Ciao, Maurizio.

Mai dimenticherò che hai alzato il dito medio al razzista di turno.
Mai dimenticherò che hai sollecitato un arbitro affinché sospendesse una partita per cori razzisti.
Mai dimenticherò che tu, toscano, hai sentito le tue radici napoletane e che hai sciolto il sangue nelle nostre vene.
Sei stato come Diego, e come Diego resterai eterno.
Sei entrato nella storia del Napoli. Sei entrato nei cuori dei napoletani.
Le strade si separano qui, ma noi continueremo a tifare per te. Tu continua a tifare per Napoli.
Grazie, Maurizio… per averci donato gioie, sogni, orgoglio e tutto te stesso.
Resta tantissimo di te. Resta il Napoli più bello di sempre.
Magari, chissà, è solo un arrivederci.

Don Carlos entra a Napoli

carlo_ancelotti_borbone

Angelo Forgione – Entra a Napoli don Carlos, viene ancora dall’Emilia, ed è sempre a maggio.
Diavolaccio di un De Laurentiis, capace di portarsi a casa uno dei pochi allenatori capaci di ammortizzare in modo indolore la dolorosa separazione con Sarri. Tre giorni fa, al solo pensiero di un addio dell’allenatore dei record e della grande bellezza, c’era da tremare e temere.
Ci ha messo del suo l’ormai scarico tecnico di Figline Valdarno, tirando troppo la corda per giocare su più tavoli, facendo spazientire più d’uno con quella voglia di andare a cena e basta, soprattutto il patron azzurro, che con quel «tempo scaduto» aveva già decretato la fine del legame. Altro che tempi supplementari, altro che tempi da crisi di governo italiano, la partita azzurra era già chiusa con la melina di Sarri, celatosi dietro l’amore della tifoseria e ai fastidi di parte di essa per De Laurentiis. Maurizio, con la gente dalla sua, si era preso il Napoli ma sapeva di non volerlo più come un tempo, ed era di fatto diventato un antagonista per Aurelio. Era ormai il Napoli di Sarri, e De Laurentiis non vedeva l’ora di riprenderselo con una prova di forza. La sua sicurezza, ai limiti della sicumera, lasciava intendere che aveva già le spalle ben coperte. Stava per iniziare un’altra partita, quella dell’ingaggio di Ancelotti. Giusto il tempo di festeggiare uno splendido secondo posto col sapore del primo, un po’ come il premio della critica per la bellissima E dimmi che non vuoi morire al festival di Sanremo del 1997, quando vinse Fiumi di parole dei Jalisse.
Finisce la grande bellezza del Napoli, immensa. Finisce l’afflato tra piazza a tecnico. Avremmo voluto tutti che non succedesse, ma non c’erano più le condizioni per continuare. È giusto che il toscano vada a dimostrare il suo valore altrove. Non ci sarà più il gran condottiero, l’uomo che ha difeso Napoli, che ha chiesto la sospensione di una partita per discriminazione, che ha mostrato il dito medio al razzista e che sarebbe pure sceso dal pullman per fargli rimangiare le offese. Chi arriva, di tutt’altro carattere e di ben altra origine, non farà mai nulla del genere, ma proverà certamente a dare la grande gioia ai napoletani.
Mossa giusta del presidente, che ha ben capito quanto le motivazioni di Sarri fossero ormai esaurite, e che Sarri avrebbe trascinato con sé la squadra nell’anonimato. Il refrain del «quest’anno o mai più» era pronto a farsi realtà. Dopo una stagione intensa e assi logorante, in cui l’allenatore e i suoi hanno dato davvero tutto, proseguire la rotta con un timoniere senza nerbo non avrebbe portato da nessuna parte. Era necessaria una virata decisa, era necessaria una nuova guida carica di stimoli da distribuire a chi è indeciso se restare o meno, e a chi arriverà. Chi meglio di don Carlos Ancelotti? E ora tutti a dire che il Napoli può, più di ieri, con tanti saluti al refrain del «quest’anno o mai più». Diavolaccio di un De Laurentiis!
Con don Carlos, il Napoli lancia un doppio segnale al calcio internazionale. Il primo, analogo a quello inviato cinque anni or sono con don Rafa Benitez, la civetta che fu capace di elevare l’appeal del club. Il secondo, la resilienza che appartiene ai grandi club, ovvero la capacità di assorbire l’addio di un tecnico ammirato nel mondo per il gioco sfoderato, ma sfoderato nella vetrina partenopea.
La mossa Ancelotti è esattamente quella garanzia con cui De Laurentiis smentisce i timori di Sarri e ne smaschera gli indugi. Ora sarà tempo di accontentare il tecnico emiliano, ché l’alibi dell’allenatore integralista non c’è più. Anche per Aurelio è giunto il tempo degli esami irrimandabili.
Inizia un matrimonio interessante, e che dia buoni figli, come ha fatto il connubio tra Napoli e l’Emilia. Prendete le melanzane, il Sanmarzano e il fiordilatte di Napoli e uniteli al Parmigiano Reggiano. Se preparato bene il piatto, sarà un trionfo!

Le quattro giornate del Napoli per il colpo di Stato

sarri

Angelo Forgione – Se vuoi prenderti lo scudetto, spesso, devi battere il tuo avversario a casa sua. E il Napoli sapeva di doverlo fare, di dover fare l’impresa, di dover inchiodare la Juventus alla quinta sconfitta in 131 partite di campionato nel suo bunker, per dare una gioia ai tifosi azzurri, che avevano caricato a molla la squadra del loro cuore sin dalla partenza per Torino. Ci voleva convinzione e cattiveria, quella che il piccolo Insigne ha mostrato in volto a Khedira. Ci voleva l’arma di questa rimonta in classifica: il calcio d’angolo. È così, con 5 gol su palla inattiva degli ultimi 8 realizzati, che il Napoli sta sopperendo alla crisi di finalizzazione del suo tridente. Albiol al Genoa, Diawara al Chievo, ancora Albiol e poi Tonelli all’Udinese, e ora Koulibaly alla Juve. Uno con lo schema sul primo palo e ben quattro con la palla messa al centro dell’area di rigore. Callejon, come Mario Rui, allo Stadium, ha provato per tutta la partita il primo metodo, ma all’ultimo corner ha provvidenzialmente optato per il secondo, quello più efficace, e ha funzionato.
A Torino la grossa mole di gioco azzurro non ha prodotto grossi pericoli agli avversari, ma alla fine il risultato ha reso giustizia a chi ha giocato a pallone occhi negli occhi di chi, con sguardo timoroso, ha esclusivamente speculato sul vantaggioso 0-0. Gli agnelli non erano solo in tribuna. Pressing alto e possesso palla, Sarri ha dato una lezione ad Allegri, la più indigesta, che ne è uscito col morale visibilmente a pezzi. È su questo fattore che il Napoli, con l’inerzia a favore, dovrà costruire il sorpasso dopo la rimonta.
L’allenatore degli azzurri è a un passo dalla definitiva consacrazione. Sa di avere la possibilità di scrivere la storia, perché puoi pure vincere sei scudetti consecutivi come nessuno, ma vincerne uno a Napoli ne vale dieci. Sa di avere l’opportunità di dare un’immensa gioia alla sua gente e non permetterà a nessuno di distrarre la squadra dall’obiettivo. Il portone del Palazzo è stato sfondato e i rivoluzionari azzurri sono ormai dentro. Ma nulla è ancora compiuto. La Juve ha ancora il suo destino in mano. Ora tocca salire nella stanza dei bottoni per completare il colpo di stato e prendere il potere.
I napoletani, col sogno nel cuore, si compattino davvero. Basta fischi ai calciatori. Basta offese al presidente. Basta critiche al mister sulla gestione di una rosa che non è certamente ampia e che ha necessitato del sacrificio delle coppe per poter essere calibrata sull’obiettivo del patto, ma qualcuno non l’ha ancora capito. Ora è il momento di spingere il Sud al traguardo negato dalla storia e di lasciare ai cannibali le briciole e il traumatico fallimento. Ora è il momento di fare il prodigio tutti insieme, da popolo vero, per esserne fieri. Vincere con Maradona in campo ci sta. Vincere senza neanche il bomber che l’avversario ti ha strappato non è cosa da poco. Cominciano le quattro giornate del Napoli. La storia è a quattro passi, e sarebbe uno tricolore bello, bellissimo, come il primo.

Benevento e Napoli a braccetto nella storia

napoli_beneventoAngelo Forgione – Era un appuntamento con la storia, e lui, Brignoli, ci è arrivato puntuale. Perché un portiere che prova l’ultimo assalto, normalmente, va a piazzarsi al centro dell’area di rigore. Lui no, ne è rimasto ai margini, immaginando di irrompere a valanga per andare a intercettare la palla di slancio. Bravo lui, bravo il compagno Cataldi che gliel’ha messa lì, nel luogo dell’appuntamento. Perché sì, il Benevento retrocederà, ma un mondo per entrare nella storia, alla fine, l’ha pur trovato.
14 sconfitte di fila, interrotte alla 15ma giornata con il pareggio contro il Milan strappato all’ultimo respiro. Proprio come il Napoli 1926/27, buttato nella mischia con un gap tecnico enorme pur di assicurare la presenza nel campionato della città allora più popolosa d’Italia. La squadra di Ascarelli interruppe la sua striscia negativa pareggiando in casa contro il Brescia, conseguendo il primo punto, l’unico nelle 18 partite della traumatica stagione. Il club partenopeo, marchiato col cavallo sfrenato, simbolo di Napoli Capitale, fu declassato a ciuccio dalla stampa e dai tifosi, che soffrirono esattamente quello che stanno soffrendo i tifosi delle “streghe”.
Una campana e una lombarda, 90 anni fa come oggi. Dal Napoli al Benevento, lo scotto del calcio meridionale, quando riesce ad affacciarsi a quello nazionale, è condiviso.

 

Sarri bambino identitario, tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina

Angelo Forgione Maurizio Sarri: «Alla scuola elementare ero l’unico tifoso del Napoli nella periferia di Firenze. Io, da piccolo, avevo quest’idea che uno doveva essere tifoso assolutamente della squadra della città dov’era nato. Mi sembrava illogico avere un altro modo di tifare».
Paolo Condò: «La penso esattamente come te».
La lezione di un uomo di calcio, un fiorentino di sangue ma napoletano di nascita; tifoso del Napoli e simpatizzante della Fiorentina per quell’attaccamento alle radici territoriali e a quelle patriarcali, per quella fascinazione che frutta auto-riconoscimento nella squadra che porta il nome della propria città, del territorio di appartenenza, inteso come area dalla precisa identità culturale.
A Figline Valdarno, 25 km da Firenze, il piccolo Sarri ha resistito alla fiorentinità della famiglia, che pure non ha rifiutato, mentre ha totalmente respinto il richiamo delle “big” vincenti del Nord degli anni Sessanta. Perché si sentiva un toscano napoletano dentro. Che carattere!

Questione catalana, meridionale e napoletana

In una puntata speciale di Club Napoli All News, le istanze catalane e quelle meridionali, che pochissimo hanno in comune. Al netto delle manganellate franchiste di Madrid, la politica di Barcellona sfrutta il vero sentimento identitario per questioni economiche, e assomiglia più a quella di Lombardia e Veneto, con i loro referendum. La secessione lasciamola ai popoli colonizzati, non alle politiche “leghiste”.
E poi, l’Italia che non esiste e i problemi di Napoli, a tutto tondo.