Quel giorno d’agosto di 94 anni fa in piazza Carità

stemmi_calcio_napoliAngelo Forgione Sì, lo so, ci risiamo. Al primo giorno d’agosto io continuo ad avvertire che il Calcio Napoli è nato nell’agosto del 1922 e il mondo azzurro continua ovviamente a festeggiare la data convenzionale del 1 agosto 1926. Siamo alle 94 candeline, ufficialmente, ma in realtà gli anni sono 98.
Club nato come Internazionale Naples Foot-Ball Club 1922, abbreviato in Internaples, e poi semplicemente ridenominato Associazione Calcio Napoli nell’agosto del 1926 per compiacere il regime fascista con una gradita italianizzazione. Nel giugno del 1964 il cambio in Società Sportiva Calcio Napoli.
D’altronde, con la Carta di Viareggio emanata il 2 agosto 1926, fu l’Internaples ad essere ammesso dal Coni fascista alla Divisione Nazionale. Se l’A.C. Napoli fosse stata fondata “ex novo”, non avrebbe potuto partecipare al massimo campionato ma sarebbe partita dalla Terza Divisione Campana.
Il facoltoso Giorgio Ascarelli era già presidente dall’agosto del 1925, quando la precaria situazione finanziaria dell’Internaples aveva convinto Emilio Reale, primo presidente, a cedergli il club così da garantire più sicurezza economica al club.

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piazza_carita_acnapoliChe poi, il cambio di denominazione non avvenne neanche in quel primo giorno d’agosto ma nel venticinquesimo, come testimonia un articolo de Il Mezzogiorno del 26-27 agosto 1926, dove si informava che l’assemblea dei soci del 25 agosto aveva formalizzato un cambio di nome: da Internaples Foot-Ball Club, appunto, ad Associazione Calcio Napoli.
Quella riunione non si tenne nemmeno al ristorante D’Angelo, come qualcuno narra, ma nella sede sociale di piazza Carità, presso il palazzo Mastelloni. L’insegna dell’Associazione Calcio Napoli è ben visibile in una foto d’epoca dello slargo, in cui si trovava il monumento a Carlo Poerio poi spostato nel 1939 in piazza San Pasquale a Chiaia.

Non si comprende da dove sia venuta fuori la data del 1 agosto, riferendosi peraltro a una fondazione che non fu. Facile che qualche storico/giornalista abbia commesso per primo l’errore, e tutti gli siano andati dietro acriticamente.
Il fatto è che una narrazione imprecisa, ripetuta continuamente, diventa ufficiale, come dimostra la falsa datazione della nascita della pizza margherita.

Ma voi non date troppo conto alle mie ricostruzioni e fate gli auguri alla SSC Napoli, che sempre in agosto fu. L’importante, alla fine, è che il club scalci come il Corsiero del Sole, il suo primo simbolo, che poi è quello della città sin dal XIII secolo: il nobilissimo cavallo imbizzarrito significante l’indomito e sfrenato popolo napoletano.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, A. Forgione (Magenes)

Sciagurati tifosi in sciagurata politica

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Angelo Forgione Il Napoli vince la Coppa Italia della “rinascita” ma scoppiano le sterili polemiche per i festeggiamenti dei tifosi nelle strade del capoluogo campano. Strumentali quelle di Matteo  Salvini, che tuona dopo aver portato migliaia di persone in piazza a Roma per la sua propaganda di centrodestra, per non parlare dei gilet arancioni di Pappalardo a Milano e senza dimenticare gli assembramenti per le celebrazioni repubblicane del 2 giugno, per l’inaugurazione del ponte di Genova, per l’arrivo a Ciampino di Silvia Romano e via discorrendo. E ora ce la vogliamo prendere con una folla di tifosi festanti? Le folle sono veementi, indisciplinate, e non si arginano (se non con l’Esercito e la Polizia antisommossa), semmai si prevengono, magari con appelli ripetuti. Non ne è stato fatto alcuno prima della finalissima di Roma. Nessuno, nei quattro giorni che hanno preceduto il match, ha sensibilizzato gli juventini d’Italia e i napoletani di Napoli a festeggiare in casa la vittoria, e non veniteci a dire che era implicito. Non lo era, perché il lockdown è finito da un pezzo.
In tempo di strette misure del calcio anticovid, nel quale nessuno può accedere agli spalti degli stadi, il ministro dello sport Spadafora ha suggerito che, prima di riprendere il campionato, si ripartisse con la Coppa Italia in palio per le quattro squadre più tifate d’Italia, così da creare audience televisiva e interesse mediatico. La competizione della ripresa ha così assunto il valore di un torneo post Covid d’élite, pronto a far esplodere l’eccitazione sopita dei tifosi. Nessuno ha pensato alla conseguenza di far disputare subito la finale della Coppa Italia, che invece, per evitare il rischio di affollamenti in tempo di verifica della contagiosità del virus, sarebbe stato opportuno posticipare il più possibile. Anzi, per non correre rischi del genere, oggi o tra un mese e mezzo, non si sarebbe dovuto proprio riprendere. Si è ripreso per salvare capra e cavoli del calcio sul lastrico? Bene. Il destino ha voluto che vincesse il Napoli, i cui tifosi non sono certo freddi e nordici, e vivono nel Sud a basso contagio, in una città che l’emergenza la vive solo di riflesso e che paga pesantemente gli errori altrui. Ed ecco che è venuta fuori la prevedibile festa-sfogo, perché quella dei napoletani era esattamente probabile, e sono saltate pericolosamente tutte le norme di distanziamento sociale. Era meglio evitarlo in qualche modo, ma da lassù si è pensato solo a tamponare le perdite del calcio e agli ascolti televisivi, “colorando” gli spalti tristi dell’Olimpico di tifosi virtuali ma ignorando che esistono i tifosi in carne e ossa, senza i quali non esiste il calcio. Magari qualcuno pensava di risolvere il problema riempiendo anche le strade di Napoli di scintillanti e algidi pixel.

I 60 anni e più dello stadio “San Paolo”

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Angelo Forgione – 6 dicembre 1959. Sessant’anni tondi sono trascorsi dalla data dell’inaugurazione dello stadio “del Sole” di Fuorigrotta, poi dedicato all’Apostolo Paolo di Tarso in ricordo del suo sbarco sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61. Compie dunque 60 anni l’opera in travertino e cemento dell’architetto razionalista Carlo Cocchia, necessaria dopo le distruzioni della guerra.

Bisogna infatti fare un passo indietro di diciassette anni dal taglio del nastro per leggere tutta la storia del grande stadio di Napoli. Anno 1942: lo stadio “Partenopeo” del rione Luzzatti di Gianturco, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, viene raso al suolo dai raid aerei degli anglo-americani che colpiscono violentemente Napoli. In vista dei Mondiali in Italia del ’34, era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio ligneo “Vesuvio”, voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli.

sanpaolo_corsportLa necessaria costruzione di un nuovo stadio napoletano viene deliberata il 22 dicembre 1949 dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo, grazie ai finanziamenti della schedina a pronostici Sisal appena nata e all’assegnazione alla città di un miliardo di lire da parte del Consiglio dei Ministri, con gran fastidio negli ambienti calcistici del Nord-Italia, tanto da porre i dirigenti del Napoli in contrasto con la Lega Calcio, accusata di essere governata da una “casta milanese” maldisposta al cospicuo finanziamento del Governo.

Il progetto originario prevede un solo anello, quello attualmente al livello superiore, ma ne viene aggiunto uno ulteriore al di sotto del livello stradale per ottenere una capienza di circa novantamila spettatori. Il plastico del monumentale stadio viene presentato da Achille Lauro e dal primo ministro Mario Scelba, ma ci vogliono però dieci anni per vedere il completamento del nuovo impianto, il cui cantiere si apre nel nuovo arioso quartiere di Fuorigrotta il 27 aprile 1952.

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Il 6 dicembre 1959, dunque, il Napoli prende finalmente possesso della sua nuova comoda e maestosa casa. Miglior battesimo non si può celebrare: battuta la Juventus con immediato record di spettatori della Serie A. I club del Nord verificano immediatamente quel che significava per i napoletani il loro nuovo tempio del calcio.

Sessant’anni da quel giorno e un po’ tutto è cambiato. È cambiato il calcio, è cambiata Fuorigrotta ed è cambiato lo stadio “San Paolo”, sfigurato trent’anni dopo dal ferroso restyling per i Mondiali del 1990 e degnamente ritrovato solo dopo un altro trentennio con la ristrutturazione interna operata in occasione delle Universiadi 2019. Oggi è azzurro, colorato, omologato per 55mila spettatori comodamente seduti. Pur sempre vecchio, anche se i pali delle porte non sono più squadrati come in principio. Ma anche se nulla più è romantico come quando tutto era in bianco e nero, il “San Paolo” resta lo stadio del record di spettatori paganti – 89.992 tagliandi staccati per un Napoli-Perugia del 21 ottobre 1979 – e il mitico palcoscenico del più grande calciatore della storia. È scusate se è poco.

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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione – Magenes)

Calciomercato stop! Che Napoli è?

Angelo Forgione – Stop al calciomercato – vivaddio! – e il Napoli ne esce tutto sommato rafforzato, nonostante qualche mugugno. Poco male, dopo le classiche contestazioni estive con tanto di striscioni esposti in città.
Tirati fuori 115 milioni per puntellare la squadra e incassati 150 per tenere tutti i big e stabilizzare il bilancio in un quadro generale di stallo nella crescita dei ricavi. Solo così era possibile evitare, per il secondo anno di fila, sacrifici “fisiologici”, ferrea condizione posta da Ancelotti al suo arrivo. Resta anche Allan, la cui cessione era data per scontata a fine stagione, con tutto ciò che ne consegue in termini di monte ingaggi, cresciuto di oltre l’80% rispetto al 2013, ed è questo il segnale più importante. Nelle ultime tre sessioni, di rilevante è uscito il solo senatore Hamsik, tentato già un anno fa dalle ricche sirene cinesi, alle quali ha poi ceduto a gennaio con il placet del mister, una volta completato l’inserimento di Fabian Ruiz.
Innestati due elementi di spessore assoluto: Manolas, in luogo di Albiol, e Lozano, pallino di Ancelotti indicato come alternativa al pupillo James, elemento dal quale aveva avuto disponibilità al trasferimento. Fortissimi i segnali che portavano al colombiano e il mister non aveva fatto mistero della promessa fattagli dal sudamericano. Tutti lo avevamo dato in procinto di vestire l’azzurro, ma poi, dopo aver provato Pépé, a Ferragosto, le cose sono cambiate al Real, che non l’ha voluto e potuto cedere, e allora Carletto si è accontentato volentieri del messicano, segnato sul suo taccuino da un anno. Non sarebbero arrivati entrambi, e fu chiaro in tal senso De Laurentiis a giugno: «o prendo James ad Ancelotti o vado su Lozano». In troppi, non avendo compreso che l’uno escludeva l’altro, hanno atteso Rodriguez fino all’ultimo minuto del mercato, mentre Lozano già vestiva la maglia riservata a uno dei due e pure aveva già graffiato a Torino. Delusione destinata a svanire nella grande qualità del centroamericano, valore aggiunto non solo per il Napoli ma per l’intero calcio italiano.
Di Lorenzo si è preso velocemente la titolarità della corsia di destra. Elmas è già dentro la turnazione della linea mediana, valida alternativa ad Allan. Llorente, di certo non un fulmine di guerra, ci entrerà in qualche misura, aggiungendo centimetri utili ad alzare la palla all’occorrenza, e dando fiato a Milik, che ha solo bisogno di fiducia. Ancelotti e De Laurentiis hanno deciso di dargliela, mettendogli di fianco un concorrente che non gli pesti i piedi. Una punta che dopo due infortuni gravi realizza 17 reti senza rigori, quanto il capocannoniere Quagliarella e più di Ronaldo, il sostegno del club e dei tifosi lo merita.
Verdi via, ormai completamente chiuso là davanti. Il Torino la sua dimensione ideale. Esce anche il valido Chiriches, non integro per il cronico problema alla spalla e i numerosi infortuni che gli hanno concesso solo 15 presenze in 2 anni. Tonelli ad occuparne lo slot dei rincalzi.
Nota stonata, la permanenza di Hysaj dopo aver annunciato l’addio per andare a cercare vittorie altrove. Gli toccherà invece fare da coperchio agli esterni, almeno fino a gennaio.
Si poteva fare di più? Forse. E forse tanto valeva tenere Inglese invece di mettere dentro Llorente. Ma non si è fatto meno di quel che aveva chiesto il “felicissimo” Ancelotti. Ora tocca a lui, più che lo scorso anno.

Quanto vale il Napoli?

de-laurentiis_commissoAngelo Forgione – Aurelio De Laurentiis ha confidato al Corriere dello Sport di aver rifiutato ben 900 milioni di euro per vendere la SSC Napoli. Una cifra esorbitante che rende poco credibile la dichiarazione, anche se, come ho scritto sulla mia pagina facebook a caldo, un tentativo di avvicinamento pare esserci stato davvero da parte dell’imprenditore italo-americano di Calabria Rocco Commisso, patron di Mediacom, presidente della squadra di calcio dei New York Cosmos e tifoso della Juventus. Dopo poche ore, il New York Times informava che proprio Commisso era ormai in procinto di accaparrarsi la proprietà della Fiorentina, dopo aver provato qualche mese fa a prendere il Milan, dopo aver rifiutato Sampdoria e Cagliari, e dopo essere stato a un passo dalla Roma.
Ma quanto vale il Napoli? Ospite della trasmissione radiofonica Un calcio alla radio (CRC) con l’economista Marcel Vulpis di Sport Economy, imbeccati dalle domande di Umberto Chiariello e Marco Giordano, abbiamo provato a dare una quotazione club azzurro.

La fine della A.C. Napoli e il principio della SSCN

Angelo Forgione – 11 maggio 1961. La A.C. Napoli è 14ma in una Serie A a 18 squadre e lotta per evitare la retrocessione in B.
Inutili i tentativi del Comandante Achille Lauro di risollevare la squadra in crisi ingaggiando uno psicanalista e poi esonerando l’allenatore Amadei e il direttore tecnico Cesarini.
I tifosi azzurri, che hanno sostenuto la squadra riempiendo il monumentale e nuovissimo stadio San Paolo, sono amareggiati. Un gruppo numeroso scende in piazza per chiedere una società più organizzata e traguardi più ambiziosi. C’è anche un cartello che ricorda al presidente-sindaco Lauro il suo slogan acchiappa-voti: “Un grande Napoli per una grande Napoli”.
A sostenere la protesta c’è pure ‘o ricciulillo, tale Gennaro Notarangelo, anche detto “il re di Forcella”, un capo storico del tifo azzurro degli anni Cinquanta allo stadio del Vomero, noto per i suoi giri di campo al fianco di un ciuccio bardato d’azzurro.

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Il Napoli perderà le restanti quattro partite e sarà scavalcato da Udinese, Lecco e Bari, finendo tristemente in B per la terza volta nella sua storia.

L’anno successivo, la squadra chiuderà il girone d’andata della Cadetteria nelle ultime posizioni, rischiando la C, e perciò Lauro chiamerà come nuovo allenatore Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie, con cui la squadra risalirà la china fino a raggiungere la promozione in Serie A e addirittura la conquista della Coppa Italia, passando alla storia come unica compagine ad aver conquistato il trofeo nazionale pur non militando nella Massima Serie.

Al ritorno in A, l’Associazione Calcio Napoli sarà immediatamente retrocessa. Oberata dai debiti, il 25 giugno 1964 sarà ricostituita come Società Sportiva Calcio Napoli, terza fondazione dopo quelle del 1922 e del 1926 per un club che tornerà in A l’anno seguente.

Piemonte felice come una Pasqua

Angelo Forgione – Piccola lezione di Questione meridionale applicata al calcio, che è cosa assai ignorata.
Fissate bene che gli studi economici sulle indipendenze tra Nord e Sud dimostrano che l’80% circa della spesa annuale dei meridionali per merci e servizi va ad aziende e società centro-settentrionali.
Ora prendete le uova di Pasqua della Juventus e del Napoli, le squadre più tifate al Sud, e mettetele in vendita nei supermercati meridionali.

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I piccoli tifosi del Napoli amplieranno la domanda delle uova azzurre e contribuiranno al fatturato di un’azienda campana di San Giuseppe Vesuviano (NA).
I piccoli tifosi meridionali della Juve amplieranno la domanda delle uova bianconere e contribuiranno al fatturato di un’azienda piemontese di Fossano (CN).
A sostanziale parità di peso (Juventus 240 gr / Napoli 220 gr), i genitori dei tifosi juventini pagheranno talvolta pure prezzi pressoché doppi, il che significa che per coprire la spesa di un singolo tifoso/uovo bianconero ne occorreranno quasi due azzurri. Sarà possibile solo in Campania, dove è concentrato circa il 70% della tifoseria azzurra, e dove il 50% degli appassionati tifa Napoli.
Pertanto le uova dell’azienda meridionale saranno vendute soprattutto in una regione del Sud, la Campania, mentre quelle dell’azienda settentrionale saranno acquistate dappertutto, comprese le altre regioni del Mezzogiorno.
Prendete il paradigma e applicatelo a magliette, gadget e merchandising vario, senza dimenticare gli abbonamenti alle tivù e il turismo sportivo (biglietti, vitto e alloggio), e vi renderete conto di quanto il Sud foraggi il Nord anche col tifo per Juve, Milan e Inter. Che poi, i periodici sondaggi per determinare le percentuali dei tifosi servono proprio a stabilire la ripartizione di una parte dei vitali diritti televisivi.
E ora, se il tifo non vi ottenebra il cervello, vi sarete resi come di quanto le squadre e le industrie del Nord ingrassino coi soldi del Sud, cioccolata a parte.
E buona Pasqua a tutti, a quelli belli e a quelli brutti.

Aurelio spaccanapoli

Napoli - Borussia Dortmund

Angelo Forgione – Era già successo in occasione di Napoli-Juve ed è accaduto anche in occasione di Napoli-Salisburgo. Gli ultrà della Curva B del San Paolo ad urlare a De Laurentiis la loro avversione ideologica e parte della Curva e dello stadio a fischiare gli ultrà.
Non è un fenomeno da sottovalutare ma il segnale che è ormai aperta la spaccatura nella tifoseria partenopea tra gli anti e i pro De Laurentiis. Difficile fare una proporzione in percentuali, ma guelfi e ghibellini azzurri sono ormai allo scontro per il presidente più divisorio che esista. Il suo è il più forte Napoli di sempre, quello di Maradona a parte. Ha portato la squadra a giocare continuamente contro Real Madrid, Chelsea, Liverpool, Manchester City, PSG, Bayern Monaco, Borussia Dortmund, etc. Ha creato una realtà calcistica importante in Italia e in Europa, e lo ha fatto in un territorio in cui l’economia e il pil pro-capite sono tra i peggiori del Continente. Eppure con la città non è mai scattato l’idillio, visto che in tanti lo accusano di aver raggiunto successo e ricchezza lucrando sulla passione dei napoletani. Nel resto d’Italia, invece, la Napoli del calcio è invidiata da tantissimi tifosi le cui anche importanti squadre annaspano nonostante i loro facoltosi proprietari americani e orientali. A Napoli no, in tanti aspettano lo sceicco che non verrà.

Il dibattito napoletano su Aurelio è un fenomeno interclassista e trasversale, appartenente alla Napoli popolare come in quella borghese. La vista da vicino del sogno mai afferrato con mano – lo scudetto – ha abbagliato buona parte del tifo, che si sente condannata al supplizio di Tantalo, per ferrea volontà di Aurelio il ragioniere, l’uomo che non fa lo stadio nuovo, che non si dota di un centro sportivo importante e proprio, che non investe nel vivaio, che fa calcio con le plusvalenze e senza cuore, che distribuisce stipendi alla famiglia sulla pelle dei tifosi e che intrappola i sogni di un’intera città. “Noi siamo il Napoli”, dicono i contestatori, e lui, il contestato, reagisce alla maniera del marchese del Grillo: “io so’ io e voi nun siete un…”

È davvero un rapporto da psicanalisi quello tra Napoli e De Laurentiis. Sì, perché più il Napoli dimostra costanza e più il presidente viene contestato. Il suo gradimento è inversamente proporzionale ai suoi risultati.
Non c’è dubbio che la sua più grande colpa sia quella di essere romano e, peggio ancora, refrattario alla napoletanità che spesso è proprio lui a chiamare in causa, salvo poi oltraggiare la sacralità patrimoniale partenopea: «La pizza non la sapete fare voi napoletani, quella romana è bella croccante». Lui non si affanna per farsi amare e per far smettere di sperare in un più ricco straniero, con radici lontanissime. E pensare che, se non fosse spuntato il romano di Torre Annunziata, il Napoli sarebbe finito nelle mani di un friulano, e chissà con quali risultati.

I nemici lo chiamano “pappone”. Quando pronunci questa parola a Napoli tutti pensano al presidente azzurro, anche i pro, quella parte della tifoseria che non gli è ostile, e se ne frega del personaggio e del suo caratteraccio. Per questa fetta di Napoli calcistica conta il Napoli, non chi ne è proprietario, e conta anche che il proprietario del Napoli non sia mai stato sfiorato nemmeno per errore da uno scandalo, da un’accusa di truffa o di collusione con la malavita, quella malavita da cui lui ben protegge l’intero club. Per la parte pro conta che l’imprenditore non metta il Napoli in difficoltà finanziarie come hanno fatto tutti i proprietari del passato, compreso Ferlaino. Conta che passi l’estate non a mendicare fidejussioni per iscrivere la squadra al campionato ma a scegliere calciatori di prospetto. Conta che abbia capacità e che assicuri continuità di progetto. Conta sentirsi protagonista, perché mentre i romani giallorossi e biancocelesti vincevano gli scudetti pompando bilanci e creando problemi poi “sanati” da spalmadebiti e banche, i napoletani stavano a guardare senza nulla contare, ed era bruttissimo. Conta che l’antipatico De Laurentiis gli abbia restituito la cittadinanza nel calcio che davvero conta, che non è la Serie A ma l’Europa.

La frangia più rumorosa, fino ad oggi, è stata quella che ha protestato. Un coro contro De Laurentiis, da qualche anno, c’è sempre alle partite del Napoli. Ora, però, ci sono anche i fischi. Non contro De Laurentiis ma contro chi contesta De Laurentiis. Ed è questa una notizia.

La liberazione dalla dittatura bianconera?

Angelo Forgione – Liberazione! No, non è quella dal Nazifascismo ma quella dalla dittatura juventina. La rivolta popolare parte da Napoli, proprio come in quel lontano settembre del ’43, e furono quattro giornate, esattamente quante quelle che ci separano dalla fine della guerra sportiva d’Italia.
Chissà come finirà, ma intanto la dittatura in camicia bianconera vacilla, ed è già un miracolo, perché non è una truppa del Nord a contendere il potere ai tiranni, non un esercito di alleati di diversi territori, ma un manipolo di rivoltosi dell’identità, senza armi sofisticate ma dotati di napoletanità, guidati da un atipico capopopolo partenopeo di sangue toscano. E poi, questi impavidi rivoltosi non hanno neanche più il bombardiere più virtuoso, che è andato a rinforzare il nemico dall’altra parte della trincea, da mercenario. No, l’armata Juve non ha un piano di controffensiva, poiché un’eventualità del genere non era contemplata davvero nel piano di guerra. Sì, perché, nella storia dei conflitti pallonari d’Italia, dei 113 disputati, solo 8 sono finiti a Sud del potere, di cui 5 nella capitale “ministeriale” e solo 3 in due città senza contraerea come Napoli e Cagliari.
E quando tutti davano per repressa la rivolta napoletana, ecco che la rivolta napoletana si è fatta davvero minacciosa fino a sfondare il portone del Palazzo con l’ariete nera e a promettere di irrompere nella stanza del dittatore. Con la sfrontatezza e l’orgoglio di chi si sente napoletano dentro, anche se vissuto e cresciuto altrove, magari in Toscana. Anche a costo di mostrare il dito medio a chi sputa sulla napoletanità, e di prendersi le ramanzine dai falsi moralisti, troppi, gli stessi che tacciono al razzismo territoriale. Perché lui, il capopopolo per niente ortodosso, il vero condottiero di questa rivoluzione per la libertà, è così autentico da rendere possibile un sogno improbabile. Maurizio e i suoi hanno un esercito di popolo compatto a combattere al loro fianco, e sentono l’odore del sangue bianconero. Li vedrete cantare a perdifiato “sarò con te e tu non devi mollare…” fino al 20 maggio, e anche dopo, comunque vada. Perché hanno un sogno nel cuore, e chi vive di sogni molla tutto e li persegue, e talvolta li realizza. Come Maurizio Sarri, un passionario per il colpo di stato cui Napoli promette un monumento allo scugnizzo.

Il sarrismo napoletano al top in Europa, secondo il sereno Guardiola e il nervoso Allegri

Angelo Forgione «Mi piacerebbe vedere 11 facce di ca**o che abbiano la presunzione di palleggiare in faccia al Manchester City». Una parola forte in un concetto fortissimo che spiega il sarrismo. La verità è che Maurizio Sarri è uomo di poche parole e qualche parolaccia, che gli torna utile per entrare nella testa dei suoi calciatori. Fa parte proprio del sarrismo, sgarbato con il lessico ma molto rispettoso del calcio e del pubblico che paga per lo spettacolo. Diseducativo per il linguaggio dei giovani, ma maledettamente ed efficacemente evolutivo per il football. Il fatto è che, nell’era del calcio televisivo, le conferenze stampa e le interviste in quantità industriale inchiodano le svirgolate. E allora qualcuno storce il naso, come quando Sarri diede del «frocio» in campo a Roberto Mancini. Allora, a caldo, si disse che l’allenatore del Napolisi era giocato la reputazione. E invece eccolo ancora qui, a prendere elogi da Guardiolae da mezzo mondo per il gioco che ha dato agli azzurri… ma non dal non meno irriverente Allegri, anch’egli toscanaccio, per il quale lo spettacolo si fa al circo. Il rivoluzionario Pep esclama «wow» quando vede il Napoli mentre Max è talmente calato nel mondo Juve da sposarne in pieno il proverbiale “vincere è l’unica cosa che conta”.
Il dibattito è aperto, e Guardiola sembra averne centrato il cuore. «Il nostro mestiere dipende da quanti titoli vinciamo, ma questa è un’ingiustizia, perché ci sono tanti allenatori che non hanno la possibilità di allenare grandissimi calciatori che ti rendono la vita più facile». Allegri ha vinto senza deliziare al Milan e alla Juventus. Sarri sta provando a vincere a Napoli, che non è esattamente la stessa cosa, perché la squadra fattura decisamente meno delle tre strisciate, può investire meno e ha un monte stipendi pari a un terzo di quello della Juve. Per annullare i valori tecnici bisogna necessariamente passare attraverso la ricerca della perfezione estetica, e il fatto che la cosa minacci di riuscire sta mettendo in forte crisi nervosa Allegri e l’intero ambiente juventino, per cui vincere non è importante ma fondamentale, e allora figuriamoci quanto possa essere rilevante giocare bene.
La storia insegna sempre. Alla Juve, provò a coniugare vittorie e bel gioco tal Montezemolo negli anni Novanta, chiamato da Gianni Agnelli ad assumere la carica di vicepresidente esecutivo, determinando le clamorose dimissioni di Giampiero Boniperti, l’introduttore dell’antisportivo motto bianconero che rese dogma assoluto la vittoria. Per invidia dei trionfi del Milan di Sacchi, Montezemolo allontanò la leggenda Dino Zoff, tecnico dei trionfi in Coppa UEFA e Coppa Italia col metodo di gioco all’italiana, considerato démodé e sostituito con Gigi Maifredi, alfiere del gioco a zona totale. La rivoluzione produsse un disastro, col manager che, dopo aver rovinato i Mondiali, prima scaricò il prescelto e poi abbandonò la nave, a conclusione di una stagione fallimentare: fuori dalle coppe europee per la prima volta dopo 28 anni. Nel 1994 prese le redini Umberto Agnelli, il quale, dopo otto anni di vacche magre, inaugurò l’era degli scandali pur di tornare a vincere, e lo fece non solo con gli investimenti ma anche col doping e con la “cupola” calcistica, e non certo con il bel gioco.
In fondo, se vincere è l’unica cosa che conta, perché mai bisognerebbe vedere una partita invece di apprendere semplicemente il risultato finale?