Il caciocavallo secondo Conad

Angelo Forgione Lo dico immediatamente: lo spot di Conad lanciato a Natale è un disgustoso encomio alla settentrional colonizzazione del Meridione.
Uno spot che fa leva sullo sradicamento di sistema, quello per cui un meridionale deve andare a dare le sue braccia e il suo cervello al profitto del Nord, che invia prodotti al Sud acquirente che le mamme mettono nelle valigie dei figli che partono per il Nord. Una spirale perversa.
E il meridionale è pure contento di farlo a Natale, quella che ho definito “la festa del ritorno”, quella in cui tutti gli emigrati meridionali al Nord ripopolano i loro luoghi di origine e si ricongiungono con le radici spezzate.
«Ah… e certo che sono contento», dice il disoccupato non più tale. Dall’altra parte del telefono qualcuno deve avergli detto qualcosa del tipo: “ma come, ti facciamo questa grazia e tu non fai salti di gioia”?
Questo spot del Consorzio Nazionale Dettaglianti di Bologna mi fa male, ma un male lancinante. Tutto in nome delle politiche neoliberiste del lavoro imperniate sugli impieghi precari che sradicano le persone dai loro territori, soprattutto meridionali, da oltre un secolo schiavi.
Era più schietto dire “a tutti i nostri meridionali che vanno lontano”. Volevano toccare il cuore e hanno toccato un nervo scoperto.

Natale al Sud, festa del ritorno

Angelo Forgione Penso a tutte le mamme del mio Sud, ora che è di nuovo Natale. Non festeggiano nessuna ricorrenza come quella in cui fanno ritorno a casa i loro figli emigrati altrove. Non c’è famiglia meridionale che non abbia qualcuno lontano da casa e dagli affetti. Ed eccole, le mamme dei “ragazzi” di ritorno, in questi giorni, riempire il frigorifero di tutti i loro cibi preferiti, dare aria alle camerette, tirare fuori lenzuola fresche di bucato, prepararsi a godersi l’abbraccio.
La mamma meridionale è una dea Cerere, è terra madre, pronta a ri-accogliere, a saldare radici spezzate.
Sarebbe il caso, almeno al Sud, di sostituire il Natale del consumismo, svuotato del suo mistico significato, con la festa del vero valore delle famiglie meridionali: il ritorno. Il 25 dicembre, al Sud più che altrove, dovrebbe essere la “festa del ritorno”.
Chi ritorna non vuole aprire regali. Chi ritorna vuole aprire la scatola dei ricordi per gustare i sapori locali, per rivedere paesaggi e panorami persi, per riconciliarsi con le origini. È il ritorno alle radici a dare quel qualcosa in più al Natale dei meridionali, e l’euforia la si taglia a fette, per le strade, affollatissime, perché il ritorno significa ripopolamento temporaneo del dissanguato Sud.
Sono le mamme a celebralo questo sacro ritorno, ad officiarlo, a renderlo solenne. E beato chi ce l’ha una mamma.
Mi sfuggiva, negli anni della mia immaturità, cosa il Natale restituisse ai meridionali. Mi sfuggiva, in quelli della maturità, chi rendeva perfetto il ritorno.

benvenuto_napoletani

Complimenti a chi ha preparato questo striscione di benvenuto esposto alla Stazione Centrale di Napoli.

1463-2018, il Banco di Napoli finisce qui

Angelo Forgione Venerdì 23 novembre 2018: ultimo giorno operativo dell’istituto bancario più solido d’Italia al momento dell’unità, il più antico operante d’Europa, quello che ha creato la finanza, seppur posteriore al più antico Banco di San Giorgio, nato a Genova nel 1407 e cessato nel 1805. Ora il primato passa al Monte dei Paschi di Siena (in attività dal 1472 come Monte di Pietà), salvato con mille artifici dal Governo così come la banche venete e le altre piccole banche popolari, ben più pregiudicate di quanto non fosse il glorioso istituto napoletano nel 1994.

Ultimo atto di colonizzazione, il Banco di Napoli, con tutta la sua storia, finisce qui. Restano solo il marchio e le insegne; prima o poi andranno via anch’esse. Resta la Fondazione Banco di Napoli, indipendente, il cui archivio storico in via dei Tribunali è la più imponente raccolta di documentazione bancaria esistente al mondo, contenente notizie rilevanti per la storia economica, sociale ed artistica del Mezzogiorno d’Italia e dei suo rapporti con l’estero. E resta il detto popolare “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignamme, ‘o bbanco ‘e Napule nunn’ê ‘mpegna”.

La fine del Banco di Napoli è solo l’atto formale di un’acquisizione torinese avvenuta già anni fa, nel totale silenzio della città. Era il 2002, periodo in cui anche la SSC Napoli andava incontro al destino di una crisi irreversibile. Immaginate se ad acquisire il club azzurro fosse stata la proprietà della Juventus (ci andò vicino quella dell’Udinese)… I napoletani sarebbero scesi in piazza e bloccato la città. Ma era “solo” una banca, motore dell’economia meridionale, e non valeva la pena perdere il sonno per un pilastro della città che finiva in mani settentrionali. Come ormai lo sono tutte le banche del Meridione, nelle mani dei gruppi del Nord, i quali, a loro volta, “dipendono” dal sistema finanziario internazionale.
La conseguenza disastrosa è che con la raccolta degli sportelli del Sud, quindi coi risparmi dei meridionali, si coprono i finanziamenti fatti dalle banche alle aziende del Nord.
Si tratta di “servizi”, una voce silenziosa che, insieme ai “beni”, serve a trasferire danaro dal Sud al Nord (come evidenziai un anno fa a Mediaset; ndr). Cioè, il meridionale risparmia qualcosa al supermercato, là dove compra soprattutto Nord? Il suo risparmio, depositato in banca, serve per sostenere l’economia del Nord.

E infatti il recente rapporto 2018 della Svimez dedica un capitolo a smontare nuovamente la teoria secondo la quale il Mezzogiorno drena risorse dal Nord, quantificando le risorse economiche e umane che si spostano dal Settentrionale al Mezzogiorno e viceversa. Se da un lato si ci sono “i trasferimenti netti di risorse pubbliche che da Nord vanno a Sud”, dall’altro ci sono “corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord”.
A queste interdipendenze contribuiscono anche le banche. Gli economisti della Svimez ricordano proprio come a Sud negli ultimi anni siano proliferati istituti di proprietà non meridionale e che allo stesso tempo alcune banche hanno mantenuto la sede legale nel Mezzogiorno ma sono entrate e far parte di gruppi bancari del Centro-Nord. Ciò ha favorito “una tendenza in atto da tempo di impiegare la raccolta bancaria delle Regioni meridionali per finanziare investimenti maggiormente remunerativi e meno rischiosi nelle aree più produttive del Paese, invece di utilizzarla per dare credito al sistema produttivo locale”.
E poi i consumi. Secondo le stime degli economisti, è sulle spese dei meridionali che si fonda un pezzo di ricchezza del resto del Paese. Una fetta non indifferente. Il mercato di destinazione del Sud genera al Centro Nord un Pil pari alla metà di quello che genera tutto il mercato estero. Stando ai numeri, per rispondere alla domanda di consumo e investimento dei meridionali, al Nord si è prodotta ricchezza per un ammontare di 186 miliardi di euro. Senza contare i 175mila giovani meridionali che studiano e consumano nel Settentrione, e nemmeno quelli che vanno a farsi curare negli ospedali lontani.

STORIA A TAPPE DEL BANCO DI NAPOLI

1463 – La cassa di depositi e prestiti della “Casa Santa dell’Annunziata”, esegue le prime operazioni come banco pubblico.

1539 – Costituzione del Monte della Pietà di Napoli in via S. Biagio dei librai con finalità filantropiche per prammatica di espulsione degli ebrei emessa dal vicerè Pedro de Toledo, al fine di risolvere i problemi di usura generati dagli stranieri e dai banchieri genovesi che facevano prestiti ai napoletani.

1569 – Il Monte di Pietà di Napoli istituisce la “fede di credito”, inventando di fatto l’assegno cartaceo che sostituisce la moneta in contanti.

1794 – Ferdinando di Borbone riunisce i banchi pubblici di Napoli e istituisce il Banco Nazionale di Napoli.

1808 – Gioacchino Murat, nell’interregno napoleonico, rinonima il Banco Nazionale di Napoli in Banco delle Due Sicilie.

1818 – Dolo la Restaurazione, il Banco delle Due Sicilie istituisce la Cassa di Sconto per sostenere l’economia del Sud erogando ingenti finanziamenti, e apre due filiali in Sicilia, a Messina e a Palermo, e successivamente a Bari. In tre anni il patrimonio raddoppia.

1849 – Ferdinando II di Borbone suddivide il Banco delle Due Sicilie in Real Banco di Napoli o dei dominî di qua dal Faro e Real Banco di Sicilia o dei dominî di là dal Faro, con amministrazioni separate.

1862 – Con la legge Pepoli si estende la lira piemontese a tutto il nuovo Regno d’Italia. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia hanno facoltà di emettere moneta italiana.

1893 – In seguito all’incontrollato finanziamento dell’industria e dell’impresa settentrionali, e al conseguente scandalo della Banca Romana, si rende necessario il riordino degli istituti di emissione. Nasce la Banca d’Italia, fusione fra tre degli istituti esistenti, la Banca Nazionale del Regno d’Italia e due banche toscane. Il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, invece, superano la crisi brillantemente e continuano la loro attività autonomamente.

1906 – A seguito della grande emigrazione italiana verso le Americhe, il Banco di Napoli apre una filiale a New York, a cui seguono quelle di Chicago e Buenos Aires, divenendo la prima banca italiana con filiali all’estero. Due filiali anche nei territori africani conquistati, a Tripoli e a Bengasi.

1926 – La Società delle Nazioni, per fronteggiare il caos monetario del dopoguerra, obbliga gli Stati Europei ad istituire le Banche Centrali. L’emissione diviene così ad esclusivo appannaggio della Banca d’Italia e il Banco di Napoli perde la facoltà di emettere banconote, assumendo la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico.

1939 – L’architetto Piacentini cura la facciata della sede del Banco di Napoli di Via Toledo.

1988 – Il Banco di Napoli, dopo la ripartenza del dopoguerra, conta filiali a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid, e uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca oltre a filiazioni come il Banco di Napoli International a Lussemburgo.

1991 – Il Banco di Napoli è il primo banco pubblico ad attuare la “Legge Amato”, sdoppiandosi in Banco di Napoli SpA per le attività creditizie e Fondazione Banco di Napoli con finalità culturali e filantropiche.

1994 – Inizia la crisi della Società bancaria, frutto di una fallimentare politica creditizia di tipo clientelare garantita dal potente dirigente di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia (colui che nel 1984 ha garantito al Napoli la liquidità necessaria per il sensazionale acquisto di Maradona), che esce di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia. Restano scoperti migliaia di miliardi di finanziamenti erogati a imprenditori meridionali, partiti politici ed enti pubblici insolventi. Le consistenti perdite rendono indispensabile l’intervento straordinario del Governo, finalizzato alla privatizzazione dell’Istituto. Il Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, azzera il capitale sociale per rendere il Banco un bene senza valore da vendere all’asta.

1997 – Il Banco di Napoli viene acquistato da una cordata formata dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e dalla Banca Nazionale del Lavoro per 61,4 miliardi di vecchie lire, una cifra decisamente inferiore al valore di una banca con circa 800 sportelli in tutt’Italia.

2002 – Dopo una paralisi gestionale, la cordata INA-BNL rivende il Banco di Napoli per 6.000 miliardi al SanPaolo IMI, realizzando una plusvalenza enorme che consente il salvataggio della BNL, in forte crisi da un decennio per alcune operazioni irregolari compiute dalla filiale statunitense di Atlanta. Per salvare l’istituto romano viene sacrificato quello napoletano. Cancellata la plurisecolare autonomia ed azzerata la funzione di guida e supporto per la già provata economia del Mezzogiorno.

2006 – A seguito della fusione del Gruppo Sanpaolo IMI con gruppo Intesa, il Banco di Napoli viene trasformato in un semplice istituto pluriregionale limitato al risparmio e al credito a famiglie e piccoli operatori economici di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

2018 – Il Banco di Napoli è inglobato da Intesa San Paolo, che ne conserva solamente il marchio e le insegne. Fine della storia.

Il Sud ignorato dai media e mal raccontato

Angelo Forgione – Il giornalista Maurizio Ferraris, piemontese, se la ride quando il professor Stefano Cristante, docente settentrionale di Sociologia dei processi culturali e comunicativi in Puglia, gli ricorda che i primati tecnologici dell’Ottocento italiano arrivavano dal Sud: «La prima ferrovia nel Regno delle Due Sicilie… noi piemontesi ce ne siamo avvalsi per meglio condurre l’invasione».
È una cruda verità storica in un dialogo televisivo per spiegare il Mezzogiorno, che nei media nazionali è spesso rappresentato come terra della criminalità e del degrado. Questa rappresentazione non si limita a cogliere dati di fatto ma aggiunge ai fatti un’interpretazione che fa di alcuni problemi la chiave di lettura di un’intera area geografica. Alla cultura del Sud non si rende giustizia e l’immagine che se ne dà è oggetto di processi di semplificazione e di caricatura.
Cristante snocciola un monitoraggio condotto insieme alla collega Valentina Cremonesi sugli argomenti trattati dal Tg1: da circa 35 anni solo il 9% delle notizie apparse sul telegiornale più seguito dagli italiani sono state dedicate al Sud Italia, e di questo 9% si è trattato per il 75% di cronaca e criminalità, seguito dal meteo e dal welfare, tradotto in malasanità. Lo stesso vale per il Corriere della Sera e per la Repubblica, che dal 2000 al 2010 hanno dedicato al Mezzogiorno uno spazio sempre più marginale: 500 articoli contro i 2.000 del ventennio 1980-2000, legati quasi esclusivamente a due sole categorie criminalità/cronaca nera e meteo/natura. Ciò per cui eccelle il Sud, sostanzialmente, non è stato e non viene raccontato, e non è solo un problema riferito a giornali o trasmissioni di chiara impronta discriminatoria. 
In sostanza, un terzo del territorio e degli abitanti d’Italia sono sistematicamente ignorati dai media o hanno un ruolo marginale.
La politica, incapace di mettere mano alla Questione meridionale ma solo di tradurre il lamento in vittimismo al pari di buona parte dell’opinione pubblica, non è stata in grado di intercettare il malcontento, che si è aggiunto al disagio esistenziale. Vittimismo che non va oltre l’incapacità dei meridionali di trasfomare la loro grande potenza creativa in forza politica, come evidenzia l’editore Alessandro Laterza. Ed ecco spiegato perché la gente del Sud, orfana di classi dirigenti all’altezza di proporre un riscatto, si affida in massa a persone senza esperienze di governo e dalla faccia pulita.

Massoneria, mafia e politica: il perverso abbraccio che dal 1861 stritola soprattutto il Sud

La commistione tra le logge massoniche e le mafie di Calabria e Sicilia è sempre più forte, e allora la presidentessa della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, chiede una legge che imponga ai funzionari pubblici di dichiarare la loro iscrizione alla Massoneria, ma il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, si dice preoccupato per il carattere fascista di una richiesta che investirebbe tutte le logge, anche quelle regolari.
Per capire certe dinamiche è il caso di fare un po’ di storia e di ricordare cosa accadde dopo l’Unità d’Italia. I massoni, nel secondo Ottocento, sentirono l’esigenza di muoversi nello scenario politico del proclamato dello Stato unitario in maniera riservata e segreta. Il Grande Oriente d’Italia si mosse per salvaguardare l’identità degli affiliati più in vista, e così, nel 1877, l’allora Gran Maestro, il pratese Giuseppe Mazzoni, costituì la loggia Propaganda massonica, sciolta dalla repressione fascista e poi ricostituitasi sotto nuovo nome Propaganda 2, cioè la P2, completamente deviata dal Maestro venerabile Licio Gelli, pistoiese, manovratore di un club esclusivo di imprenditori e funzionari statali di ogni livello capaci di condizionare in modo occulto le alte istituzioni dello Stato.
Non sono chiari a tutti certi processi, e ancor meno chiare sono le parentele delle logge meridionali con le mafie, cioè con quelle società segrete di tipo paramassonico piramidale nate al Sud intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara, ma in due città ricche quali erano allora Napoli e Palermo, non certamente le povere Napoli e Palermo di oggi. Tanto la Massoneria italiana quanto le mafie di Napoli e Sicilia ebbero come nemico comune il russofilo Ferdinando II di Borbone, spavaldo con gli inglesi, e per conto di Londra operarono alla cancellazione delle Due Sicilie. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti e i camorristi di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente, di cui Londra è ben al corrente. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare il meglio geo-posizionato Regno delle Due Sicilie e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez, e non è certo casuale l’impiego del crimine organizzato da parte degli anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico di avamposto verso l’Oriente ed il Nord Africa.
Le mafie non accennano a sparire, nonostante la parvenza di lotta che lo Stato sbandiera da sempre, perché fungono da ammortizzatore sociale da quando il Meridione è stato posto ai margini del progresso nazionale. Proviamo a immaginare cosa succederebbe al Sud se le si cancellassero e pensiamo a quanto ci guadagnino dalle “sventure” del Mezzogiorno certi corrotti professionisti dell’antimafia (ripassate la storia del povero Agostino Cordova) e pure scrittori simbolo della “lotta” al crimine organizzato trasformato in show-business, che certi argomenti non li chiariscono, pur sapendo che, come ci sono pentiti di mafia, ve ne sono anche di Massoneria, iniziati che con le logge deviate non vogliono avere troppo a che fare, come l’ex Gran Maestro Giuliano Di Bernardo.

Questione catalana, meridionale e napoletana

In una puntata speciale di Club Napoli All News, le istanze catalane e quelle meridionali, che pochissimo hanno in comune. Al netto delle manganellate franchiste di Madrid, la politica di Barcellona sfrutta il vero sentimento identitario per questioni economiche, e assomiglia più a quella di Lombardia e Veneto, con i loro referendum. La secessione lasciamola ai popoli colonizzati, non alle politiche “leghiste”.
E poi, l’Italia che non esiste e i problemi di Napoli, a tutto tondo.

Intervista per il Roma

versione integrale a cura di Fiore Marro

La nuova frontiera della divulgazione identitaria passa attraverso le giovani leve arrivate nel periodo post-neoborbonico. Firma eccellente di questo nuovo filone letterario è senza dubbio Angelo Forgione, che ha elaborato, in questi tempi, l’idea dell’appartenenza territoriale espressa anche attraverso il mondo del calcio, in questo caso sponda Napoli azzurra. Molto interessanti sono considerate dai più le sue tesi socio–economiche del fenomeno che contraddistingue il nord ricco e opulento al sud sfruttato e tenuto nella incomprensibile ristrettezza. Il suo primo libro, Made in Naples (Magenes, € 15), ha raggiunto un’ottima se non eccelsa distribuzione di vendita, soprattutto nell’antica capitale sebezia. Proviamo a conoscerlo più da vicino.

Da dove nasce l’interesse per i temi che tratti?

«Nasce dalle mie radici e dalla mia indole. Sono napoletano, e poi sono curioso. Essere napoletani impone l’osservazione di mille contrasti tra bello e brutto, tra nobile e plebeo, tra sfarzo e miseria. La curiosità ti conduce a non ignorarli, a non considerarli normali, a capirli e a decifrare la realtà in cui vivi per come si è originata, non limitandoti a una semplice fotografia del presente. Napoli è uno stimolo continuo e io non le sono mai stato indifferente, neanche nell’età dell’incoscienza. La mia realtà e la mia indole mi hanno condotto a capire Napoli, il Sud, l’Italia, e a voler raccontare tutto.»

Dunque, Napoli è responsabile nel tuo sentire l’esigenza di raccontare. Se tu fossi nato a Milano o Bologna avresti intrapreso la stessa strada?

«Non saprei dire quanto mi avrebbe potuto stimolare un ambiente diverso, meno difficile e più inclusivo. Gli impulsi sarebbero stati certamente diversi, ma penso che alla fine la verità è al centro di tutto, e prima o poi vi si arriva se è quella la meta, da qualsiasi parte si intraprenda il cammino. Di certo, partendo dal mio ambiente, ho percorso anche il tragitto di quelle città. A breve, infatti, sarà nelle librerie il mio terzo lavoro, imperniato sulle vicende incrociate di Napoli e Milano, le capitali morali d’Italia, quella pre-unitaria e quella post-unitaria, i due paradigmi per comprendere l’intera vicenda storica della Penisola. La verità appartiene a tutti e passa dappertutto.»

Spesso nel tuo blog scrivi di storia napoletana. Perché, a tuo avviso, è importante ricordare?

«Perché l’identità è un aspetto vitale di un luogo, ed è un valore da preservare nel mondo globalizzato. Là dove c’è, esiste un popolo. L’identità napoletana sopravvive miracolosamente, rivitalizzandosi continuamente, nonostante tutto. Napoli si è fatta, più di ogni altro luogo occidentale, cuore di una riflessione che riguarda le metropoli più antiche d’Europa, che hanno smarrito il loro orientamento. Se n’è accorta l’UNESCO, che protegge l’antica Neapolis per i suoi valori universali senza uguali che hanno esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e oltre. E prima ancora se n’è accorto l’ICOMOS, un comitato di oltre settemila tra architetti, geografi, urbanisti e storici dell’arte che già nel 1995 ha certificato che Napoli ha radici culturali completamente diverse da qualsiasi altra città italiana e che il confronto sarebbe inutile anche con città vagamente somiglianti come Barcellona e Marsiglia, poiché Napoli rappresenta l’unicità. Il problema è che l’unicità napoletana, la sua identità, sono state declinate sotto il profilo folcloristico nell’ultimo secolo, tant’è che i turisti si recano a Napoli principalmente per i suoi colori, per i suoi sapori, per i suoi suoni, spesso dimenticando la sua aristocratica cultura, e solo quando vi si immergono comprendono che è anche una città ricca d’arte. Se vogliamo che Napoli venga percepita per quella gran capitale di cultura qual è abbiamo l’obbligo di raccontarla per bene, anche ai napoletani.»

Cosa pensi del revisionismo storico borbonico e duosiciliano?

«È prezioso, ma non va incanalato nella rabbiosa contrapposizione Nord-Sud, non in un’esaltazione neo-meridionalista gravida di improduttivi nostalgismi, ma va convogliato nell’autentico meridionalismo intellettuale. La revisione storica, qualsiasi essa sia, è importante se condotta seriamente. La storia non può aderire a un’unica versione dei fatti, è una scienza indagabile e necessita di ricerca per purificare la contaminazione dei racconti e approssimarsi quanto più possibile alla comprensione della realtà che si vive nel presente. Sulla storia borbonica, poi, si è costruita l’Italia, e l’Italia si è fatta con le armi, non con la volontà popolare. È un’esigenza improcrastinabile raccontare la storia degli sconfitti con maggiore equilibrio. Non si può più perdere tempo.»

Perché hai voluto fondare un movimento come VANTO e in cosa si differenzia dagli altri (molti) movimenti “meridionalisti”?

«VANTO è un acronimo che sta per Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio. Si tratta di valorizzazione, cioè di individuazione di valori napoletani, di napoletanità autentica, che non va confusa con le imposture costruitevi attorno. Si tratta di orgoglio da tutelare, cioè quello di testa da proteggere dai dannosi sentimenti di pancia. Non so in cosa l’idea VANTO sia differente, ma di certo prova ad elevarsi culturalmente, a usare e a fornire gli strumenti della cultura per proteggere la napoletanità da chi la sabota, sia che si tratti di napoletani che di non napoletani. E questo vale anche per la meridionalità, di cui Napoli è punta dell’iceberg, il bersaglio più facile.»

A chi sono rivolte le tue opere, cioè qual è il tuo pubblico, se ti rivolgi ad un pubblico ben preciso?

«Scrivo per esprimere me stesso e scrivo per chi vuole conoscere la storia d’Italia, di Napoli, e la società in generale da un punto di vista alternativo. È chiaro che il mio pubblico sia composto da chi vuole conoscere Napoli e il Sud, la loro storia, la storia d’Italia vista da Sud. C’è tanta gente, anche non meridionale, che ha voglia di vederla in modo diverso da come la pone il racconto convenzionale. Devo dire che diverse attestazioni di apprezzamento arrivano anche dagli stranieri, tanto per Made in Naples quanto per Dov’è la Vittoria, che ha interessato la stampa spagnola e persino l’importante network americano ESPN.»

Come valuti il fenomeno Gomorra?

«Il dibattito è delicato. La denuncia del Male è esercizio giusto, e il successo del libro Gomorra, del resto, è nato proprio per questa. Gomorra ha acceso la falsa speranza di poter combattere con efficacia la malavita organizzata attraverso una più ampia condanna. Nessuno imputò a Saviano di gettare fango su Napoli, Caserta e la Campania tutta quando diede alle stampe il suo primo libro. Nel frattempo, la Camorra è rimasta ugualmente dominante, e sono spuntati pure nuovi inquietanti fenomeni. È proprio con l’eccessiva spettacolarizzazione del Male che la denuncia di Saviano ha iniziato a perdere parte dei consensi del popolo campano e di parte del mondo della cultura. A guardar bene le cose, non si può negare che il simbolo della lotta al malaffare sia diventato al tempo stesso icona della dannazione, e abbia reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, oggi, è per alcuni un eroe e per altri uno sciacallo. Il fatto è che una narrazione del Male non può cancellare la speranza e non può finire per proporre modelli del Male invece che smontarli. L’immagine di Napoli, nel mondo, è stata eccessivamente caricata di valori negativi, imposti da insistenti e redditizi filoni letterari e cinematografici, che hanno ancor più occultati i valori positivi. Tutto con gran facilità, e Dio solo sa quanta fatica si faccia per accendere le luci sulle eccellenze napoletane.»

Cosa significa raccontare la napoletanità attraverso il calcio?

«Significa raccontare un’espressione contemporanea dei napoletani, forse l’unica in cui il popolo sa essere compatto e non dannatamente individualista. Il Napoli accende la fascinazione del territorio, è il simbolo dell’auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, è un veicolo di appartenenza a una precisa identità culturale. Lo è più di tutte le squadre, anche della stessa Roma, squadra di una città più grande ma condivisa con la Lazio. E se le città del Sud offrono gran supporto alle squadre del Nord, Napoli è in gran maggioranza napoletana, proprio per quella spiccata identità che affeziona al territorio. E poi è l’unica squadra della città, per cui non c’è bisogno di fare distinzione linguistica. L’aggettivo “napoletano” vale per il tifoso e per il cittadino. A Roma vi sono il romanista e il laziale, a Torino il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Napoli l’appartenza calcistica e la cittadinanza combaciano per sovrapposizione e si unificano. Col Napoli non è difficile raccontare un aspetto della napoletanità. E col Calcio è facile raccontare la storia d’Italia. Col mio libro Dov’è la Vittoria racconto proprio la storia italiana filtrata dal Calcio, che è espressione industriale e sociale del Paese. Il Calcio è uno strumento di lettura tra i più efficaci, insospettabilmente.»

Quale futuro ti auguri per il Sud?

«Un futuro certamente diverso dal presente. Il Sud di oggi è respingente, per erroracci dell’Unione italiana ma anche dalla più giovane Unione europea, che sembra avere poco a cuore la valorizzazione della Florida d’Europa, in una posizione geografica strepitosa, al centro del Mediterraneo. Risorse enormi, risorse sprecate per un territorio che è in coda alla classifica di competitività delle regioni dell’Unione Europea. Il Mezzogiorno è ricco di risorse ma povero di ricchezza, e questa è l’esatta dimensione di quel che suol dirsi “colonia”. Il Sud non era arretrato rispetto al Nord prima del 1861 ma poi è nata la “Questione meridionale”. Ora è scivolato, insieme alla Grecia, in una questione Sud-Europea, allo stesso modo coloniale. Basta vedere come l’Italia si sia piegata all’Europa per la realizzazione del TAP nel Salento, in un contesto in cui il nord e il sud del Continente sono in contrapposizione per garantirsi un ruolo privilegiato come hub di approvvigionamento energetico. Di gas, in Italia, ne abbiamo anche fin troppo, e però il nostro Governo ha cantierizzato un’opera invasiva dicendola necessaria per alimentare fonti energetiche e ridurre la dipendenza italiana dal gas russo di Gazprom. Ci hanno raccontato che dal TAP dovrebbe giungere gas dell’Azerbaijan, ma i giacimenti azeri vanno verso la netta diminuzione della risorsa, e il governo di quel paese ha chiesto alla Russia di importare del gas per soddisfare la sua domanda. Morale della favola, attraverso il TAP potrebbe ugualmente giungere in Europa del gas russo. Dunque, altro che riduzione della dipendenza da Gazprom ma gas a costi lievitati. Con buona pace della volontà popolare dei salentini. A proposito… la Gazprom è il colosso che sponsorizza lautamente la UEFA Champions League e che, indirettamente, porta non gas ma milioni di euro al calcio continentale. Vedete che il Calcio catalizza i massimi interessi e i più grandi temi in cui siamo coinvolti?»

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