“Alto Piemonte”, un capitolo da aggiungere a ‘Dov’è la Vittoria’

Angelo ForgioneAttenzione a non sminuire l’inchiesta della trasmissione Report (Rai), trasmessa nella sua prima parte il 22/10/18 e incentrata sull’inchiesta “Alto Piemonte” e connessioni tra i dirigenti della Juventus e alcuni ultrà legati alla ‘ndrangheta. Sarebbe operazione per chi voleva vederla con l’ottica del tifoso anti-juventino e sperava fortemente in un nuovo scandalo da processare, non sapendo che lo scandalo, invece, è già stato processato in due sedi di giudizio su tre. Piuttosto, è stata utilissima per divulgare ciò che non poteva conoscere chi non aveva letto le carte. E a me, interessato al reale racconto di un calcio italiano sempre marcio dal 1898, non pare poco.
I giornalisti e gli scrittori hanno il dovere di raccontare il vero mondo del calcio, non quello finto che tanto piace a coloro che sguazzano in interessi di ogni tipo e lucrano sulla passione della gente, ben sapendo che gran parte della massa non è critica, non vuole che gli si rovini la ricreazione e perciò non vuole rendersi conto di ciò che accade al di fuori del rettangolo di gioco, senza indignarsi e negando persino l’evidenza. Ecco perché l’inchiesta di Report mi tornerà necessaria per integrare prossimamente il mio Dov’è la Vittoria.
“È così ovunque”. Questo è quello che dice, per generalizzazione, chi ha visto l’inchiesta televisiva. È vero che la Commissione Parlamentare Antimafia ha indagato sulle curve della Juventus, del Genoa, della Lazio, del Catania e del Napoli e ne è venuto fuori una differenza di atteggiamento da parte dei dirigenti della Juve e di quelli del Napoli. I bianconeri hanno favorito una vera e propria invasione della malavita nella gradinata Sud dello Stadium per il controllo del bagarinaggio, mentre gli azzurri hanno chiuso le porte della società a certi fenomeni, mostrandosi quale esempio assoluto. I più oltranzisti tifosi bianconeri, ma non solo loro, invece di pretendere un comportamento corretto dai dirigenti della loro squadra del cuore, e di sentirsi danneggiati da certe pratiche illecite, preferiscono insinuare connivenze del club di De Laurentiis con certi personaggi, riproponendo ostinatamente la figura di Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore, a bordo campo durante il match Napoli-Parma del 10 aprile 2010, dimenticando che la DDA di Napoli, ascoltata dall’Antimafia, ha più volte precisato che il rampollo Lo Russo ebbe accesso a bordo campo con un pass fornito dalla ditta esterna che curava il manto erboso, non dalla SSC Napoli, che invece fornì anche in quell’occasione la massima collaborazione mettendo a disposizione tutta la documentazione sulle persone che avevano accesso a bordo campo.
L’inchiesta della Commissione Parlamentare Antimafia non è quella dei magistrati antimafia di Torino che hanno condotto il processo “Alto Piemonte”, indagando su una cricca di criminali romeni per poi scoprire che la Gradinata Sud della Juventus era stata infiltrata dalla ‘ndrangheta. Rocco e Saverio Dominello, boss della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, si erano accordati con gli altri gruppi della curva per entrare nel business del bagarinaggio.
La sentenza di secondo grado della giustizia penale ha accertato che la Juventus “era ben disposta, come emerso da testimonianze e intercettazioni, a fornire agli ultrà cospicue quote di biglietti e abbonamenti perché li rivendessero e ne traessero benefici e utili, ottenendo come contropartita l’impegno a non commettere azioni violente”. Dunque, la Juve, secondo i magistrati, non è parte lesa e non si è neanche costituita parte civile.
Lasciamo stare l’ex tifoso Fabio Germani, presidente della fondazione “Italia Bianconera”, condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, conosciuto nel mondo della ‘ndrangheta piemontese come frequentatore della famiglia Agnelli e colui al quale Lapo Elkann si rivolse nella primavera del 2009 per ottenere l’esposizione degli striscioni in curva con su scritto “Lapo Presidente” in modo da scalzare il procugino Andrea nella corsa alla presidenza dell’allora disastrosa Juventus di Cobolli Gigli e Jean-Claud Blanc. Lasciamo stare anche la figura di Bryan Herdocia, un criminale daspato che continua ancora oggi a gestire il bagarinaggio direttamente da casa sua per conto dei Drughi; così come il leader degli Ultras dei “Bravi Ragazzi”, Andrea Puntorno, vicino al clan mafioso Li Vecchi e alla ndrina dei Macrì di Siderno, attualmente detenuto per traffico di droga, che grazie ai proventi dalla rivendita dei biglietti ottenuti dalla Juventus ha acquistato due case e un panificio.
Quel che deve interessare di più è l’operato di un tabaccaio di Cuneo che ha fornito all’ex capo ultrà Raffaello Bucci, Vice Supporter Liaison Office della Juventus FC, decine di ricevute di giocate al Lotto, tutte con lo stesso numero vincente, e poi centinaia di Gratta&Vinci, di SuperEnalotto. Un metodo della ‘ndrangheta per riciclare denaro sporco, grazie a ricevitorie compiacenti che non pagano direttamente il vero vincitore ma lo liquidano in contanti che fornisce chi deve riciclare i soldi, il quale entra così in possesso della scheda vincente e la incassa a proprio nome senza pericolo di contestazione.
Quel che deve interessare è che la Juventus non ha solo lasciato campo aperto a certi soggetti ma se ne è proprio avvalsa per mantenere un certo “ordine” allo stadio, e ha venduto migliaia di biglietti agli ultrà nella consapevolezza che li avrebbero rivenduti a prezzi maggiorati.
L’uomo chiave non è certamente l’unico che ha scontato per intero l’inibizione comminata dal Tribunale Sportivo, ovvero Francesco Calvo, ex direttore marketing del club e oggi alla Roma. Un tempo era il migliore amico di Andrea Agnelli, ma lasciò il club nell’autunno del 2015, quando il presidente della Juventus, alla faccia dell’amicizia, rubò il cuore di sua moglie, la modella turca Deniz Akalin.
L’uomo chiave, piuttosto, è Alessandro D’Angelo, il capo della Securety della Juventus FC, figlio dell’autista di Umberto Agnelli e perciò amico d’infanzia di Andrea Agnelli, che lo ha assunto nel 2011 in bianconero per curare un ruolo delicato, e non l’ha certo licenziato per il suo operato concordato. È ancora in carica D’Angelo, inizialmente inibito dalla giustizia sportiva e poi riabilitato per “difetto di giurisdizione sportivo-disciplinare”. Stesso destino per Stefano Merulla, responsabile della biglietteria.
Altro uomo chiave è Raffaello Bucci, poi suicidatosi all’indomani delle deposizioni rese ai magistrati che indagavano sui rapporti tra Juve, ultrà e ‘ndrangheta. Era una sorta di ministro delle finanze del più importante gruppo ultras, i Drughi del temutissimo pregiudicato Dino Mocciola; aveva gestito per anni il bagarinaggio favorito dalla Juventus stessa all’esterno dello Stadium, e aveva pure concordato con D’Angelo l’introduzione nell’impianto di striscioni vietati, con frasi ingiuriose riferite alla tragedia di Superga, esponendo la Juventus al pagamento di una multa salatissima. Ricatti ai quali il club sottostava pianificando l’elusione dei controlli invece di serrarli, avvalendosi delle attività ristoranti dell’impianto sportivo, ma finendo nella rete della videosorveglianza. Dalle intercettazioni telefoniche tra i due pare addirittura che non precisati alti dirigenti del club avessero detto a D’Angelo di non fare più da solo in certi casi ma di avvertirli in modo da ricevere aiuto e di evitare figuracce. Ad ogni modo, nonostante il pericolosissimo profilo del Bucci, pure informatore dei servizi segreti, dopo qualche tempo, la Juventus FC, invece di denunciarlo, lo ingaggiò come Vice Supporter Liaison Office, la figura che cura i rapporti tra ultrà, dirigenza e forze dell’ordine. Vice-SLO, insomma, collaboratore sul campo dello SLO, rispondente al nome di Alberto Pairetto, fratello di Luca, arbitro di Serie A e figlio di Pierluigi, ex arbitro e poi designatore arbitrale, fino a quando non fu travolto da Calciopoli, condannato in appello a due anni salvo poi finire in prescrizione. Secondo l’accusa, uno di quelli a cui Luciano Moggi telefonava su schede svizzere per scegliersi gli arbitri amici. Ancora oggi la FIGC percepisce proventi di sponsorizzazione dalla Fiat Chrysler Automobilies N.V., un’azienda che, come la Juventus FC SpA, è partecipata in maggioranza dal gruppo Exor N.V., controllato dalle famiglie Elkann/Agnelli.
L’inchiesta “Alto Piemonte” non ha colpito la Juventus FC ma ha parzialmente scoperchiato le responsabilità non penali di una società che ha aperto le porte ai soggetti peggiori, magari non sapendo che fossero mafiosi, ma certamente conoscendo i loro metodi e le loro intenzioni; una società che ha favorito l’introduzione di striscioni ignominiosi nel suo stadio, conoscendone il contenuto; una società che ha presentato un ricorso contro la squalifica della curva dei suoi ultrà più radicati per discriminazione territoriale; una società che, già macchiata dai passati processi (culminati nelle prescrizioni) per le alterazioni delle potenzialità della squadra sul campo, è di fatto corresponsabile della degenerazione etica e ambientale dell’impianto sportivo di sua proprietà. Questa società, che evidentemente non può insegnare etica a nessuno, è partner dell’UNESCO, capofila al fianco dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura nella lotta alle discriminazioni nel calcio. Inaccettabile. 
Ecco perché, dopo aver scritto a quelli di Parigi, ho aperto una petizione on line contro una simile partnership per sollecitare una risposta.

Per firmare la petizione on line clicca qui

Il Sud che tifa per la Juventus e per le squadre di Milano

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia? Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord? Le risposte le ho date alla testata Vesuvio Live, così come di seguito riportato.

Slegare il Calcio dalla storia comprometterebbe una corretta comprensione degli attuali equilibri sportivi ed economici che regolano la geografia del sistema pallone in Italia. Riavvolgere il nastro degli eventi rappresenta l’unica soluzione per rispondere a domande che non sempre trovano una risposta adeguata.

L’impresa di chiarire alcuni fondamentali aspetti storico-sportivi e sociologici è riuscita ad Angelo Forgione, giornalista, scrittore e ricercatore storico napoletano che ha affrontato questi temi nel suo recente libro Dov’è la Vittoria.

Come ha fatto la Juve a essere la squadra più tifata d’Italia?

C’entra il mondo dell’industria, cui è legato a doppio filo il Calcio sin dai sui principi britannici. Ne ho scritto approfonditamente nel mio libro Dov’è la Vittoria, in cui chiarisco come tutto questo abbia influito in un Paese come l’Italia, squilibrato economicamente come nessun altro.

La Juventus ha iniziato a ingrossare il suo seguito nel dopoguerra. Fino al 1949, anno della scomparsa del Grande Torino, contava 7 scudetti, solo 1 in più dei granata, la cui superiorità schiacciante fu improvvisamente interrotta dalla tragedia di Superga. L’Inter e il Bologna ne avevano 5 e il Milan 3. Ne vantava addirittura 9 il Genoa, e 7 la Pro Vercelli, ma il loro prestigio era legato ai primi campionati, quelli in cui il tricolore si disputava solo tra squadre del “triangolo industriale”.
Sparito il Grande Torino, che tra l’altro era nato come Torino-Fiat quando la famiglia Agnelli si era disinteressata della Juventus, i bianconeri, riacquistati da Gianni Agnelli nel 1948, si ritrovarono in competizione con Inter e Milan negli anni del “miracolo economico” italiano, quando si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi agricoli per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. I nuovi residenti dell’area piementese, cioè pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, trovarono ostilità e cartelli con scritte discriminatorie, e dovettero trovarsi dei riferimenti locali da sposare per farsi accettare. Il Calcio divenne il modo più immediato per combattere l’emarginazione, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino a quel momento sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, divenne improvvisamente la squadra dei proletari immigrati, mentre il Torino divenne la squadra dei torinesi.

Il club bianconero, a quel punto, capì di doversi dare un’immagine che risultasse familiare ai lavoratori meridionali della Fiat e iniziò a rastrellare talenti del Sud, in un campionato in cui le frontiere erano chiuse. E così, nel maggio del ‘68 chiuse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il catanese Pietro Anastasi, nonostante il giovane centravanti fosse già promesso all’Inter. Gianni Agnelli lo strappò di forza ai nerazzurri con un blitz improvviso. Il presidente del Varese, Giovanni Borghi, era il patron della Ignis, produceva l’articolo del momento, il rivoluzionario frigorifero, e i compressori glieli forniva proprio la Fiat. L’offerta dell’Avvocato non si poteva proprio rifiutare. E il prezzo del calciatore, in parte, fu pure pagato con merce. Anastasi, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’idolo del popolo degli emigranti del Sud e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi di periferia come in quelle siciliane. Così come la foto del sardo Cuccureddu, del palermitano Furino e del leccese Causio, una significativa rappresentanza meridionale nei 5 scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Juventus. Il suo nome, che non era quello di una città e non imponeva il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della popolarità bianconera.

I meridionali di Torino, quelli che costruivano le fortune economiche della famiglia Agnelli, trasmisero la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali fece facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale.
La Juventus dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”. Le convocazioni dei calciatori juventini nella Nazionale italiana divennero massicce e sul cosiddetto “blocco-Juve” fu costruita la Nazionale che giunse quarta ai Mondiali del 1978 e vinse quelli del 1982. Ben nove juventini scesero in campo in Argentina e sei furono titolarissimi nella trionfale spedizione in Spagna. La Juventus, così, si rese definitivamente la squadra d’Italia, la nazione campione del mondo.

Perché al Sud si tifa per le squadre del Nord?

Discorso delicato, soprattutto a Napoli, e anche di questo parlo nel mio libro con un’analisi sociologica che provo a sintetizzare. Le tre principali scintille d’innesco della fede sportiva sono legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal proprio territorio e quella evocata dal successo. Quest’ultima è quella porta a tifare per la Juventus, ma anche per il Milan e l’Inter, perché sono i club che storicamente hanno scritto cicli vincenti. I più piccoli amano e desiderano vincere, a tutti i costi, e del resto modificano spudoratamente le regole dei loro giochi pur di riuscirvi. In loro si sviluppa molto presto la voglia di affermarsi e per questo preferiscono la sensazione appagante della vittoria e rifiutano quella deludente della sconfitta.

Se primeggiare è il primo istinto del piccolo tifoso non c’è da stupirsi che la Juventus, la squadra italiana che vanta più titoli nazionali, sia anche quella che vanta più sostenitori, nonostante i ripetuti scandali più o meno recenti, la revoca degli scudetti e la retrocessione d’ufficio del 2006.

Il Sud, come il Centro e il Nord-Ovest d’Italia, sceglie le squadre blasonate di Torino e Milano perché è pieno di ragazzini che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città e delle proprie province per non autocondannarsi all’impossibilità di competere per la vittoria. Questi giovani tifosi barattano la loro identità col potere, pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, perché il tifo costituisce un elemento primario di riconoscimento e di affermazione sociale. E difficilmente, crescendo, sono in grado di mettere in discussione le proprie scelte infantili.
Solo le città con identità forti e squadre di un certo rango, come Napoli, Roma e Firenze, riescono ad arginare il fenomeno. E infatti lo juventinismo, il milanismo e l’interismo attecchiscono molto di più nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. Cosa volete che scelgano i bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e di altre città e province che la Serie A non la vedono mai? Questi giovani devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre vincenti, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica.
Poi ci sono i tifosi di quei distretti che rappresentano realtà calcistiche di un certo rilievo ma che però sono storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre grandi storiche. In questi centri è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio.

Ecco perché Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una grande storia calcistica.

La mancanza di un preciso radicamento geografico della tifoseria bianconera fa della Juventus l’emblema del tifo apolide, ancor più dell’Inter e del Milan, che almeno si dividono Milano, mentre Torino è ampiamente granata. I colori bianconeri intercettano circa il 35% degli appassionati sparsi, un tifoso italiano su tre. Con sensibile distacco, l’Inter e Milan si contendono la seconda piazza, col 14%. Dietro le tre “industriali” segue il Napoli al 13% e poi la Roma al 7%, non a caso le altre due grandi città e le due grandi squadre poco vincenti perché non appartenenti a territori di storia industriale ma che però riescono ad accendere la fascinazione delle loro fortissime identità.

In definitiva, il meridionale che tifa per le squadre del Nord è nella stragrande maggioranza dei casi vittima di un’inazione infantile che paralizza in una posizione confortevole. Il fatto è che tutto questo determina anche vantaggi economici essenziali per le tre big. Basti ricordare che la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva e che il 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa, al netto del merchandising e della bigliettazione allo stadio. Potete facilmente immaginare quanti soldi Juventus, Milan e Inter intaschino grazie al seguito che raccolgono al Sud.