Cena culturale a Pompei

Martedì 22 gennaio, ore 20:30, presentazione del libro Napoli Capitale Morale con cena presso il locale Vincanto di Pompei (Via Nolana 89, 80045 Pompei – NA).

Dopo la chiacchierata sui temi del libro, cena con l’autore.
Menu incluso nel prezzo:
– crostini con presidi Slow Food e prodotti dell’Arca del Gusto;
– antica pagnottella pompeiana di farro e orzo farcita con pancetta e friarielli;
– calice di vino Pallagrello (il preferito da Re Ferdinando IV di Borbone).

Costo della serata: € 20 (nel prezzo è inclusa una copia del libro)

Per prenotazioni: 3929971314

vincanto

Geografia e antropologia del tifo italiano

citta_antijuventineAngelo Forgione – A dicembre 2018, il quotidiano sportivo torinese Tuttosport ha pubblicato la top 10 delle città più anti-juventine, esclusa Torino, ponendo al primo posto Napoli, davanti a Fiorentina e Bologna. Un’indagine senza spiegazioni, che però trova riscontro in quanto ho ampiamente argomentato nel mio Dov’è la Vittoria (Magenes), definendo la “classica” Napoli-Juventus la partita più significativa del Calcio italiano sotto il profilo sociale.

Si tratta infatti di due club con due tifoserie agli antipodi. Il Napoli è a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale. È il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Torino, ma anche a Roma, Milano e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente.

Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Lì vi sono il torinista e lo juventino. A Napoli, invece, esiste il napoletano a troneggiare sulle minoranze. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano.

Copertina DOV'È LA VITTORIA 2Secondo la mappa geografica del tifo, tracciata dall’osservatorio sul capitale sociale Demos & Pi, la Juventus è la squadra più “nazionale”, nel senso che il bianconero è presente in modo massiccio nelle 4 aree geografiche (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud e Isole), anche se interisti, milanisti, napoletani e romanisti fanno fortissima ma localizzata concorrenza. Ma la Juventus è anche la più detestata dello Stivale, il bersaglio preferito delle ire più accese dei tifosi delle squadre avversarie. Per questioni di contesa del potere sportivo, gran parte dei sostenitori milanisti e interisti indica proprio la Juve come prima squadra “nemica”, nonostante la disputa interna per la supremazia cittadina. Lo stesso fanno romanisti (pur astiosi verso i cugini laziali), napoletani e fiorentini, per i quali influisce nell’animosità la spiccata identificazione territoriale da opporre al simbolo massimo dell’identificazione egemonica e della “nazionalizzazione”. Sono questi i tifosi che vedono nella Juventus l’emblema del tifo apolide, privo di ogni radicamento geografico.

Tre sono le principali scintille d’innesco del tifo, tutte legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal territorio e quella evocata dal successo. I napoletani sono iniziati dalla seconda, gli juventini soprattutto dalla terza. La Vecchia Signora si fidanza con tutti, anche con i meridionali. Non si può certamente dimenticare che nel Paese dell’emigrazione da Sud a Nord il tifo è, più che altrove, un veicolo di riconoscimento e affermazione sociale. Già nell’Europa di fine Ottocento gli operai attratti dai centri industrializzati, quelli dove il Football andava attecchendo, ebbero un comportamento collettivo: sradicati dalla loro terra, avvertirono la necessità di sposare dei riferimenti locali, trovandoli nel Calcio, in modo da sentirsi meno emarginati e piantare nuove radici. Lo stesso accadde a Torino, lì dove il Calcio era fiorito, ovviamente, con la prima industrializzazione italiana, quella che nel secondo Ottocento aveva generato il “triangolo industriale” privilegiando Torino, Milano e Genova e depauperando il Mezzogiorno. Negli anni del “miracolo economico” si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. Riempirono il “Treno del Sole”, un convoglio che dal 1954 al 2011 unì i due estremi della Penisola, da Palermo a Torino. Il capoluogo piemontese passò dai 719.300 abitanti del 1951 a 1.167.968 del 1971, mentre il suo hinterland fece registrare un aumento di popolazione dell’80%. I nuovi arrivati presero il sopravvento sugli immigrati del Nord-est e delle campagne piemontesi. In ordine di flussi, si trattava di pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, che fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo.

Gli immigrati trovarono lavoro in Piemonte, ma anche cartelli con un avviso mortificante: “Non si fitta ai meridionali”. Quegli operai, con un lavoro ma riversati nelle condizioni di vita più disagiate e al limite della sopravvivenza, dovettero trovarsi un tetto ma anche un modo per combattere l’emarginazione, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente, con la loro preziosa manodopera, alla realizzazione del prodigio industriale. Il Calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino ad allora sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, ebbe bisogno di un’immagine familiare da offrire ai lavoratori meridionali della Fiat e una mano la diede la fallimentare spedizione al Mondiale inglese del ‘66, segnata dalla disfatta contro la Corea del Nord: la Federazione impose la chiusura delle frontiere, a partire dalla stagione 1967-68, nel tentativo di far crescere nuovi talenti nazionali. Come mai in passato, il grande Calcio iniziò ad attingere da ogni regione d’Italia, e a trarre notevoli benefici da questa situazione furono le grandi squadre settentrionali, le uniche dotate di osservatori, che trovarono fortune nel serbatoio dei giovani del Sud. Nel maggio del ‘68 la Juventus concluse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il centravanti catanese Pietro Anastasi, pioniere dei calciatori meridionali saliti al Nord per fare fortuna, che, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’icona del popolo degli emigranti e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi come in quelle siciliane. E poi il sardo Antonello Cuccureddu, il siciliano-campano Giuseppe Furino e il salentino Franco Causio. Una significativa rappresentanza dei cosiddetti “sudisti del Nord” nei cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia degli emigranti meridionali e dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Vecchia Signora.

Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche della famiglia Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori immigrati. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non è quello di una città e non impone il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità. Ancora oggi il Meridione è pieno di feudi juventini, e la gran fetta di appassionati di certe zone che scelgono in età infantile il cavallo vincente si identifica nelle squadre più blasonate, Juventus su tutte. Invero, anche Milan e Inter attingono all’immenso serbatoio del Sud, là dove è pieno di sostenitori che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di competere ai massimi livelli; pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, barattano la sconveniente identità col vantaggioso potere. Il bambino non vuole perdere perché non vuol soffrire, e crescendo si porta dentro quella paura. Solo una piccola parte, in età più matura, abiura l’iniziale scelta di cedere alla seduzione dei vincenti, la cui motivazione d’origine è tutta in una frase pronunciata dall’icona juventina Giampiero Boniperti: “Sono da compatire quelli che tifano per altri colori, perché hanno scelto di soffrire”.

Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Ma anche tanto detestata, perché con le sue vittorie nazionali fa soffrire gli altri e perché rappresenta il simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi padroni sul proletariato operaio.

Lo juventinismo, come il milanismo e l’interismo, supera i confini regionali; cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre forti e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. I bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e altre città fuori dai grandi giochi e lontane dai grandi capoluoghi devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica. Per questo motivo Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una storia calcistica. Ma anche le squadre di quei distretti rappresentati da realtà calcistiche di un certo rilievo, però storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, lì dove è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio. È un modo di vivere il tifo che aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, più frequente nel Mezzogiorno e tipico di importanti centri come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre big.

Al contrario, il Napoli è, al Sud, una realtà a sé stante, un monolito quasi sacro. Non si può simpatizzare per il Napoli e per la Juventus allo stesso tempo, soprattutto attorno al Vesuvio, in una provincia amalgamata indivisibilmente alla sua squadra di Calcio. Napoli e il Napoli creano un vortice continuo di identificazione con pochi paragoni nel mondo. Il club azzurro è interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata.

È un sacrosanto diritto di ognuno scegliersi la squadra per cui tifare, anche se questa è di un altro territorio, soprattutto in un ambiente sportivo in cui gli imprenditori stranieri comprano club che rappresentano città con cui non hanno alcun legame e in cui militano calciatori di ogni nazione, ma attenzione a non minimizzare l’importanza economica dei tifosi, autori di una scelta di fede sportiva e di appartenenza spontanea che determina vantaggi economici essenziali per l’esercizio delle società. Vantaggi che derivano in buona parte proprio dalla passione cieca dei tifosi. Dalla stagione 2010-11, infatti, la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva: il 40% è assegnato in parti uguali a ogni società, il 5% è ripartito rispetto alla graduatoria dei comuni di provenienza per popolazione, il 30% è distribuito sulla base del computo di tre diversi parametri ottenuti dai risultati sportivi, il restante 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità, fino a un massimo del 6,25%. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa. È tutta qui l’importanza delle scelte di appartenenza dei tifosi, che pure qualche soldino al botteghino lo portano e di prodotti ufficiali ne comperano. Compreso il passaggio, è facile evidenziare quanto sia influente la massa di tifosi del Sud che sposano fedi nordiche, incidendo in tal modo nella distribuzione a favore di territori lontani di parte dei proventi delle pay-tv e dei ricavi commerciali.
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Maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria (Magenes)

Da Virgilio a noi, Napoli e il Sud efficaci antidepressivi

Angelo Forgione – Italia in ginocchio. Aumenta lo stress, aumenta la depressione e aumenta il consumo di psicofarmaci nel quarto paese in Europa per spesa relativa. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Salute avverte che ogni giorno, in media, gli italiani assumono 39,87 dosi ogni mille abitanti, un dato decisamente in crescita rispetto a quello del 2006 quando erano 30,08 (-32,5%). La Regione che mostra il maggiore consumo di antidepressivi è la Toscana: 60,96 dosi giornaliere ogni mille persone, il doppio della meno depressa, la Campania (30,59 dosi/1000 ab).
Nello specifico, Napoli si conferma la città più felice, nonostante i cronici problemi esistenziali del suo popolo. Conferma di dati noti, che difficilmente cambieranno. Perché? Perché i napoletani sono dotati di anticorpi endemici: la socializzazione, il buono spirito, i valori della famiglia, gli odori e i sapori della buona cucina in strada e fuori, la ferrea identità, i rumori e i suoni, una cultura viva, i paesaggi, il mare e l’apertura di cielo, tutta roba che non conta per le sbandierate classifiche della qualità della vita.
Parlo di dati noti, sì, notissimi per me che in un passaggio di Napoli Capitale Morale ho scritto:

I giovani di Napoli non emigrerebbero in massa se la loro città offrisse prospettive di vita e opportunità di lavoro. Lo dicono le classifiche della qualità della morte, cioè dei suicidi, che raccontano di un basso coefficiente napoletano di morti volontarie in relazione al numero di abitanti e di un ridotto uso di farmaci antidepressivi, pur con tutti i problemi sociali che sulle rive del rasserenante Golfo difficilmente diventano esistenziali. Napoletani masochisti? Certo che no. Semmai residenti resilienti, consapevoli del loro disagio, capaci di sopportare le condizioni a tratti lancinanti e di resistere alle troppe avversità. Tra chi rimane, molti sono coloro che trovano rimedio a un tenore di vita spesso insoddisfacente con la socializzazione e il sorriso. Il ridotto numero di suicidi partenopei è esattamente l’indicatore di uno slancio vitale opposto alla frustrazione e alla disperazione, il segno tangibile di un’antropologia della speranza.
A Napoli, la città più giovane d’Italia, si alimenta un fiducioso approccio al futuro. È luogo dove la competizione sociale cede il passo alla conservazione individuale, dove i valori fondamentali dell’esistenza risultano primari, dove il salvifico modello culturale identitario respinge le ansie e non lascia sedimentare i prodromi della depressione. È resistenza alla sofferenza, serena sopravvivenza, che non vuol dire buona esistenza ma certamente neanche disprezzo per la vita. Se ne accorse anche papa Francesco, immergendosi nella realtà italiana, e lo attestò nelle parole di apertura della sua visita pastorale alla città nel marzo 2015 con cui salutò i napoletani:
“Appartenete a un popolo da una lunga storia, attraversata da vicende complesse e drammatiche. La vita a Napoli non è mai stata facile, e però non è mai stata triste. È la gioia la vostra grande risorsa!».

E allora ribadiamolo ancora una volta che Napoli è essa stessa un efficacissimo antidepressivo, un autentico luogo dell’anima. Del resto se ne accorse già in tempi antichissimi il lombardo Virgilio, che vi trovò riparo e soluzione alla crisi esistenziale sorta nella natìa Mantova.

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juorno.it: “Napoli Capitale Morale libro di vera conoscenza”

recensione di Napoli Capitale Morale a cura della redazione di juorno.itjuornopuntoit

“Napoli Capitale Morale” Così s’intitola l’ultimo libro di Angelo Forgione dopo  i grandi successi di Made in Naples e Dov’è la vittoriatutti editi da Magenes. Il sottotitolo è ancora più intrigante del titolo: Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa. Ancora un ottimo strumento fornito da Forgione per capire l’Italia, per comprendere le ragioni delle differenti velocità di Nord e Sud di oggi e per individuare le origini delle questioni meridionali irrisolte, ma anche per indirizzarsi verso le necessarie soluzioni, come nella tradizione per niente nostalgica dell’autore, che nei suoi lavori parte sempre dal passato ma per arrivare al presente, motivandolo, e poi provare a dare uno sguardo anche al futuro.
Nel titolo è chiaro il riferimento a Milano, la co-protagonista, ma è Napoli la prima attrice, perché oggi è la controversa metropoli del Sud ad aver bisogno di essere decifrata e capita. Forgione lo fa raccontandone il percorso storico, dal Quattrocento a oggi, ma tenendo d’occhio quello del capoluogo lombardo, che sembra non aver bisogno di approfondimenti. E invece ne ha, perché gli elementi dominanti della narrazione di entrambe si sono ridotti ai ritardi partenopei e ai progressi meneghini, alla criminalità organizzata napoletana e alla finanza milanese.
Il paradosso di Napoli è l’occultamento dei suoi valori positivi dietro l’immagine imposta del male; quello di Milano è l’eccessivo ingombro della sua immagine di città impegnata nel progresso.
Documentazione e passione vera affiorano dalla lettura di questo interessante saggio, ricco di fonti e spunti per capire come si sia passati da una capitale vera, la Napoli preunitaria dagli Angioini ai Borbone, a una capitale “morale” della nazione unita qual è Milano, che alla vigilia dell’unificazione era città subordinata a Vienna e a quell’Impero austriaco con cui Napoli aveva dialogato intensamente nel Settecento, allorché la corte asburgica aveva portato la cultura partenopea e le novità del Regno borbonico nel sottoposto Ducato lombardo. Dal 1861 in poi il rapporto è cambiato, le due città hanno smesso di rapportarsi ed è stata invece Milano ad anticipare tutti, tant’è che la sua galleria “Vittorio Emanuele” in ferro e vetro ha fatto da modello per la “Umberto I” di Napoli. Da periferica contea asburgica, il centro lombardo è cresciuto enormemente di rilevanza, fino ad affermare la sua identità di metropoli moderna ed europea e a diventare quel che era Napoli un secolo prima, ovvero meta di professionisti e talenti.
Forgione compie un interessantissimo percorso parallelo e intrecciato della storia di due città che fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra, e lo fa con ricchezza di racconti e chiarimenti. Pur non essendo il presupposto dello scrittore, ne viene fuori anche un paragone pregno di riflessioni interessanti. Più che mai attuali quelle relative al ruolo della Massoneria e della Chiesa nei territori italiani, partendo dal Settecento, come pure quelle sulle manipolazioni mediatiche più recenti, di cui troppo spesso Napoli è vittima. Ma la lettura svela, tra tanti racconti, quel che si credeva di sapere e che invece non si sa ampiamente sui simboli culturali delle due città: il San Carlo e la Scala. Il padre del glorioso teatro milanese, Giuseppe Piermarini, non avrebbe mai potuto costruire quella sala e tutta la Milano neoclassica di fine Settecento se prima non fosse stato a imparare a Napoli alla cerchia di Luigi Vanvitelli. E fu un napoletano trapiantato a Milano a fondare Il Corriere della Sera, il quotidiano oggi più diffuso in Italia, e ancora un napoletano fu a definire Milano la “capitale morale”, ma con un significato ben diverso da quello che gli si è dato erroneamente dal dopoguerra in poi, con riferimento a Torino, non a Roma. Sempre un napoletano, nel primo Novecento, salvò dal fallimento la giovane fabbrica di automobili di Milano, creando il mito motoristico della “casa del biscione”, l’Alfa Romeo.
Un libro di vera conoscenza, insomma, davvero denso e completo, dal quale viene fuori tutta una realtà più concreta su Napoli, Milano e l’Italia impossibile da capire senza inoltrarsi nell’operazione ottimamente e opportunamente condotta da Angelo Forgione.

‘Napoli Capitale Morale’ alla libreria Vitanova di Napoli

NCM_vitanova_2Angelo Forgione saluta l’inverno e, con la primavera, riapre la stagione delle presentazioni e dei racconti profondi di Napoli Capitale Morale. Appuntamento alla libreria Vitanova, al viale Gramsci di Napoli, ore 18.
Introdotto da Pietro Antonio Toma, l’autore discuterà appassionatamente con Agnese Palumbo di verità storiche poco note, accompagnati dai piacevoli interventi musicali ispirati al libro di Lino Blandizzi.

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Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).

Napoli e Milano sul palco

È andata in scena l’anteprima dell’adattamento teatrale di Napoli Capitale Morale all’Avanposto Numero Zero di Napoli.
Sul palco, con le letture di Marilia Marciello e le musiche del Maestro Raffaele Cardone, per la regia Egidio Carbone Lucifero, ho portato l’essenza del dialogo tra Napoli e Milano, interrotto dall’Unità e dall’Italia sradicata dalle sua Cultura.
A far Cultura, nonostante tutto, ci proviamo.