Totò, guitto e massone, artista snobbato e ora festeggiato dalla sua Napoli

statua_totoAngelo Forgione Ha preso il via il “Maggio dei Monumenti” di Napoli, edizione 2017 dedicata a Totò, scomparso 50 anni fa. Tanti gli eventi in calendario per celebrare la maschera popolare,  napoletana e universale, del principe Antonio de Curtis. Tra gli appuntamenti più significativi, quello in programma per il 13 maggio, nell’ambito del “Vomero fest”, che nasce per ricordare la memoria storica delle prime di produzione cinematografica d’Italia (tra cui la Titanus), sorte nel primo Novecento proprio al Vomero. In quella data sarà inaugurata una “walk of fame” napoletana, tra via Luca Giordano e via Scarlatti, con l’apposizione della prima “stella” in pietra lavica e bronzo, a sei punte e ispirata alla forma del Castel Sant’Elmo, dedicata proprio a Totò.
Enorme, debordante l’entusiasmo attorno la figura del “principe della risata”. Eppure si tratta di un personaggio particolarmente snobbato dall’intellighenzia napoletana e dalle passate amministrazioni della Città. Ne danno prova il mai inaugurato museo alla Sanità e la statua in bronzo a lui dedicata, oggi al Rione Alto, in una piazzetta tra via Sigmund Freud e via Onofrio Fragnito, che è diventata per tutti “piazzetta Totò” senza che fosse mai stato ufficializzato il toponimo dal Comune di Napoli. Il monumento, opera dello scultore porticese Vincenzo Borriello, fu realizzato nel 1979 grazie a una colletta e un’asta d’opere d’arte organizzate dal pioniere delle tivù private, l’ingegner Pietrangelo Gregorio, attraverso i teleschermi di Canale 21. Una volta fusa, la statua fu boicottata da certi ambienti intellettuali e finì per essere conservata nei depositi comunali per circa vent’anni. Solo nel 1999, in occasione del centenario della nascita di Totò, la circoscrizione Arenella propose di riesumarla per collocarla in una piazza centrale del quartiere. Dopo le immancabili nuove proteste, il Comune decise di installarla nell’area pedonale del Rione Alto, cioè di mandarla in una zona periferica dove non avrebbe dato fastidio a nessuno. Il 17 aprile di quell’anno si tenne l’inaugurazione alla presenza di Liliana de Curtis, figlia dell’artista, che da allora, in posa da guitto, fa sorridere i passanti della zona.
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Così disse Totò, che forse immaginava di essere apprezzato più velocemente post mortem. E invece non dev’essere stata sufficientemente sostenuta la sua figura, quantunque la sua appartenenza alla Massoneria possa far pensare il contrario. Antonio de Curtis fu infatti iniziato nel 1945, aderendo prima a una loggia napoletana Fulgor di Monte di Dio  e poi confluendo nella Fulgor Artis di Roma, fondata nell’Ottocento da Gustavo Modena, padre del teatro moderno italiano, insieme a molti importanti attori dell’epoca (Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Aldo Silvani, Checco Durante, Carlo Dapporto). Il nobile della Sanità lavorava a Roma e ogni volta che scendeva a Napoli vedeva le distruzioni della guerra. Lo faceva nottetempo per donare bigliettoni da diecimila lire alle famiglie meno abbienti della Sanità. decurtis_massoneSpinto dalla voglia di fare beneficenza, abbracciò la Fratellanza, convinto che mirasse a finalità evolutive. Lui stesso, in seguito, fondò la Loggia artistica Ars et Labor, e ne fu Maestro Venerabile fino alla morte, quando ricopriva il 30° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato. L’adesione massonica dell’attore era riconducibile alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, una loggia nazionale conciliante col Vaticano, volta alla libera ricerca personale e religiosa, e meno incline all’eccessiva politicizzazione dell’attività massonica esercitata dall’anticlericale Grande Oriente d’Italia, dalla quale venne fuori per scissione tra il 1908 e il 1910. Pare però che la frequentazione latomica di Totò si spense quando questi comprese che la Massoneria non appagava i suoi ideali di benefattore. Solo nel 2012, attraverso la figlia Liliana, gli è stato consegnato il Brevetto di 33° Grado, l’ultimo e il più importante della scala iniziatica dello scozzesismo, al quale ambiva all’inizio del suo percorso iniziatico. In quell’occasione fu recitata ‘A Livella, la poesia scritta negli anni cinquanta che meglio di tutte incarna i valori massonici nei quali il Principe de Curtis credeva fortemente: “la morte – scrisse Totò – ci rende tutti uguali, poveri e ricchi, nobili e gente comune; il valore più importante resta la fratellanza”.
Massone deluso o meno, Totò fu in ogni caso impegnato in attività di beneficenza e pure di aiuto a persone dello spettacolo cadute in disgrazia. Prima snobbato e ora insignito di Laurea honoris causa. Personaggio simbolo della Napoli del Novecento, a furor di popolo, e non d’altri.

La vera storia della Pizza Margherita a ‘Domenica Luna Live’

La vera storia della pizza margherita, ma anche del pomodoro e delle mozzarella, alla trasmissione Domenica Luna Live (Tv Luna) condotta da Paola Mercurio.

contributo tratto da History Channel

Napoli vs Real Madrid, la storia offre la rivincita

Angelo Forgione Quel caldo giorno di fine estate del 1987 in cui il sessantenne Napoli, battezzato di scudetto, fu accoppiato allo spaventoso Real Madrid per l’esordio assoluto in Coppa dei Campioni, il calcio italiano era il più importante del Continente e in azzurro deliziava Maradona, il più grande giocoliere del pianeta. Il “sudaca” tornava da Re di Napoli a sfidare Madrid e l’inospitale Spagna.
Il Napoli scese nel silenzio del Santiago Bernabeu con Luciano Sola al posto di Careca infortunato, e non era proprio la stessa cosa. Il protagonista fu Garellik, tra gol divorati da Giordano e gollonzi, evitabilissimi, rimediati dal Real. Un guerriero Bagni, troppo morbido solamente sulla discesa di Sanchiz, ma poi a suonarle in campo e negli spogliatoi (che rissa!) a tutti i blancos, sponsorizzati Tanzi, che urlavano «mafiosi» al clan azzurro.
E se lo stadio madrileno non poté affollarsi, quello napoletano fu riempito come un uovo. Quella ventosissima sera di fine settembre entrarono in 100mila al San Paolo. Il resto della città era davanti la tivù, a crederci davvero. L’eroico Francini gli disse immediatamente che ne avevano ben donde, ma a fargli venire una sincope fu Careca, e l’impresa a perdifiato spirò con la parata di sedere di Buyo – palla arrestata di gluteo – e col disimpegno errato dell’eroico di cui sopra.
A rivederle velocemente quelle due sfide ti accorgi quanto conti la storia e l’abitudine a certi palcoscenici. Nando De Napoli che urlava ai suoi «c’avete paura?» nel deserto del Benabeu (nel video a 2:09) è sintesi del calcio.
Quel confronto, invecchiato 30 anni, barricato nella storia del club partenopeo, si replicherà, a sottolineare quali sono i due Napoli più forti di sempre: quello di Maradona e, checché se ne dica, e nonostante tutto, quello di De Laurentiis.
Napoli-Real Madrid non sarà più un ricordo per quelli di allora. No, sarà anche roba per giovanissimi, che di scudetti non hanno mai gioito ma hanno già potuto farsi bocca buona con Bayern di Monaco, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Benfica e Borussia Dortmund. Sono squadre, queste, che fanno crescere. Chi negli Ottanta già fremeva d’azzurro non ebbe più che un Ujpest e uno Spartak Mosca, oltre al mitico Real Madrid. Che tornerà, più forte di allora, forse da campione del mondo, ad offrire al novantenne Napoli un’altra opportunità per far parlare di sé nel mondo del pallone. Hai visto mai…

Terra dei Fuochi, pozzi e terreni dissequestrati a Caivano

Angelo Forgione Ho dato il mio contributo culturale al Festival del Pomodoro di Caivano dello scorso 24 ottobre e alla Task Force Pandora della Dottoressa Paola Dama per denunciare la cattiva informazione e gli eccessivi allarmismi sulla produzione agro-alimentare in Campania. E proprio a Caivano, nei giorni scorsi, sono stati dissequestrati dalla Procura di Napoli dei pozzi e degli ettari coltivati di terreno posti sotto provvedimento giudiziario nel novembre del 2013. L’ipotesi di reato era quella di “avvelenamento delle acque dei pozzi” con conseguente “avvelenamento delle colture ivi effettuate destinate all’alimentazione umana”. Nelle acque irrigue era stata rilevata la presenza di fluoruri, manganese, arsenico, ferro e solfati. Ebbene, si trattava di concentrazioni di origine naturale, ritenute pericolose all’epoca per l’assenza di norme nazionali per i terreni e per le acque per irrigazione e per la mancata pubblicazione dei valori di fondo naturale delle stesse matrici ambientali da parte della Regione Campania.
Terreni bollati subito come avvelenati, e prodotti della Campania immediatamente ma immovitivamente boicottati. Poi intervenne la Cassazione a decretare che invece verdure e ortaggi erano sani, ma il danno era fatto. Il clamore mediatico aveva già pesantemente bombardato e messo in ginocchio un intero comparto.

caivano_dissequestroIl messaggio è da ribadire ancora: l’ecosistema biologico rende le piante autodepurative, cioè capaci di assorbire ciò che gli serve e non tutto quello che si trova nel terreno. I loro frutti assimilano in modo selettivo e tendono a rifiutare inquinanti e sostanze in eccesso.
La vera responsabile dell’incidenza tumorale, più alta che altrove nelle province tra Caserta e Napoli, è l’aria che vi si respira, ed è quello il grande problema, ancora esistente, della Terra dei Fuochi.

Un festival per affermare la sicurezza della produzione agro-alimentare campana

Un Festival del Pomodoro proprio a Caivano, sfidando la fobia per i prodotti coltivati nella cosiddetta Terra dei fuochi. Lo abbiamo fatto, guidati da Paola Dama, fondatrice del gruppo di studio Task Force Pandora e ricercatrice dell’Università di Chicago, per lanciare un messaggio chiaro: non è affatto vero che se si mangia campano si ingeriscono veleni. Lo abbiamo fatto per arginare i danni creati a una filiera agricola da chi non aveva alcun titolo per gridare all’inquinamento agro-alimentare in Campania e per mettere in crisi un intero comparto. Ne hanno approfittato in tanti, creando allarmismo strumentale, nonostante il RASFF, ovvero il Sistema di Allerta Rapido comunitario, non abbia mai lanciato alcun allarme in tal senso. Insomma, prodotto campano più boicottato che inquinato. Malainformazione e nulla più.
La serata all’auditorium Caivano Arte, presentata da Mary Aruta e Luca Riemma, ha goduto del sostegno di personalità politiche e diversi artisti di Made in Sud, ma i veri protagonisti sono stati i numerosi esperti e ricercatori che hanno fatto luce sulla potenziale tossicità dei prodotti campani. Il messaggio più importante è che le piante non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo. L’ecosistema biologico le rende autodepurative, cioè capaci di assorbire ciò che gli serve e non tutto quello che si trova nel terreno. I frutti della terra assimilano in modo selettivo e tendono a rifiutare inquinanti e sostanze in eccesso. Il problema vero resta l’aria che si respira nel zone comprese tra Napoli e Caserta, ed è quella la vera responsabile dell’incidenza tumorale più alta che altrove.

La chiusura, dopo tre ore di dibattito, ha proposto una mia spiegazione della diffusione del pomodoro in Europa, partendo di fatto da Napoli, la città che, con una epocale rivoluzione agricola del Settecento, cambiò le abitudini alimentari. Un secolo fa un’industria fondata da un piemontese metteva il Golfo di Napoli nelle sue immagini pubblicitarie per dire al mondo che il proprio prodotto era di eccellenza. Oggi invece le aziende conserviere del Nord rivendicano la provenienza settentrionale delle materie prime. Qualcosa è cambiato.

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A Caivano il “Festival del Pomodoro” per il riscatto della Campania

Il pomodoro si ergerà a simbolo del riscatto della Campania Felix. È questo l’obiettivo prefissato dal “Festival del Pomodoro” che si terrà a Caivano il prossimo 24 ottobre, alle ore 18, presso l’Auditorium Caivano Arte in via Necropoli. Promosso dalla dottoressa Paola Dama, fondatrice del gruppo di studio “Task Force Pandora”, la manifestazione sarà presentata da Salvatore Calise e Mary Aruta e annovererà tra gli organizzatori anche il dottor Pasquale Crispino, presidente dell’ordine degli agronomi. Tra i partecipanti, lo scrittore Angelo Forgione, il dottor Umberto Minopoli, presidente di Sviluppo Campania Spa, e personaggi dello spettacolo come Nando Varriale, Enzo Fischetti, Maria Bolignano, Gaetano De Martino e il cantautore Tommaso Primo.
Lo scopo è rilanciare un territorio martoriato che ha visto demonizzare i prodotti agricoli coltivati in quella terra che una volta era Felix ed oggi è stata ribattezza “Terra dei Fuochi”. Si punterà in particolare a spiegare, attraverso un percorso storico-culturale, le origini ed i molteplici volti dell’inquinamento ambientale. La scelta di puntare sul pomodoro è stata dettata dal suo rappresentare una delle eccellenze di un’area diventata in questi anni icona della Campania avvelenata.
“Il Festival del Pomodoro” mira a portare, attraverso un evento culturale ed educativo, corretta informazione sul fenomeno della “Terra dei Fuochi” con lo scopo di far comprendere quanto realmente si conosce questa area puntando sulla maestosa opera di caratterizzazione delle varie matrici che hanno permesso di individuare le criticità territoriali. Nell’area del’emergenza ambientale si concentrano di fatto tanti affari della criminalità che hanno colpito anche i pomodori, una delle eccellenze campane. Eppure su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati in 57 comuni, le aree ritenute sospette rappresentano soltanto il 2% per un totale di 21.5 km quadrati. Il dato è contenuto nell’indagine compiuta dal Ministero delle Politiche Agricole in seguito all’approvazione del Dl 136/2013 per fronteggiare l’emergenza ambientale in questa zona della Campania. Nasce dunque l’esigenza di restituire credibilità ai prodotti campani che, pur provenendo in larghissima parte da terreni non contaminati, hanno subito un crollo delle vendite.
«Non sono mai state presentate certificazioni inerenti la nocività dei nostri prodotti – sottolinea Paola Dama, forte anche dei dati raccolti da “Task Force Pandora” – e in realtà tutte le piante, dai pomodori ai broccoli, non accumulano sostanze tossiche nelle parti che mangiamo anche se coltivate in terreni contaminati o irrigate con acque contenenti inquinanti. Il degrado ambientale in alcune zone ha creato un danno di immagine, ma questo non deve intaccare il nostro comparto agroalimentare, considerato una eccellenza in tutto il mondo. Il “Festival del Pomodoro” nasce non solo per contribuire al riscatto della Campania, bensì anche per conoscere e vivere la nostra regione attraverso informazione, educazione e best-practice. Abbiamo ancora un territorio massacrato dal degrado e dal fenomeno criminale dei roghi, bisogna trovare sinergia nell’opera dei cittadini, della politica e delle istituzioni. Il pomodoro, con la sua carica iconica storico-culturale, rappresenta senza dubbio l’eccellenza campana da cui ripartire».
Il pomodoro diventa dunque icona del riscatto di una Campania Felix e di un territorio che sogna di tornare a risplendere rigoglioso di luce propria.

Convegno a Giugliano (NA) per “La Tammorra dei Briganti”

Sabato 30 aprile appuntamento a Giugliano (NA), ore 18, in piazza Matteotti. Convegno meridionalista con la partecipazione di Angelo Forgione, Gennaro De Crescenzo e Gino Giammarino nell’ambito della rassegna ‘La Tammorra dei Briganti’, evento storico culturale ed enogastronomico nel segno della storia del “brigantaggio” e del Sud e della valorizzazione di cultura e tradizioni del nostro territorio, organizzato dall’associazione Liberal, guidata da Domenico Ciccarelli, con il patrocinio morale del Comune di Giugliano. Tre giorni (29, 3 aprile e 1 maggio) di incontri, concerti, dibattiti, esposizioni artigianali, sfilate di carrozze e cavalli, degustazioni senza pause nel centro storico di Giugliano tra corso Campano e via Roma.