La Gatta Cenerentola, remake napoletano della napoletana Zezolla

Angelo Forgione Reduce dal grande successo ottenuto alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato ben quattro premi, torna a Napoli per festeggiare il suo debutto nelle sale del 14 settembre La Gatta Cenerentola, remake d’animazione “made in Naples” con l’omonimo titolo della fiaba tramandata per via orale e fissata su carta nel 1632 da Giambattista Basile nel Pentamerone, più noto come Lo Cunto de li Cunti, cinquanta fiabe scritte in lingua vernacolare in cui il letterato campano mise la grande risorsa del vasto repertorio della tradizione orale napoletana, trasportando nel mondo fiabesco la realtà popolare e locale della città seicentesca del vicereame. L’opera ebbe gran fortuna presso le corti italiane e, complici alcune traduzioni e rifacimenti nelle diverse lingue straniere, si diffuse nel Settecento oltre confine, fino a raggiungere le corti europee, divenendo la fonte d’ispirazione per il genere letterario della letteratura di fantasia continentale. I fratelli Grimm, Perrault, la Walt Disney e, per ultima, la factory napoletana Mad Entertainment ripropongono, a quattro secoli di distanza e a modo loro, una delle cinquanta fiabe di Basile, che nella sua versione originale presenta una Cenerentola assassina tra pastiere e casatielli.
La Cenerentola rivisitata da Mad rivisita l’originale del 1632 di Basile, che uccide la prima inaffettuosa matrigna per aiutare la sua maestra di cucito a conquistare sua padre, ma si ritrova con una seconda matrigna ancora più odiosa della precedente e con sei sorellastre dispettose e maligne. La Gatta Cenerentola di Mad commette proprio un omicidio, ed è sì orfana ma di uno scienziato, Basile appunto, il quale sognava la rinascita del porto e di Napoli attraverso il progresso, ed è cresciuta con la matrigna e le sue sei figlie all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera che è metafora della città stessa, prima resa dallo scienziato faro del progresso scientifico e poi, dopo la sua scomparsa, divenuta bordello e covo di spaccio, ferma per anni. La scarpetta, ovvero lo chianiello, muta nel simbolo di una perdita che tutti affrontano con il passaggio all’età adulta.

Maggiori approfondimenti sull’opera di Basile su Made in Naples (Magenes, 2013)

Quattro libri da leggere per capire Napoli

Una selezione di quattro libri per capire Napoli nelle sue varie epoche. La Napoli recente, la Napoli dei bombardamenti, la Napoli del grande Settecento e la Napoli di Masaniello. Ovviamente, dopo aver letto Made in Naples e Napoli Capitale Morale.

Saluto a Paolo Villaggio, uomo in polemica col “suo” Sud

Angelo Forgione Scompare a 84 anni Paolo Villaggio, sangue palermitano e identità genovese trapiantata a Roma. Con lui, protagonista del fortunato Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmüller, entrai in polemica diretta nel 2011, dopo una delle tante violente alluvioni di Genova. Tra distruzione e emergenza, Villaggio se la prese col Sud, con la sua storia, colpevole, a suo dire, di aver infettato l’intera Italia. Questo era il suo modo di pensare, ma non ne aveva completamente colpa. La sua era un’errata presunzione di superiorità nordica, e gli era stata trasmessa dalla sua Genova, dalla storia d’Italia. Lui, che prediligeva da buon ligure la cultura anglosassone, non conosceva davvero la Storia, e non sapeva che i grandi problemi del Sud e anche del resto d’Italia erano radicati nelle politiche dei primi governi del Regno d’Italia, proprio quelle che avevano sollevato la sua Genova, insieme a Torino e Milano.
Se ne va uno dei sostenitori delle falsità storiografiche d’Italia, ma aveva almeno l’attenuante di esserne stato plagiato, non quella di aver insisto fino alla fine a puntare il dito con eccessiva severità e superiorità contro Napoli e il Sud.

‘Napoli Capitale Morale’ a ‘La Radiazza’

Due chiacchiere sul nuovo libro Napoli Capitale Morale, nel giorno dell’uscita in libreria, al fortunato show radiofonico La Radiazza di Gianni Simioli, sulle frequenze di Radio Marte.

Perché il Sud votò in massa per la monarchia nel 1946

Angelo Forgione Nella primavera del 1946 soffiò davvero fortissimo il “vento del Nord”, definizione coniata in quei decisivi frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta repubblicana.
Per mettere in minoranza il Sud, poco convinto del cambiamento istituzionale, la politica del Nord utilizzò strategicamente le prime elezioni amministrative dopo la dittatura, quelle del 1946, irregolarmente distribuite in due tornate, la prima in primavera e la seconda in autunno, a distanza di mesi. In mezzo fu fissato il referendum del 2 e 3 giugno per scegliere quale forma istituzionale adottare tra la monarchica e la repubblicana, in un clima di «O la repubblica o il caos», per dirla come il socialista Pietro Nenni. La strategia del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, era ben chiara, e fu spiegata da lui stesso in seguito: mandare immediatamente al voto i comuni di prevedibile maggioranza repubblicana, e farlo prima che si votasse per il referendum, il quale doveva svolgersi con i primi risultati filo-repubblicani delle elezioni amministrative. Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia.
Il referendum cambiò i connotati del Paese, spazzando via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi vent’anni di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Il voto dei meridionali appare oggi inspiegabile dopo i malcontenti per i Savoia nel periodo tra l’Unità e la Prima guerra, ma per molti votanti si trattò di un’espressione di protesta separatista contro il Nord più che di effettiva affezione ai Savoia. La gente del Sud, cui non erano sfuggite le manipolazioni del ministro Romita, si sentì più che mai estromessa dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, e ne espresse nettamente l’avversione dichiarandosi più legittimista di quanto non fosse, tentando di riaffermare la monarchia per dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud.

Lady Macron: «Napoli è la città più bella del mondo»

Chiacchierata partenopea a La Radiazza (Radio Marte)
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