Targa ai martiri giacobini: il Comune di Napoli risponde

L’assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele risponde alle mie puntualizzazioni sulla targa dedicata ai martiri giacobini del 1799 recentemente scoperta presso l’entrata della Basilica del Carmine. Risposta che riporto integralmente.

Gentile Angelo Forgione,
mi perdoni se non entro nella polemica se i giacobini napoletani giustiziati fossero “illuministi”, semplici allievi di illuministi o addirittura degli abusivi, sedicenti illuministi; ritengo che su alcune questioni storiche sia legittimo avere opinioni differenti e mi tengo le mie.
Per il resto sappiamo bene, Lei ed io, che su quella fase della storia italiana e napoletana da due secoli almeno gli storici ragionano, discutono, qualche volta si accapigliano. La nostra cerimonia dei giorni scorsi ha avuto, a mio parere, una duplice motivazione. In primo luogo voleva essere un omaggio a uomini e donne liberi, impegnati per la realizzazione di un’idea di progresso quale ad essi appariva quella affermatasi nella Rivoluzione francese e diffusa in Europa anche sulla punta delle baionette, giustiziati in massa per vendetta. In secondo luogo voleva sottolineare il legame tra l’esperienza napoletana del 1799 e la vicenda successiva dell’impegno per l’indipendenza e per l’Unità dell’Italia, legame indubbio pur nella differenza delle interpretazioni.
Leggo in positivo la sua sollecitazione a ragionare dei “lazzari”. E non penso soltanto a quelle “masse controrivoluzionarie” inquadrate nella fila dei Sanfedisti del Cardinale Ruffo, protagoniste della riconquista borbonica, ma più in generale alle popolazioni meridionali, contadini e sottoproletariato urbano, che troppe volte sono sembrate escluse dalle vicende della “grande storia” e che spesso, nei momenti cruciali, non hanno avuto gli strumenti culturali e politici per intervenire in essa se non in modo subalterno ad interessi altrui, coltivando la nostalgia di mai esistite dell’oro.
Cordiali saluti.
L’assessore Gaetano Daniele

Senza volere proseguire nelle argomentazioni, all’assessore Daniele giunge rinnovata la sollecitazione a produrre un ricordo anche per le migliaia di vittime napoletane tra il popolo. Certamente l’età napoletana dell’oro mai è esistita, ma quella della Luce che illuminò l’Europa e oltre, pre-giacobina, sì. I “lazzari” c’erano già allora, e la vita di uno di loro non vale meno di quella di un colto borghese, suo concittadino, pronto a tirargli palle di cannone alle spalle e dall’alto perché ostacolo allo stravolgimento delle tradizioni napoletane.

Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Topolino napoletano. Disegnato da Quirino Cristiani?

Angelo Forgione per napoli.com Proseguo la mia ricerca delle possibili origini napoletane di Topolino, o Mickey Mouse se preferite. Le informazioni ricevute ad aprile 2013 dalla nipote di Carmine Cammardella, fondatore dell’azienda “La Sorgente sciroppi” (leggi l’articolo), meritano ovviamente maggiori approfondimenti, anche perché giornali e tivù si sono interessate all’argomento analizzandolo con sorgenteun pizzico di superficialità. Rosanna Cammardella, attuale responsabile aziendale, mi ha fornito alcune interessantissime ed emozionanti documentazioni fotografiche di vecchissime etichette (cliccare sulla foto a destra per ingrandire) delle quali proveremo a risalire al periodo di scatto negli archivi storici dell’Ufficio Tecnico di Finanza.
Una fatto è certo: la storia del fantomatico Michele Sòrece che circola sul web, come già detto in passato, è stata evidentemente inventata ad arte, visto che negli archivi digitali di Ellis Island non esiste alcun nominativo del genere tra gli emigranti italiani del primo Nocevento. Non è questo il nome del disegnatore del topo napoletano, sulle cui tracce ci incamminiamo per capire chi sia.
Carmine Cammardella cominciò nel 1920 a fare liquori nel cuore di Napoli (l’azienda si è trasferita a Caivano negli anni Novanta, ndr). È importante sottolineare che era quella un’epoca in cui le attività imprenditoriali esprimevano dei valori ancora artigianali; non esistevano concorrenza sleale e quote di mercato, e pertanto non erano previste registrazioni di marchi e brevetti. Ovviamente, senza una registrazione non è possibile capire se il topo aziendale risalga al 1920.
Rosanna Cammardella ci tiene a dirmi qualcosa che rafforza il dubbio da me avanzato ad aprile: “Che una bottiglia di liquore portata in America da qualche emigrante sia arrivata nelle mani di Walt Disney?” «Era un’epoca molto diversa dalla nostra – dice la Cammardella – in cui l’ultima cosa che mio nonno avrebbe pensato di fare, sarebbe stata quella di andare a vedere cosa si faceva negli Stati Uniti, o che aria tirasse in America in materia di marchi, mentre era intento a preparare con amorevole cura il suo Anice Reale da distribuire nei bar e nei caffè di Napoli. La scelta di un topolino come simbolo dell’azienda è dunque stata assolutamente casuale, nata dalla penna di un disegnatore a cui mio nonno aveva commissionato appunto un disegno che potesse diventare il marchio della antica ditta “La Sorgente di Carmine Cammardella“. Tutto quello che è successo dopo è noto a tutto il mondo, ma come siano andate esattamente  le cose nessuno lo sa; so che questo disegnatore, emigrato in America in cerca di maggiore fortuna, si sia poi imbattuto in quello che poi sarebbe diventato il padre di Mickey Mouse, a cui, per riconoscenza, avrebbe donato una bottiglia di quell’Anice Reale napoletano con su disegnato un topolino».
La responsabile dell’azienda di Caivano precisa anche che non c’è stata mai esigenza di parlare della vicenda, e perché solo dopo il mio interessamento si è decisa a darmi informazioni: «L’azienda, in tanti anni, non ha mai parlato troppo della storia di questo nostro marchio. Come vede, ne ha parlato Lei, non noi. Questa storia non è mai stata pubblicizzata né strumentalizzata per fini commerciali. La nostra era ed è ancora oggi una piccola realtà locale, che sicuramente non ha mai tratto benefici particolari e non ha mai speculato su tutto questo. Io ne parlo con piacere con Lei che ha sposato la storia delle cose vere e nobili di Napoli».
Ma allora chi è questo disegnatore emigrato in America che avrebbe donato una bottiglia di Anice Reale napoletana a Walt Disney? Forse la risposta è nella tesi di laurea di Daniele Amato, napoletano, laureatosi nel 2011 in “Culture digitali e della comunicazione” alla facoltà di Sociologia della “Federico II”. Nel nostro incontro, Daniele mi ha parlato di Quirino Cristiani. Chi è costui? È un disegnatore italiano nato nel 1896, in piena esplosione dei cinematografi, a Santa Giulietta, nel Padovano, ma trasferitosi a soli quattro anni a Buenos Aires con la famiglia, dove crebbe sviluppando la sua forte passione per il disegno e, successivamente, per l’animazione. Cristiani, in pochissimi lo sanno, fu il creatore del primo lungometraggio animato della storia, titolato El Apóstol, realizzato nel 1917, primeggiando anche sul lungometraggio con sonoro. Fu lui il primo ad animare i disegni su carta, realizzando movimenti con sequenze di fotogrammi impressi su pellicola, dando luogo ai “cartoni animati”.
Raccogliendo informazioni, ho appreso che nel periodico fiorentino Notiziario Gaf (Gruppo Amici del Fumetto) n.23 del luglio 2005 fu pubblicato un articolo titolato “È napoletano anche Topolino!”, firmato da Romolo Baccani. Scavando nel web sono riuscito a trovarlo (clicca qui per leggere), e ho letto che, secondo l’autore, nel 1920, Carmine Cammardella, modesto produttore di anice e di alcol puro e denaturato, decise di potenziare l’attività aziendale, promuovendo su larga scala l’Anice Reale. Baccani racconta in quell’articolo che nonno Cammardella aveva fiuto pubblicitario e pensò ad un marchio grafico per identificare a colpo sicuro il suo anice, perché l’analfabetismo era ancora ampio. Contattò un emigrato italiano e gli commissionò un’etichetta illustrata. Quell’emigrato era Quirino Cristiani. Daniele Amato, nella sua tesi, scrive che, proprio per ovviare al’analfabetismo che dominava sulla lettura testuale, Carmine Cammardella ebbe bisogno di un’immagine ironica e atipica, che rispecchiasse sia la freschezza che la cultura della sua terra d’origine. E così Quirino Cristiani (molto famoso in Argentina in quel periodo dopo il successo di El Apóstol, ndr) sarebbe stato contattato e avrebbe disegnato per “La Sorgente” un simpatico animaletto dalle sembianze umane con grosse orecchie a sventola, una lunga coda e un improbabile paio di pantaloncini corti con due bottoncini cuciti sul davanti. Sornione, sbruffone, irriverente, goffo, monello e pasticcione; così era il topo-scugnizzo fatto per i napoletani da un disegnatore padovano trapiantato in Argentina, e così era a grandi linee il primo Mickey Mouse di Plane Crazy; addirittura trasformato in topo-cubano nelle vecchie etichette del rhum (vedi foto); sarebbe poi diventato un piccolo e tenero secchione per renderlo più consono alla cultura americana e capace di “globalizzarsi”, addolcendo lo sguardo e arrotondando il corpo.
E fu sempre Baccani a scrivere che dieci anni dopo, quindi nel 1930, la Disney, in procinto di espandersi su scala mondiale, si accorse della somiglianza e si rivolse alla ditta napoletana, così come pure alla Nerbini di Firenze, che in quegli anni pubblicava un settimanale dal titolo Topolino. I toscani, dopo aver cambiato la testata in Topo Lino, si accordarono e pagarono le royalties sui diritti d’autore, mentre “La Sorgente” riuscì a dimostrare che il suo topo antropomorfo era antecedente a quello disneyano, così come dimostrato anche negli anni Ottanta, secondo Rosanna Cammardella, dagli eredi al cospetto della richiesta di spiegazioni della Mondadori, che in quegli anni deteneva i diritti italiani di Mickey Mouse.
Quirino Cristiani e Walt Disney si sono mai incontrati? Si, ma non si sa se ciò è accaduto prima del 1941, anno in cui lo statunitense si recò in Argentina alla ricerca di nuovi mercati per sopperire alla crisi bellica in Europa. I due animatori si videro e, come si legge nel libro L’uomo che anticipò Disney (Tunuè, 2007) di Giannalberto Bendazzi, autorevole esperto mondiale di cinema d’animazione, l’italo-argentino scrisse in alcuni suoi appunti come si svolse il loro incontro, testimoniando in prima persona dell’ammirazione reciproca e del sincero affetto, che potrebbe essere nato tempo prima. Cristiani fu voluto a lavorare per Disney, ma non ci andò mai. Era troppo fiero del suo lavoro per legarsi ad un padrone, dichiarando sempre la sua stima per il grande americano ma non rinunciando mai di puntualizzare che era stato lui il primo. Gli stili si somigliavano, ma c’è un particolare su cui riflettere, suggerito dal sociologo Vanni Codeluppi nel suo Il potere della marca. Disney, McDonald’s, Nike e le altre (Bollati Boringhieri, Torino 2001): Walt non sapeva disegnare se non con un tratto molto infantile. E questo avvalora la tesi secondo la quale Topolino non sarebbe una sua creazione. Forse neanche di Ub Iwerks, il suo collaboratore, cui alcuni attribuiscono la creazione grafica del topo più famoso del oswald_sorgentemondo e del suo antesignano: il coniglio Oswald the Lucky Rabbit, del 1927. Era un Mickey Mouse con le orecchie non tonde ma allungate, più simili a quelle del topo de “La Sorgente” sulle etichette illustrate. Dunque, il primo topo antropomorfo era forse di Quirino Cristiani?

Rifiuti tossici: e la sveglia continua a suonare

dal pentito Schiavone al commissario Mancini, nessuna attenuante per lo Stato

Angelo Forgione – E ora che è stato tolto il segreto di Stato alle dichiarazioni che Carmine Schiavone rese nel lontano 1997 alla Commissione di inchiesta che indagava sul traffico dei rifiuti, tutti traumatizzati dal sapere ciò che già si sapeva, ovvero che lo Stato sapeva ma è rimasto in silenzio. Ma che novità! È il momento dello stupore per il ruolo di Napolitano (Ministro degli Interni) nel 1997, quando furono compiute le audizioni. Antonio Marfella si dice sconvolto e profondamente addolorato e Maurizio Patriciello, che qualche settimana fa lo ringraziò per la solidarietà alle mamme dei bambini morti di cancro, scrive che “oggi il re è nudo”. Ma un presidente della Repubblica che, di fatto, ha taciuto su questo dramma non stupisce chi già leggeva i suoi silenzi. È lo stesso presidente della Repubblica che pregò sulla tomba del monarca Vittorio Emanuele II al Pantheon, tacendo sui massacri dell’aguzzino del Sud così come ha taciuto, per 15 anni almeno, sul genocidio meridionale contemporaneo in corso.
Non solo pentiti di camorra… anche uomini della Polizia ci hanno dato in questi mesi delle coordinate molto precise sulle responsabilità dello Stato in questo dramma. Roberto Mancini, 53 anni, sostituto commissario di Polizia, ha combattuto per anni contro inquinatori e trafficanti dei rifiuti e ha svolto per la Commissione di inchiesta della Camera diversi sopralluoghi in discariche piene di veleni e in siti radioattivi, scoprendo tutta la verità su un intreccio da far tremare i polsi. Come ha raccontato SkyTG24 il mese scorso, la sua informativa, consegnata nel 1996 alla DDA di Napoli, è rimasta ignorata per anni, chiusa in un cassetto. Nel 2002 ha scoperto di avere un cancro al sangue, riconosciuto come malattia per causa di servizio, ma risarcito con soli 5mila euro. Ora lotta contro il linfoma, ma anche contro lo Stato «che non mi ha messodice a Repubblica TV in condizioni di tutelare la mia salute». Ma il popolo è sempre un po’ distratto per poter ascoltare e aprire gli occhi. La sveglia, però, continua a suonare.
La storia d’Italia insegna che, dal 1860, Stato e mafie si interfacciano, e che le mafie si riducono se il potere lo vuole; se ciò non avviene è perché il potere non lo vuole. Ma la storia insegna anche che i popoli non imparano niente dalla storia.
Onorare la memoria dei morti e il dolore dei loro cari è un dovere di tutti!

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”
(Paolo Borsellino in “I Complici” – L. Abbate e P. Gomez)

dichiarazioni del 2 ottobre a Radio Marte

Schiavone: «vera mafia è lo Stato». E lo Stato tace.

A una settimana dalle dichiarazioni a SkyTG24 del pentito di camorra Carmine Schiavone, le istituzioni italiane, chiamate in causa, tacciono.
L’ex collaboratore di giustizia ha chiaramente denunciato l’esistenza di uno “Stato mafioso”, di ministri corrotti, di intere caserme di Carabinieri, Polizia, e Guardia di Finanza conniventi. Il silenzio di chi dovrebbe parlare (e bonificare) è assordante!

Schiavone: «così Camorra e Stato hanno avvelenato la Campania»

Angelo Forgione – In un’intervista esclusiva a SkyTg24, Carmine Schiavone, ex boss di camorra del clan dei Casalesi e collaboratore di giustizia per vent’anni (fino allo scorso luglio), ha denunciato il tradimento dello Stato nei suoi confronti e le grandissime responsabilità di ministri, magistrati, carabinieri, poliziotti e finanzieri nell’avvelenamento delle terre tra Napoli e Caserta, ma anche fino a Latina, nell’ambito del business dello smaltimento dei rifiuti tossici delle aziende del Centro-Nord.
«Se potessi tornare indietro non mi pentirei. Sono pentito di essermi pentito e non lo farei più perché le istituzioni mi hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente. Ero uno dei capi della cupola casalese e sono stato decisivo nell’omicidio di almeno cinquecento persone, ma loro sono più responsabili di me perché si sono venduti e hanno permesso di inquinare in cambio di soldi. Noi pagavamo a loro due miliardi e mezzo di mensile fisso, più 500 milioni per corruzione… poi preparavamo le macchine delle forze dell’ordine clonate e mantenevamo molte caserme. Quella di Aversa, per esempio, la sera mi ragguagliava di tutte le operazioni in corso. Ora stanno morendo milioni di persone.»
Queste le dichiarazioni del pentito, uno dei principali colpevoli del genocidio in atto ai danni del popolo campano, faccia di una medaglia che, secondo le sue rivelazioni, ha scolpito sul retro anche lo Stellone repubblicano d’Italia. Facile dunque capire come sia stato compiuto, con estrema semplicità, questo silenzioso delitto di massa. Un patto scellerato all’italiana che produrrà i suoi effetti nefasti nei prossimi cinquant’anni. Altrettanto facile capire perché, nonostante il problema sia sotto gli occhi di tutti, nessuno dei vertici dello Stato muova un dito per mettere fine a questo massacro e procedere con le necessarie bonifiche. Inutile rimarcare, o forse no, che il fenomeno mafioso meridionale è, dalla nascita dello Stato unitario, una comodità della Nazione italiana nordcentrica che al Sud baratta da sempre il consenso elettorale con il potere autogestito. Schiavone ha sentenziato proprio che «la mafia potrebbe essere distrutta ma non accadrà mai perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico che a livello elettorale».
Padre Maurizio Patriciello, uno dei simboli della lotta all’inquinamento in Campania, ha scritto proprio al pentito. Il parroco della chiesa di Caivano, uno dei centri urbani più martoriati dai roghi tossici ed epicentro della “Terra dei Fuochi”, ha inviato una lettera al pentito per chiedergli di continuare a vuotare il sacco e di indicare con precisione tutti i punti in cui sono sotterrati i rifiuti tossici. Forse servirebbe a poco, visto che Schiavone, nella stessa intervista rilasciata a SkyTg24, ha fatto capire di aver già indicato più volte agli inquirenti dove fossero sotterrati i rifiuti, fornendo i numeri di targa dei camion utilizzati per i trasporti, le bolle d’accompagnamento che servivano ad eludere i controlli e le ditte che avevano apposto timbro e firma in calce a quei documenti.

Al Gambrinus e a Palazzo San Giacomo contro le trivelle

Al Gambrinus e a Palazzo San Giacomo contro le trivelle

Si è tenuta al Gran Caffe Gambrinus la conferenza stampa di presentazione del Comitato “Salviamo i Campi Flegrei”. La sala è stata riempita dai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni, dai giornalisti, da comuni cittadini e da alcuni dei personaggi della cultura, dello sport e dello spettacolo che hanno aderito alla campagna “No alle trivellazioni”.
La conferenza, moderata da Giuseppe Mosca, si è sviluppata con i precisi interventi dei professori Ortolani, Nunziata e Mastrolorenzo che hanno delucidato sulla complessistà dell’area della caldera dei Campi Flegrei, seguiti da Angelo Forgione, Carmine Attanasio, Eddy Napoli e Francesco Borrelli, con la partecipazione di alcuni rappresentati di altri movimenti presenti in sala tra cui Teofilo Migliaccio, Enrico Novissimo e Fiore Marro.
Nel pomeriggio, la delegazione di associazioni e movimenti con i Verdi è stata ricevuta dal vicesindaco Sodano a Palazzo San Giacomo. L’incontro ha confermato i diversi punti di vista circa la faccenda, con lo stesso Sodano che ha dichiarato che per la fase di perforazione a 3.500 metri non esiste al momento alcun progetto e che pertanto è prematuro parlarne ora che i carotaggi arrivano a qualche centinaia di metri e non destano alcuna preoccupazione. Alla richiesta del comitato di prendere impegni sin d’ora rispetto allo step successivo del Deep Drilling Project (3.500 mt) che non potrà essere compiuto senza un adeguato piano di emergenza della protezione civile e senza la consultazione della cittadinanza, il vicesindaco ha lasciato la seduta dedicandosi ad altri impegni.
Intanto il Sindaco De Magistris ha rotto il silenzio sulla vicenda e ha dichiarato che non c’è alcun motivo di allarme e che sta seguendo con molta attenzione i dubbi e le critiche, promettendo che non sarà fatto nulla che abbia anche solo lo 0,01% di rischio per la popolazione.

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