Sant’Antonio e il “giacobino” san Gennaro

Angelo Forgione Il quadro, di autore ignoto (presumibilmen­te di scuola francese), in mostra nel Museo del Tesoro di San Gennaro, raffigura l’annuncio del Prodigio di san Gennaro del 22 gen­naio 1799, alla presenza di alcuni ufficiali dell’esercito francese, capeggiato da Championnet.
Nel dipinto si notano gli occupanti giacobini soddisfatti e i napoletani urlare al tradimento: il miracolo legittimava l’invasione francese, per di più laica.
I militari francesi instaurarono immediatamente un deciso anticlericalismo e politicizzarono il venerato san Gennaro per placare il forte dissenso della plebe, che considerava quello di Parigi l’esercito dell’anticristo. Championnet, ben informato da Eleonora Fonseca Pimentel sui costumi locali e favorito da alcuni massoni della Deputazione del Santo, impose con la forza all’Arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di annunciare lo scioglimento del sangue per salutare l’arrivo dei suoi e legittimarne l’occupazione.
“Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque… Viva la Repubblica!” Questo scrisse donna Eleonora sul suo Monitore Napolitano, ben sapendo che il popolo di Napoli non gradiva né i francesi né i giacobini napoletani, e tantomeno avrebbe gradito l’atteggiamento filofrancese del Santo patrono.
Dopo meno di sei mesi di furti, tasse e stravolgimento dei costumi, il popolo in sommossa riconsegnò il Sud al cattolico Ferdinando di Borbone con una vera rivolta di massa che defenestrò i repubblicani e castigò pure san Gennaro, accusato di adesioni politiche giacobine per aver “compiuto” più volte la prodigiosa liquefazione su richiesta dei nemici della fede cattolica. Le armate sanfediste giunsero a liberare la città il 13 giugno, e l’incarico di protettore della città fu assegnato a sant’Antonio, raffigurato da quel momento con la cattolica bandiera borbonica.
Solo alla fine del periodo napoleonico Napoli fece pace col suo Santo, “perdonato” da Ferdinando, re profondamente cattolico. Non prima, però, di aver chiesto alla Deputazione del Tesoro di vendere il prezioso ostensorio donatogli da Murat. Impossibile, niente da fare! Quella ricchezza, per tradizione, andava accresciuta, non depauperata. San Gennaro fu almeno lasciato finalmente in pace.

La fortissima identità napoletana

Napoli che stipula con Roma il Foedus Neapolitanum e resta faro di cultura greca nel generale decadimento della Magna Grecia.
Napoli che resiste alle Invasioni barbariche e resta l’unica testimonianza esistente del mondo antico.
Napoli che tiene a bada i Saraceni.
Napoli che respinge la terribile Inquisizione spagnola.
Napoli che si fa culla dell’Anticurialismo europeo.
Napoli che detta il riscatto alle Americhe e alle Indie contro la spoliazione europea.
Napoli che scaccia i giacobini.
Napoli che si ribella ai nazisti.
Napoli che respinge la cultura risorgimentale piemontese di matrice massonica.

È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.

Relazione ICOMOS per iscrizione di Napoli nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO

Nel video, l’intervento sull’identità napoletana a margine della proiezione del docufilm Sulla via dei Mille con mio padre di Marco Rossano al cinema Modernissimo di Napoli.

 

Portosalvo, la guglia della storia avversata torna a splendere

portosalvo_restauratoAngelo Forgione Immacolata, San Gennaro, San Domenico, Materdei e Portosalvo. Sono i cinque obelischi di Napoli. Uno di questi è uscito dall’abbandono in cui era caduto da decenni. È quello antistante la chiesa cinquecentesca di Santa Maria di Portosalvo e la Fontana della “Maruzza”, all’altezza dell’Immacolatella, alla biforcazione di Via Marina e Via De Gasperi.
È un simbolo di una vicenda saliente della storia di Napoli, realizzato dopo la riconquista del Regno da parte del Cardinale Fabrizio Ruffo che, alla testa dell’esercito della Santa Fede, scacciò i giacobini e restituì ai Borbone quanto sottratto dalle truppe francesi al comando del generale Championnet. A dieci anni dalla Rivoluzione Francese, la Repubblica Napoletana ebbe vita breve e la guglia fu innalzata in ricordo dell’esito favorevole ai reali napoletani in una vicenda epocale destinata a far discutere nei secoli.
L’obelisco celebrativo fu realizzato in piperno, con terminale piramidale sormontato da una croce, e vi furono apposti sui quattro lati dei medaglioni di marmo raffiguranti la Madonna di Portosalvo, Sant’Antonio, San Francesco di Paola – a cui i Borbone erano devoti – e San Gennaro, con cui ci si volle in qualche modo riconciliare. Che aveva combinato?
I militari francesi, appena entrati in città, avevano instaurarono un deciso anticlericalismo e politicizzato il venerato Santo per placare il dissenso dei partenopei, che li consideravano l’esercito dell’anticristo. Championnet, ben informato da Eleonora Fonseca Pimentel sui costumi locali e favorito da alcuni massoni della Deputazione del Santo, aveva imposto con la forza all’Arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di annunciare lo scioglimento del sangue per salutare l’arrivo dei suoi e legittimarne l’occupazione.

[…] Pure san Gennaro si è fatto giacobino! Ecco il commento del popolo. Ma può il popolo napoletano non essere quello che è san Gennaro? Dunque… Viva la Repubblica!

Questo scrisse Eleonora Pimentel Fonseca sul suo Monitore Napolitano, ma il popolo di Napoli non gradì né i francesi né i giacobini napoletani, e tantomeno l’atteggiamento del Santo. Il cardinale Ruffo aveva destituito San Gennaro, sostituendolo con Sant’Antonio da Padova, la cui festività era coincisa con l’ingresso a Napoli alla guida dell’esercito dei sanfedisti, ingrossato dal popolo di Napoli urlante a gran voce “Viva ‘o Rre!”. Nonostante l’amnistia concessa dal Cardinale, iniziarono a saltare diverse teste in piazza Mercato per la sete di vendetta dell’ammiraglio inglese Nelson, fiero oppositore dei francesi, e della Regina Maria Carolina, ancora traumatizzata dalla decapitazione della sorella Maria Antonietta a Parigi e dal massacro di decine di migliaia di popolani del Regno.
I realisti, San Gennaro non ce lo volevano sul monumento, e nemmeno il popolo, che aveva cominciato a chiedere grazie a Sant’Antonio. Ma Ferdinando IV pronunciò parole di pacificazione in vista della ricorrenza del 19 settembre e fece in modo che la città non ripudiasse il suo Santo, cui era dedicato tra le altre cose il più importante Ordine morale del Regno, riservato ai capi delle grandi famiglie e ai fedeli alla dinastia. San Gennaro ebbe un suo spazio sull’obelisco, ma per riottenere il patronato della città dovette attendere la fine definitiva del giacobinismo e dei Napoleonidi, nel 1815.
Qualche anno dopo, l’obelisco divenne il simbolo di una memoria dannata, quella della monarchia napoletana cacciata da Garibaldi e dai Savoia, e ha del prodigioso il fatto che sia scampato alla furia iconoclasta dei liberali, probabilmente perché simbolo religioso. L’abbandono e la razzia dei bassorilievi condussero la guglia di Portosalvo a un sostanziale oblio e a un grave degrado.

Nel 1998, il Consiglio Comunale di Napoli discusse l’opportunità di un’integrazione culturale che accogliesse una più ampia valutazione storica nel corso delle celebrazioni del bicentenario del 1799. In sostanza, la città decise la rivalutazione di ogni periodo storico, a prescindere che si trattasse di vinti o vincitori. Fu proposto che la degradata guglia borbonica e l’area circostante fossero restaurate. La discussione trovò il consenso dell’allora sindaco Bassolino e fu approvata all’unanimità. 
A quella decisione seguì l’avvio dei lavori di restauro nel 2004, poi interrotti senza che l’obelisco uscisse della rovina. La guglia, con gravi problemi di staticità, restò ingabbiata da una struttura metallica, circondata da rifiuti, avanzi di cibo e bottiglie rilasciati dagli extracomunitari che bivaccavano ed esercitavano l’attività di lavavetri in zona.
Nel frattempo, in epoca di celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia, i monumenti e le statue dedicati agli eroi del Risorgimento ritrovavano splendore e visibilità. Poi l’avvento del finanziamento privato del progetto Monumentando a dare finalmente dignità e visibilità all’obelisco borbonico.

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.

Targa ai martiri giacobini: il Comune di Napoli risponde

L’assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele risponde alle mie puntualizzazioni sulla targa dedicata ai martiri giacobini del 1799 recentemente scoperta presso l’entrata della Basilica del Carmine. Risposta che riporto integralmente.

Gentile Angelo Forgione,
mi perdoni se non entro nella polemica se i giacobini napoletani giustiziati fossero “illuministi”, semplici allievi di illuministi o addirittura degli abusivi, sedicenti illuministi; ritengo che su alcune questioni storiche sia legittimo avere opinioni differenti e mi tengo le mie.
Per il resto sappiamo bene, Lei ed io, che su quella fase della storia italiana e napoletana da due secoli almeno gli storici ragionano, discutono, qualche volta si accapigliano. La nostra cerimonia dei giorni scorsi ha avuto, a mio parere, una duplice motivazione. In primo luogo voleva essere un omaggio a uomini e donne liberi, impegnati per la realizzazione di un’idea di progresso quale ad essi appariva quella affermatasi nella Rivoluzione francese e diffusa in Europa anche sulla punta delle baionette, giustiziati in massa per vendetta. In secondo luogo voleva sottolineare il legame tra l’esperienza napoletana del 1799 e la vicenda successiva dell’impegno per l’indipendenza e per l’Unità dell’Italia, legame indubbio pur nella differenza delle interpretazioni.
Leggo in positivo la sua sollecitazione a ragionare dei “lazzari”. E non penso soltanto a quelle “masse controrivoluzionarie” inquadrate nella fila dei Sanfedisti del Cardinale Ruffo, protagoniste della riconquista borbonica, ma più in generale alle popolazioni meridionali, contadini e sottoproletariato urbano, che troppe volte sono sembrate escluse dalle vicende della “grande storia” e che spesso, nei momenti cruciali, non hanno avuto gli strumenti culturali e politici per intervenire in essa se non in modo subalterno ad interessi altrui, coltivando la nostalgia di mai esistite dell’oro.
Cordiali saluti.
L’assessore Gaetano Daniele

Senza volere proseguire nelle argomentazioni, all’assessore Daniele giunge rinnovata la sollecitazione a produrre un ricordo anche per le migliaia di vittime napoletane tra il popolo. Certamente l’età napoletana dell’oro mai è esistita, ma quella della Luce che illuminò l’Europa e oltre, pre-giacobina, sì. I “lazzari” c’erano già allora, e la vita di uno di loro non vale meno di quella di un colto borghese, suo concittadino, pronto a tirargli palle di cannone alle spalle e dall’alto perché ostacolo allo stravolgimento delle tradizioni napoletane.

L’Ercole Farnese, il più grande rimpianto di Napoleone

Angelo ForgioneÈ uno dei pezzi più pregiati della parte scultorea della Collezione farnesiana, sparsa tra Parma, Piacenza e Roma prima che Carlo Borbone Farnese e il figlio Ferdinando, legittimi proprietari della stessa, la portassero interamente a Napoli nel Settecento. l’Ercole Farnese fu trasportato all’ombra del Vesuvio nel 1787 per volontà di Ferdinando IV e collocato nella Reggia di Capodimonte, edificata dal padre per ospitare proprio la parte emiliana della Collezione. La statua, scolpita nel III secolo D.C. dallo scultore greco Glicone su un prototipo di Lisippo e rinvenuta nel 1546 nelle terme di Caracalla da papa Paolo III Farnese, si trovava nel portico del cortile di Palazzo Farnese. Fu caricata, insieme a tutta la parte romana della Collezione, su delle imbarcazioni che attraversarono il Tevere per raggiungere delle navi sulle quali poi approdarono a Napoli. Come pure l’Ercole Latino, un’altra replica dello stesso tipo, portato nel 1788 nella Reggia di Caserta, oggi visibile ai piedi dello scalone d’onore.
L’Ercole Farnese, sul finire del Secolo contrassegnato dai tumulti della Rivoluzione francese, divenne obiettivo delle mire parigine. Le truppe napoleoniche, una volta entrate in Italia, iniziarono a razziare opere d’arte e monete. Il Direttorio di Parigi diffuse la teoria per cui la Repubblica di Francia era superiore per Lumi, rappresentava l’Universale, ed era quindi la nobile destinazione, sola Nazione degna di proteggere i capolavori dell’umanità. Così la pensavano anche i giacobini napoletani della Repubblica del 1799, che lasciavano spogliare Napoli con veri e propri furti, indicati come “estrazioni”. L’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. Fortunatamente non fece mai quel viaggio perché i funzionari transalpini che occupavano i musei borbonici indugiarono. La Repubblica Napoletana cade in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, potè tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che era invece al suo posto.
Ma Napoleone continuò nel suo proposito di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:

«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me».

Canova gli rispose con vena patriottica:

«Vostra Maestà, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.»

Ebbe ragione l’artista, perché Gioacchino Murat, successore di Giuseppe a Napoli, in crescente contrasto col suo Imperatore e sempre meno manovrato da Parigi, accantonò il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase nella sua nuova collocazione, il Real Museo di Napoli (oggi Museo Archeologico Nazionale), il primissimo dell’Europa continentale, voluto da Ferdinando IV e antecedente al Louvre stesso di circa un ventennio. L’Ercole “francese” rimase solo un sogno, con buona pace della Grandeur, cui quel pezzo di Napoli mancò sempre.

fonte: Storia di Pio VII scritta da Alexis Francois Artaud

13 giugno 1799 – 13 giugno 2012…

13 giugno 1799 – 13 giugno 2012…

di Gennaro De Crescenzo – Nel gennaio del 1799 l’esercito francese aveva invaso Napoli massacrando oltre ottomila Napoletani. Nacque così la famosa “repubblica napoletana” con la complicità di pochi giacobini locali (“una minoranza impercettibile”). Sessantamila le vittime complessive di parte napoletana-cristiana-borbonica nei cinque mesi di governo franco-giacobino, incalcolabili i saccheggi (dalle Calabrie alle Puglie). La notte del 12 giugno l’esercito del Cardinale Fabrizio Ruffo chiamato a guidare i volontari che volevano liberare il Regno,  aveva la sua testa a Portici e la sua coda a Nola e i giacobini chiusi nel Castel Sant’Elmo capirono che era finita la storia di una repubblica lontana dal Popolo e contro il Popolo.
Il 13 giugno, festa di S. Antonio,
 fu salutato dai  Napoletani come il giorno della fine della guerra più tragica della loro storia. Fu spontanea la gioia di quanti, accorsi dalle province vicine, si unirono ai calabresi per liberare la capitale da francesi e giacobini, considerati colpevoli di aver portato quella guerra in un Regno fino ad allora pacifico. “Quella notte nessuno pensò a dormire. Ad ore due alcuni calabresi a cavallo, dalle spiagge e da porta Capuana, entrarono di corsa in città gridando: Chi  viva? Da ogni parte il popolo cominciava a gridare: Viva ‘o rre. Ognuno toglie il lume dalle stanze aprendo pian piano la finestra… e tutte le finestre si illuminarono una dopo l’altra… Viva il Re: questa voce più del vento s’ode echeggiare per ogni dove nella città: chi esce dalla sua casa piangendo, chi bacia la terra, chi si abbraccia col vicino, chi alza le mani al cielo benedicendo Iddio… finita l’oppressione, la menzogna, l’inganno… tutta la notte si passa in veglia, notte degna oltremodo di memorabile gioia”. Per la volontà popolare esasperata da lutti e violenze (quasi ogni famiglia ne aveva subiti) e con il sostegno degli alleati inglesi e di leggi che sarebbero state applicate in qualsiasi altra parte del mondo, il re processò e condannò a morte 102 giacobini ritenuti maggiormente responsabili. Dopo oltre due secoli sarebbe corretto e giusto raccontare la storia del ’99 in modo più sereno ed obiettivo sottolineando magari un aspetto che, come si è detto, potrebbe essere ancora attuale ed utile: da oltre due secoli la cultura napoletana e meridionale vive nel mito di una rivoluzione-invasione straniera. Da oltre due secoli ci hanno invece cancellato la memoria storica di una vera e propria epopea popolare: la vittoria del popolo napoletano, calabrese e meridionale contro una cultura lontana, elitaria e contro il popolo ancora oggi dominante e più che mai dannosa. Il riscatto della nostra terra passa inevitabilmente anche attraverso la ricostruzione della verità storica, di tutta la nostra memoria storica e di una cultura radicata e profondamente legata alle nostre tradizioni ieri come oggi.
(nell’immagine l’ingresso trionfale di Ruffo a Napoli assistito da Sant’Antonio)