Garibaldi bianconero? Forse sarebbe stato antijuventino.

Angelo Forgione “Garibaldi era juventino!”. Lo ha voluto chiarire, in modo anacronistico, una sigla politica che fa capo a Enzo Rivellini e Roberto Lauro, che hanno mandato qualcuno lassù, in cima al colossale monumento a Garibaldi, nella piazza della stazione centrale di Napoli, a porre un mantello a strisce bianconere per chiedere che la statua “ritorni in Piemonte, in quelle risaie che si bonificarono grazie ai soldi che lo juventino Garibaldi rubò alle casse del Banco di passato”. E di fianco, per ironia della sorte, un’immagine pubblicitaria griffata “Borbone”.
Mantello bianconero poi rimosso da alcuni addetti comunali, ma resta il gesto verso uno dei simboli meno amati dai napoletani, al pari delle statue di Vittorio Emanuele II in piazza Bovio e sulla facciata di Palazzo Reale.

Ovvio che quella di questa notte sia stata una forte provocazione, dacché quando Garibaldi scese al Sud per consegnarlo ai Savoia il Football era agli albori nella sua culla di Sheffield. Ma stiamo al gioco, quantunque poco ludico, e proviamo a capire se il Dittatore delle Due Sicilie, come egli stesso si autoproclamò nel settembre del 1860, sarebbe davvero divenuto juventino, a inizio Novecento.
Intanto bisognerebbe chiarire se sia la Juventus la squadra dei Savoia, e non il Torino. Certo, in casa Savoia, solo Vittorio Emanuele IV si è permesso di voltare le spalle alla Juventus per sostenere il Napoli, la squadra della città in cui è nato e cresciuto. Suo padre, Umberto II, era stato padrino di battesimo di Umberto Agnelli. E la Juventus, non il Torino, fu l’unica squadra che, per volontà di Gianni Agnelli, il 20 marzo 1983, due giorni dopo la morte del “Re di Maggio” a Ginevra, portò il lutto al braccio, in un match a reti inviolate contro il Pisa. Fu quella l’unica manifestazione di cordoglio pubblico per l’ex sovrano, che non mancò di suscitare aspre polemiche politiche, e già questo basterebbe per certificare il legame tra Casa Savoia e la squadra della «famiglia».

E però non credo che Garibaldi, se pure si fosse appassionato al Football, sarebbe diventato juventino. Forse simpatizzante di qualche squadra inglese; il Nottingham Forest, per esempio, i cui fondatori, nel 1865, scelsero esattamente il “Garibaldi Red”, il rosso garibaldino delle camicie dei protagonisti della spedizione dei Mille per le loro maglie. O magari milanista, visto che il fondatore del Milan, Herbert Kilpin, un inglese di Nottingham, a tredici anni, partecipò alla creazione del Garibaldi Nottingham 1883, compagine che scendeva in campo indossando delle camicie rosse garibaldine, come il Nottingham Forest. Anche per il Milan Kilpin scelse il rosso, ma abbinato al nero, perché quella fosse – come disse l’inglese fondatore – “una squadra di diavoli che doveva impaurire gli avversari”. Un po’ come i garibaldini.

No, non credo che Garibaldi sarebbe diventato juventino. Lui non amò né Carlo Alberto, da cui fu condannato a morte in contumacia per aver cospirato contro Casa Savoia, salvo poi ottenere il ritiro del provvedimento in cambio del suo servizio nei moti del 1848, e neanche apprezzò Vittorio Emanuele II, al quale diede una fondamentale mano nella conquista di Napoli e del Sud per interessi degli amici inglesi, che, cancellando Napoli capitale, intesero addomesticare l’Italia nell’imminenza dell’apertura del Canale di Suez.
Conquistata Napoli, nel settembre del 1860, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele la tensioni furono altissime. Il nizzardo, una volta compreso di essere stato usato dal piemontese, sciolse il suo esercito, non prima di aver schierato in riga tutti i suoi uomini davanti alla saccheggiata Reggia di Caserta, sperando di poter ricevere gli onori da quel re al quale aveva regalato il Mezzogiorno. L’attesa durò ore, e fu vana, poiché Vittorio Emanuele II puntò direttamente su Napoli. Garibaldi lo raggiunse più adirato che mai, dando vita a un’asprissima discussione per chiedere di essere nominato viceré dell’Italia Meridionale, ma ottenendo rifiuto.
Il Generale abbandonò Napoli per Caprera il 9 novembre, dopo aver salutato privatamente l’ammiraglio Kodney Mundy sull’incombente nave da guerra inglese Hannibal, ringraziandolo per il decisivo aiuto ricevuto dal regno britannico. Il Re di Sardegna, invece, lasciò la città solo il 26 dicembre, una volta accertatosi che le operazioni belliche nella decisiva battaglia di Gaeta volgevano a favore dell’esercito piemontese. Proprio quel giorno si disputava a Sheffield la primissima partita di calcio della storia, un’amichevole tra Sheffield FC e Hallam FC.
Tra il Re e il Generale la tensione crebbe, come dimostra lo scontro a fuoco in Aspromonte. Garibaldi fu invece sempre grato ai “Fratelli” di Gran Bretagna, cui diede libera manifestazione nell’aprile del 1864, recandosi a Londra per ricevere la cittadinanza onoraria. Fu accolto dal delirio di una folla straripante, un milione di persone lungo le strade percorse dalla sua carrozza, e al Crystal Palace, durante una delle tante tappe del suo viaggio, per rispondere alle dimostrazioni di simpatia, pubblicamente dichiarò:

«Senza l’aiuto di lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone; senza l’ammiraglio Mundy, io non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina. Se l’Inghilterra si dovesse un giorno trovare in pericolo, l’Italia si batterà per essa».

Alla fine si rese conto anche Garibaldi di cos’era l’Italia dei Savoia da lui favorita, dimettendosi dalla carica di deputato al Parlamento nel settembre del 1868, disgustato per la condotta del Governo della Destra nei confronti del Mezzogiorno. In una lettera scritta per chiarire il suo disimpegno alla rammaricata patriota Adelaide Cairoli, il nizzardo si mostrò pentito del suo apporto alla causa sabauda in alcuni significativi passaggi:

“[…] E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione! […] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.

Dieci anni più tardi, l’anziano Garibaldi, frustrato e deluso dai governi sabaudi, apprese del tentato regicidio di Umberto I a Napoli ad opera del lucano Giovanni Passannante, animato dalla rabbia per la miseria e le tasse al Sud, e commentò così:

“Il malessere politico altro non è che una conseguenza dei pessimi governi; e questi sono i veri creatori dell’assassinio e del regicidio”.

Giuseppe defunto non seppe mai dell’assassinio di Umberto I, al quarto tentativo, quello letale di Gaetano Bresci, che lo fece fuori il Re nel luglio del 1900, a Monza, perché quel sovrano era odiato anche in Lombardia.
Quattro anni dopo, a Napoli, veniva inaugurato il monumento in bronzo a Giuseppe Garibaldi, issato su un alto piedistallo. Il titolo di campione d’Italia era per la sesta volta su sette edizioni nelle mani del Genoa, vincitore dei primi tornei riservati esclusivamente a squadre piemontesi, liguri e lombarde che escludevano il resto d’Italia e assegnavano i primi “titoli”, oggi ben ostentati nelle bacheche e nell’albo d’oro. Erano i colori rossoblu, ispirati proprio alla bandiera britannica tanto amata da Garibaldi, a dominare i primi calci al pallone italico. Ma sì, forse Garibaldi, peraltro nato a duecento chilometri da Genova, da grande opportunista qual era, sarebbe diventato un genoano della prima ora, e chissà, forse anche antijuventino. Una cosa però è sicura: molti napoletani non sono diventati garibaldini.

La liberazione dalla dittatura bianconera?

Angelo Forgione – Liberazione! No, non è quella dal Nazifascismo ma quella dalla dittatura juventina. La rivolta popolare parte da Napoli, proprio come in quel lontano settembre del ’43, e furono quattro giornate, esattamente quante quelle che ci separano dalla fine della guerra sportiva d’Italia.
Chissà come finirà, ma intanto la dittatura in camicia bianconera vacilla, ed è già un miracolo, perché non è una truppa del Nord a contendere il potere ai tiranni, non un esercito di alleati di diversi territori, ma un manipolo di rivoltosi dell’identità, senza armi sofisticate ma dotati di napoletanità, guidati da un atipico capopopolo partenopeo di sangue toscano. E poi, questi impavidi rivoltosi non hanno neanche più il bombardiere più virtuoso, che è andato a rinforzare il nemico dall’altra parte della trincea, da mercenario. No, l’armata Juve non ha un piano di controffensiva, poiché un’eventualità del genere non era contemplata davvero nel piano di guerra. Sì, perché, nella storia dei conflitti pallonari d’Italia, dei 113 disputati, solo 8 sono finiti a Sud del potere, di cui 5 nella capitale “ministeriale” e solo 3 in due città senza contraerea come Napoli e Cagliari.
E quando tutti davano per repressa la rivolta napoletana, ecco che la rivolta napoletana si è fatta davvero minacciosa fino a sfondare il portone del Palazzo con l’ariete nera e a promettere di irrompere nella stanza del dittatore. Con la sfrontatezza e l’orgoglio di chi si sente napoletano dentro, anche se vissuto e cresciuto altrove, magari in Toscana. Anche a costo di mostrare il dito medio a chi sputa sulla napoletanità, e di prendersi le ramanzine dai falsi moralisti, troppi, gli stessi che tacciono al razzismo territoriale. Perché lui, il capopopolo per niente ortodosso, il vero condottiero di questa rivoluzione per la libertà, è così autentico da rendere possibile un sogno improbabile. Maurizio e i suoi hanno un esercito di popolo compatto a combattere al loro fianco, e sentono l’odore del sangue bianconero. Li vedrete cantare a perdifiato “sarò con te e tu non devi mollare…” fino al 20 maggio, e anche dopo, comunque vada. Perché hanno un sogno nel cuore, e chi vive di sogni molla tutto e li persegue, e talvolta li realizza. Come Maurizio Sarri, un passionario per il colpo di stato cui Napoli promette un monumento allo scugnizzo.

Boria juventina, Napoli nel mirino

una doverosa considerazione su una juventina napoletana

Angelo Forgione – Non mi appaga analizzare parole prive di grande risalto mediatico ma le tante segnalazioni ricevute mi inducono a cascarci anche perchè ciò che si legge su Tuttojuve.com a firma di Martina Gaudino, napoletana di fede juventina, è di una certa pericolosità. La “signora in rosa” si sfoga e dice «basta!». Non ce la fa più a “vivere in un sistema calcio dove si viene costantemente accusati” da napoletani e interisti e denuncia le “cadute di stile” di altri fronti e l’astio tra napoletani e juventini che sta raggiungendo livelli preoccupanti.
Martina ha ragione, la situazione è veramente preoccupante in una Nazione che, invece di creare movimenti popolari di contrasto ai veri e drammatici problemi del Paese, si perde nelle stupide faide di appartenenza calcistica per le quali si è capaci di accendere le più aspre crociate. Il calcio è arma di “distrazione” di massa capace di far dimenticare Il debito pubblico che avanza, il pil che arretra, la disoccupazione giovanile che non è più solo giovanile, i rifiuti tossici sotterrati al Sud (dalle aziende del Nord), la “questione meridionale” che vegeta, gli stipendi d’oro dei parlamentari, la cassa-integrazione degli operai, compresi quelli della Fiat (a Pomigliano) che minaccia di lasciare l’Italia mentre finanzia le milionarie campagne acquisti della Juventus per farne un veicolo di immagine. E allora la Gaudino fa benissimo a cercare di ridimensionare il tutto, ma nella maniera peggiore e col risultato di alimentare ancor più quelle tensioni che lei stessa denuncia.
Premesso che non solo gli interisti e i napoletani poco apprezzano gli juventini, forse è più giusto dire che gli juventini non apprezzano gli interisti perchè l’Inter ha beneficiato delle vicende di calciopoli (e qualche ragione pure ce l’hanno i bianconeri). Cercare la distensione facendo danni è come essere una guardia forestale e appiccare il fuoco sui monti. Martina Gaudino è una collaboratrice di Tuttojuve.com e commette un errore basilare esternando su una testata juventina, quindi letta da tifosi juventini, un proprio sfogo personale contro i tifosi napoletani che ha l’unico effetto di esacerbare gli animi dei suoi lettori, e di conseguenza dei lettori “ospiti”.
Ma qual è la caduta di stile che lamenta la Gaudino ai suoi? L’invasione di qualche buontempone-smanettone che si è impossessato della pagina Facebook di Barzagli insultando a destra e a manca. Sai che novità? Suvvia, che cassa di risonanza avranno mai certe manifestazioni, goliardiche o maleducate che siano? Non si tratta mica di uno sconcertante Rampulla in tv o di qualche testata nazionale filojuventina che il giorno del rinvio della partita di Napoli dello scorso autunno ne dissero di cotte e di crude sull’ambiente napoletano, prefetto di Napoli e presidente del Napoli compresi, nonostante la presenza di un morto per maltempo nella zona flegrea. Non si tratta mica di 30mila juventini che ogni Santa Domenica, compresa la scorsa, urlano cori discriminatori-razzisti all’indirizzo degli assenti napoletani. La caduta di stile di qualche individualità sul web, rispetto a quell’odio professato davanti alle TV di tutto il mondo, è davvero ago nel pagliaio che non può consentire uno sfogo individuale di chi può scrivere su una cliccatissimo sito. I cori razzisti li sentono milioni di persone, tranne gli arbitri che non annotano a referto come dovrebbero e così accade che il giudice sportivo Tosel non procede e l’intolleranza diventa normalità impunita. Poi finisce che i tifosi del Napoli fischiano l’inno e pagano ritorsione in termini di arbitraggio avverso alla loro squadra nella partita quasi gemella.
La rivalità tra napoletani e juventini c’è da sempre ma è degenerata con certi atteggiamenti da parte bianconera che non sono casuali. È freudiano che la Gaudino accomuni come principali accusatori, che poi sono gli accusati, napoletani e interisti. Lei sa bene che l’astio che l’ambiente juventino ha maturato verso i napoletani (tocca ripetermi ancora) è frutto del logorio causato dal processo a “calciopoli” che si è celebrato a Napoli per iniziativa degli odiati Giuseppe Narducci e Attilio Auricchio (oggi capo della Polizia Municipale di Napoli). La frustrazione che alberga negli appassionati juventini è che Napoli abbia sottratto gli scudetti che si è preso l’Inter. Maledetta Napoli, la stessa fastidiosa città di provenienza dell’odiato procuratore sportivo Palazzi che si becca un coro di insulti (impunito) perchè fa squalificare Conte, punta il dito su Bonucci e Pepe e fa gridare Agnelli al complotto. Sono talmente accecati dal risentimento gli juventini che non si accorgono che Conte paga per i suoi trascorsi senesi e che la procura di Napoli ha sostanzialmente assolto la Juventus dichiarando Moggi colpevole ma operante in proprio e che gli scudetti non gli sono stati sottratti dai giudici delle aule napoletane ma da quelli sportivi della Camera di Conciliazione e Arbitrato del CONI a Roma. Metteteci pure le tante vittorie sul campo senza furto-show in stile pechinese conseguite dagli azzurri dal ritorno a braccetto in Serie A a qui, Coppa Italia compresa che ha tolto l’imbattibilità stagionale proprio sul traguardo alla Juventus, stella d’argento e coccarda tricolore compresa, e il gioco è fatto.
In tanti accusano il mondo juventino di vittimismo e lo scritto della Gaudino avvalorerebbe la tesi, ma in realtà si tratta di ben altro. Inutile farsi la guerra a colpi di opinionismo spicciolo e prese di posizione faziose. Non lo farà il sottoscritto all’indirizzo della Gaudino che dimostra il classico disagio di vivere male la sua juventinità nell’amata (speriamo) e odiata Napoli in cui si sente reietta. Basta però che lei come tutti gli juventini, dirigenza compresa, la smettano di ostentare la loro evidente presunzione, la loro fastidiosa boria che non è vittimismo ma vanagloria che li fa sentire padroni d’Italia e del mondo intero, in diritto di difendere una posizione di ritrovato privilegio a tutti i costi, anche mostrando quella molesta protervia che li rende ormai invisi a tutti, soprattutto a coloro che seguono il calcio in quanto gioco ma non solo quello. E quindi anche a qualche juventino.
Tuttojuve.com e Tuttosport non perdono occasione, quando si presenta, di fare sarcasmo sull’ambiente napoletano. Puntualmente i tifosi bianconeri sbattono in faccia ai napoletani, ma anche ai più vincenti interisti e milanisti, i loro scudetti e le loro coppe. Ma i meridionali sanno cosa significa lavorare per la Fiat o dover emigrare al Nord per sopravvivere, sanno che il calcio è espressione “industriale” e sociale del paese e ne conserva i connotati, sanno che non ci si batte alla pari. “Napoletani accusateci pure, la poltrona è per una sola Signora”, se non è tracotanza questa? Sta agli juventini tutti, dai dirigenti ai più accecati tifosi, riflettere sulla condotta assunta da qualche tempo a questa parte. E, cortesemente, evitino di parlare di signorilità scrivendola con la esse maiuscola autoattribuendosela con stelle e tricolori; la dote è stata sperperata con le proprie mani.
Ai napoletani consiglio la massima compostezza e più impegno nelle questioni che riguardano la loro splendida città.