La cravatta, dalla Croazia a Napoli, passando per la Francia


Angelo Forgione A tutte sti signure ‘ncruattate… Oggi, 18 ottobre, è la giornata mondiale della cravatta. Data non casuale, che coincide con il giorno in cui l’Academia Cravatica avvolse intorno all’arena romana di Pola, in Croazia, una gigantesca cravatta rossa, lunga 808 metri, per rendere omaggio al simbolo della loro identità nazionale. Perché in Croazia? Perché la cravatta non è altro che la traduzione in moda del tradizionale foulard croato che i mercenari del paese adriatico indossarono annodato al collo per difendersi dal freddo della Francia, durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Per i francesi, quei soldati erano «les croates», e quel particolare accessorio prese il nome di «cravate» quando Luigi XIV iniziò a indossarlo, lanciando una nuova moda per la nobiltà.
Ora, io vi ho sempre raccontato che il segreto della creatività napoletana non è l’invenzione ma la sublimazione. E allora non stupisca nessuno che la cravatta è sinonimo di Marinella, in attività in Piazza Vittoria a Napoli, sull’elegante Riviera di Chiaia, dal 1914. In un’epoca in cui lo stile “inglese” era molto di moda, Eugenio Marinella intraprese il suo primo viaggio a Londra per allacciare accordi coi fornitori. Così, nella sua piccola bottega di 20 mq, iniziò a produrre pregiatissime camicie ed esclusive cravatte a sette pieghe: la stoffa veniva piegata sette volte verso l’interno, così da dare alla cravatta una consistenza incomparabile. Solo molto tempo dopo si accostò anche la cravatta meno strutturata. Superate le due guerre, l’avvento dei prodotti americani convinse Eugenio a dedicarsi esclusivamente alle cravatte.
La “bottega di famiglia”, sempre quella del 1914, conosciuta in tutto il mondo quale simbolo della moda di lusso, è oggi condotta da Maurizio, terza generazione, con un fatturato di 17 milioni di euro e 60 dipendenti. Due illustri blasoni affiancano il marchio ‘E. Marinella – Napoli’ sin dalle origini: quello dell’Ordine della Giarrettiera, quale fornitore ufficiale della Casa Reale Inglese, e lo stemma borbonico delle Due Sicilie, a testimonianza di una rigorosissima fattura artigianale per queste cravatte “very british” e, allo stesso tempo, “napoletane veraci”… ma pur sempre “croates”.

Verso Juve-Napoli: analisi e prospettive a ‘San Paolo Show’

Nonostante la concomitanza della prima serata del Festival di Sanremo, numeri record per la puntata “carnascialesca” di “San Paolo Show” che ha anticipiato la super sfida di sabato sera tra Juventus e Napoli. Ospiti del salotto di Paola Mercurio e Gigio Rosa sono stati l’allenatore Paolo Specchia, il giornalista Toni Iavarone, il procuratore Enrico Fedele e lo scrittore Angelo Forgione, protagonisti di un piacevole e competente dibattito, tra risvolti sociali e aneddoti storici.

video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato

Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.

Fenestrelle, lager o prigione? Confronto Barbero – De Crescenzo

Il 5 Dicembre si è svolto alla libreria Laterza di Bari il confronto tra il Professor Alessandro Barbero, autore del discusso libro “I prigionieri dei Savoia, la vera storia della congiura di Fenestrelle” e il Professor Gennaro De Crescenzo, archivista e presidente del movimento Neoborbonico. Un duro faccia a faccia utile a sviluppare il dibattito su una delle pagine più oscure del Risorgimento.
Barbero esperto di storia medievale, ha iniziato improvvisamente a indagare qualche tempo fa sulle vicende del forte piemontese, prima parlandone in RAI a Superquark, suscitando le prime forti reazioni, e poi scrivendo un libro col quale ha inteso minimizzare i fatti che la stessa RAI aveva invece approfondito con un documentario dai toni drammatici, col solo risultato di far divampare ancor più le polemiche. Nel video (riprese Mimmo Marazia) è condensato il cuore del confronto, introdotto dall’editore Giuseppe Laterza e moderato dal giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Lino Patruno di cui è allegata una cronaca del giorno dopo.

Il dibattito su Fenestrelle alla libreria Laterza di Bari.

di Lino Patruno
Che non fosse un dibattito qualsiasi, lo si era capito prima e se ne è avuta conferma dopo. Anzitutto in territorio ostile, in casa di un editore che sul Risorgimento italiano non ha mai pubblicato nulla che non sposasse la storia raccontata dalle università e dall’accademia. E poi con uno storico come il torinese Alessandro Barbero, che appunto per Laterza ha scritto “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle”: non solo una conferma delle tesi fin qui ascoltate, ma anche un meditato florilegio verso le tesi dei Movimenti meridionali, a cominciare dai Neoborbonici.
Barbero non voleva solo contrapporsi alla mala pianta (a suo parere) del revisionismo storico, ma voleva irriderla e umiliarla. Sul piano scientifico, ovvio, non potendo sospettare in lui rancori personali che invece hanno rischiato di fare subito capolino. Alla partenza, con un risolino verso il pubblico che gli è stato immediatamente rinfacciato e che egli ha dovuto altrettanto immediatamente ritirare. Il risolino verso interlocutori dalle tesi e dall’ardire non meritevoli di un rispetto né scientifico né democratico.
Insieme all’accusa di storia mistificata col “fine immondo” di accendere gli animi del Sud e spaccare l’Italia. Non meraviglia, anzi meraviglia, in uno studioso che è parso aver dimenticato cosa volesse spaccare la Lega Nord (e che da una regione governata dalla Lega Nord proviene). Lega verso la quale ha però usato senza perifrasi un solo aggettivo: “ignoranti”. Eppure Barbero ha voluto il dibattito, in un certo modo legittimando l’interlocutore. Frutto forse di una sapiente scelta di marketing dell’editore. Ma frutto anche dello tsunami di reazioni (alcune, per la verità, abbastanza scomposte) che hanno investito soprattutto in Internet l’uscita del libro. Reazioni in buona parte inevitabili, e non solo per gli argomenti ma perché già da un anno Barbero aveva fatto grancassa televisiva su ciò che stava scrivendo, diciamo una provocazione. Di cosa poteva lamentarsi? Aveva avuto ciò che in fondo voleva.
Chi scrive e ha fatto da moderatore al dibattito, aveva colto le dichiarate preoccupazioni dell’editore perché la serata fosse civile e costruttiva. Quale è stata, in una libreria Laterza mai così colma di pubblico (soprattutto appartenenti a Movimenti meridionali) che non ha mai dato conferma della virulenza che col consueto pregiudizio gli si voleva attribuire, non ha mai sventolato bandiere o urlato come una Curva Sud. Così la serata è stata una vittoria per tutti. Ma anzitutto grazie a chi era sospettato di poter essere brutto, sporco e cattivo.
Quanto a Fenestrelle, inutile ripeterne i dettagli. Secondo Barbero, una caserma nella quale dal 1860 al 1863 furono condotti soldati borbonici resistenti all’arruolamento nell’esercito italiano, e con qualche morto fra loro. Secondo il ferratissimo presidente dei Neoborbonici, il professor Gennaro De Crescenzo, un campo di concentramento nel quale i soldati borbonici furono deportati in massa e fatti morire di fame e di freddo. Una normale operazione militare secondo l’uno, una operazione stile Auschwitz secondo l’altro.
Quale la verità? Ciascuno ha dato fondo ai suoi documenti. Con Barbero che ha rivendicato i suoi. E con De Crescenzo (un Maradona in materia grazie ai suoi studi di archivistica) che gli ha platealmente dimostrato come la documentazione utilizzata per il libro sia una minima parte di quella che comincia a essere finalmente disponibile.
Barbero, ad esempio, non è mai passato da Napoli alla ricerca di fonti. Accusa cui ha reagito dicendo che lo storico scrive quando ritiene che la verità accertata sia sufficiente, altrimenti finora non si sarebbe ancora scritto niente del nazismo e dello sterminio degli ebrei. E con De Crescenzo che gli ha fatto notare come la verità possa essere non solo insufficiente ma del tutto distorta quando a essere trascurati sono addirittura decine di migliaia di documenti, quelli cui i Neoborbonici hanno accesso e continuano ad avere accesso, e non solo su Fenestrelle. Bisogna invece continuare a scavare. Non limitandosi agli archivi ufficiali, ma andando anche nelle parrocchie e negli ospedali.
Barbero ha assicurato che se si accorgerà che c’è altro, ritornerà sull’argomento. De Crescenzo ha obiettato che se c’è un dubbio, non bisogna sparare teorie, specie quando si offende la memoria di un Sud che non ha visto mai citati da nessuna parte i suoi morti, insomma è stato cancellato dalla storia anche con le sue vittime di un’Italia che si aveva da fare. Non importa se a danno del Sud. Inevitabile anche lo scontro sulla lapide apposta dai Movimenti meridionali a Fenestrelle in ricordo delle vittime del Regno delle Due Sicilie. Secondo Barbero, un’autorizzazione concessa indebitamente, vista la sua versione di ciò che lì accadde. Secondo De Crescenzo, un atto che sarebbe stato dovuto anche se ci fosse stato un solo soldato meridionale morto. Morto per quella che, secondo la stessa copertina del libro dello storico torinese, fu una “guerra non dichiarata”.
Conclusione: bisognerà continuare a studiare in onestà per far rimarginare la ferita con la quale l’Italia unita nacque. Come anche Barbero ha ammesso, ancorché la sua verità (o presunta verità) sia già stata scodellata in 362 pagine. E quando dal compostissimo pubblico gli è stato chiesto cosa pensa del Museo Lombroso di Torino, ha risposto che la scientificità e le teorie del criminologo veneto-piemontese abbisognano perlomeno di un supplemento di indagini. Ma intanto le scolaresche continuano a passare davanti a teche coi teschi di meridionali “criminali nati” a detta di Lombroso. E intanto il veleno contro il Sud continua a essere iniettato anche negli italiani di domani.
Chissà perché il risolino iniziale del professor Barbero, peraltro studioso e persona di tutto rispetto, si è poi stemperato nel fitto colloquio finale con molti del pubblico. Forse non sapeva che erano discendenti di briganti, se briganti sono tutti i meridionali a caccia ancora di giustizia e verità 150 anni dopo.

TIM calca la mano con gli spot garibaldini

TIM calca la mano con gli spot garibaldini

soldati Napolitani accattoni, siamo alla subdola offesa

Gli spot “risorgimentali” del “La Storia d’Italia, secondo TIM” imperversano. Non bastava che due maldestri soldati napolitani dall’aria beota si facessero umiliare a duello da un Garibaldi distratto dal cellulare. Ora siamo ben oltre. Nel nuovo spot, i soldati borbonici si mimetizzano tra i cespugli e Garibaldi li stana corrompendoli con le offerte del gestore telefonico. Accattoni pagnottisti che si vendono per minuti, sms e traffico internet a soli 9 euro al mese.
Continua la parodia di un esercito che, pur tradito da pochi importanti generali vendutisi (quelli si) al soldo delle massonerie internazionali, prese bombe in testa fin dopo la tragica resa di Gaeta che concluse mesi di strenua resistenza. E chi si salvò fu costretto agli stenti e al gelo dei lager di Fenestrelle, in alta Val Chisone, pur di non tradire il proprio giuramento.

Lo spot, seppur divertente per chi non conosce la storia, è oltremodo offensivo per chi invece la conosce benissimo e non possiamo non evidenziarne il messaggio degradante per il popolo meridionale e la sua storia attraverso una simbolica caricatura che non trova fine.
Eravamo già al limite nello spot della camicia sporca che nascondeva l’ingiuria gratuita di Garibaldi il quale, con un gioco di parole sicuramente riuscito dal punto di vista creativo, definiva la propria camicia «perfetta un par de Sicilie», sostituendo il Mezzogiorno alla parola volgare.
E allora è il caso che chi fa parte della schiera di chi sà e ha un contratto TIM esprima il proprio dissenso. Magari evitando di accogliere la proposta, di effettuare ricariche finchè non cesserà lo spot, e, perchè no, cambiando gestore.

Per chi desiderasse protestare, può farlo ai seguenti indirizzi di posta elettronica (senza però trascendere nel linguaggio):

luca.rossetto@telecomitalia.it
carlo.fornaro@telecomitalia.it
giuliano.gimona@telecomitalia.it
investor_relations@telecomitalia.it
investitori.individuali@telecomitalia.it
patrizia.alfiero@telecomitalia.it

pagina TIM su Facebook:
http://www.facebook.com/TimOfficialPage

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

tutti a Roma con la bandiera delle Due Sicilie

Tim Cup o Coppa Italia che dir si voglia, la finale sarà Napoli-Juventus. Sarebbe stato l’epilogo più giusto per la scorsa edizione, quella in cui la Coppa era denominata “dell’unità d’Italia” e l’onore di rappresentare Nord e Sud spettò a Inter e Palermo. Ma anche quest’anno il confronto calcistico tra le ex capitali Napoli e Torino nella capitale Roma calza a pennello, non fosse altro che per gli spot dello sponsor: camicie rosse contro soldati borbonici… Garibaldi a duello contro due maldestri napolitani, per giunta con il cellulare in una mano.
Appuntamento al 20 Maggio per vincere un tricolore. Noialtri, come il 29 Novembre scorso, con la bandiera del nostro antico Regno!

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Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano perfettamente ragione!»

Carlo Giovanardi: «i Borbone avevano ragione!»
il Sottosegretario contro la retorica dei festeggiamenti di Italia 150 

Angelo Forgione – Nel “mare magnum” della retorica risorgimentale che ha caratterizzato i festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia, è da registrare una voce istituzionale che si è chiamata fuori dal racconto delle bugie e dall’omissione della verità storica. Si tratta di Carlo Giovanardi, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in una intervista telefonica rilasciata a Klaus Davi ha definito i piemontesi come brutali invasori di uno Stato sovrano, smitizzando l’epopea garibaldina e riconoscendo il valore dei soldati borbonici.