Campania, la culla del vino italiano

L’articolo di seguito è un breve riassunto del capitolo “La terra dei vini” tratto da Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022)

Angelo Forgione Piemonte, Toscana e Veneto sono, dal secondo Novecento, le regioni leader del vino italiano di qualità, un simbolo del Penisola che vanta eccellenze crescenti anche al Sud e che ha di fatto le sue radici in Campania. Fu proprio qui, tra il VII-VI secolo avanti Cristo, che i Greci, influenzati in patria dai Fenici, iniziarono a impiantare la vitis vinifera orientale, la vite addomesticata poi diffusa nella Magna Grecia, di cui beneficiarono pure gli Etruschi, che pure sfruttavano la vite di tipo selvatico. Proprio la Campania settentrionale segnava di fatto il confine fra le due culture e il contatto significò anche la conoscenza dei vitigni, degli attrezzi e delle modalità di coltivazione dei più avanzati Greci, che a partire dalle colline dei Campi Flegrei trovarono nei territori vulcanici costieri un habitat favorevole per l’acidità e i profumi dei loro vini.

I Romani, ai quali la cultura del vino era stata trasmessa dagli Etruschi, fecero tesoro delle superiori uve e tecniche greche e svilupparono enormemente la loro vitivinicoltura, producendo vini flegrei, vesuviani e più ampiamente campani, i più pregiati dell’Italia antica, inviati nei paesi del Mediterraneo e in Gallia, a partire dal rinomato Falerno. Solo nell’antica città di Pompeii esistevano circa duecento tabernae vinariae, e quasi tutte le ville rinvenute negli scavi appartenevano a famiglie impegnate nel settore vinicolo, proprietarie di vigneti in città e sulle pendici del Vesuvio.

In epoca medievale, il porto di Napoli fu un autentico scalo del vino, centro di raccolta e diffusione di prodotti vesuviani, flegrei, sorrentini e amalfitani, imbarcati su navi catalane e genovesi per raggiungere tutti i mercati esteri. Di quelli napoletani e delle costiere campane, di radice greca e latina, era consolidata la presenza nelle città del Mediterraneo, dove erano stabilite equivalenze della “Botte di mena”, l’unità di misura standard di carico di quanto a Napoli arrivava e partiva, anche detta “misura di Napoli”.

Nel 1562, durante il Concilio di Trento, Papa Pio IV offrì ai cardinali presenti il rinomato Lacryma Christi del Vesuvio, eccellenza dei vini campani richiestissimi da letterati e artisti di ogni genere e provenienza che confluivano nella Napoli del Cinquecento, la più popolosa città della penisola italiana.
Leggendo Le Muse Napoletane, scritto dietro pseudonimo da Giovan Battista Basile, si apprende che nella frequentatissima Locanda del Cerriglio, taverna napoletana famosa in Europa, venivano serviti “cento sorte de vine da stordire”, tra cui “Asprinio”, “Lagrema” e “Falanghina”.

Nel 1833 nacque a Napoli la prima azienda italiana per il miglioramento dei vini, la Compagnia Enologica Industriale, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera. Da lì i vini campani e meridionali in genere iniziarono, per primi, a fare concorrenza ai francesi.

Alla vigilia dell’unità d’Italia, nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era evidenziato che i più squisiti vini d’Italia erano del Piemonte, della Toscana, del Regno di Napoli, della provincia valtellinese e di quella friulana, e che “[…] Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. […]” .

Nel 1875, Giuseppe Frojo, il principale ampelografo italiano e componente del Comitato ampelografico ministeriale del Regno d’Italia, analizzò lo stato dell’arte dell’industria vinicola nazionale ne Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia, mappando l’enografia italiana con descrizione delle regioni vinicole e dei loro prodotti. Attenzione speciale fu riservata alla provincia di Napoli, l’unica meritevole di una sezione dedicata “per l’eccezionalità delle sue terre sconvolte da antichi e nuovi vulcani, e per la vetusta fama dei vini”:
“Se più a lungo mi sono fermato a parlare dei vini della provincia di Napoli, vi sono stato forzato dalla considerazione che questa piccola provincia ha terre tanto diverse, sia per natura come per esposizione, ed in conseguenza vi si producono vini anche tra loro diversissimi. Terreni vulcanici antichi, come quelli di Pozzuoli e d’Ischia, terreni vulcanici moderni, come quelli del Vesuvio; terreni calcarei come quelli di Gragnano, Sorrento e Capri; qua e là tufi vulcanici, e poi isole, promontori, monti e colline. Uve diverse in ciascuna plaga; è difficile, ripeto, trovare altrove, ristrette in tanto poco spazio, condizioni di suolo così variabili”.
I vini migliori della provincia partenopea erano segnalati alle pendici del Vesuvio, e precisamente sulla “parte volta a mezzogiorno verso Resina e Torre del Greco”, zona di vino rosso che “per molti caratteri, cioè pel sapore secco e pel colore rosso arancio che acquista, può gareggiare coi migliori vini di Bordò e vincerli pure”. Della stessa zona anche la punta di diamante tra i vini italiani, “il famoso Lacrima Cristi bianco, vino tanto stimato all’estero per la sua finezza e pel suo aroma dovuto all’uva Greca”, quella che aveva dato il nome a Torre del Greco, l’antica Turris Octava, distante otto miglia da Napoli. Altre raccomandazioni erano per gli stimati vini di Capri e per il prodotto di Gragnano, “eccellente vino rosso, molto profumato che invecchiando si assomiglia al vino Boucholais”, ma che purtroppo nessuno faceva invecchiare, lasciandolo inespresso e limitato al consumo comune.
Il Lacryma Christidel Vesuvio seguì gli emigranti italiani nelle Americhe insieme ai migliori vini napoletani. A fine Ottocento, nei ristoranti di New York, oltre ai più accessibili rossi Capri e Gragnano, figurava tra le bottiglie più costose proprio il particolarmente apprezzato Lacryma Christi bianco.
Su Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva che il Lacryma Christi e i vini siciliani erano “i veri diamanti della corona enologica dell’Italia”.

Nel periodo della Grande guerra (1915-18), i meridionali furono massicciamente reclutati al fronte e svuotarono le campagne. Dopo la Seconda guerra mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali in grande crescita, e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.
Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ha risollevato le sorti delle tantissime uve autoctone di ogni regione, riattivando la valorizzazione dei pregiati vitigni meridionali di Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata, Sardegna, Abruzzo, Molise e, ovviamente, Campania. Il Lacryma Christi continua a godere di una discreta richiesta internazionale, per paradosso più che in Italia, ma è ben distante dalla fama di un tempo. Il faro del Sud è oggi il pregiato Taurasi irpino, eccellenza di una regione ricca di autoctonia e che conta altri tre DOCG (Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Aglianico del Taburno), a testimonianza della centralità dei polmoni vitivinicoli di Sannio e Irpinia, cresciuti nel secondo Novecento fino a diventare i principali enodistretti campani, ai quali si accodano quelli della Costiera Amalfitana e del Cilento per la provincia di Salerno, del Litorale Domizio, dell’Alto Casertano e dell’Aversano per quella di Caserta e, per quella di Napoli, dell’area Vesuviana, dei Campi Flegrei, dell’area sorrentina e delle isole di Ischia e Capri. Una regione leader dei bianchi ma che ha ampi margini di crescita anche sui rossi e rosè. Una terra in cui il vino italiano, dai Greci ai Romani, ha le sue leggendarie origini.

Per approfondimenti: Napoli svelata (A. Forgione – Magenes 2022, capitolo “La terra del vino”)

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Nel dicembre 1858 Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a riuscirvi.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour in Piemonte e di Bettino Ricasoli in Toscana furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.
Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

Elizabeth Strout e l’umanità dei medici napoletani

Buone notizie da Napoli. Elizabeth Strout, scrittrice americana di successo e Premio Pulitzer nel 2009, ringrazia i medici dell’ospedale Cardarelli di Napoli per l’ottima assistenza ricevuta nei giorni scorsi, durante un suo transito in città, quando è stata improvvisamente ricoverata d’urgenza per un’appendicite.
Non si tratta di solo encomio alla Sanità napoletana, che resta comunque lontana da standard accettabili, ma – va evidenziato – di elogio alla cortesia e alla sensibilità dei napoletani, a prescindere dal fatto che si trattasse di medici.
La letterata ha parlato di “incredibili sprazzi di umanità e bellezza in un luogo e in una circostanza così particolari”, e ha affermato che “sul piano umano i napoletani vincono di gran lunga sugli americani”.
Certo, magari bisogna essere illustri pazienti per potersela passare bene in un ospedale. Ma altrove, evidentemente, neanche basta.
Il personale del Cardarelli ha salutato la scrittrice regalandole una stampa raffigurante un’immagine storica della facciata dell’ospedale.

La “Fior di margherita” con le mie mani

fiordimargheritaAngelo Forgione Mettersi al banco di lavoro di una pizzeria napoletana e dar vita a una pizza che sappia di storia di Napoli. È quel che mi capita a Le Parùle di Ercolano (NA), che già nel nome comunica quella storia. Le Parùle, in napoletano, significa “gli orti”… e Giuseppe Pignalosa prova proprio a raccontare nel suo locale la ricchezza di biodiversità dei prodotti della fertile terra vesuviana, che fino al secondo Settecento rappresentò il principale orto polmone di approvvigionamento di verdure per la città e per i napoletani, detti “mangiafoglia”. Poi arrivò la pasta di grano duro e divennero “mangiamaccheroni”. Anche “mangiapizza”, aggiungo io.
Marina Alaimo, giornalista enogastronomica, invita me e altri quattro personaggi (Serena Bernardo, Rosaria Castaldo, Carlo Olivari e Mimmo Gagliardi), tutti legati per diversi aspetti alla divulgazione della cultura napoletana a tavola, per #sonocometumivuoi, uno stimolante contest
creativo di assaggi. Tutti chiamati a fare i pizzaiuoli per un giorno e a realizzare le proprie idee di condimento. Tutti provvisti, tranne me, dei loro ingredienti per ideare pizze davvero mai viste e abbinamenti d’alta scuola che solo a vederli nelle vaschette mi prende l’ansia. Io armato dei più classici: pomodoro, fiordilatte e basilico. Punto sulla tradizione, ma incanalata nella tanto cara ricerca storica. Posso reggere il confronto solo dando un sapore e un aspetto diverso alla tradizione. Ed eccomi pronto a dar vita alla mia “Fior di margherita 1790”, in onore della pizza borbonica che precede la romantica leggenda della pizza inventata nel 1889 per la regina Margherita di Savoia.
Indosso il grembiule d’ordinanza e parto nel mio divertissement. Stimolante (ri)scrivere la storia con le mani in pasta, stendere il formidabile e soffice impasto di Peppe Pignalosa (che mi osserva divertito), accarezzarlo di San Marzano col cucchiaio, guarnirlo con il Fiordilatte tagliato a fette, disposte in modo radiale per disegnare i petali, con il pomodorino giallo Giagiù al centro a far da capolino, e con il basilico a tocco di foglie. Stupore e sorrisi alla vista dell’affresco, uno spettacolo emozionante solo a guardarlo crudo, prima di andare in cottura ed essere governato in pala dal sapiente addetto al forno a legna. Et voilà, pronta la margherita che parla di Napoli capitale e della rivoluzione alimentare dei Borbone di fine Settecento, quando la pizza è divenuta definitivamente rossa.
Di pizze ne assaporiamo tante, in uno stimolante panel di assaggi con gran riuscita di sapori per tutti i gusti, abbinati a diversi vini locali (la mia, con un Coda di Volpe). Bravi tutti, davvero! E per chiudere, la pizza fritta doc, stavolta approntata a regola d’arte da Pignalosa, che se non fosse eccezionale non ne avremmo per mandarla giù.
Perfetta l’atmosfera e bella la location, sulla via Benedetto Cozzolino, sospesa tra il golfo e il cono del Vesuvio, che ci offre Capri all’orizzonte. Nelle mie mani ancora l’esperienza sensoriale dell’impasto lavorato. Solo se la fai di persona puoi capire davvero una pizza. Bella “storia” davvero.

A Napoli e Capri i due parchi più belli d’Italia 2014

Ufficiali i nomi dei vincitori della XII edizione del concorso che premia le bellezze verdi italiane. Un inizio di stagione davvero invidiabile per i due Parchi “vicini di casa” vincitori del concorso “Il Parco più Bello d’Italia”, che da oltre dieci anni è promotore di un turismo verde alla scoperta dei gioielli del patrimonio paesaggistico e botanico italiano.
Quest’anno il Comitato Scientifico ha voluto premiare due gioielli naturalistici di ineguagliabile bellezza con l’intento che possano fare da volano alla rivalutazione di tutto il comprensorio. Si tratta del Real Bosco di Capodimonte a Napoli (categoria Parchi Pubblici) e la Villa San Michele a Capri (categoria Parchi Privati). Due parchi che distano solo quaranta chilometri uno dall’altro ed impreziosiscono la città di Napoli dai due poli opposti, in un abbraccio verde di invidiabile bellezza: il Real Bosco di Capodimonte, adagiato su una collina ai margini della città, un parco storico e botanico di grandissimo interesse gestito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Villa San Michele, piccolo gioiello botanico, architettonico ed artistico, eclettico e rigoglioso, affacciato sul Golfo e amministrato dalla Fondazione Axel Munthe.
Per la selezione dei vincitori il Comitato Scientifico ha valutato i seguenti parametri: l’interesse botanico e storico-artistico, lo stato di conservazione, gli aspetti connessi con la gestione e la manutenzione, l’accessibilità, la presenza di servizi, le relazioni con il pubblico e la promozione turistica.

Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato

Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.

Made in Naples a “Ultrazoom”

Made in Naples di Angelo Forgione alla trasmissione “Ultrazoom” di Nello Odierna sull’emittente CapriEvent.

Napoli e il Napoli a “UltraZoom”

https://i0.wp.com/net-storage.tccstatic.com/storage/tuttonapoli.net/img_notizie/thumb1/12112004192358ultrazoom.jpgNel video, un contributo estratto dalla trasmissione sportiva “UltraZoom” su Caprievent con breve e leggero botta e risposta tra il conduttore Nello Odierna e Angelo Forgione su aspetti sportivo-sociali di Napoli.

Gennaro Iezzo: «A quest’Italia nessuno crede più!»

Gennaro Iezzo: «A quest’Italia nessuno crede più!»

dibattito sui fischi all’inno nazionale su Capri Event

Dalla trasmissione “Ultimo Minuto” su Capri Event, uno stralcio del dibattito nel corso del quale si è affrontato anche il tema dei fischi all’inno nazionale. L’ex portiere di Napoli e Cagliari Gennaro Iezzo ha espresso il suo pensiero ostentando consapevolezza e curiosità riguardo temi storici e contemporanei approfonditi tramite letture meridionaliste.
Il suo ex compagno De Sanctis ha invece detto di capire il malessere ma che avrebbe protestato in maniera diversa e più elegante. “Parate” di due portieri; uno tesserato e selezionato in Nazionale, l’altro ormai senza condizionamenti di sorta.