Roma il romanista e il laziale, a Napoli esiste solo il napoletano, e non c’è bisogno di un “napolista”. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa. Tutto ciò spiega antropologicamente perché Napoli e i napoletani nutrano forte avversione ai colori bianconeri. Napoli-Juventus è da sempre la sfida tra due mondi distanti, tra chi tifa per un club che appartiene soprattutto a una città e chi tifa per un club che appartiene a tutti, cioè a nessuno; è la sfida tra chi vuole essere e chi vuole avere. Il napoletano, spesso, prova amore per Napoli. Lo juventino non ha alcuna necessità di amare Torino. Il napoletano è integralista, e diventa pure fondamentalista quando conosce tutta questa storia, e sa anche che la sua città è quella che più di tutte ha pagato la squilibrata unità d’Italia, l’antica capitale dei primati sociali che, oltre ai ministeri, ha perso il suo iniziale sviluppo industriale a favore del “triangolo industriale”, ed è oggi afflitta da drammatici problemi sociali. Il fondamentalista napoletano sa che lavoro e scudetti sono più facili a Torino, e traduce la Juventus nel simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi sul proletariato meridionale al Nord.
Ma mo’ pure ‘o scudetto s’è scocciato d’ ‘e mmuntagne; dice ca vulesse vedé nu poco ‘o mare.

Antonio e Sabina tornano al Sud!

È una delle testimonianze più belle mai ricevute da quando ho iniziato a lavorare per tirare fuori l’anima di Napoli e le cause della depressione meridionale. Sapere che due ragazzi dalla faccia pulita tornano al Sud è il più grande dei successi. Me l’hanno comunicato con gioia, con tanto di foto dei miei libri, e io non vedo l’ora di accoglierli.

antonio_sabina

Siamo due ragazzi fidanzati da 12 anni, io napoletano emigrato 10 anni fa a Rimini, lei bolognese con origini pugliesi innamorata di Napoli. Faccio il pasticcere e mi sono appena licenziato. Sai perché? Perché tra 15 giorni ci trasferiremo insieme a Napoli, dopo averlo sognato per tutti questi anni.
Tu sei stato cruciale nella nostra formazione e nel nostro “risveglio”, a partire dai tuoi videoclip, in particolar modo quello sui rifiuti tossici tra la Somalia e la Campania. Abbiamo cercato di divulgare qui al Nord la verità, con conferenze nelle scuole, negli stadi e nei comuni.
Ora finalmente veniamo a goderci la Regina delle città, unendoci alle persone come te, per metterci la faccia, orgogliosi di riuscire a tornare solo per amore della Verità!
Abbiamo sempre pensato alla tenacia di chi, come te, resta al Sud e combatte. Speriamo di avere l’onore di conoscerti di persona! GRAZIE!!!

Antonio e Sabina

Il Sud che tifa per la Juventus e per le squadre di Milano

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia? Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord? Le risposte le ho date alla testata Vesuvio Live, così come di seguito riportato.

Slegare il Calcio dalla storia comprometterebbe una corretta comprensione degli attuali equilibri sportivi ed economici che regolano la geografia del sistema pallone in Italia. Riavvolgere il nastro degli eventi rappresenta l’unica soluzione per rispondere a domande che non sempre trovano una risposta adeguata.

L’impresa di chiarire alcuni fondamentali aspetti storico-sportivi e sociologici è riuscita ad Angelo Forgione, giornalista, scrittore e ricercatore storico napoletano che ha affrontato questi temi nel suo recente libro Dov’è la Vittoria.

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia?

C’entra il mondo dell’industria, cui è legato a doppio filo il Calcio sin dai sui principi britannici. Ne ho scritto approfonditamente nel mio libro Dov’è la Vittoria, in cui chiarisco come tutto questo abbia influito in un Paese come l’Italia, squilibrato economicamente come nessun altro.

La Juventus ha iniziato a ingrossare il suo seguito nel dopoguerra. Fino al 1949, anno della scomparsa del Grande Torino, contava 7 scudetti, solo 1 in più dei granata, la cui superiorità schiacciante fu improvvisamente interrotta dalla tragedia di Superga. L’Inter e il Bologna ne avevano 5 e il Milan 3. Ne vantava addirittura 9 il Genoa, e 7 la Pro Vercelli, ma il loro prestigio era legato ai primi campionati, quelli in cui il tricolore si disputava solo tra squadre del “triangolo industriale”.
Sparito il Grande Torino, che tra l’altro era nato come Torino-Fiat quando la famiglia Agnelli si era disinteressata della Juventus, i bianconeri, riacquistati da Gianni Agnelli nel 1948, si ritrovarono in competizione con Inter e Milan negli anni del “miracolo economico” italiano, quando si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi agricoli per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. I nuovi residenti dell’area piementese, cioè pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, trovarono ostilità e cartelli con scritte discriminatorie, e dovettero trovarsi dei riferimenti locali da sposare per farsi accettare. Il Calcio divenne il modo più immediato per combattere l’emarginazione, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino a quel momento sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, divenne improvvisamente la squadra dei proletari immigrati, mentre il Torino divenne la squadra dei torinesi.

Il club bianconero, a quel punto, capì di doversi dare un’immagine che risultasse familiare ai lavoratori meridionali della Fiat e iniziò a rastrellare talenti del Sud, in un campionato in cui le frontiere erano chiuse. E così, nel maggio del ‘68 chiuse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il catanese Pietro Anastasi, nonostante il giovane centravanti fosse già promesso all’Inter. Gianni Agnelli lo strappò di forza ai nerazzurri con un blitz improvviso. Il presidente del Varese, Giovanni Borghi, era il patron della Ignis, produceva l’articolo del momento, il rivoluzionario frigorifero, e i compressori glieli forniva proprio la Fiat. L’offerta dell’Avvocato non si poteva proprio rifiutare. E il prezzo del calciatore, in parte, fu pure pagato con merce. Anastasi, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’idolo del popolo degli emigranti del Sud e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi di periferia come in quelle siciliane. Così come la foto del sardo Cuccureddu, del palermitano Furino e del leccese Causio, una significativa rappresentanza meridionale nei 5 scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Juventus. Il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della popolarità bianconera.

I meridionali di Torino, quelli che costruivano le fortune economiche della famiglia Agnelli, trasmisero la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.
La Juventus dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”. Le convocazioni dei calciatori juventini nella Nazionale italiana divennero massicce e sul cosiddetto “blocco-Juve” fu costruita la Nazionale che giunse quarta ai Mondiali del 1978 e vinse quelli del 1982. Ben nove juventini scesero in campo in Argentina e sei furono titolarissimi nella trionfale spedizione in Spagna. La Juventus, così, si rese definitivamente la squadra d’Italia, la nazione campione del mondo.

Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord?

Discorso delicato, soprattutto a Napoli, e anche di questo parlo nel mio libro con un’analisi sociologica che provo a sintetizzare. Le tre principali scintille d’innesco della fede sportiva sono legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal proprio territorio e quella evocata dal successo. Quest’ultima è quella porta a tifare per la Juventus, ma anche per il Milan e l’Inter, perché sono i club che storicamente hanno scritto cicli vincenti. I più piccoli amano e desiderano vincere, a tutti i costi, e del resto modificano spudoratamente le regole dei loro giochi pur di riuscirvi. In loro si sviluppa molto presto la voglia di affermarsi e per questo preferiscono la sensazione appagante della vittoria e rifiutano quella deludente della sconfitta.

Se primeggiare è il primo istinto del piccolo tifoso non c’è da stupirsi che la Juventus, la squadra italiana che vanta più titoli nazionali, sia anche quella che vanta più sostenitori, nonostante i ripetuti scandali più o meno recenti, la revoca degli scudetti e la retrocessione d’ufficio del 2006.

Il Sud, come il Centro e il Nord-Ovest d’Italia, sceglie le squadre blasonate di Torino e Milano perché è pieno di ragazzini che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città e delle proprie province per non autocondannarsi all’impossibilità di competere per la vittoria. Questi giovani tifosi barattano la loro identità col potere, pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, perché il tifo costituisce un elemento primario di riconoscimento e di affermazione sociale. E difficilmente, crescendo, sono in grado di mettere in discussione le proprie scelte infantili.
Solo le città con identità forti e squadre di un certo rango, come Napoli, Roma e Firenze, riescono ad arginare il fenomeno. E infatti lo juventinismo, il milanismo e l’interismo attecchiscono molto di più nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. Cosa volete che scelgano i bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e di altre città e province che la Serie A non la vedono mai? Questi giovani devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre vincenti, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica.
Poi ci sono i tifosi di quei distretti che rappresentano realtà calcistiche di un certo rilievo ma che però sono storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre grandi storiche. In questi centri è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio.

Ecco perché Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una grande storia calcistica.

La mancanza di un preciso radicamento geografico della tifoseria bianconera fa della Juventus l’emblema del tifo apolide, ancor più dell’Inter e del Milan, che almeno si dividono Milano, mentre Torino è ampiamente granata. I colori bianconeri intercettano circa il 35% degli appassionati sparsi, un tifoso italiano su tre. Con sensibile distacco, l’Inter e Milan si contendono la seconda piazza, col 14%. Dietro le tre “industriali” segue il Napoli al 13% e poi la Roma al 7%, non a caso le altre due grandi città e le due grandi squadre poco vincenti perché non appartenenti a territori di storia industriale ma che però riescono ad accendere la fascinazione delle loro fortissime identità.

In definitiva, il meridionale che tifa per le squadre del Nord è nella stragrande maggioranza dei casi vittima di un’inazione infantile che paralizza in una posizione confortevole. Il fatto è che tutto questo determina anche vantaggi economici essenziali per le tre big. Basti ricordare che la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva e che il 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa, al netto del merchandising e della bigliettazione allo stadio. Potete facilmente immaginare quanti soldi Juventus, Milan e Inter intaschino grazie al seguito che raccolgono al Sud.

Piazza Plebiscito, roba da svizzeri

Angelo Forgione – La presenza dei nazionali svizzeri a Napoli è testimonianza storica di intense relazioni intrecciate dal Quattrocento fino a qualche decennio fa. Nel secondo Novecento i napoletani hanno iniziato a lasciare la propria terra per i territori del Nord-Italia e oltre, Svizzera compresa, con il sogno di una vita migliore, ma nei secoli precedenti era stata Napoli a rappresentare un approdo dinamico per chi cercava opportunità di lavoro più appaganti. Ginevra, Neuchâtel e Zurigo erano all’epoca il motore migratorio del territorio elvetico, come oggi lo è Napoli, che invece sprigionò, fino all’Unità d’Italia, grande capacità attrattiva anche nei confronti dei germanofoni e dei francofoni. Nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere: Caflish, Meuricoffre, Egg, Wenner, Schlaepfer, Vonwiller, Corradini, Zollinger, Meyer, Von Arx, tanto per citare le più rappresentative famiglie scese nella Napoli borbonica, dove tra l’altro erano di stanza i reggimenti svizzeri al servizio dei Borbone, fedeli alla Casa Reale fino al 1861. Rimase in piedi fino al 1984 la Scuola svizzera, istituita in forma di centro educativo nel 1811, chiusa per mancanza di alunni.
Singolare la storia della pasta Vojello, nata dalla conversione all’arte della pasta di August von Wittel, un progettista di Thun chiamato sotto il Vesuvio da Ferdinando II per la realizzazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (approfondimenti su Made in Naples, Magenes 2013). Ma forse la curiosità maggiore sta nella realizzazione della piazza simbolo di Napoli: i due edifici monumentali dirempettai del largo di Palazzo sono “made in Suisse”. Già, perché il Palazzo Reale fu realizzato dall’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543, che nel 1593 ricevette dal vicerè Fernando Ruiz de Castro, VI conte di Lemos, l’incarico di “cambiare il volto di Napoli”, seconda città dell’Impero di Spagna dopo Madrid e prima per popolazione, in vista della visita del Re Filippo III (che però non avvenne mai). La costruzione fu completata nel 1620 nelle sembianze che poi sarebbero mutate definitivamente nell’Ottocento, e sostituì la precedente residenza vicereale fatta edificare cinquant’anni prima dal viceré Don Pedro de Toledo, al culmine della strada da quest’ultimo aperta. Ed è ticinese anche la firma alla Basilica di San Francesco di Paola, dell’architetto Pietro Bianchi da Lugano, incaricato da Ferdinando I di Borbone di realizzare un edificio sacro per assolvere un voto di riconoscenza per la riconquista del Regno dopo il Congresso di Vienna. Inaugurata il 30 maggio del 1831, la chiesa in stile neoclassico fu compiuta definitivamente nel 1836, testimoniando al mondo l’importanza universale degli scavi di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia. Ma neanche i napoletani avrebbero mai immaginato che quel ponte urbanistico tra il Seicento e l’Ottocento che avrebbe separato i due lati del celebre slargo avrebbe portato da Fontana a Bianchi, da uno svizzero all’altro.

Natale, ritorno a Sud

Angelo Forgione Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari… tutte le città e i paesi del Sud in questi giorni hanno qualcosa in più. E poco c’entrano gli addobbi delle strade, le fiere e gli eventi. C’è qualcosa di molto più umano e caldo sottotraccia: le persone.
Le feste di Natale sono occasione per il rientro a casa. Per il Sud-Italia più che al Centro-Nord, dove pure c’è spostamento senza ripopolamento. Solo negli ultimi quindici anni sono emigrati oltre due milioni di meridionali, di cui cinquecentomila giovani tra i 15 e i 34 anni (trentamila laureati). Le frontiere della speranza sono, nell’ordine, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, mentre campani e sardi scelgono il Lazio; e poi la Germania, la Svizzera e la Gran Bretagna. Si tratta di un vero e proprio svuotamento silenzioso delle città del Sud, che si ripopolano parzialmente a Natale. Una marea di persone che vivono altrove per lavoro e studio rientra per riabbracciare parenti e amici e per trascorrere con loro le festività. Si tratta in buona parte di chi riapre la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere strade, paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con il luogo di origine, privato di opportunità, dal quale non ci si sarebbe mai voluti staccare.
È il ritorno alle origini a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali. Mi sfuggiva negli anni della mia immaturità. Sfugge ancora a troppi quel che comporta per le comunità il sistematico e drammatico sradicamento.

C’era una volta Napoli milionaria

C’era una volta Napoli milionaria

Censimento Istat 2011, la città continua a spopolarsi

Iniziano ad essere pubblicati i risultati del Censimento Istat 2011 e Napoli fa registrare un’ulteriore perdita di circa 56mila abitanti in 10 anni, alla media di 5.600 l’anno. La disoccupazione su tutto ha spinto i giovani fuori regione incentivando l’emigrazione che non conosce fine. Anche i prezzi delle case continuano a spingere le famiglie in provincia. La città scende così sotto il milione di residenti fermandosi a 970.438, meno del 1951, ben lontana dal picco di 1.226.594 napoletani nel 1971.
Dei sei comuni più grandi, Milano, Napoli, Palermo e Genova hanno visto negli ultimi decenni un lento e costante decremento di popolazione mentre Roma e Torino hanno guadagnato popolazione rispetto al 2001. Ormai la differenza tra Napoli e Torino è veramente esigua e con questo trend il censimento del 2021 potrebbe decretare la retrocessione di Napoli al quarto posto. E pensare che al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, era la maggiore città d’Italia con circa 440.000 abitanti mentre a cavallo tra Cinque e Seicento era la più popolosa d’Occidente.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. La città partenopea resta un’area di forte addensamento umano, quella col più alto coefficiente di abitanti per km², con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico. La città non ha possibilità di espansione territoriale come altre, non essendoci territori di campagna attorno da conquistare ed essendo compressa tra il mare e la provincia senza zone cuscinetto, provincia a sua volta circondata dalle altre regionali. Se è vero che Roma, con le sue immense campagne attorno, è oltre dieci volte più ampia di Napoli per superficie in km², è anche vero che dai Campi Flegrei fino alla zona vesuviana l’area urbanizzata attorno al golfo non conosce soluzione di continuità ed è significativo che il comune di Portici, contiguo a quello metropolitano, è il più densamente popolato del paese.

Di Napoli ce n’è una sola… ma anche no

Naples e Napoles, comunità omonime nel mondo

Un cordone ombelicale lega Napoli agli Stati Uniti e non è solo fama di canzoni, cibo e bellezze della città partenopea. Napoli è città italiana con molte omonime dedicate nel nuovo mondo, dove gli emigranti del periodo post-unitario si trasferirono per cercare fortuna.
Il caso più significativo è quello di Naples, città della Florida, fondata nel 1880 col nome della città partenopea per via del clima assolato e mite, del mare pescoso e della bellezza del posto paragonati al golfo di Napoli, anche se in realtà la conformazione geologica del luogo è ben diversa dalla Napoli originale. Vi si era trasferito l’ex calciatore Giorgio Chinaglia che curiosamente aveva giocato nell’Internapoli prima di diventare bandiera della Lazio, poi deceduto prima della partita Lazio-Napoli. Nel film statunitense “Stigmate” del 1999, c’è la scena in cui i due protagonisti si conoscono; un prete gesuita chiede ad una parrucchiera da dove viene. Lei risponde “Naples” riferendosi alla cittadina americana ma lui, sorridente, commenta in in italiano “la città più bella città del mondo” per poi ricevere chiarimento dell’equivoco.
Non solo la bella Naples sul mare, negli USA ve ne sono ben undici. Nel 1834, era già nata la città di Napoli nella contea di Cumberland nel Maine, nord USA. E poi la comunità di Naples nella contea di Boundary nello stato dell’Idaho composta da contadini e taglialegna in cui gli emigranti napoletani si trasferirono per costruire intorno al 1890 la prima ferrovia che attraversò la contea. Stesso nome per la Naples della contea Uintah nello Utah e per quella nella contea Ontario dello stato di New York dove, nella contea Cattaraugus c’è un’altra Napoli, stavolta chiamata all’italiana; e ancora, la Naples della contea di Clark in Dakota del Sud, la Naples nella contea di Scott in Illinois, la Naples nella contea di Morris in Texas e la Naples nella contea di Buffalo in Wisconsin.
Oltre gli USA, più a Sud vi sono Napoles in Messico, Bolivia, Colombia, Costa Riva, Ecuador, Messico e Filippine; e ancora Naples in Gambia.