I cambiamenti demografici dal 1500 a oggi

Angelo ForgioneCome dimostra l’istogramma animato, quelle di Napoli e di Venezia sono le uniche aree metropolitane italiane ad essere state fra le 10 più popolose al mondo dal 1500 ad oggi.
Napoli è stata a tratti la più popolata area urbana in Europa, la prima d’Occidente e seconda del Mediterraneo (dopo Costantinopoli/Istanbul), e ha saputo riprendersi persino dal dimezzamento demografico della popolazione causato dalla peste del 1656. Al momento dell’unificazione italiana, nel 1861, era di gran lunga la più popolosa e importante città d’Italia. Oggi, impossibilitata ad espandersi, è la provincia italiana con la più alta densità di popolazione.

Napoli per secoli “capitale” d’Italia

popolazioni italiane

Angelo ForgioneSi dà per scontato che Roma, la capitale d’Italia, il centro del mondo antico, sia sempre stata la città più popolosa e grande della Penisola. E invece non è così. Nel mondo rinascimentale le stavano avanti Napoli, Milano, Genova e Venezia, ed era alla pari di Palermo e Bologna. La vetta fu raggiunta solo col censimento del 1936, superando Milano, che a sua volta aveva superato Napoli, la città che per secoli aveva detenuto il primato assoluto e lo status di capitale, non solo demografica, dell’Italia politicamente disunita. Il grande centro campano, nel 1600, era stato addirittura il primo d’Occidente e secondo del Mediterraneo (dopo Costantinopoli), perdendo la posizione per effetto dell’epidemia di peste del 1656 che dimezzò improvvisamente la popolazione.
Il suo scarto su Roma e Milano, pure quest’ultima falcidiata dalla peste del 1630, era stato sempre ampio, e aveva raggiunto l’apice nei pieni fulgori borbonici che ne avevano fatto centro di inclusione, meta di intellettualità e una delle più importanti capitali culturali d’Europa, la terza città più popolosa del Continente, dopo Londra e Parigi.
Nel 1860, alla vigilia dei plebisciti di annessione del Sud al Regno di Sardegna dei Savoia, Napoli fu così descritta in parlamento dal deputato e filosofo milanese Giuseppe Ferrari, contrario alla piemontesizzazione d’Italia:

“Ho visto una città colossale, ricca, potente […]. Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti splendidi che nelle prime capitali dell’Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel rispondere, nel sociare, nel agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l’eterna regina della natura e delle Nazioni.
[…] Napoli è abbagliante di splendori, e voi volete prenderla incondizionatamente, volete che sia data a voi, che si dia a Torino. Non dico che voi vogliate, intendiamoci; ma il moto economico lo vuole, la vostra politica lo esige, la geografia del Piemonte e delle sue ambizioni ingenite lo richiede, ed, astrazione fatta dalle volontà individuali, il vostro principio conduce alla confisca immediata e incondizionata della più grande delle città italiane a profitto di una città senza dubbio coltissima e dotata di invincibili attrattive, ma della metà inferiore alla grandezza di Napoli.”

All’ombra del Vesuvio si superavano abbondantemente i quattrocentocinquantamila abitanti, ovvero le popolazioni di Milano e Torino messe insieme, e qualcosa in più. L’ultima, in assenza di Roma, la prima capitale d’Italia, ma decisamente modesta. La città sabauda, da piccolo paese piemontese, era persino cresciuta come capitale del Regno di Sardegna, triplicando la sua popolazione solo tra il 1800 e il 1861.
Napoli restò la più affollata città d’Italia fino al censimento del 1931, quando, per effetto delle politiche del Regno d’Italia, persa la sua capacità di inclusione sociale e iniziato il fenomeno migratorio, finì per essere sopravanzata da Milano e, in un colpo solo, anche da Roma in grande espansione, destinata a diventare la prima.
La perdita del secolare primato demografico significò per Napoli il tramonto dell’ultima eredità dell’antico prestigio e l’insorgere della nostalgia per il ruolo di città più rappresentativa del Paese, sottratto nell’immediato periodo post-unitario.
Quando, per effetto della Convenzione di settembre del 1864, la capitale dovette essere spostata da Torino, il ruolo fu conteso dalla modesta Firenze e dalla grande Napoli, la città più affollata e rappresentativa del Paese. Troppo per il re Vittorio Emanuele II, il quale, consapevole della non ancora sopita rilevanza dell’ex capitale borbonica, evitò che la città conquistata tornasse ad essere capitale, scongiurando difficoltà future. Il suo influente parere ai ministri fu eloquente:

“Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma”.

Si andò a Firenze, una città di duecentomila abitanti, quando Napoli ne contava quasi cinquecentomila.
In seguito la corte savoiarda si infilò a Roma per renderla definitiva Capitale e cacciarne il Potere temporale. Attorno al Colosseo vivevano duecentomila persone, quanti a Firenze. Solo da lì, la città laziale, cuore della politica nazionale circondato da campagne vergini, iniziò a crescere urbanisticamente e demograficamente.

(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale – ed. Magenes)

C’era una volta Napoli milionaria

C’era una volta Napoli milionaria

Censimento Istat 2011, la città continua a spopolarsi

Iniziano ad essere pubblicati i risultati del Censimento Istat 2011 e Napoli fa registrare un’ulteriore perdita di circa 56mila abitanti in 10 anni, alla media di 5.600 l’anno. La disoccupazione su tutto ha spinto i giovani fuori regione incentivando l’emigrazione che non conosce fine. Anche i prezzi delle case continuano a spingere le famiglie in provincia. La città scende così sotto il milione di residenti fermandosi a 970.438, meno del 1951, ben lontana dal picco di 1.226.594 napoletani nel 1971.
Dei sei comuni più grandi, Milano, Napoli, Palermo e Genova hanno visto negli ultimi decenni un lento e costante decremento di popolazione mentre Roma e Torino hanno guadagnato popolazione rispetto al 2001. Ormai la differenza tra Napoli e Torino è veramente esigua e con questo trend il censimento del 2021 potrebbe decretare la retrocessione di Napoli al quarto posto. E pensare che al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, era la maggiore città d’Italia con circa 440.000 abitanti mentre a cavallo tra Cinque e Seicento era la più popolosa d’Occidente.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. La città partenopea resta un’area di forte addensamento umano, quella col più alto coefficiente di abitanti per km², con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico. La città non ha possibilità di espansione territoriale come altre, non essendoci territori di campagna attorno da conquistare ed essendo compressa tra il mare e la provincia senza zone cuscinetto, provincia a sua volta circondata dalle altre regionali. Se è vero che Roma, con le sue immense campagne attorno, è oltre dieci volte più ampia di Napoli per superficie in km², è anche vero che dai Campi Flegrei fino alla zona vesuviana l’area urbanizzata attorno al golfo non conosce soluzione di continuità ed è significativo che il comune di Portici, contiguo a quello metropolitano, è il più densamente popolato del paese.