Sulle tracce del trono dei Borbone sostituito da quello dei Savoia

Angelo ForgioneDa poco più di un anno si è appreso con certezza che il trono di Palazzo Reale a Napoli, fino ad allora considerato un’opera di epoca borbonica risalente al periodo 1845-1850, è in realtà un manufatto commissionato da Casa Savoia e liquidato nel 1874.
Vi è dunque da chiedersi che destino abbia avuto il trono borbonico che ha sostituito, e si può ragionevolmente dare una soluzione alla questione trovando risposta nell’iconico ritratto pittorico di Ferdinando I esposto nella Sala del Trono, posizionato esattamente di fronte al trono sabaudo.

L’opera, realizzata da Vincenzo Camuccini tra il 1818 e il ’19, ritrae il Re in abiti da Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro dopo il suo reinsediamento al termine del decennio di dominazione francese (1805-1815) mentre con la mano destra indica la nuovissima basilica di San Francesco di Paola nel Largo di Palazzo (oggi Plebiscito). Ferdinando è in piedi davanti al trono, ed è lo stesso trono raffigurato nel ritratto di Francesco I firmato da Carlo De Falco nel 1828 e in quello di Ferdinando II realizzato da Raffaele Messina nel 1832.

È evidentemente il trono oggi presente nella Sala del Trono della Reggia di Caserta, sia pur rivestito diversamente. Una seduta in stile ibrido tra Neoclassico e Neobarocco, realizzata in legno intagliato e dorato, con braccioli a forma di grandi leoni alati, simboli di forza e potere, e sirene bicaudate sui lati a simboleggiare la città di Napoli. Dai dipinti si evince che il velluto di rivestimento originario era di colore rosso scarlatto, con un grande giglio borbonico ricamato probabilmente in oro al centro dello schienale; uno schienale di dimensioni contenute ornato sul bordo da due cornucopie.

Gli inventari della Reggia di Caserta, attraverso la pagina ufficiale, chiariscono che “i tessuti furono poi tutti rimossi e distrutti dai funzionari di Casa Savoia nel 1861”, e che nel 1878 la “grande seduta” era rivestita di velluto celeste. Potrebbe essere quello l’anno in cui il trono è stato definitivamente conservato a Caserta, quattro anni dopo il pagamento all’intagliatore napoletano Luigi Ottajano di via Costantinopoli per il nuovo trono dei Savoia.
Negli inventari successivi del 1951/52 e del 1977/78 invece, risulta rivestito “di velluto in lana scarlatta”, probabilmente per riprendere i colori originari. Attualmente si mostra in un velluto celeste a seguito di un restauro, l’ultimo, risalente agli anni Ottanta.
Si tratta di un trono portatile e itinerante, progettato con quattro maniglie alla base per essere spostato agilmente da una sala all’altra a seconda delle necessità cerimoniale, e utilizzato nei diversi palazzi della corte, come la Reggia di Caserta, per l’appunto.
È sempre il sito ufficiale della Reggia di Caserta a informare che il trono reale era “destinato” al Palazzo Reale di Napoli, confermando la tesi suggerita dai dipinti dei due sovrani di primo Ottocento.

Del resto, i Savoia spogliarono parzialmente il Palazzo Reale dei loro arredi originali. Il trono borbonico, per evidenti motivi, non andò in Piemonte, ma alcune porcellane, specchi e mobili furono trasferiti altrove, sostituiti da un riarredo tardo-ottocentesco. Lo confermò la regista e sceneggiatrice romana Lina Wertmüller, autrice del film Ferdinando e Carolina del 1999, che denunciò alla trasmissione Passepartout (Rai) quanto scoperto prima delle riprese cinematografiche: «Per somma beffa, dovendo ricostruire le ambientazioni napoletane originali del Settecento, ritrovammo gli arredi a Torino, nelle regge dei Savoia». Tutto confermato da quanto emerso unitamente alla fattura per il nuovo trono: un carteggio del 1874 che testimonia di altre pose in opera per il rinnovamento della stessa sala, giudicata ufficialmente nei verbali e nelle lettere allegate come “inadeguata” per le nuove funzioni di rappresentanza del Re d’Italia.

Ferdinando di Borbone? Non meno istruito e intelligente di Carlo (e meno bigotto)

Angelo ForgioneFerdinando di Borbone, venuto fuori dalle abili scalpellate di Antonio Canova, vi accoglie salutandovi nello scalone del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il più importante d’Occidente nel settore e il primo realizzato nell’Europa continentale, voluto proprio da lui stesso in carne ed ossa, nel secondo Settecento. Ma come? Un museo così importante voluto da uno zotico sovrano, un perdigiorno donnaiolo? Perché questa è la classica narrazione, assai banalizzata, risibile e parziale, che la storiografia ufficiale di matrice risorgimentale ci propone del secondo sovrano borbonico di Napoli. Lo si racconta profondamente ignorante, e non è che fosse assai acculturato, certo, ma a giudicare da quel che si legge qua e là pare che il suo celebratissimo genitore, Carlo di Borbone, fosse più istruito di lui, e nessuno si azzarda a dire che non lo fu affatto, e che piuttosto era anche molto più superstizioso e bigotto.

Ferdinando, per esempio, non cancellò nulla di ciò che creò, neanche quando arrivarono gli invasori francesi, a differenza di Carlo, che non esitò a far distruggere la Real Fabbrica di Capodimonte prima di andarsene a Madrid per impedire al figlio di proseguire le pregiate produzioni di porcellana, salvo poi scoprire che l’erede le aveva rimesse in piedi. Lo stesso Carlo che fece sterminare i gatti di Procida, per impedire loro di attentare alla vita dei fagiani della riserva di caccia isolana, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alla rivolta dei procidani per la conseguente proliferazione di topi.

Il diplomatico milanese Giuseppe Gorani scrisse nelle sue memorie così:

“Non solo Carlo III di Spagna non è più istruito del re di Napoli (Ferdinando), pur avendo ricevuta un’educazione meno cattiva, ma lo supera nei pregiudizi, e si rende ridicolo pretendendo d’essere sapiente”.

Ferdinando fece quanto Carlo per accrescere il prestigio di Napoli, e gli uomini del suo tempo glielo riconobbero serenamente. Il suo contemporaneo Goethe, autorevole osservatore tedesco, sapendo che la sua propensione ad uscire dalle stanze reali era dettata da un’educazione ricevuta per rafforzare in gioventù una salute incerta, ne tracciò un profilo veritiero nella biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert:

“Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. (…) Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa”.

Chiedetevi perché Canova lo raffigurò neoclassicamente in certi panni che lui non indossò mai. Erano le vesti di Minerva, divinità della saggezza e delle arti. Ma come? La saggezza e la arti incarnate da un sovrano ignorante? Suvvia. Peccato che non si possa chiedere direttamente proprio a Canova, il quale vi direbbe di essere stato profondamente felice di avere in un territorio d’Italia un sovrano protettore delle arti. E già, perché questo Re molto napoletano, pur nella sua indole poco incline all’etichetta e nella sua insufficiente istruzione, fu artefice dell’atto culturale più significativo del secondo Settecento facendo costruire proprio il Real Museo, dove fece raggruppare tutti i tesori di famiglia, partendo dai preziosi reperti vesuviani, ai quali tolse la proprietà privata per donarli a Napoli.
In quel museo vi fece trasferire anche le preziosità scultoree dei Farnese, ereditate dalla nonna Elisabetta insieme a quelle pittoriche e oggettistiche già raccolte a Capodimonte, prelevando le imponenti statue da Roma per farle giungere via Tevere e mare a Napoli, amplificando enormemente il richiamo della Città. Chissà oggi dove sarebbe tutta quella ricchezza, se egli non fosse stato così lungimirante come il padre, e innamorato più del padre della sua città.
Ma Ferdinando fece altro ancora: esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con importanti opere d’arte, proprio a partire da quelle di Canova.

Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra produzione di pasta di grano duro, coltivazione di pomodoro lungo, lavorazione della mozzarella di bufala, protezione della vitivinicoltura e tanto altro ancora, e se le abitudini alimentari napoletane sono così peculiari e “nazionali” è soprattutto grazie a lui, che fece da congiunzione tra la abitudini del popolo e quelle dell’aristocrazia.
Sviluppò l’artigianato di qualità, a partire da quello serico di San Leucio, e pur essendo cattolico superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo (altro che Covid!), fregandosene degli iniziali anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo e bigotto padre per sottoporre se stesso e la sua famiglia a un pioneristico e rischioso esperimento di immunizzazione, la variolizzazione, al quale, dopo qualche anno, fece seguire l’avvio della prima vaccinazione di massa in Italia, resa obbligatoria per i bambini.

La verità è che Ferdinando fu decisivo quanto Carlo per la crescita del prestigio di Napoli e per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. E se lo si racconta come non si fa per il padre è perché paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, la propensione al diletto più che alla vita a corte e un trono perso e riconquistato più volte a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici.
Paga anche il fatto che era napoletano, e parlava napoletano, mentre il padre era madrileno di madre parmigiana. E non era piemontese come Vittorio Emanuele II, vero zotico senza alcuna sensibilità artistica ma di esclusiva cultura militare sabauda, volgare e rozzo sovrano della prima Italia unita, i cui uomini fecero occultare la preziosa statua di Canova al museo di Napoli. Tornò al suo posto solo negli anni Ottanta, quando il sovrintendente dell’epoca si mise in testa di rimettere a posto i conti con la storia.

Una nuova statua dedicata a Ferdinando di Borbone troneggia da oggi sulla rotonda che prelude alla strada che conduce al Real sito di San Leucio. Canova non c’entra nulla, ovviamente. È opera dell’artista don Battista Marcello, non bellissima, ma poco male. Conta che racconti la storia del territorio leuciano, nonché la lungimiranza e l’eccezionalità dello “Statuto di San Leucio”. E conta che, nonostante le resistenze e i mal di pancia di certi ambienti elitari, si proceda nel solco dell’attribuzione dei giusti meriti spettanti a questo sovrano assai bistrattato dai risorgimentalisti, quantunque sia stato figura fondamentale, quanto il padre [Carlo], per il progresso del popolo napoletano e non solo, almeno fino ai tragici e controversi fatti del 1799.


Per approfondimenti: Napoli svelata (Magenes, 2022), Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017), Made in Naples (Magenes, 2013) e Il Re di Napoli (Magenes, 2019).