Ferdinando di Borbone? Non meno istruito e intelligente di Carlo (e meno bigotto)

Angelo ForgioneFerdinando di Borbone, venuto fuori dalle abili scalpellate di Antonio Canova, vi accoglie salutandovi nello scalone del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il più importante d’Occidente nel settore e il primo realizzato nell’Europa continentale, voluto proprio da lui stesso in carne ed ossa, nel secondo Settecento. Ma come? Un museo così importante voluto da uno zotico sovrano, un perdigiorno donnaiolo? Perché questa è la classica narrazione, assai banalizzata, risibile e parziale, che la storiografia ufficiale di matrice risorgimentale ci propone del secondo sovrano borbonico di Napoli. Lo si racconta profondamente ignorante, e non è che fosse assai acculturato, certo, ma a giudicare da quel che si legge qua e là pare che il suo celebratissimo genitore, Carlo di Borbone, fosse più istruito di lui, e nessuno si azzarda a dire che non lo fu affatto, e che piuttosto era anche molto più superstizioso e bigotto.

Ferdinando, per esempio, non cancellò nulla di ciò che creò, neanche quando arrivarono gli invasori francesi, a differenza di Carlo, che non esitò a far distruggere la Real Fabbrica di Capodimonte prima di andarsene a Madrid per impedire al figlio di proseguire le pregiate produzioni di porcellana, salvo poi scoprire che l’erede le aveva rimesse in piedi. Lo stesso Carlo che fece sterminare i gatti di Procida, per impedire loro di attentare alla vita dei fagiani della riserva di caccia isolana, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alla rivolta dei procidani per la conseguente proliferazione di topi.

Il diplomatico milanese Giuseppe Gorani scrisse nelle sue memorie così:

“Non solo Carlo III di Spagna non è più istruito del re di Napoli (Ferdinando), pur avendo ricevuta un’educazione meno cattiva, ma lo supera nei pregiudizi, e si rende ridicolo pretendendo d’essere sapiente”.

Ferdinando fece quanto Carlo per accrescere il prestigio di Napoli, e gli uomini del suo tempo glielo riconobbero serenamente. Il suo contemporaneo Goethe, autorevole osservatore tedesco, sapendo che la sua propensione ad uscire dalle stanze reali era dettata da un’educazione ricevuta per rafforzare in gioventù una salute incerta, ne tracciò un profilo veritiero nella biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert:

“Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. (…) Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa”.

Chiedetevi perché Canova lo raffigurò neoclassicamente in certi panni che lui non indossò mai. Erano le vesti di Minerva, divinità della saggezza e delle arti. Ma come? La saggezza e la arti incarnate da un sovrano ignorante? Suvvia. Peccato che non si possa chiedere direttamente proprio a Canova, il quale vi direbbe di essere stato profondamente felice di avere in un territorio d’Italia un sovrano protettore delle arti. E già, perché questo Re molto napoletano, pur nella sua indole poco incline all’etichetta e nella sua insufficiente istruzione, fu artefice dell’atto culturale più significativo del secondo Settecento facendo costruire proprio il Real Museo, dove fece raggruppare tutti i tesori di famiglia, partendo dai preziosi reperti vesuviani, ai quali tolse la proprietà privata per donarli a Napoli.
In quel museo vi fece trasferire anche le preziosità scultoree dei Farnese, ereditate dalla nonna Elisabetta insieme a quelle pittoriche e oggettistiche già raccolte a Capodimonte, prelevando le imponenti statue da Roma per farle giungere via Tevere e mare a Napoli, amplificando enormemente il richiamo della Città. Chissà oggi dove sarebbe tutta quella ricchezza, se egli non fosse stato così lungimirante come il padre, e innamorato più del padre della sua città.
Ma Ferdinando fece altro ancora: esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con importanti opere d’arte, proprio a partire da quelle di Canova.

Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra produzione di pasta di grano duro, coltivazione di pomodoro lungo, lavorazione della mozzarella di bufala, protezione della vitivinicoltura e tanto altro ancora, e se le abitudini alimentari napoletane sono così peculiari e “nazionali” è soprattutto grazie a lui, che fece da congiunzione tra la abitudini del popolo e quelle dell’aristocrazia.
Sviluppò l’artigianato di qualità, a partire da quello serico di San Leucio, e pur essendo cattolico superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo (altro che Covid!), fregandosene degli iniziali anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo e bigotto padre per sottoporre se stesso e la sua famiglia a un pioneristico e rischioso esperimento di immunizzazione, la variolizzazione, al quale, dopo qualche anno, fece seguire l’avvio della prima vaccinazione di massa in Italia, resa obbligatoria per i bambini.

La verità è che Ferdinando fu decisivo quanto Carlo per la crescita del prestigio di Napoli e per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. E se lo si racconta come non si fa per il padre è perché paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, la propensione al diletto più che alla vita a corte e un trono perso e riconquistato più volte a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici.
Paga anche il fatto che era napoletano, e parlava napoletano, mentre il padre era madrileno di madre parmigiana. E non era piemontese come Vittorio Emanuele II, vero zotico senza alcuna sensibilità artistica ma di esclusiva cultura militare sabauda, volgare e rozzo sovrano della prima Italia unita, i cui uomini fecero occultare la preziosa statua di Canova al museo di Napoli. Tornò al suo posto solo negli anni Ottanta, quando il sovrintendente dell’epoca si mise in testa di rimettere a posto i conti con la storia.

Una nuova statua dedicata a Ferdinando di Borbone troneggia da oggi sulla rotonda che prelude alla strada che conduce al Real sito di San Leucio. Canova non c’entra nulla, ovviamente. È opera dell’artista don Battista Marcello, non bellissima, ma poco male. Conta che racconti la storia del territorio leuciano, nonché la lungimiranza e l’eccezionalità dello “Statuto di San Leucio”. E conta che, nonostante le resistenze e i mal di pancia di certi ambienti elitari, si proceda nel solco dell’attribuzione dei giusti meriti spettanti a questo sovrano assai bistrattato dai risorgimentalisti, quantunque sia stato figura fondamentale, quanto il padre [Carlo], per il progresso del popolo napoletano e non solo, almeno fino ai tragici e controversi fatti del 1799.


Per approfondimenti: Napoli svelata (Magenes, 2022), Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017), Made in Naples (Magenes, 2013) e Il Re di Napoli (Magenes, 2019).

Alfonso “il magnanimo” è tornato a Palma

Angelo Forgione — Inaugurata a Palma Campania una statua bronzea di Alfonso d’Aragona realizzata dal maestro Domenico Sepe. L’opera è rivolta verso la dirimpettaia facciata del Palazzo Aragonese, casina di caccia voluta dal Re, nel cui cortile, alla presenza delle autorità cittadine, è stato raccontato il luogo e il personaggio ad alcuni alunni delle scuole medie (guarda il video del mio intervento).
“Il magnanimo” — così era detto Alfonso per la sua statura di grande monarca — rese Napoli una capitale della cultura d’Europa di metà Quattrocento. Era amante delle lettere e delle arti questo sovrano che volle fortemente la città partenopea e il suo regno, avviando una guerra ventennale agli Angioini vinta con gran tenacia nel 1442, allorché spodestò Renato d’Angiò. Lasciò la Catalogna alle cure del fratello e della moglie e si dedicò alla città tanto desiderata, rendendola ufficialmente la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese a scapito proprio di Barcellona. Inizialmente si trasferì con tutta la sua corte in Castel Capuano, mentre artisti catalani e italiani rifacevano completamente nell’aspetto la roccaforte sul mare costruita dagli Angioini, il “Maschio”, che noi dovremmo chiamare “aragonese” più che “angioino” per i connotati che lo spagnolo gli diede. “Castel Nuovo”, rifatto, appunto, con il mirabile arco d’ingresso a lui intitolato, perché il trionfo era da celebrare in pompa magna, e lì trasferì una sontuosa biblioteca, accogliendovi i migliori uomini di cultura filosofica e letteraria del tempo, dando vita all’Accademia Alfonsina, la più antica delle accademie italiane, di quindici anni più anziana della prima fiorentina. Non ce lo raccontano nei libri di storia italiani, perché Alfonso era uno spagnolo, ma fu proprio lui a inaugurare la stagione dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano. E fu sempre lui a plasmare la lingua napoletana antica, sostituendola al latino nei documenti e nelle assemblee, ed elevandola a rango di lingua ufficiale del Regno, mentre lo contaminavano diversi termini catalani e castigliani pronunciati dai tanti iberici al seguito. Li pronunciamo anche noi oggi.
A Barcellona sperarono sempre nel suo ritorno, ma lui non ne volle proprio sapere di lasciare la tanto desiderata Napoli e la sua amante Lucrezia d’Alagno. Prima di morire, consigliò all’erede Ferrante, italianizzazione di Ferran, Fernando in lingua catalana, di circondarsi di napoletani e di allontanare dalla corte gli spagnoli. In Spagna tornarono solo le sue spoglie, tardamente, nel monastero catalano di Santa Maria di Poblet, là dove, al pari dell’arco di trionfo di Castel Nuovo, aveva fatto costruire una coeva cappella per celebrare la conquista di Napoli. Vi erano già seppelliti i suoi predecessori, e lì fu traslato dopo un lungo periodo di “riposo” napoletano.

per approfondimenti:
Napoli Capitale Morale – Angelo Forgione (Magenes, 2017)

Giovedì 25 evento all’esterno dello stadio per ricordare Maradona

“D10S”, la statua del popolo donata dal maestro Domenico Sepe ai napoletani, sarà inaugurata giovedì 25 alle ore 13,30 all’esterno dello stadio “Maradona”.
Un dono alla città di Napoli e al suo campione più amato nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa. Nel piazzale antistante i varchi d’ingresso del settore Distinti dello stadio a lui intitolato verrà posizionata la statua che ritrae il fuoriclasse argentino. L’opera resterà visibile fino alle ore 22 dello stesso giorno, in attesa della sua definitiva collocazione nel medesimo posto, che sarà effettuata nelle prossime settimane. Oltre all’inaugurazione della statua, il Comune, rappresentato dall’assessore allo sport Emanuela Ferrante, dall’assessore alla Mobilità Edoardo Cosenza e dall’assessore alla Legalità Antonio De Iesu, omaggerà la memoria della leggenda azzurra con una composizione floreale raffigurante il mitico numero dieci. All’evento commemorativo saranno presenti, oltre ai rappresentanti delle istituzioni cittadine, alcuni ex compagni di squadra di Maradona e Diego Armando Maradona junior.

►Video

Ferdinando di Borbone, protettore della cultura d’Europa

il Ferdinando di Canova al MANN

Angelo Forgione Ancora oggi Ferdinando di Borbone viene definito “il Re lazzarone” e descritto come un rozzo sovrano. Così la tradizione patriottica ce l’ha presentato, perché colpevole di essere profondamente napoletano e di essere capitato sul trono nell’epoca dei Lumi e delle rivoluzioni. E invece, pur mancandogli l’approfondimento dello studio, non gli fece affatto difetto l’intuito per ingrandire la dimensione culturale di Napoli, portandovi la parte marmorea della Collezione Farnese da Roma, rendendo pubbliche tutte le raccolte artistiche private di famiglia, istituendo il primo museo dell’Europa continentale e stimolando la crescita artistica di Napoli.
Gli incoraggiamenti all’arte concessi dal “Re lazzarone” furono tanti e incontrarono convinti elogi nei vari territori italiani, tra cui quello del letterato lombardo Carlo Castone della Torre di Rezzonico, che in una corrispondenza di fine Settecento commentò la realizzazione della scultura “Adone e Venere” di Canova per il marchese napoletano Francesco Berio, per la quale Ferdinando concesse l’esenzione del dazio doganale per l’importazione dell’opera dallo Stato Pontificio, e riconobbe alla capitale borbonica un insuperabile patrimonio classico, accresciuto negli ultimi anni:

“[…] non vi sarà discaro […] il sapere in qual pregio tengasi dall’illuminato governo un’opera sì bella, e quali facilità si concedano, e laudi, ed incoraggiamento a facoltosi personaggi, che con illustri monumenti cospirano a volgere quella deliziosissima capitale in un’Atene novella, avvegnacchè per quelli dell’antichità possa di già entrare in contesa coll’istessa Roma.”

Canova scolpì lo stesso Ferdinando in un’enorme statua per accogliere i visitatori del Museo borbonico, e lo rappresentò proprio nelle vesti di Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore di un sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, veicolando il messaggio borbonico di protezione delle arti e della tutela dell’antico in una cornice, quale quella del prestigioso museo, che rappresentava il contributo decisivo di Napoli e dei Borbone, Carlo e Ferdinando, per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. L’uno stimolò l’archeologia e l’altro la raccolta artistica, assicurando gran prestigio internazionale alla Città. Al padre, ben più magnificato del figlio, il merito enorme dei musei a cielo aperto, le città antiche riportate alla luce. Al figlio, quello di aver compiuto l’atto più colto nell’Europa di fine Settecento con la volontà di assegnare ai napoletani le collezioni di famiglia e di creare un museo che è ancora oggi il massimo riferimento culturale dell’antica capitale, l’esposizione di arte classica più bella e importante del mondo.
E cosa fecero i veri zotici, quelli del regno dei Savoia, quando conquistarono Napoli? Rimossero la colossale scultura dalla nicchia che la ospitava sullo scalone del Museo e la nascosero in un ambiente secondario, facendo uno sgarbo enorme anche alla memoria di Canova. Sulle pareti della scalinata fecero apporre delle epigrafi, alcune proprio contro colui che aveva voluto il museo stesso e altre di esaltazione di Giuseppe Bonaparte, Murat, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Il ritorno della preziosa statua al suo posto è avvenuto solo nel 1997, per volontà di un impavido sovrintendente ai beni archeologici, Stefano De Caro, deciso a rendere giustizia tanto all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, che a Napoli scoprì la devozione per l’Antico e così divenne il più grande scultore neoclassico, quanto all’artefice iniziale del più grande e più importante contenitore di arte classica d’Occidente. E lo chiamano ancore “lazzarone”.

Garibaldi bianconero? Forse sarebbe stato antijuventino.

Angelo Forgione “Garibaldi era juventino!”. Lo ha voluto chiarire, in modo anacronistico, una sigla politica che fa capo a Enzo Rivellini e Roberto Lauro, che hanno mandato qualcuno lassù, in cima al colossale monumento a Garibaldi, nella piazza della stazione centrale di Napoli, a porre un mantello a strisce bianconere per chiedere che la statua “ritorni in Piemonte, in quelle risaie che si bonificarono grazie ai soldi che lo juventino Garibaldi rubò alle casse del Banco di passato”. E di fianco, per ironia della sorte, un’immagine pubblicitaria griffata “Borbone”.
Mantello bianconero poi rimosso da alcuni addetti comunali, ma resta il gesto verso uno dei simboli meno amati dai napoletani, al pari delle statue di Vittorio Emanuele II in piazza Bovio e sulla facciata di Palazzo Reale.

Ovvio che quella di questa notte sia stata una forte provocazione, dacché quando Garibaldi scese al Sud per consegnarlo ai Savoia il Football era agli albori nella sua culla di Sheffield. Ma stiamo al gioco, quantunque poco ludico, e proviamo a capire se il Dittatore delle Due Sicilie, come egli stesso si autoproclamò nel settembre del 1860, sarebbe davvero divenuto juventino, a inizio Novecento.
Intanto bisognerebbe chiarire se sia la Juventus la squadra dei Savoia, e non il Torino. Certo, in casa Savoia, solo Vittorio Emanuele IV si è permesso di voltare le spalle alla Juventus per sostenere il Napoli, la squadra della città in cui è nato e cresciuto. Suo padre, Umberto II, era stato padrino di battesimo di Umberto Agnelli. E la Juventus, non il Torino, fu l’unica squadra che, per volontà di Gianni Agnelli, il 20 marzo 1983, due giorni dopo la morte del “Re di Maggio” a Ginevra, portò il lutto al braccio, in un match a reti inviolate contro il Pisa. Fu quella l’unica manifestazione di cordoglio pubblico per l’ex sovrano, che non mancò di suscitare aspre polemiche politiche, e già questo basterebbe per certificare il legame tra Casa Savoia e la squadra della «famiglia».

E però non credo che Garibaldi, se pure si fosse appassionato al Football, sarebbe diventato juventino. Forse simpatizzante di qualche squadra inglese; il Nottingham Forest, per esempio, i cui fondatori, nel 1865, scelsero esattamente il “Garibaldi Red”, il rosso garibaldino delle camicie dei protagonisti della spedizione dei Mille per le loro maglie. O magari milanista, visto che il fondatore del Milan, Herbert Kilpin, un inglese di Nottingham, a tredici anni, partecipò alla creazione del Garibaldi Nottingham 1883, compagine che scendeva in campo indossando delle camicie rosse garibaldine, come il Nottingham Forest. Anche per il Milan Kilpin scelse il rosso, ma abbinato al nero, perché quella fosse – come disse l’inglese fondatore – “una squadra di diavoli che doveva impaurire gli avversari”. Un po’ come i garibaldini.

No, non credo che Garibaldi sarebbe diventato juventino. Lui non amò né Carlo Alberto, da cui fu condannato a morte in contumacia per aver cospirato contro Casa Savoia, salvo poi ottenere il ritiro del provvedimento in cambio del suo servizio nei moti del 1848, e neanche apprezzò Vittorio Emanuele II, al quale diede una fondamentale mano nella conquista di Napoli e del Sud per interessi degli amici inglesi, che, cancellando Napoli capitale, intesero addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez.
Conquistata Napoli, nel settembre del 1860, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele la tensioni furono altissime. Il nizzardo, una volta compreso di essere stato usato dal piemontese, sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, dando vita a un’asprissima discussione per chiedere di essere nominato viceré dell’Italia Meridionale, ma ottenendo rifiuto.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese. Proprio quel giorno si disputava a Sheffield la primissima partita di calcio della storia, un’amichevole tra Sheffield FC e Hallam FC.
Tra il Re e il Generale la tensione crebbe, come dimostra lo scontro a fuoco in Aspromonte. Garibaldi fu invece sempre grato ai “Fratelli” di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò:

«Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa».

Alla fine si rese conto anche Garibaldi di cos’era l’Italia dei Savoia da lui favorita, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi:

“[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

Dieci anni più tardi, l’anziano Garibaldi, frustrato e deluso dai governi sabaudi, apprese del tentato regicidio di Umberto I a Napoli ad opera del lucano Giovanni Passannante, animato dalla rabbia per la miseria e le tasse al Sud, e commentò così:

“Il malessere politico altro non è che una conseguenza dei pessimi governi; e questi sono i veri creatori dell’assassinio e del regicidio”.

Giuseppe defunto non seppe mai dell’assassinio di Umberto I, al quarto tentativo, quello letale di Gaetano Bresci, che lo fece fuori il Re nel luglio del 1900, a Monza, perché quel sovrano era odiato anche in Lombardia.
Quattro anni dopo, a Napoli, veniva inaugurato il monumento in bronzo a Giuseppe Garibaldi, issato su un alto piedistallo. Il titolo di campione d’Italia era per la sesta volta su sette edizioni nelle mani del Genoa, vincitore dei primi tornei riservati esclusivamente a squadre piemontesi, liguri e lombarde che escludevano il resto d’Italia e assegnavano i primi “titoli”, oggi ben ostentati nelle bacheche e nell’albo d’oro. Erano i colori rossoblu, ispirati proprio alla bandiera britannica tanto amata da Garibaldi, a dominare i primi calci al pallone italico. Ma sì, forse Garibaldi, peraltro nato a duecento chilometri da Genova, da grande opportunista qual era, sarebbe diventato un genoano della prima ora, e chissà, forse anche antijuventino. Una cosa però è sicura: molti napoletani non sono diventati garibaldini.

Vanvitelli dov’è? Il mistero delle spoglie

Angelo Forgione Luigi Vanvitelli. Pronunci nome e cognome all’italiana, visto che nacque a Napoli da padre olandese, e non c’è bisogno di spiegare chi sia, cosa abbia dato al mondo. Ma vi siete mai chiesti dove si trovi la sua tomba e se sia possibile visitarla? No, perché la tomba non esiste, e delle sue spoglie si sono perse le tracce. Una vergogna nazionale che è anche mistero.

Morto il 1 marzo del 1773 a Caserta, fu seppellito per sua stessa richiesta nella Chiesa di San Francesco di Paola, quasi al confine con Casagiove, ma col passare del tempo si perse traccia del luogo esatto della conservazione dei resti. Il mistero circa l’esatta ubicazione della tomba e delle spoglie restò impenetrabile fino al 1984, allorché, in seguito al crollo del pavimento della chiesa durante dei lavori di consolidamento dell’edificio, sotto l’altare maggiore furono rinvenuti alcuni resti umani, contenuti in una cassa coperta da un drappo damascato d’oro sul quale era incisa una “V” di metallo brunito. Quelle ossa furano inviate all’istituto di medicina legale di Caserta, poi a Napoli e infine al Laboratorio di Antropologia della Soprintendenza di Chieti per una prova al carbonio che ne determinasse la datazione. Prova che non è stata mai eseguita a causa dell’esiguo numero di frammenti ossei.

Per riaccendere i riflettori sulla vicenda, in vista delle celebrazioni per il 250º anniversario della sua morte, che cadrà il 1º marzo 2023, se proprio non è possibile capire se quelle ossa siano dell’architetto borbonico, sarebbe opportuno erigergli almeno un cenotafio. Una richiesta sollecitata da un Comitato appena costituito e animato da Nando Astarita, fattivissimo amico casertano, alla quale ho risposto immediatamente, perché Vanvitelli ha prodotto mirabilie e ha realizzato il palazzo modello di riferimento di tutte le residenze reali europee del Settecento e oltre, con la sua composizione scenografica e la sua creatività idraulica.

In verità, tra tante statue di personaggi anche molto meno importanti, Vanvitelli ne meriterebbe una a Napoli, sua città Natale, oltre a quella presente a Caserta dal 1879; magari nella piazza vomerese a lui intitolata, come già da me proposto una decina d’anni fa. Ma questa è solo un’altra colpevole omissione di onori, anche se racconta esattamente la stessa storia.

La statua di D10S

Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo.
Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.

Domenico Sepe fecit 2020

Tutti allo #StaD10S

Angelo Forgione Oggi ho partecipato per invito alla riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli in cui si è discusso dell’intitolazione dello stadio cittadino a Diego Armando Maradona. La Commissione, all’unanimità, ha approvato il documento che propone il toponimo secco “Stadio Diego Armando Maradona”.
Ho proposto alla presidente, Laura Bismuto, e all’intera Commissione, nonché al Sindaco e all’Assessore allo Sport, di scrivere la parola stadio inserendo l’emblematica sigla D10, ovvero “StaD10 Diego Armando Maradona“, e di provvedere anche a un contest per una realizzazione grafica dell’idea.
Gli esiti della riunione di stamattina passano ora alla Commissione Tecnica presieduta dal Sindaco, che si riunirà venerdì, per procedere poi con delibera di Giunta comunale e Prefetto.

La statua più giusta per la stazione di Napoli

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Angelo ForgioneIn una città orgogliosa e coraggiosa, in una nazione che non fosse intrisa di propaganda massonico-risorgimentale nella sua odonomastica e nei suoi monumenti, per la piazza della stazione di Napoli, a pochi metri dal primo terminal ferroviario della Penisola, dal quale partì il primo convoglio ferroviario dei territori italiani, si penserebbe a una statua dedicata a chi, nel 1839, firmò quello slancio verso la modernità. Con annesso cambio di odonimo, ovviamente.
Lì, da 115 anni, troneggia invece il monumento a chi quel treno lo prese a Salerno per entrare a Napoli in pompa magna, sotto le ali protettive dei delinquentucoli della Bella Società Riformata, ai quali promise un totale colpo di spugna dei casellari giudiziali e lauti vitalizi in cambio di violenza per sottomettere i nemici dell’Unità in nome dei Savoia. Inaugurata il 7 settembre 1904, in occasione del 44esimo anniversario del suo ingresso in città, la statua di Garibaldi, opera dello scultore fiorentino Cesare Zocchi, spodestò la fontana della sirena Parthenope firmata dal marcianisano Onofrio Buccini, oggi a piazza Sannazaro. Un monumento ubicato al centro del corso che interseca la piazza, tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, oggi detto corso Garibaldi ma un tempo chiamato strada dei Fossi. Meriterebbe piuttosto di esserci Ferdinando II, la cui statua al museo ferroviario di Pietrarsa renderebbe giustizia alla storia di Napoli e delle ferrovie, e sarebbe certamente più amata di quella del massone in camicia rossa, non un massone qualunque ma uno sempre più insigne dopo l’Unità: Gran Maestro ad vitam del Grande Oriente d’Italia e Gran Hyerophante del Rito Egizio di Memphis, uno dei massimi rappresentanti della Massoneria a livello internazionale. Ecco perché la sua statua, a Napoli come altrove nel mondo, è inamovibile. Qui, per giunta, usurpatrice.

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L’Umberto assassinato e imbrattato

Angelo Forgione – Cola vernice rossa sul basamento della statua di Umberto I di Savoia sul lungomare di Santa Lucia a Napoli. Che si tratti di anarchici, filoborbonici o semplici vandali, a rimetterci è comunque il decoro della città, al di là dell’accanimento che la storia sembra non voler risparmiare a una figura assai discutibile, morto nel 1900 al quarto tentativo di regicidio subito.
Solo dieci mesi dopo la sua salita al trono d’Italia, nel 1878, Umberto I rischiò di raggiungere prematuramente il defunto padre Vittorio Emanuele II. Gli anarchici repubblicani Alberigo Altieri a Foggia e, più efficacemente, Antonio Passannante a Napoli, tentarono di scagliarvisi contro per ucciderlo, un giorno dopo l’altro. Il secondo aspirante regicida, di origine lucana, tentò l’assassinio durante un corteo reale in via Toledo, e dichiarò durante l’interrogatorio che con il suo gesto aveva provato a riscattare lo stato di disgrazia in cui il Mezzogiorno era stato condotto dalle politiche del Regno d’Italia.
Nemmeno l’operazione simpatia che condusse viaggiando per l’Italia riuscì a metterlo al riparo dall’odio che certe frange occulte provavano per lui, dettato dalle condizioni di avanzante miseria in cui non solo il meridione ma anche il resto del Paese, sia pure in misura minore, versavano sotto il suo trono.
La buona legge per il Risanamento di Napoli, necessaria per risolvere le problematiche igieniche di alcuni rioni di Napoli dopo il colera del 1884, fu strumentalizzata per un’operazione di vantaggiosa speculazione edilizia a beneficio di società immobiliari e bancarie torinesi e romane, che contribuì alla creazione di una bolla edilizia nelle principali città d’Italia, esplosa con lo scandalo della Banca Romana.
Un terzo attentato si verificò nel 1897, stavolta a Roma, dopo che il sovrano restò implicato nello scandalo per via del suo personale indebitamento proprio con la Banca Romana. L’anarchico laziale Pietro Acciarito si mescolò tra la folla all’ippodromo delle Capannelle e si lanciò verso la carrozza reale armato di coltello. Ancora una volta, il Re schivò l’offensiva e ne uscì illeso.
Alla fine qualcuno riuscì ad ucciderlo. Il Re pagò con la vita il conferimento della Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e la carica di senatore al generale Fiorenzo Bava Beccaris, responsabile di uno dei più gravi eccidi delle forze dell’ordine nella storia della Nazione, la spietata e sanguinaria repressione della cosiddetta “rivolta dello stomaco” di Milano. Umberto I fu assassinato a Monza nell’estate del 1900 dall’anarchico toscano Gaetano Bresci. Se nei primi tre attentati le lame non erano andate a segno, i colpi di rivoltella al polmone e al cuore de Re non lasciarono scampo.
La statua che oggi lo vede esattamente al centro della colmata di Santa Lucia, ad osservare la bellezza del Golfo di Napoli, è effigie elevata a somma figura morale della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e, appunto, sui basamenti monumentali dello Stivale. Lui e tutti i cosiddetti “padri della patria”, di fatto ladri della patria Napolitana, sono ancora ben saldi a indicare ai meno sprovveduti quanto influente sia stata ed è la Massoneria in un paese di profonde radici cattoliche.
Mi piacerebbe non vederle più certe statue, ma finché insisteranno preferisco il sacro valore del decoro della città. Poco male, perché per certe sculture la ripulitura è pressoché immediata, mentre altre restano imbrattate per anni.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Magenes)