Perché el tomate è il pomodoro

Angelo ForgioneTomato in inglese. Tomate in spagnolo, francese e anche in tedesco. Ntomáta pure in greco, eppure è proprio la mitologia greca a dare il nome italiano al xitomatl azteco, che nel Belpaese è Pomodoro. E per capire perché bisogna andare – guarda un po’ – al Museo Archeologico di Napoli, la città del pomodoro.

È però necessario prima ripassare una delle dodici fatiche di Ercole, Hercules in latino e Eracle in greco. Si tratta di metafore della mitologia greca che significano un cammino spirituale di purificazione e redenzione, imperniate sulla necessità del figlio di Zeus di riscattarsi dall’uccisione della moglie e dei loro otto figli.

L’undicesima fatica è quella della conquista delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, di cui nessuno conosce l’ubicazione. Ercole riesce a impossessarsene mettendo in atto un tranello di cui è vittima Atlante, l’unico a sapere dove sia il giardino.
L’eroe cerca informazioni su questo giardino, in lungo e in largo, prova a cercarlo prima nelle zone remote della Grecia, poi si reca in Africa, attraversando prima l’Egitto, poi l’Etiopia e infine la Libia. Niente.
E allora è meglio cercare Atlante, il titano che regge il cielo sulle sue spalle, l’unico a sapere dove sono le mele. Ercole lo trova, e si offre di reggergli la volta celeste così che lui possa andare a prendere i frutti nel posto segreto. Affare fatto, ma quando il titano torna, dopo aver assaporato la libertà dall’enorme peso che è costretto a reggere sulla sua schiena, si mette in testa di lasciare Ercole in quella posizione per sempre, liberandosi dal suo obbligo.
Ercole riesce però a scappare grazie alla sua furbizia, fingendosi onorato del compito e chiedendo ad Atlante di reggergli il peso solo per un attimo, in modo da poter indossare una stuoia sulle spalle per comodità. Atlante gli crede ed Ercole scappa via con le tre mele d’oro, portando a compimento la sua undicesima fatica.

E ora si può andare al Museo Archeologico di Napoli, ove, tra la vasta preziosa Collezione Farnesiana di proprietà borbonica trasportata da Roma, troviamo proprio la statua di Atlante in affaticamento perenne e quella di Ercole in posizione di riposo dalle sue fatiche, con tre pomi nascosti nella mano destra, occultata dietro i possenti glutei. I pomi d’oro richiamano il colore del tomate di provenienza messicano-ispanica che alla metà del Cinquecento si credeva fosse quello del frutto. E quelle bacche, con quel colore, ispirarono il nome italiano, sulla scorta dei primi riferimenti scritti dal medico e botanico Pietro Andrea Mattioli. Solo successivamente lo stesso Mattioli propose in un suo lavoro in lingua latino, per la prima volta, il nome che pronunciamo oggi.

[…] colore primum viridi, deinde ubi maturitatem senserit, in quibusdam plantis aureum, in quibusdam verò rubeum visitur. Ideoque vulgo appellantur POMI d’oro, hoc est, mala aurea.
La mala aurea si riferiva, in un libro di lingua latina, all’iconografia classica, precisamente ai pomi d’oro raccolti furtivamente dal mitologico Ercole.

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L’Ercole Farnese, in epoca di razzie giacobine, fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, poté tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che il marmo era invece al suo posto. Napoleone continuò nel proposito transalpino di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:
«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me».
Canova gli rispose con vena patriottica:
«Vostra Maestà, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.»
I contrasti tra Gioacchino Murat, successore di Giuseppe a Napoli, e il cognato Imperatore fecero in modo che il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia fosse ostacolato dal Re di Napoli. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase con tutti i suoi significati nella collocazione designata, il primissimo museo dell’Europa continentale, il Real Museo di Napoli, oggi Museo Archeologico Nazionale. Non poteva che finire lì, e restarci, il simbolo di una classicità che dava il nome al frutto che Napoli, proprio a inizio Ottocento, metteva al centro della sua cucina, insegnando al mondo la sua commestibilità.

per approfondimenti: Il Re di Napoli (2019) – Napoli Capitale Morale (2017)

Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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L’Ercole Farnese, il più grande rimpianto di Napoleone

Angelo ForgioneÈ uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. l’Ercole Farnese fu trasportato all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV e collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutta la parte romana della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, divenne obiettivo delle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciavano spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cade in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone continuò nel suo proposito di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Vostra Maestà, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.»

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, successore di Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto col suo Imperatore e sempre meno manovrato da Parigi, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase nella sua nuova collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre stesso di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo un sogno, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò sempre.

fonte: Indicatore ossia Raccolta periodica di scelti articoli

video / Ippolito Nievo, le ruberie dei Mille e la prima strage di Stato

Tratto da La storia siamo noi (Rai), l’enigma del vapore Ercole, la nave scomparsa nel nulla che trasportava la scottante contabilità della spedizione dei Mille. Partì da Palermo la sera del 4 marzo 1861. A bordo c’era Ippolito Nievo con altre settantanove persone tra equipaggio e passeggeri, e il Rendiconto nel quale si dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato di tutta l’Intendenza delle finanze garibaldine. Nel fascicolo erano contenute notizie riservate, che non sarebbe stato opportuno rivelare perché avrebbero acclarato la pesante ingerenza del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Nievo aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre turche proveniente dalle massonerie britanniche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali borbonici e delle alte cariche civili duosiciliane: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica, senza la quale il più grande Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto. Il Vice Intendente era rimasto nauseato da ciò che aveva visto, da come veniva trattato il popolo siciliano e di come le cose erano andate contro le sue aspirazioni.
Il rendiconto non arrivò mai a Napoli, da dove doveva proseguire per Torino. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi inglesi, aveva cercato di dissuadere Nievo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente ignorò, forse consapevole del suo destino, il criptico avviso dell’annunciata prima strage di Stato dell’Italia unita.

L’allegoria della Giustizia alla Reggia di Caserta

Angelo Forgione – La Sala di Astrea nell’Appartamento Ottocentesco della Reggia di Caserta, un tempo adibita ad “Anticamera per i Gentiluomini di Carriera, Ambasciatori, Segretari di Stato e di altre persone privilegiate” in attesa di accedere alla successiva Sala del Trono, prende il nome dal dipinto sul soffitto del francese Jacques Berger che raffigura la Dea della Giustizia, Astrea appunto, fra la Verità e l’Innocenza, mentre la Prepotenza, l’Ignoranza, e l’Errore si danno alla fuga. Si suppone che il pittore, tra i preferiti dal Re di Napoli Gioacchino Murat, si sia ispirato alla regina Carolina Bonaparte per connotare le fattezze di Astrea.
In questa sala, su uno dei camini, cattura l’attenzione l’altorilievo in stucco dorato di Astrea tra Ercole e il Regno delle Due Sicilie, già commissionato nell’ottobre del 1813 dallo stesso Murat allo scultore tedesco Konrad Heinrich Schweickle, che si rifiutò ripetutamente di realizzarlo, e poi compiuto nel 1822 da Domenico Masucci, professore onorario del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, durante la restaurazione borbonica. È un’allegoria neoclassica di forte fascino identitario che presenta al centro Astrea con una astrea_2bilancia stretta nella mano sinistra e un archipendolo nella destra a simboleggiare la giustizia che governa il Regno. A sinistra, la figura mitologica di Ercole, abbigliato con la pelle di leone, che tiene con una mano una clava e con l’altra un giglio. La clava, simbolo farnesiano, e il giglio, emblema borbonico, rappresentano l’unione tra la parmigiana Elisabetta Farnese e il francese Filippo V di Borbone, re di Spagna, da cui nacque Carlo, capostipite dei Borbone di Napoli. A destra, la personificazione del Regno Due Sicilie: una donna con una corona turrita in capo (poi adottata anche come rappresentazione dell’Italia) su cui si erge il “Corsiero del Sole”, ovvero il cavallo sfrenato simbolo di Napoli, e nella mano sinistra lo scudo della Trinacria, simbolo di Sicilia. Dietro si scorge un cono di pigna, rappresentazione iconografica della ghiandola endocrina Pineale, quella che oggi chiamiamo Epifisi, un organo che riceve più sangue di qualsiasi altra ghiandola nel corpo, fondamentale per una maggior chiarezza mentale e una visione interiore (terzo occhio), ed è quindi segno di distinzione di un’élite spirituale.
(clicca sull’immagine in basso per ingrandire)

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video: PHILIPPE DAVERIO E L’ITALIA FALLITA

video: PHILIPPE DAVERIO E L’ITALIA FALLITA
la retorica risorgimentale che ha rovinato la cultura

Angelo Forgione – Torno sulla rivisitazione risorgimentale, che è senza dubbio la chiave per capire dove nascano i guai sociali (e non solo sociali) della nostra nazione italiana. Questa volta ho messo insieme un collage di alcune “pillole” del critico d’arte Philippe Daverio, tratte da varie puntate della sua trasmissione “PASSEPARTOUT” (RAI) e non solo, così come pure interviste rilasciate ai quotidiani IL MATTINO di Napoli e LA STAMPA di Torino. Un lavoro divulgativo che sembra essere estratto da una puntata monotematica mentre in realtà è un puzzle dal senso compiuto che all’inizio pone presupposti e alla fine offre delle risposte, toccando un altro tema che mi sta a cuore: la distruzione del patrimonio monumentale che è figlio della cancellazione della cultura.
Solo l’istruzione e la conoscenza approfondita delle dinamiche storiche possono spiegare il fallimento italiano, senza dubbio iniziato con l’invasione del sud da parte dei Savoia che, creando un Piemonte allargato e non un’Italia unita, non salvaguardarono le specificità culturali dei vari territori, men che meno la cultura delle Due Sicilie che avevano dettato cultura e creato i fondamenti della moderna Europa pur contando meno politicamente.
Le divisioni sociali tra nord e sud diventano motivo di attriti quando a discuterne sono gli ignoranti che trasformano tutto in scontro frontale. Quando invece è la cultura a parlare, quella che convince su ragionamenti e spiegazioni disarmanti, la mente di chi è disposto a conoscere e a capire può aprirsi. I veri revisionisti fanno così, figurarsi quando la rivisitazione della storia è rafforzata da chi non può essere accusato di essere parziale.
Jean Noel Schifano e Philippe Daverio, non è un caso che due intellettuali di estrazione culturale francese lancino messaggi in tal senso. I cosiddetti intellettuali italiani, invece, continuano a raccontare la storia dei vincitori per esserlo anche loro quando ritirano i premi di “sistema” in giro per l’Italia.