Un mondo di lazzari felici

Angelo Forgione – Pino è… ben altra cosa di quel che si è visto e sentito durante la serata allo stadio San Paolo con cui il mondo della musica italiana lo ha ricordato, ma non disturbatevi più di tanto per chi non ha saputo parlarlo, o per chi è inciampato nella nota stonata. Certo linguaggio musicale non era propriamente semplice, come certo suo linguaggio dialettale, che lui, come tutti i grandi napoletani, ha veicolato e continua a veicolare altrove. È questa la forza dell’idioma napoletano, che sopravvive all’omologazione e alle lingue internazionali attraverso le sue arti, la sua musica; e grazie a Dio, bene o male, la si canta dappertutto.
Tutti a rendere omaggio a Pino, pochi a dovere e troppi meno, perché lui a tutti si era aperto, magari ridimensionando quei suoi linguaggi alti e ricercati ai quali sarebbe certamente tornato.
Pino è… l’apertura culturale di quella Napoli che continua a dire la sua, e che non si chiude nella sua presunzione. È quella Napoli che continua a parlare, a pensare, a mangiare, a sognare, ad amare in napoletano. È, e non cercate delle affinità con questo mondo nel mondo. Non ce n’è.

Pino è

l’Eredità… borbonica

Angelo Forgione È un semplice quiz quello sui primati di Napoli proposto da L’Eredità di Rai Uno, ma deve far riflettere. Otto primati, e ce ne sarebbero altri cento, tutti d’epoca borbonica. Altro che “uè uè”! Certo, molti napoletani sanno e talvolta abusano, ma se il quiz è della rete ammiraglia della tivù nazionale, allora l’elenco assume interessanti spunti di riflessione.
Qual è, dunque, l’unico primato che non appartiene a Napoli tra quelli proposti? Il primo giardino zoologico (Roma), che è una questione del Novecento. Morale della favola: Napoli arriva prima da capitale, in epoca preunitaria, e arretra da capoluogo di regione, in quella unitaria.
Mi rifaccio ancora una volta, instancabilmente, a ciò che ho scritto in Made in Naples: “L’eredità borbonica è apprezzata, ma chi l’ha lasciata molto meno. Il paradosso è che il periodo di Napoli capitale è proprio il più accusato e travisato della storia della città. Si evidenziano continuamente i primati e i lasciti dei Borbone, che, invece, per un contorto modo di raccontarne le vicende, vengono descritti dalla corrente storica tradizionale come l’immagine della tirannia e dell’arretratezza. Solo i più superficiali possono ignorare che qualcosa non quadra!”.
Stupisce (si fa per dire) che il primato del San Carlo sia opzionato dai concorrenti solo alla sesta scelta, per non parlare della prima linea ferroviaria, settima scelta.
Ricordo comunque che Carlo di Borbone allestì nei giardini della Reggia di Portici un personalissimo giardino zoologico, dove ospitò animali esotici e feroci. Particolare attrazione rappresentò un Elefante indiano scambiato col sultano ottomano Maometto V per delle tavole di marmo pregiato. L’animale suscitò grande curiosità nelle persone che, fino alla sua morte (1756), si recarono a migliaia a Portici per vederlo, pagando una mancia al suo custode. Lo scheletro è conservato nel Museo zoologico di via Mezzocannone in Napoli e un suo ritratto, dipinto da Pellegrino Ronchi, è esposto alla Reggia di Caserta.
Non è comunque la prima volta che la redazione de L’Eredità spulcia nella storia di Napoli. Basta ricordare le domande sul bidet di Maria Carolina alla Reggia di Caserta e sul Corsiero del Sole, simbolo di Napoli, con citazione di chi scrive.

Biglietti gratis allo stadio, lo squallore nella tivù dei tappeti rossi per Salvini

Angelo Forgione Ma quali parole vogliamo trovare per definire la scelta del tema “biglietti omaggio per lo stadio San Paolo destinati ai consiglieri comunali di Napoli” proposto da L’Arena di Massimo Giletti nel pomeriggio domenicale di Rai Uno, con la non straordinaria ma scontatissima partecipazione di Matteo Salvini? Quando Carlo Iannello, a metà ottobre, propose la votazione per l’abolizione del privilegio in una seduta del consiglio comunale sapeva benissimo che non avrebbe avuto successo. La notizia, semmai, è che a Napoli qualcuno abbia proposto di abolire un privilegio che è usuale in tutte le città, e a cui nessuno vuole rinunciare. A Torino, la Torino di Giletti, nella guerra tra il Torino Calcio e il Comune di Torino per il fitto dello stadio Olimpico (che doveva essere di proprietà del club granata prima che i costi dei lavori contribuissero a mandarlo in fallimento e a restituire lo stadio al Comune) il presidente Urbano Cairo, accusato di pagare un fitto irrisorio, risponde agli uomini di Fassino che “bisognerebbe calcolare il palco e i 50 biglietti a partita messi a disposizione dell’assessore Gallo e i 40 ingressi per i consiglieri”, quantificando che “solo quelli valgono 80mila euro l’anno”. Un più ridotto quantivo lo elargisce anche la Juventus, “per atto di cortesia”, perché in questo caso si tratta di stadio di proprietà. Nella Milano di Salvini accade lo stesso, e anche lì è forte l’ostracismo affinché questo benefit non sia considerato un privilegio. A Roma è ancora più forte il fenomeno, visto che lo stadio Olimpico è di proprietà del Coni, e all’ufficio relazioni esterne del Comitato Olimpico arrivano continuamente fax di richieste di accredito. Biglietti gratis anche a Firenze, e poi a Palermo, dove l’ingresso allo stadio Barbera è benefit riconosciuto nello statuto, insieme a computer e telefonino. Insomma, va così da Nord a Sud, ma una puntata su una proposta (bocciata) di abolizione viene messa in piedi solo su Napoli. Non è stata la prima, visto che ci aveva già pensato Massimo Gramellini – anch’egli torinese – a Che tempo che fa, scegliendo di spendere il suo prezioso tempo televisivo per demolire moralmente il teatrale consiglio comunale di Napoli invece di stigmatizzare il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani, arrestato per aver truccato gli appalti sanitari per i dializzati.
Giletti la mette lì, con Salvini, in amicizia: “Voglio rendere omaggio a lui, è uno dei pochi politici che ci mettono la faccia. Complimenti”. Strano per una trasmissione che ha come canovaccio la lotta alla casta, che invita i politici e poi li richiama all’ordine. Per Salvini, coinvolto anch’egli negli scandali Lega, tante congratulazioni. Ma congratulazioni andrebbero indirizzate al suo ufficio stampa, così tempestivo e martellante da ottenere ospitate a ripetizione e ad imporne la figura già da molto prima che divenisse segretario della Lega Nord, nel vano tentativo di far dimenticare le ruberie di Umberto Bossi, famiglia e compagni.
Massimo Giletti, nell’occhio del ciclone per l’attacco ai politici napoletani, non ha svergognato Napoli ma quegli stessi politici rappresentati dall’avvocato Antonio Crocetta, il quale ha accusato la Rai di non dedicare spazio al Sud, oscurato dal Nord, che è invece invadente in tv con figure come quella incensata in studio. “Da Salvini non abbiamo nulla da imparare. Dobbiamo parlare degli investimenti che non si fanno nel Sud – urlava il consigliere comunale di Napoli – però lei non ne può parlare. Voi non fate questo tipo di interventi perché la Rai non vuole parlare del Meridione. Voi parlate solo di problemi minimalisti. Lei sta facendo campagna elettorale, caro Giletti. Il governo è assente su Napoli”. Il conduttore gli ha così ribattuto: “Non consento di parlare male della Rai, che fa un lavoro straordinario. Voi iniziate a far andare avanti la vostra città che è indecorosa in certi punti. Se lei esce dalla centrale della stazione uno trova immondizia in tutti i vicoli. I napoletani subiscono gli effetti di una politica molto scarsa”.
Il paradosso sapete qual è? Che bisogna dare ragione sia a Crocetta che a Giletti. Il vero problema è imbastire un dibattito sui biglietti gratuiti per lo stadio di Napoli, e farlo con Salvini in studio, santificandolo pure. Messina da giorni senz’acqua, la Calabria in ginocchio per il maltempo e il Sannio sommerso dal fango e ignorato da Renzi non meritano un teatrino del genere in tivù.

Meno omicidi, più rapine e una conferma: Napoli non è il far-west d’Italia

Angelo Forgione Franco Di Mare, conduttore di Uno Mattina (Rai Uno), da napoletano equilibrato, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa commentando gli interessanti dati forniti dalla ricerca del sociologo aretino Marzio Bargagli, che da anni smanetta tra le statistiche Sdi/Ssd sui reati e sulla sicurezza, e che ci racconta come si è evoluta la malavita in Italia negli ultimi trent’anni. E, indirettamente, ci dimostra che l’immagine di Napoli paga sempre un prezzo troppo alto rispetto alle reali dimensioni del problema sicurezza, se rapportate alle altre città medie e grandi della Penisola.
Ma cosa dicono i dati analizzati da Bargagli? Innanzitutto che è stato battuto nell’ultimo anno un nuovo record positivo: quello del più basso numero di omicidi nella storia unitaria. Nel 2014 sono stati 468, nel 1991 erano 1.916. A Sud il crollo del tasso di omicidi è stato più massiccio che a Nord. La flessione maggiore è a Genova (16% annuo), che oggi è la più sicura fra le grandi città, seguita da Catania (14% all’anno) e Napoli (5%). Calano i furti d’auto ma aumentano i borseggi, con una crescita media annua del 4,1% a Milano, del 13,2% a Torino, del 19% a Bologna (capitale della specifica tipologia di furto), del 20% a Firenze, addirittura del 31,5% a Roma, mentre a Napoli l’incremento medio è stato solo del 2,9%. Aumentano anche i furti negli appartamenti, con Bologna che ha avuto un incremento straordinario del 24,4% medio annuo, seguita da Milano e Catania, con il 20%. Napoli è la città che ha visto il minor aumento (3,2% annuo). Torino è oggi la città con il tasso più alto di furti in appartamento, seguita immediatamente da Milano e Firenze. Quella più sicura è proprio Napoli, con un tasso 6,7 volte più basso del capoluogo piemontese. E aumentano anche le rapine, con diversi distinguo tipologici e in modo disomogeneo tra Nord e Sud. Mentre nel Settentrione il tasso di rapine è aumentato, nel Meridione è diminuito. Torino segna un incremento medio annuo del 4,5%, Roma del 4,8%, Firenze del 6,4%, Milano del 6,9%, Bologna addirittura del 7%. Anche in questo caso Genova fa eccezione, con un aumento annuo dell’1%. E mentre, negli anni della crisi, nelle città centro-settentrionali il numero delle rapine cresceva, a Napoli diminuiva. Dal 2009 al 2014 il capoluogo partenopeo ha avuto una diminuzione media annua del 5%, avvicinata sensibilmente da Milano e Torino.
Statistiche che non contemplano gli indici di suicidi e di vittime stradali, che hanno una diversa valutazione nella percezione della sicurezza, ma che invece sono incidenti e vedono Napoli tra le città meno colpite in assoluto.

immagine: L’Ottimista di Marco Adinolfi

Tedeschi e portoghesi come i napoletani, in Rai la sagra del luogo comune.

Angelo ForgioneFiguraccia tedesca! Il viso torvo della Cancelliera Merkel non riesce proprio a distendersi in questi giorni per colpa di Volkswagen, del suo software civetta, delle emissioni truccate, degli incentivi governativi incassati dalla casa di Wolfsburg e dello sdoganamento nel mondo di vetture bollate di verde ma invece nere. Crolla il mito dell’integrità teutonica e un bel po’ di sassolini dalle scarpe se li levano un po’ tutti gli italiani, spesso sbeffeggiati dalla stampa tedesca per i loro ripetuti inciampi. Non lo fa certamente nel più elegante dei modi Marina Viro della redazione de La Vita in Diretta, trasmissione di punta del pomeriggio di Rai Uno, che tira fuori dal cilindro, senza illusionismo alcuno, i napoletani. Nel condimento partenopeo spuntano le belle stazioni del metrò dell’arte di Napoli, confrontate alle lungaggini del nuovo aeroporto di Berlino. Non il migliore dei parelleli per assolvere l’Italia, perché la metropolitana di Napoli, con la sua bellezza che si fa strada nel mondo, non è esattamente l’esempio della velocità di realizzazione. Piuttosto, in tema di automobili, sarebbe stato più corretto confrontare Volkswagen con Fiat Chrysler, che ha violato le norme statunitensi sulle campagne di richiamo dei veicoli difettosi. Oppure, in tema di “grandi opere” e annesse ruberie, sarebbe stato più giusto evitare facili giochi di prestigio e ricordarsi seriamente dell’Expo di Milano, del MoSE di Venezia, della TAV centro-settentrionale, di Mafia Capitale e magari anche della Tangentopoli milanese di Mani Pulite degli anni Novanta, dei crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e di quello romano di Cirio. Passa il teorema assoluto dei napoletani truffatori, sempre e comunque, di quella parte marcia della capitale del Mezzogiorno stracciato più che straccione. Passa di comodo la conseguenza tipica della povertà del territorio magnogreco più povero del greco. Il truffatore napoletano è un miserabile, un uomo vuoto di istruzione, non è impiegato nelle grandi multinazionali, nelle banche o nei palazzi del potere, quelle stesse realtà dorate in cui le truffe hanno hanno fatto danno, dal dopoguerra ad oggi, più di quanto non siano stati capaci di fare tutti i piccoli truffatori napoletani, catanesi e baresi messi insieme.
A proposito di luoghi comuni, ci si è messo anche Corrado Orrico, ex allenatore di Calcio ora ripescato nelle vesti di opinionista Rai. Per lui, la Fiorentina del lusitano Pauolo Sosa è una «marmellata informe». Insomma, non gli piace perché «i portoghesi sono “pressappochisti” come i napoletani». Bontà sua, bontà degli impassibili conduttori di 90° minuto, bontà della Rai, che in due giorni ha raccontato agli italiani che i napoletani sono truffatori e pressapochisti. A dire che erano pure puzzolenti (come i cinesi) ci aveva già pensato Giampiero Amandola.

Massimo Bray e l’intelligenza dei Borbone di Napoli

Angelo Forgione – È stato bollato come il “Re lazzarone” perché non gli piaceva studiare e preferiva cacciare e fare l’amore. Però in città creò il primo museo d’Europa, togliendo la proprietà privata delle collezioni di famiglia (reperti vesuviani e collezione farnesiana) per renderle pubbliche e donarle alla città. E fuori città sfruttò la forza motrice generata dell’Acquedotto Carolino per far fiorire tante iniziative imprenditoriali in tutta l’area casertana, trasformando persino le tenute di caccia di San Leucio e Carditello in luoghi produttivi, regalandoci le sete e la mozzarella di bufala.
Il ministro Bray ha studiato bene la figura di Ferdinando IV, che, ben consigliato da Maria Carolina, fece anche molto altro, e non solo bella vita. E ha studiato tutta la dinastia dei Borbone di Napoli, riconoscendone la “intelligenza”. E si è affezionato alle dimore borboniche, dicendolo a più riprese nei programmi nazionali.
Altro che retrogradi, Signori! Piano piano, il quadro si fa più nitido.

Daverio: «la Reggia di Caserta è un simbolo e per questo soffre»

Angelo Forgione – Il degrado della Reggia di Caserta è sempre più al centro dell’attenzione, anche se il dibattito resta purtroppo uno sterile esercizio di chi è sensibile al gravissimo problema culturale che investe soprattutto i monumenti del Meridione.
La piazza Carlo III, la più grande d’Italia, costruita per accogliere il palazzo più noto d’Italia, è persino diventata un luogo di spaccio, segnale di un degrado che non è solo architettonico ma anche e soprattutto sociale. Qual è il vero problema? La magnifica ed europea Reggia di Caserta non sembra appartenere troppo alla storia nazionale d’Italia mentre la Reggia di Versailles, che pure fu dimora dei ghigliottinati Borbone di Francia, è un simbolo della Nazione francese, la testimonianza del rispetto dei transalpini per la storia della loro monarchia in Europa. I motivi? Sono gli stessi che fanno crollare l’antica Pompei, per non parlare della Real Tenuta di Carditello, emblema dell’oblio storico del Sud borbonico. Motivi evidenziati su Il Mattino del 14 aprile 2013 dal critico d’arte Philippe Daverio, che continua a lanciare un grido d’allarme per i monumenti d’Italia, con maggiore vigore per quelli del Sud penalizzati da una certa etichetta storica: Se c’è un monumento nel Meridione che rappresenta l’Europa è proprio la Reggia di Caserta. Sono legato al Meridione. Come alsaziano, mi sento molto meridionale e ho nei confronti di Napoli un’immensa gratitudine. Il Meridione ha bisogno di autocoscienza e autofierezza di appartenere al mondo. Da questo punto di vista, Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa. Poi l’invito a Giorgio Napolitano: “allo scadere del suo andato venga a dare la sua benedictio sui beni culturali del Sud, di cui Napoli è stata la capitale e Caserta la culla”. Dunque, ancora una volta è uno straniero a lasciar intendere che il problema non è solo economico ma anche etnico-geografico. Esiste una discriminazione a tutti i livelli nel nostro Paese che lascia morire i monumenti attorno l’ex capitale Napoli, quantunque di rilevanza massima. Ma se il Sud deve assistere alla morte della sua storia e accogliere con essa i turisti, tanto vale chiudere i monumenti e aspettare tempi migliori. Senza manutenzione, anche un solo turista è un carico troppo grosso da sopportare per una reggia cui viene girato dal Ministero dei Beni Culturali solo un quinto di quello che introita al botteghino.
Ma cosa vedono i turisti in visita alla reggia vanvitelliana? La storia che si sgretola ma anche tanta inciviltà, come ci racconta un simpatizzante di V.A.N.T.O. che preferisce restare anonimo.

caserta_02Sabato 6 aprile. Sole splendente da far venir voglia di fare un salto alla stupenda Reggia di Caserta. Mancavo da troppi anni e ci arrivo con la mia ragazza molisana per passare una bella giornata in un posto stupendo. Lo sconforto, se non sei preparato al peggio, ti coglie già all’ingresso dove l’incompetenza alla biglietteria è già imbarazzante: addetti ai lavori, che non sanno esprimersi in inglese dinanzi a turisti stranieri.
caserta_03Accedi al parco, stupendo l’impatto, ma poi noti che l’erba è alta priva di cura, cartacce dappertutto, e poi sterco dei cavalli. Una sosta ai bagni è meglio non farla… quelli vicino al giardino inglese sembra che si trovino in uno stadio italiano dove c’è stato qualche disordine. Porte abbattute, lavabi distrutti, assorbenti disseminati sul pavimento.
Che vergogna!
Ed eccoci al Bagno di Venere, nel criptoportico dello spettacolare giardino all’inglese: statue mutilate, intoncaci caduti e scritte sui muri. Sono disperato.