Benevento e Napoli a braccetto nella storia

napoli_beneventoAngelo Forgione – Era un appuntamento con la storia, e lui, Brignoli, ci è arrivato puntuale. Perché un portiere che prova l’ultimo assalto, normalmente, va a piazzarsi al centro dell’area di rigore. Lui no, ne è rimasto ai margini, immaginando di irrompere a valanga per andare a intercettare la palla di slancio. Bravo lui, bravo il compagno Cataldi che gliel’ha messa lì, nel luogo dell’appuntamento. Perché sì, il Benevento retrocederà, ma un mondo per entrare nella storia, alla fine, l’ha pur trovato.
14 sconfitte di fila, interrotte alla 15ma giornata con il pareggio contro il Milan strappato all’ultimo respiro. Proprio come il Napoli 1926/27, buttato nella mischia con un gap tecnico enorme pur di assicurare la presenza nel campionato della città allora più popolosa d’Italia. La squadra di Ascarelli interruppe la sua striscia negativa pareggiando in casa contro il Brescia, conseguendo il primo punto, l’unico nelle 18 partite della traumatica stagione. Il club partenopeo, marchiato col cavallo sfrenato, simbolo di Napoli Capitale, fu declassato a ciuccio dalla stampa e dai tifosi, che soffrirono esattamente quello che stanno soffrendo i tifosi delle “streghe”.
Una campana e una lombarda, 90 anni fa come oggi. Dal Napoli al Benevento, lo scotto del calcio meridionale, quando riesce ad affacciarsi a quello nazionale, è condiviso.

 

Al quiz “l’Eredità”, il cavallo rampante di Napoli e ‘o ciuccio ‘e Fichella

Carlo Conti, il cavallo rampante e ‘o ciuccio ‘e Fichella

Quella domanda finale a “L’Eredità” che parte da qui

Nella puntata del 20 Aprile del noto quiz “L’Eredità” su RaiUno, curioso “omaggio” di Carlo Conti: la domanda decisiva per la designazione della nuova campionessa inerente alla storia del Napoli e di Napoli, per la compilazione della quale la redazione del programma ha attinto quale fonte a questo blog (o napoli.com). Il cavallo rampante, simbolo di Napoli, è tornato così a far parlare di se; peccato solo che il bravo presentatore fiorentino non abbia detto cosa rappresentasse.

Sulla nuova maglia del Napoli torna un po’ di storia di Napoli

Sulla maglia del Napoli torna un po’ di storia di Napoli
finalmente verso l’azzurro, finisce l’epoca del celeste

Angelo Forgione – L’avevo sottolineato a Maggio nell’articolo sulla storia del simbolo e dei colori sociali del Napoli: “il Calcio Napoli confonde la storia di Napoli”. E scrivevo così: “Anche la tonalità di azzurro, in origine fedele a quello più intenso borbonico, è divenuta col passare del tempo sempre più tenue, fino al quasi celeste dell’era De Laurentiis”.
Il colore d’origine del Napoli è l’azzurro borbonico, dedicato dall’Associazione Calcio Napoli 1926 alla storia della città insieme al cavallo rampante. Ma la tonalità di azzurro è divenuta col passare del tempo sempre più tenue, fino al quasi celeste dell’era De Laurentiis.

Finalmente la nuova maglia della stagione 2011-12 si avvicina un po’ di più al passato con un briciolo di rispetto in più per la storia non solo del Napoli ma anche di Napoli. La casacca firmata Macron è stata presentata a bordo della nave da crociera MSC “Splendida”, ispirata a quella storica del 1986-1987, stagione del primo scudetto azzurro.
L’azzurro è stato scurito e torna un po’ più vicino a quello borbonico, in rispetto di una storia che nessuna esigenza di marketing deve dimenticare; sparisce quindi la tenue tonalità celestina adottata nell’era De Laurentiis per volontà di Pier Paolo Marino.
La maglia, come detto, è una rivisitazione moderna di quella indossata da Maradona e compagni nella fantastica cavalcata tricolore. Nel colore, ma anche nel colletto stile polo con bordino bianco, che se risvoltato svela sul retro la scritta SSC NAPOLI, e nei numeri retrò identici a quelli dell’epoca.
La maglia è caratterizzata dalla vestibilità “fitted” con alto coefficiente di aderenza garantito da un tessuto elasticizzato e traspirante. I calzoncini sono bianchi con inserti azzurri sull’orlo, mentre i calzettoni sono azzurri.
Due gli sponsor: all’ormai familiare Lete si è aggiunto MSC Crociere. Già la prima aveva imposto negli anni un rettangolo rosso poco piacevole, ora se ne aggiunge uno blu. Quei marchi, per risultare gradevoli come non lo sono ora, andrebbero in bianco, senza i colori di contorno (vedi simulazione in basso). E se da una parte tutto ciò vanifica l’intenzione e la ricerca di Macron, dall’altra il Napoli porterà in giro per l’Europa due importanti brand campani.

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Ecco un’esercitazione stilistica per dimostrare quanto ne guadagnerebbe in bellezza la nuova maglia annullando i rettangoli nei quali sono incastonati gli sponsor. Viene da chiedersi se sia un’esigenza dettata dagli sponsor oppure una “miopia” estetica.

videoclip by XG1: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA

videoclip: UN CAVALLO DI RAZZA CORRE IN EUROPA
la fantastica galoppata verso la Champions League

Il ciuccio torna alle origini e si riscopre un cavallo di razza (leggi la storia del simbolo) che corre spedito verso l’Europa dei grandi.
15 minuti per rivivere la fantastica galoppata della prima squadra del Sud-Italia verso la Champions League.
I momenti salienti della stagione 2010/11 del Napoli aperti del consiglio di Roberto Saviano raccolto da Walter Mazzarri e chiusi da un imperdibile finale per non dimenticare le sofferenze dell’inferno recente eppure così apparentemente lontanissimo.
In qualsiasi serie, in qualsiasi condizione sociale… sempre e solo Napoli! 

Buona visione!

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Napoli calcio, storia di uno stemma equivoco e di una mascotte perdente

Angelo Forgione Napoli è città ricca di storia, parte della quale, quella preunitaria, ferocemente mistificata per mano di quei vincitori venuti dal Nord ad annettere il Sud al proprio progetto espansionistico. Le tracce di quella Napoli volutamente infangata sono però in ogni dove, anche se spesso alterate e manipolate. Capita poi che anche gli stessi napoletani, sovente poco consapevoli del prestigio del proprio passato, contribuiscano involontariamente alla cancellazione del proprio blasone.
Un caso emblematico, quanto mai interessante, investe lo sport, e più precisamente quel catalizzatore di attenzione e passione che è il Calcio Napoli, fondato nel ventennio fascista con l’intento di onorare nei colori sociali e nello stemma quell’identità privata circa sessant’anni prima. Ci volle invece poco perché quel nobile intendimento fosse umiliato, ma è giusto fare chiarezza e riannodare i fili del passato che legano il Napoli alla storia di Napoli.
In Italia, le maggiori squadre di calcio sono identificate con una simbologia spesso alternativa rispetto a quella degli stemmi che portano sulle maglie. La Juventus è la zebra, il Milan è il diavolo, l’Inter è il biscione, la Roma è la lupa e il Napoli è il ciuccio… anzi, ‘o ciucciariello, come si dice in riva al Golfo. Una simbologia meno marcata rispetto al passato che ha perso sempre più estimatori nel corso degli anni ma che comunque resta ben viva nella mente dei tifosi di vecchia data, che in qualche annata l’hanno anche vista apparire sulle maglie azzurre. Ma se la Juventus è zebra per via delle strisce bianconere, se il Milan è il diavolo per l’associazione cromatica, se l’Inter è il biscione perché simbolo dei Visconti di Milano, se la Roma è la lupa per la leggenda di Romolo e Remo, che legame c’è tra il ciuccio e il Napoli? Nessuno!
Tutto ha origine il primo giorno di Agosto del 1926 quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accetta la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese; ndr), cambia nome e abbandona l’inglesismo sgradito al regime. Ora la squadra azzurra si chiama Associazione Calcio Napoli, antesignana della Società Sportiva. La squadra veste già da quattro anni il colore azzurro, e non è chiaro il perché, anche se è curiosamente legato alla storia della città e a quei Borbone della cui Real Casa proprio l’azzurro capetingio era stato colore rappresentativo. Nello stemma della stagione 1926/27 compare un cavallo rampante, il “Corsiero del Sole”, ovvero il simbolo di Napoli durante il Regno delle Due Sicilie ma anche dell’intero Regno peninsulare Napolitano (quello insulare siciliano era simboleggiato dal Triscele).

Il cavallo rampante, a sua volta, era stato scelto dagli Svevi come simbolo di Napoli perché rappresentava l’impetuosità del popolo; in tempi antichi Napoli era divisa in “Sedili”, anche detti “Seggi”, e al “Sedile di Capuana” era presente una statua in bronzo raffigurante un cavallo rampante. Nel Duecento, Corrado IV di Hohenstaufen fallì più volte la conquista della città a causa della resistenza dei Napoletani trincerati dentro le mura.
Aprì un varco sotterraneo superando le linee difensive e costrinse i riluttanti alla resa. Vinse e volle dimostrare di aver domato un popolo che difendeva la propria libertà lasciando un segno indelebile sull’emblema della città, la colossale statua del “Corsiero del Sole”, il cavallo imbizzarrito di bronzo. Ordinò che gli fosse messo un morso in bocca in segno di sottomissione.
Carlo di Borbone, magari affascinato da quel simbolo, ne fece una vera e propria razza con un’intuizione che nel 1762, nella Real Tenuta salernitana di Persano, fruttò dei puledri dell’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del Cavallo Persano, che si inserì presto tra i tanti primati borbonici divenendo una delle più apprezzate
razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia; razza che anche il Goethe decantò nel suo Viaggio in Italia. Lo rimase fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dei Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto dal nuovo governo, poco attento alle eccellenze di un mondo che non gli apparteneva. Nel frattempo il cavallo rampante era già stato destituito del suo ruolo di simbolo di Napoli, scomodo anche per il suo significato storico e geopolitico, e adottato come stemma della nascente Provincia di Napoli, a simboleggiare il declassamento dell’antica Nazione Napolitana a rango, appunto, di provincia.
Di qui, nel 1926, il Calcio Napoli si tuffa nell’avventura del suo primo campionato nazionale contro gli squadroni del Nord, anzi il primissimo davvero nazionale della storia, che si dipana tra 17 sconfitte e un misero pareggio, culminando con l’ultima posizione nel proprio girone e un ripescaggio che scongiura la retrocessione.
I tifosi entrano subito nella storia del club finendo per segnarla profondamente quando in un bar di ritrovo, il Brasiliano poi Pippone, in Via Santa Brigida, uno sconfortato sostenitore azzurro dell’epoca, Raffaele Riano, urla: «Ma quale cavallo rampante?! Stà squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: trentatre chiaie e ‘a coda fraceta». Fichella, nelle leggendarie storie popolari di Napoli, era un personaggio che badava ad un vecchio asino con la coda in pessime condizioni, tanto carico di acciacchi da essere pieno di piaghe. ciuccio_fichellaA quell’espressione rabbiosa, tipicamente partenopea, fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che la suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda. Da quel momento, per tutti, il cavallo rampante si trasforma per espressione di popolo in “ciucciariello”, e lo sarà per sempre.

Non va dimenticato però, oggi più che mai, che quel ciuccio in realtà era un cavallo fiero, elegante e battagliero, proprio come la tifoseria azzurra vorrebbe sempre la propria squadra del cuore. E invece, per una perversa mentalità di minorità autodeterminata, un simbolo nobile è scomparso per affermarsi nella sua trasformazione più folcloristica, a tal punto da comparire persino sulle maglie del Napoli dell’immenso Rudy Krol della stagione 1982/83, quando la N diventa il corpo del ciuccio sormontato da una testa orecchiuta.

Circa un decennio prima, il Presidente Ferlaino, che si definiva “l’ultimo dei Borbone”, aveva tentato di riaffermare il richiamo storico proponendo sulle maglie lo scudo ornato dai tre gigli borbonici con una enne al centro, ma non proseguì nell’intento. Probabilmente fu proprio il pallino per la storia di Napoli a indurre il presidentissimo in un errore che arriva ai giorni nostri: dall’arrivo di Maradona, datato 1984, viene adottata una “enne” napoleonica, oggi scevra di ogni orpello e scritta, a richiamare il periodo napoleonico della città e a comunicare all’Europa calcistica un legame con la Francia imperiale lontano dalle radici della città e durato soli dieci anni. Ferlaino accontentò probabilmente un desiderio della moglie Patrizia Boldoni, grande appassionata della figura dell’Imperatore, a tal punto da mettere insieme una preziosa collezione napoleonica fatta di preziosi oggetti portati in mostra nel 2010 a Napoli.

Trattasi pertanto di un’evidente dicotomia storica che stride con le scelte cromatiche e simbolistiche del nascente Calcio Napoli: Napoleone, attraverso il fratello Giuseppe e il cognato Murat, usurpò il trono del Sud proprio a danno dei Borbone di Napoli nel periodo imperiale francese, prima che il suo crollo e il conseguente Congresso di Vienna riaffermassero il legittimismo in tutt’Europa, sancendo nel meridione d’Italia la restaurazione borbonica. In termini puramente storici e identitari, lo stemma del Napoli di oggi sovrappone la enne napoleonica, ossia il breve periodo napoleonico, al colore azzurro rappresentante una più lunga era borbonica dei primati sette-ottocenteschi.
Anche la tonalità di azzurro, in origine fedele a quello più intenso borbonico, è divenuta col passare del tempo sempre più tenue, fino al quasi celeste dell’era De Laurentiis poi giustamente rafforzato nell’estate del 2011.

Aggiungiamo che il rampante cavallo associato alla più pregiata razza di Persano è divenuto uno spelacchiato somarello. E allora possiamo tranquillamente affermare che, se è vero che simboli, mascotte e colori delle squadre di Calcio comunicano radici e identità del popolo che rappresentano, quelli del Napoli sono arrivati a noi distorti e confusi, un po’ come tutta la nostra memoria storica, che andrebbe in qualche modo recuperata.

la N napoleonica sulla facciata del Museo delle Residenze di Napoleone all’Isola d’Elba e sullo stemma della Società Sportiva Calcio Napoli